Il virus ci ricorda le cose di cui ci eravamo scordati

“Care concittadine e cari concittadini, senza imprudenze ma senza allarmismi, possiamo e dobbiamo aver fiducia nelle capacità e nelle risorse di cui disponiamo”. Così il Capo dello Stato Sergio Mattarella nel suo messaggio della scorsa settimana. Non si costruisce nulla se non sulla fiducia tra le persone e nelle istituzioni.

L’epidemia a cui il nostro Paese cerca di far fronte ci sta ricordando alcune cose che avevamo dimenticato.
La prima è che doversi fermare davanti a un confine non è bello. La creazione di “zone rosse”, la limitazione degli spostamenti da e verso alcune provincie, erigono attorno a noi muri invisibili ma reali, forse più reali di tanti muri che attraversano il nostro mondo e le nostre teste.
Allo stesso tempo facciamo l’esperienza opposta: non c’è confine che tenga. Possiamo schierare l’esercito, ma il virus, lui passa. L’unico modo per “difendersi” non è prendersela contro il microrganismo che varca la frontiera, ma è cambiare noi comportamenti e atteggiamenti.
Ecco una terza (ri)scoperta. Le nostre azioni, anche le più semplici, hanno delle conseguenze sugli altri. Questa cosa si chiama anche “etica” e “responsabilità”. I consigli e le restrizioni che ci vengono dalle autorità competenti, non sono solo per noi. Non servono solo per sfuggire noi stessi al contagio, ma soprattutto perché il nostro comportamento non sia causa di infezione per altri, magari per persone più deboli di noi, che non potrebbero sopravvivere alla malattia. Rispetto a ciò siamo però ancora un po’ lontani. Abbiamo visto molti, nei giorni passati, preoccuparsi in modo esagerato della propria incolumità. Un po’ meno – ma ci sono stati, eccome – quelli che hanno capito che la salute è un bene comune. Ci sono stati pure coloro – i cosiddetti sciacalli – che hanno approfittato della crisi sanitaria per racimolare consenso.
Infine la distanza. Quel metro di distanza che ci viene imposto ci ricorda la necessità esistenziale della vicinanza. Della prossimità.

Autore: Paolo Bill Valente

L’ultimo saluto delle “Paoline” a Bolzano

Sono in molti, bolzanini e non, a sentirsi un po’ orfani, non vedendo in via Alto Adige 30 la storica insegna “Paoline LIBRERIA” (libreria chiusa con il 31 dicembre 2019), ma ancor più per l’assenza delle Figlie di San Paolo, suor Agnese e suor Vittoria, passate alla Comunità di Verona.
La libreria sin dal 1947 fu un apprezzato punto di riferimento e di incontro per molti, laici, sacerdoti e religiosi. Le prime suore erano giunte a Bolzano il 6 aprile 1947, provenienti dalla Comunità di Trento delle Figlie di San Paolo, fondata il 12 dicembre 1942. Erano in sette, le prime suore, a fare un lavoro pioneristico: percorrevano l’Alto Adige portando il loro materiale non solo nei centri principali (con le trasferte anche di giorni a Merano, a Bressanone…), ma anche nelle valli, Aurina, Pusteria ecc. Merito dell’attività promozionale nei luoghi turistici va anche a Suor Mariuccia, ancora nel cuore di molti. Mentre si avvicendavano le suore, si stabilivano buoni rapporti tra la piccola comunità, i sacerdoti della diocesi e i responsabili degli uffici diocesani. Pur alle prese con problemi logistici e organizzativi le suore non trascuravano i loro doveri di religiose. Dalla prima libreria in via San Quirino passarono in via Alto Adige, dove ebbero (dopo Corso Libertà e via Macina) anche l’abitazione, con annessa cappella, sorgente spirituale dell’impegno apostolico. Tale impegno aveva come riferimento – oltre all’Apostolo Paolo, il quale ebbe a dire “Guai a me se non annunciassi il Vangelo” – il loro Fondatore, don Giacomo Alberione (1884-1971), il quale raccomandava “Fate a tutti la carità della verità”. è una sorta di “ansia spirituale”, che muoveva le Suore Paoline ad annunciare il Vangelo attraverso i moderni mezzi di comunicazione sociale (stampa, cinema, musica, Internet, Social Network ecc.). La libreria era luogo di vendita, ma anche di incontro, di ascolto, di pace; è anche per questo che la popolazione ne sente molto la mancanza.

