The music never stopped

Nelle scorse due settimane si sono moltiplicate le uscite online di video e canzoni prodotti dai musicisti di casa nostra in quarantena. Dal punto di vista dell’attività online le restrizioni sembrano addrittura aver portato nuovi stimoli alla scena locale.

“Chi fermerà la musica?” ci si chiedeva sul numero scorso partendo dalla triste realtà che la musica – e la cultura in generale – sono state messe un po’ al palo dal virus. La risposta, al di là delle serie problematiche legate all’impossibilità di lavorare per musicisti e tecnici addetti al settore, sembra essere nel titolo di una canzone dei Grateful Dead di metà anni settanta: “The Music Never Stopped”. Certo, il Covid-19 ci ha messo lo zampino pesantemente: in America un paio di settimane fa si è portato via l’anziano cantautore John Prine, autentico personaggio di culto, e l’eclettico produttore Hal Wilner, ma a giudicare dagli attestati d’affetto piovuti nel web attraverso i social media, almeno nel caso di Prine, il virus si è portato via “solo” le spoglie terrene, la musica no, quella non c’è virus che tenga…
E anche in queste due settimane si sono moltiplicate le uscite online di video e canzoni prodotti dai musicisti di casa nostra in quarantena: cominciamo col segnalarvi che dopo il video singolo di “Quando tornerai”, la cantautrice Anna Carol ha realizzato l’EP Evoluzione, sotto l’egida dell’etichetta Nufabric Records, composto di sei brani cantati in italiano all’insegna dell’indie pop.
Sempre riagganciandoci a quanto scritto sul numero scorso, sul canale Youtube degli Shanti Powa, nella settimana di Pasqua è stato postato un nuovo lavoro solista: a dimostrazione dell’ideale di grande famiglia musicale che è poi la filosofia della formazione, sul canale vengono postate le produzioni non solo del cantante Berise e del gruppo, ma anche le avventure soliste e parallele degli altri componenti, ex inclusi. È il caso del bel brano dell’ex chitarrista Ariel Trettel che ha postato “Why” una bella canzone acustica eseguita e composta in solitudine che ricorda da vicino Nick Drake, sicuramente più nelle corde del side project dei Color Colectif che degli Shanti Powa (https://youtu.be/aXgVjw9FwQ0).
Su un fronte più amatoriale, ma non meno interessante, i bolzanini Klakson hanno postato addirittura un intero nuovo disco sul loro sito (https://stefanopredelli.wixsite.com/klakson): si tratta di una decina di brani scritti da ciascun componente a casa propria e registrati in autonomia, ma sempre nello spirito del gruppo. In particolare spiccano “Resto un po’” e “La sella di Renzo”, firmate da Renato “Matita” Mattiuzzo e l’esilarante brano a tema Quarantine Rag composto da Bobby Gualtirolo, senza dubbio fino ad oggi la miglior canzone scritta appositamente sul coronavirus!
Video casalingo più serioso per il cantautore Marco Mondelli con una canzone dedicata ai bambini e alla solidarietà, intitolata “Cuori che si abbracciano”. Il chitarrista Francesco Montanile è l’autore invece di “Quarantena”, un video dalle sonorità e immagini abbastanza angoscianti (https://youtu.be/hOjbr9RsNsU).
Tra i tanti che hanno voluto cimentarsi con la musica alla finestra o al balcone, il violinista bolzanino Gianrico Righele, da anni in forza all’orchestra del Maggio Fiorentino, ha realizzato con la sua compagna Eleonora Falchi un video dedicato a un brano di Mozart per viola e violino rigorosamente suonato e filmato alla finestra (https://youtu.be/lPlZx4wPc6E).
La palma della produzione più originale va però al duo XelaM, che ha messo on line sul proprio canale youtube diverse cose il giorno di Pasqua: XelaM (al secolo Monica Jüttner e Mr. Alex) hanno in particolare realizzato due mini concerti casalinghi all’insegna della loro synthwave music, sotto il titolo di “Coronavirus music video”, girati uno in cucina e uno in camera da letto, rigorosamente in bianco e nero con una regia minimale ma non scontata. In particolare dei due video ci è piaciuto quello in camera da letto, con i brani “Forever In My Heart”, “I’m Cool Baby” e la cover di “I Wanna Be Your Dog” degli Stooges (https://youtu.be/tpaUTZiq1B0).
E per concludere, restando in tema di cover, l’ultima produzione segnalataci è quella realizzata dalla testata online salto.bz: lo scorso fine settimana sul sito di Salto è apparsa una bella versione della canzone “The Weight” (giudicata tredicesima tra le migliori canzoni degli anni sessanta e tra le 500 migliori di sempre dalla rivista Rolling Stone), realizzata, un po’ sull’onda del brano “Say Bye” proposto da Hubert Dorigatti all’inizio del lockdown, con la partecipazione di diversi artisti della nostra regione. Le voci sono quelle di Eric Siviero, Silvia Turetta, Chris Costa e Tony Spinell, ma in tutto sono una decina le persone coinvolte, ognuno da casa sua, chi da Vipiteno, chi da Milano, Bolzano, Appiano, Merano. Il montaggio sonoro è opera di Armin Rainer, quello video di Mauro Podini, il risultato è decisamente notevole e Salto ha già annunciato un seguito…