Autore: Leone Sticcotti

L’irresistibile immaginario pop dei Morisco

L’attesa per il disco di debutto dei Morisco era notevole. Era da più d’un paio d’anni che tra gli addetti ai lavori se ne parlava, e viste le caratteristiche del duo/gruppo formato dal chitarrista Piergiorgio Veralli e dalla cantante Francesca Russo, era più che giustificata. L’ultimo colpo, in circolazione da qualche settimana, è un gran bel CD che mantiene totalmente le aspettative: si tratta di una delle più belle produzioni discografiche della scena regionale degli ultimi anni, ragionata, equilibrata, dal suono accuratissimo e volutamente studiato a tavolino. Canzoni non scontate, certosini suoni di chitarra e una voce indiscutibilmente notevole.

“Volevamo che ne venisse fuori una cosa molto… bella – ci racconta con orgoglio Veralli –, che potesse anche sorprendere, perché dalle nostre parti, dischi fatti di canzoni pop di questo tipo non è che se ne ascoltano molti. Una cosa che riassumesse tutto il nostro cammino e il nostro amore per la musica. E poi, in un’epoca in cui l’ascolto, la fruizione della musica è così cambiata, ci tenevamo a fare qualcosa che restituisse il rito di poter mettere su un disco ed ascoltarlo dall’inizio alla fine”.
La storia dei Morisco è di lungo corso, il gruppo era già in circolazione a metà anni novanta come quintetto facente capo a Francesca e Piergiorgio, e alcuni dei brani inclusi nel disco risalgono addirittura a quei tempi. L’ultimo colpo è anche disponibile in streaming e download, cose lontane dall’ottica di Veralli, di differente avviso Francesca Russo: “In verità devo dire che trovo affasciante questo mondo in cui mi sono buttata a pesce, occupandomi personalmente della promozione, un mondo che mi permette di fingere di avere un’età diversa da quella che ho, di essere uomo anziché donna. Quando tu ti interfacci col nome Morisco non sai chi c’è dietro e questo mi consente di assumere varie identità e di capire chi è interessato alla musica”.
Il titolo del disco, che deriva da una delle canzoni intitolata Eva canta, viene inteso dai Morisco in vari modi: può trattarsi dell’ultimo colpo in canna, o dell’ultimo colpo in banca, ma anche l’ultima possibilità di dire qualcosa, e quindi di selezionare la quindicina di brani inclusi con accuratezza, per potervi dare il massimo: “Abbiamo messo la summa summarum delle canzoni dei Morisco – prosegue Francesca – canzoni che hanno spiriti diversi, intenzioni differenti, alcune sono introspettive, alcune raccontano microstorie di tre minuti, che è poi la durata tipica delle canzoni pop”.
Il CD è stato registrato un po’ nella cucina di casa Morisco, un po’ presso gli studi Sonorus di Gregor Marini e un po’ nel loft di Benno Simma, alla periferia settentrionale del capoluogo: oltre ai due titolari vi hanno preso parte il batterista Alex Refatti e il producer Gregor Marini che ha suonato un po’ di tutto e contribuito agli arrangiamenti. In tre brani c’è anche Stefano Zulian ed in uno Luca Sticcotti. “Quello che ho raccomandato a Gregor una volta avuto tutto il materiale – racconta Piergiorgio – è che il prodotto finale non doveva suonare come un disco contemporaneo di moda, tantomeno come un disco vecchio. Volevo un disco che suscitasse nell’ascoltatore il quesito: ma questo disco quando è stato registrato? Un disco non databile, insomma”.
“Lavorando sulla promozione in maniera virtuale – prosegue Francesca – abbiamo fatto un gioco basato sull’ascolto con gente di età differente ne sono uscite le risposte più diverse. Nessuno è riuscito a collocarlo perché è un disco appunto non collocabile”.
In realtà parte del merito va anche alla chiarezza di idee che i Morisco avevano già prima di registrare, idee sui suoni, sull’uso degli strumenti: “Nei demo casalinghi c’era già quasi tutto– è sempre Veralli a parlare –, il grande merito di Gregor è stato quello di rispettare l’idea di base dando alle canzoni una veste professionale ed un suono che spacca. Perché lui ha, tra l’altro, la cultura musicale necessaria per portarci al risultato che volevamo raggiungere”.
I brani sono composti prevalentemente dal chitarrista, ma in certi casi a livello di testi ha collaborato anche Francesca, in altri si è limitata a dare indicazioni precise riguardo a quello che avrebbe voluto cantare, Il risultato è una serie di gioiellini autografi, con l’eccezione di tre cover firmate da Edda, frontman dei Ritmo Tribale, dai bresciani Intercity e dall’amico e concittadino Bobby Gualtirolo: ma tutte trattate secondo la cura Morisco.
“Noi siamo degli appassionati di cultura pop che va oltre la musica – conclude Francesca – e raggiunge il mondo del cinema, dei telefilm, delle copertine dei vecchi gialli Mondadori, dei fumetti. Non è un caso che ci siano canzoni dedicate a Marlon Brando, a Diabolik e Eva Kant, a Marlon Brando, a Mefisto (il cattivo delle storie di Tex Willer)… la stessa copertina del disco è opera di uno dei disegnatori di Tex, Stefano Biglia. E proprio questo nostro mondo pop è il fil rouge del disco”.