In foto principale: Un fotogramma dal video “Why” di Ariel Trettel

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

L’alluvione del 1882 e il gesto eroico dei fratelli Scarperi

Moltissime furono, nel corso dei secoli, le alluvioni dell’Adige in Bassa Atesina. Lo storico Paolo Diacono narra di una funesta inondazione nell’anno 585; intorno all’anno 1000 se ne registrarono almeno tre, nel 1041, nel 1049 e nel 1053. Nel 1337 la cronaca parla di un’alluvione che sommerse del tutto Bolzano, tanto che la si poteva attraversare in barca dal Virgolo a piazza Duomo. Nel medioevo sono documentate decine di alluvioni e nel 1527 fu addirittura l’Isarco a inondare Laives. Nel ‘700 si contarono ben 15 alluvioni, mentre del 19° secolo sono rimaste nella memoria collettiva le disastrose alluvioni del 1868 e del 1882. Il 5 ottobre 1882 il settimanale “Andreas Hofer” di Innsbruck dedica l’apertura all’alluvione avvenuta in Sudtirolo, Trentino e Veneto. Scrive il cronista: “Tra Bolzano e Verona l’Adige ha causato danni inestimabili” e ancora: “La linea ferroviaria, da poco ultimata e a sua volta gravemente danneggiata, ha contribuito al ristagno delle acque. È apparso con tutta evidenza che la linea ferroviaria non avrebbe dovuto essere posta in mezzo alla valle ma sotto la montagna. La località di Laives ha subito gravissimi danni e si racconta che alcuni abitanti, invece di rendersi utili nelle operazioni di soccorso, si siano dedicati alla ‘pesca’ di legname trascinato dalle onde. Molto più opportuno invece il contributo di alcuni operai italiani (welsche Arbeiter).” Vadena e le campagne circostanti furono sommerse, a eccezione di tre masi in lieve altura. Una quarantina di famiglie di mezzadri e affittuari perse tutto.
“I danni per Vadena ammontano a circa 120000 fiorini. Anche un’azione eroica si è verificata in quel di Vadena. Quando il giorno 16 (settembre, n.d.r.) nel pomeriggio l’Adige ruppe gli argini in due punti verso Vadena, otto uomini che si trovavano sull’argine rimasero isolati tra le acque. Dovettero passare lì tutta la notte – senza speranza di riuscire a tornare a riva. Due di loro annegarono senza che gli altri se ne accorgessero. La domenica infine arrivarono i soccorsi per i superstiti. I fratelli August e Franz Scarperi e il loro cugino Josef Scarperi di Laives ebbero il coraggio di attraversare l’Adige a bordo di una zattera e mettendo a repentaglio la propria vita riuscirono a portare in salvo gli sfortunati.” Gli stessi Scarperi salvarono la vita anche a un ferroviere nella zona di Bronzolo.

Autore: Reinhard Christanell

Consigli per la quarantena da epidemia

“Di chiunque vive ritirato e non vuole ch’altri o mai, o a certe ore, entri là, dove egli sta”: questa è una fra le tante accezioni del termine clausura, quella che viviamo in queste settimane a causa del coronavirus. Il virus è il SARS-CoV-2, mentre covid-19 è la malattia: quisquilie penseranno i molti che dal 12 marzo si trovano asserragliati in casa! L’estrema difesa contro il nemico invisibile. Senza prevaricare il dolore di chi ha perso amici, colleghi o i propri cari cosa possiamo fare in queste drammatiche giornate infinite? Velatamente nascosto, ma non troppo, e a portata di mano c’è un sentiero salvifico, un’occasione per scrutare dentro noi stessi e creare qualcosa di apprezzabile. Forse provare a sentirci meglio e al sicuro. Dedicare parte del nostro tempo per plasmare un “recanto” fiorito, un angolino di BalconORTO tutto nostro. Aprile è il mese della rinascita, non solo spirituale! Sui davanzali assolati in vasetti di plastica o contenitori di cartone alloggiano i semini in un pugno di terra e humus: i semenzai. Semi pronti a germinare con i loro cotiledoni. Spuntano timidi ed esili fino a formare le prime vere foglioline. In attesa che le temperature esterne tornino benevole. Anche se lo spazio sul balcone è limitato foggiamo il nostro stile di coltivazione, usufruiamo delle consociazioni, e fidiamoci delle piante, abbinandole insieme volutamente negli stessi spazi di crescita e sfruttiamo talora le superfici verticali. Ci sono infatti tante connessioni favorevoli, dai pomodori ai tageti e al basilico, dagli asparagi ai ravanelli, dai porri ai peperoni e al prezzemolo, dai girasoli ai fagiolini rampicanti, dalle zucchine alle cipolle e alla borragine. E i fiori? Tanti, naturalmente: dalle zinnie alle calendule, dai nasturzi alle facelie, dall’alisso alle bocche di leone. Nelle giornate terse e di dolci brezze è un piacere godere dei raggi del sole dal nostro balcone di città. Senza il solito traffico si avvertono ancor più nitidi i profumi delle erbe aromatiche, i canti del cuculo, del fringuello, della cinciallegra e dei passerotti appollaiati freneticamente sui rami di un alberello di alloro condominiale e al centro delle foglie flabellate delle palme. Nel caso vogliate seminare le fave prestate attenzione, qualora espresse ordinanze comunali ne vietino la coltivazione, per i noti casi di favismo tra la popolazione.

Autore: Donatello Vallotta

La Pasqua si celebra nelle case di riposo e negli ospedali

Nemmeno i più vecchi, quelli che hanno vissuto la guerra, ricordano una Settimana santa e una Pasqua senza celebrazioni, processioni, tutti chiusi in casa per un coprifuoco che non vuole finire. “Oggi le cattedrali sono le case di riposo, dove si soffre e si muore”, ha detto qualche giorno fa il vescovo di Trento mons. Lauro Tisi.

Ciò che si dice a Trento è vero anche per l’Alto Adige, dove le residenze per anziani sono luogo di sofferenza, di forzata solitudine, ma anche di impegno indefesso da parte degli operatori socio-sanitari, che insieme al personale degli ospedali, ai volontari che si prendono cura di chi non può uscire di casa, alle forze dell’ordine e alle commesse dei supermercati sono i veri celebranti delle liturgie penitenziali e di ringraziamento di questa settimana, che diventa “santa” perché in molti la santificano con il loro servizio.
Il Triduo pasquale comincia il Giovedì. È il giorno dello spezzare il pane e del lavarsi i piedi gli uni gli altri. È il giorno della condivisione e del servizio, dedicato a tutti coloro che in queste settimane fanno la spesa per le persone anziane, tengono aperti i centri di distribuzione di cibo, assemblano pacchi viveri e li consegnano a chi non ce la fa e non può uscire di casa. È il giorno di chi assiste a domicilio e nelle strutture di accoglienza donne e uomini non più autosufficienti.
Il Venerdì è il giorno della solitudine e della morte. Della solitudine di chi muore, come avviene nei nostri ospedali e nelle case di riposo. Dell’impotenza di chi vede morire senza avere un rimedio, perché per combattere il virus manca ancora un vaccino e le cure sono efficaci ma non per tutti.
Il Sabato è il giorno del silenzio. Dell’attesa silenziosa. Non di quel brusio confuso che mette in giro notizie false, che fa disinformazione e che complica la vita a chi si sta occupando del bene degli altri. È il giorno dell’attesa piena di speranza.

La Domenica è il giorno della vita. Del passaggio. Buona Pasqua 2020!

Autore: Paolo Bill Valente

I masi in città a Bolzano

Masi in città ? Si, ve ne sono ancora, sopravvissuti alle bieca speculazione edilizia e integrati nell’odierno tessuto urbano, là dove una volta era tutta campagna. Alcuni li possiamo trovare mentre stoicamente resistono, ad esempio in via Verona al n. 10, nella sede ora di una tipografia, oppure in via Vicenza presso il n. 9. I masi sono ancora presenti a Gries, per antomasia borgo agricolo, o sparsi un pò per tutta la città. Forse il maso più famoso e prestigioso, sotto gli occhi di tutti, è quello situato in viale Venezia al n. 13, il seicentesco maso Gugler. Esso racchiude un tesoro preziosissimo nelle sue fondamenta, l’antichissima chiesa a pianta circolare di S. Quirino del XII sec., in parte ancora visibile- e di cui parleremo nel prossimo articolo. Nel prospetto della facciata sul portone di accesso al maso al primo piano compaiono gli affreschi delle figure di S. Quirino e S. Floriano, che sembrano vigilare sui resti dell’antico luogo sacro.
Ma in cosa si differenziano questi “masi di città” o di fondovalle, da quelli di montagna?
Innanzitutto per la disposizione planimetrica. I masi di montagna tengono rigidamente separati l’edificio residenziale e quello adibito a fienile-stalla. Quelli “di città” invece no. Il corpo architettonico dell’edificio è infatti un tutt’uno in senso longitudinale. La parte residenziale è collocata nel prospetto principale, mentre sulla parte del retro di esso viene ad essere collocato il blocco stalla-fienile. L’edificio di abitazione è interamente in muratura ed il blocco di servizio invece alterna la pietra al legno.
I masi bolzanini si concedono maggiore eleganza rispetto a quelli di montagna, maggiori rifiniture architettoniche, tagli più raffinati alle aperture finestrate ed affreschi con motivi religiosi. In quelli di montagna la prevalenza – in simbiosi fra il materiale del legno rispetto alla pietra – è sempre a favore del primo, mentre nel fondovalle accade viceversa. Un’altra differenza sta nelle coperture del tetto. In montagna di solito troviamo un semplice tetto a capanna, nel fondovalle invece ci si concede il cosiddetto “tetto alla slava”. Alle due falde, alla maniera “slava”, viene aggiunta una copertura triangolare di raccordo sulla facciata principale. Sul tetto in cotto e non in scandole, comparivano, di solito, simboli religiosi, a protezione della abitazione, del raccolto e degli animali. Di questi masi storici e di queste testimonianze ve n’era una bellissima a metà altezza in via Vittorio Veneto, oggi demolita.

In foto principale: Il maso Gugler

Autore: Flavio Schimenti

Coronavirus. Io resto a casa. E io vorrei… ma non posso.

L’indicazione del momento è #IoRestoaCasa. Una scelta necessaria per arginare la diffusione del virus che, come abbiamo ormai appreso, si trasmette da persona a persona per via aerea. Per questo bisogna mantenere una distanza minima di un metro nei rapporti interpersonali. Tutti aspettano i primi segnali della fine dell’incubo.

Molte attività che prevedono l’incontro tra persone, sono state sospese e vietate. Chi può deve restare a casa. È una misura di prevenzione. Qualcuno lo definisce anche un atto di solidarietà nei confronti di chi, come gli anziani già malati, è particolarmente a rischio di contrarre la malattia. Paura e solidarietà: i motivi per i quali la gran parte dei cittadini obbedisce alle ordinanze. Ma c’è un problema. Non tutti hanno una casa. La Caritas di Roma ha lanciato un nuovo hashtag: #vorrei…manonposso. Le persone senza dimora per definizione non ce l’hanno un’abitazione. Ce ne sono molte anche nella nostra provincia. Una parte di esse è già alloggiata in case di accoglienza. In certi casi le strutture di ospitalità notturna hanno esteso gli orari di apertura. È chiaro che non si può chiedere a chi non ha casa di restare a casa. Ma ciò non fa altro che mettere in rilievo un problema che precede l’epidemia e che il virus rende solamente più evidente. È curioso che solo ora, per paura del contagio, le istituzioni si accorgano dei “senza dimora”. Le ordinanze e la situazione sanitaria obbligano a casa soprattutto chi appartiene a categorie a rischio. È bello vedere come ovunque ci sia mobilitati per dare una mano alle persone più anziane, ad esempio nel fare per loro la spesa. Hanno cominciato alcune organizzazioni giovanili di Bolzano e poi l’iniziativa si è diffusa a molti altri. Infine ci sono quelli che non possono restare a casa perché prestano la loro opera negli ospedali e nell’ordine pubblico, nelle case di riposo, nei centri di accoglienza e nei servizi alle persone fragili. Operatori e volontari. A loro va un grazie tutto particolare.

Autore: Paolo Bill Valente

Esempi di antifragilità digitale

In un celebre libro dall’omonimo titolo, Nassim Nicholas Taleb ha definito il concetto di “antifragilità” come la capacità di un sistema di reagire a fattori di stress e interferenza migliorandosi. Un esempio per tutti è quello del “mitridatismo”, ovvero la capacità del corpo umano di diventare immune a certi veleni mediante somministrazione di dosi crescenti non letali degli stessi. Il termine deriva da “Mitridate il Grande”, uno dei sovrani del Ponto, che iniziò questa pratica.

Mi piace cercare, in questi tempi difficili, segnali che mostrino l’antrifragilità della nostra società in un periodo così difficile di isolamento e lotta contro questo invisibile quanto pericoloso nemico chiamato SARS-CoV-2. E mai come ora la nostra antifragilità passa attraverso i canali digitali.
La prima e più urgente area di applicazione delle tecnologie digitali è ovviamente quella dell’aiuto a personale medico e governativo nella diagnosi e cura del virus, nonché nel contenimento della sua diffusione. Alibaba, leader del commercio economico in Cina, ha messo a disposizione la propria infrastruttura di calcolo per far imparare ad algoritmi di visione artificiale come analizzare le tomografie effettuate su potenziali malati di Covid-19 per verificare l’effettiva presenza della malattia. Questi algoritmi sono ora in grado di determinarne la presenza o l’assenza con una precisione superiore al 95%. Allo stesso tempo, tecnologie simili a quelle utilizzate per aggiornare in tempo reale i dati sul traffico utilizzando la geolocalizzazione dei telefoni cellulari possono essere impiegate per contrastare la diffusione del virus.
è il caso della Lombardia, che in accordo con le compagnie telefoniche è stata in grado di analizzare (in forma anonima e aggregata) gli spostamenti dei cittadini, verificando che ancora pochi giorni fa in troppi si spostavano lontano dalla propria abitazione.
La Corea del Sud è andata molto più in profondità, arrivando a tracciare gli spostamenti dei singoli per calcolare, a ritroso, i contatti e il potenziale rischio di trasmissione del virus osservando gli spostamenti effettuati nei giorni precedenti da persone risultate positive al test. Si sta vagliando se impiegare questa tecnologia di precisione anche in Italia, ponendoci di fronte a questioni non solo tecnologiche mediche, ma anche etiche.

Le tecnologie digitali si stanno rivelando allo stesso tempo la chiave per mantenerci connessi in questo momento di isolamento fisico. Si pensi alle tantissime scuole e università che hanno velocemente riconvertito la propria offerta formativa su internet. In questo oceano digitale in continua trasformazione, voglio citare due esempi.

Il primo è quello dell’UNESCO, che ha messo a disposizione online il patrimonio custodito nella sua Biblioteca Mondiale, con centinaia di volumi, mappe, fotografie e filmati liberamente accessibili su internet su www.wdl.org.
Un sito davvero pieno di chicche, come ad esempio la possibilità di leggere quotidiani di tutto il mondo andando indietro fino al 1800. Oltre all’UNESCO, tantissimi musei di tutto il mondo stanno rendendo disponibili le proprie collezioni online: dal MET di New York fino al Museo Egizio di Torino, dal Louvre di Parigi fino alla Pinacoteca di Brera.

Il secondo esempio è l’iniziativa di “solidarietà digitale” lanciata dal Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, con il supporto dell’Agenzia per l’Italia Digitale. Si tratta di un catalogo in continuo aggiornamento di servizi gratuiti digitali messi a disposizione da imprese e associazioni per tutti i cittadini italiani. Si va da abbonamenti gratuiti a quotidiani e servizi di streaming musicale fino a piattaforme di formazione online e e-learning e servizi per portare avanti la propria attività lavorativa sfruttando internet al meglio.

Con un’ultima raccomandazione per tutti: in momenti difficili cresce anche, purtroppo, la criminalità, e mai come ora su internet girano e-mail e siti contenenti fake news, truffe o tentativi di rubare dati sensibili delle persone (come i dati delle carte di credito). Bisogna quindi fare molta attenzione anche su questo fronte.

Autore: Marco Montali

Batteristico, poliedrico Rino

La batteria è l’essenza di tutte le attività svolte da Rino Cavalli, è il suo pane quotidiano, e lui la coltiva in tutti i suoi aspetti, dal suonarla allo scriverne, fino al non meno importante insegnarla. Pur continuando ad appoggiarsi agli spazi messi a disposizione per l’insegnamento dal CESFOR, Rino Cavalli ha recentemente trasferito tamburi e bacchette in una nuova sede, in zona industriale.

“Non è il mio studio – ci racconta –, a me piace chiamarlo ufficio, è il posto dove vengo a svolgere le mie attività extra-formazione, proprio per tenere separate le cose. Qui vengo per fare le mie cose. Per l’insegnamento continuo ad appoggiarmi agli spazi di prima. In verità c’era stato anche il progetto di una serie di lezioni online sull’accordatura della batteria, ma la cosa si è poi arenata: francamente devo dire che non sono entusiasta di queste cose, mi piace di più il contatto diretto con gli allievi, direi che è fondamentale”. Sul versante telematico, Cavalli ha collaborato però per diverso tempo con una rivista online che è stata la prima in assoluto nel nostro paese a parlare in lingua italiana di accordature per batteria. Per quanto riguarda invece la musica per così dire suonata, nel suo ufficio/studio, Rino Cavalli ultimamente sta lavorando sodo con due differentissime formazioni, una nata da poco e l’altra in pista da tempo – anche se con un lungo silenzio dovuto all’assenza da Bolzano del cantante – con cui si appresta a registrare il secondo disco. “Il nuovo gruppo – prosegue a raccontarci – si chiama R.A.D., un acronimo che raccoglie le iniziali dei tre componenti: oltre a me alla batteria, ci sono il bassista e cantante Andy De Santis, ex Feline Melinda, e il giovanissimo chitarrista David Altieri. Si tratta di un power trio nato casualmente durante un Live Muse che sta riscuotendo un discreto interesse da parte di media e pubblico. Siamo partiti come cover band ma abbiamo già cominciato a lavorare su brani nostri, il primo è anche già possibile ascoltarlo sul sito stol.it, ma l’obiettivo è di riuscire a fare un CD nel giro di un anno. La cosa bella è che tutto questo succede qui, nel mio ufficio. Sono attrezzato per registrare e quindi è possibile lavorare qui alle nostre creazioni, io mi occupo della ripresa degli strumenti, Andy e David sono invece bravi nell’occuparsi della post-produzione e quindi c’è una vera e propria unione di forze”.
L’altro progetto di Rino, quello più datato, è invece il ritorno del gruppo Isole Minori, formato col bassista Andrea Palaia e col cantante, armonicista e chitarrista Stefano Petrungaro. Si tratta di un gruppo di lungo corso che ha le sue origini in un progetto nato addirittura nei primi anni duemila, con una formazione più estesa e che poi ha proseguito il proprio percorso in trio fino alla registrazione di un disco pregevole la cui uscita è coincisa col trasferimento all’estero del cantante. “Ora che Stefano è tornato a vivere a Bolzano – ci confida Rino – ci è parso naturale riprendere il discorso Isole Minori. Nel primo disco oltre a noi tre c’era Andrea Stona alle chitarre nella parte di studio, mentre Valerio De Paola ci ha aiutati dal vivo. Ora abbiamo trovato il nostro quarto uomo in un giovane musicista di Riva del Garda che si chiama Nick Petricci. L’avevo conosciuto poco tempo fa e siccome aveva espresso il desiderio di fare qualcosa insieme, gli ho passato una copia del nostro disco. Gli è piaciuto talmente che è stato lui a proporsi come chitarrista. Anche se in realtà suona di tutto! La persona giusta per noi”. Le registrazioni del disco sono già cominciate, sempre nell’ufficio/studio del batterista, ma per la post produzione, come per i precedenti lavori (il CD e un demo ben realizzato della formazione iniziale) le Isole Minori si affideranno alle abili mani e alle orecchie di Francesco Mattuzzi. “Parallelamente a questi due progetti – conclude Cavalli – continuo a suonare anche in altre situazioni, con i Bakiba ad esempio, col cantautore spagnolo Pedro Makay con cui suono dal vivo quando viene in Italia in tour, e poi sul fronte dell’insegnamento, oltre ad insegnare al CESFOR e a collaborare con la Scuola Dante Alighieri, sono tornato studente visto che mi sono iscritto al conservatorio e frequento il corso di didattica della musica”. Per chi volesse saperne di più ci sono anche i siti www.rinocavalli.it e www.batteristico.it.

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

Vadena, il porto antico sul fiume Adige

Per molti secoli, dal 1000 a.C. in poi, la località principale della valle tra Bolzano e Salorno fu un paese oggi poco appariscente, Vadena, come testimoniano diversi reperti rinvenuti negli ultimi secoli. A metà Ottocento alcuni contadini scoprirono a Stadio degli antichi manufatti in bronzo, ferro e ceramica (spilloni, fibule, rasoi, asce, gioielli, monete, doni votivi, vasi ecc.) e, soprattutto, una grande lapide in porfido con una misteriosa iscrizione retica, che, forse, significa “qui morì Vitamu il tal giorno…”. I ritrovamenti attirarono l’attenzione della contessa Teresa von Thun, proprietaria dei terreni, che condusse due campagne di scavo (1854-55) affidandole a don Cipriano Pescosta, cappellano di Castel Bragher in Val di Non, che annotò le osservazioni in una sorta di diario di scavo illustrato.
Circa mezzo chilometro a nord di Stadio e sulla piccola collina che si erge fra l’Adige e le falde del Mitterberg, si ritrovò un’estesa necropoli con un elevato numero di sepolture (a oggi quelle registrate sono oltre 150) riferibili a un lasso di tempo di oltre mille anni, dalla fine dell’età del bronzo fino alla caduta dell’Impero romano d’occidente nel 476 d.C. Le tombe e i reperti provano senza ombra di dubbio che il sito ai piedi del Monte di Mezzo e sull’argine del fiume Adige fu abitato per tutto quel lunghissimo periodo e che il villaggio a cui apparteneva una necropoli di quelle dimensioni doveva essere stato assai popolato e di notevole importanza. Oggi, ritrovate le tracce dell’insediamento, è chiaro che la rilevanza del luogo risiede soprattutto nel fatto che a Vadena (secondo lo studioso di etnologia retica Ludwig Steub il nome non deriverebbe dal latino Vadum, passaggio sul fiume, ma dal retico Fethanei, Vatina, Vatuna, ossia “terra mia”) si trovava il più grande porto sul fiume Adige – che in epoca medievale fu poi spostato verso Bronzolo – e quindi un fiorente emporio commerciale in cui convergevano, da nord e da sud, uomini e merci. Dalle Prealpi bavaresi alle terre degli Etruschi e dei Veneti, con cui i Reti condividevano anche l’alfabeto, la principale via di collegamento era il fiume Adige, navigabile per le grosse imbarcazioni proprio dall’altezza di Vadena. Dal porto di Vadena partivano verso sud le navi cariche di metalli (soprattutto il ferro per fabbricare le armi e gli utensili per l’agricoltura) e manufatti artigianali e dal Veneto arrivava il vino per i Celti di Germania. Probabilmente il luogo raggiunse il massimo splendore nell’età del ferro e poco prima dell’invasione romana di Druso nel 15 a.C.

Autore: Reinhard Christanell

La residenza Rottenbuch

C’è un luogo a Bolzano che mi ha sempre affascinato. Si tratta della Residenza Rottenbuch a Gries, oggi sede dell’Ufficio Beni architettonici ed artistici della Provincia di Bolzano. Dalla scuola elementare Manlio Longon, che era lì vicino, potevo osservare questo edificio dalla finestra della mia aula. La residenza era ormai abbandonata da anni, allora, e quell’aspetto di forte degrado le dava qualcosa di spettrale, soprattutto la sera.
Il palazzo attuale è frutto di una serie di interventi che vanno dal Medioevo a tutto il corso del Seiecento. Esso nasce come edificio di due piani di forma torre, in funzione di maso agricolo, chiamato “Gandlhof”, posto in mezzo ad una distesa di campagna coltivata a vigneti, di proprietà della fattoria vescovile agostiniana di S.Afra con sede a Bolzano.
Ampliato nel ‘500 sul lato orientale con un nuovo rustico, l’edificio inizia ad essere trasformato in residenza a partire dal 1567, quando i Rottenbuch, appartenenti alla ricca borghesia bolzanina, ereditano il maso e sono elevati a grado nobiliare dall’arciduca Ferdinando II. I Rottenbuch hanno in mente di trasformare il complesso architettonico in uno dei più belli edifici della regione alpina. Per realizzare tale cambiamento vengono chiamate le maestranze lombarde presenti a Bolzano, ovvero i maggiori artefici della trasformazione architettonica del ‘600 e della “renovatio urbis” bolzanina.
Lo stile sarà quello che Nicolò Rasmo chiamerà Oltradige. L’edificio diventa un blocco unico adornato da bifore, ricchi erker ed una elegante scala esterna. L’interno viene arricchito con soffitti a trave lignea dipinti, bellissime stufe in maiolica, cicli di affreschi a tema cavalleresco, nobilare e profano, alla maniera di quelli presenti a Castel Mareccio -1588/1590 e quelli di Georg Mueller Pampbergensis con le leggende di S.Giuseppe – 1598.
Nel 1650 il complesso passa al mercante a David Wagner, la cui famiglia viene elevata al rango di baroni di Sarentino. L’edificio viene sopraelevato di un piano e viene ricavato il “salone delle feste”, uno dei più grandi di Bolzano, voltato nel 1681 ed arricchito di un bel caminetto in stile italiano. La baronessa Maria Viktoria, nel 1684 ricaverà nell’edificio al secondo piano una cappella dedicata alla Madonna di Loreto.
Ristrutturato nel 1977, il palazzo oggi è sede della Soprintendenza provinciale ai Beni Culturali.

Autore: Flavio Schimenti