In foto principale: Francesca Russo, la cantante dei Morisco
Copyright: Edoardo Tomasi

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

Il paesaggio della valle dell’Adige nell’antichità

La valle dell’Adige, nel suo splendore odierno, è il frutto dell’instancabile opera di chi l’ha abitata nel corso dei millenni. Dal mesolitico in poi, sia i rilievi sia il fondovalle sono stati gradualmente adattati alle necessità legate alla produzione del cibo, dal bisogno di proteggere gli insediamenti, dai collegamenti e dagli scambi commerciali tra nord e sud. Perciò il paesaggio è un’autentica pagina di storia scritta sulla superficie terrestre. Parliamo ovviamente del cosiddetto paesaggio antropizzato, modellato, anche solo in parte, dalla mano dell’uomo. Infatti, se per millenni le comunità di cacciatori (semi-) nomadi si limitavano a insediarsi temporaneamente nelle aree meglio esposte (come, per rimanere in zona, le terrazze di San Giacomo presso Laives, Castel Firmiano o Castelfeder), l’introduzione sistematica dell’agricoltura, con la coltivazione di cereali e l’allevamento di bestiame, ha comportato la necessità di “creare” con il sudore della fronte un paesaggio sempre più “utile” a queste attività. Nell’epoca successiva all’ultima glaciazione, infatti, la portata dell’Adige era di molto superiore a quella attuale e vi era un tempo in cui a Ponte Adige si divideva in due enormi bracci che si riunivano nelle paludi tra Termeno e Egna. Il lago di Caldaro è l’ultima traccia visibile di questo periodo.
Nella valle dell’Adige, tra l’ampia piana di Bolzano a lungo dominata e resa impraticabile da tre fiumi e la paludosa Bassa Atesina, le comunità determinate a sfruttare comunque i terreni a fini agricoli si sono trovate di fronte al non semplice compito di “arginare” il più possibile il corso del fiume.Da secoli l’Adige irrompeva liberamente nella valle e distruggeva precari abitati e coltivazioni. Se inizialmente erano gli uomini a spostarsi tra i mille isolotti emersi nei meandri del fiume, o a cercare riparo sui terrazzamenti naturali a media altezza (come il Monte di Mezzo e il Montelargo), la nascita di villaggi sempre più grandi, con luoghi di culto e necropoli, ha infatti costretto gli uomini a “bonificare”, nei limiti del possibile, la natura selvaggia del fiume con fossati e argini. Questo processo, protrattosi per molti secoli, ha permesso l’insediamento stabile in diversi centri abitati sui due lati della valle. Nella prima età del ferro questo processo è culminato nella nascita di un centro capace di dominare l’economia della vallata grazie alla sua posizione privilegiata e coraggiosa sull’argine del fiume: Vadena.

Autore: Reinhard Christanell

Il compost #2

Il compost è il risultato della decomposizione e dell’umificazione di sostanze organiche di varia origine, miscelate insieme, per azione di microrganismi. E’ un processo che trasforma residui animali e vegetali che arrivano al suolo in un prodotto stabile grazie all’ossigeno (processo aerobico) ed al calore (processo esotermico). Residui che vanno dalla frazione organica dei rifiuti solidi urbani (detta FORSU, in parole povere l’umido”) ai residui del verde pubblico e privato, dai fanghi di depurazione (la parte solida delle acque reflue civili urbane) agli scarti agroindustriali. Nelle politiche ambientali i comuni che davvero si ritengono virtuosi dovrebbero partire da qui ed evitare di ricorrere alla torba, anch’essa un ammendante, ma acido e anti-ecologico. La durata del ciclo di produzione industriale del compost dura dai 60 ai 90 giorni, in cui ogni tipo di materiale viene separato e temporaneamente stoccato al chiuso, eccetto le potature e gli sfalci del “verde”. E’ prevista una prima triturazione e una pre-miscelazione per uniformarne le dimensioni, aprire i sacchetti di carta e permettere all’ossigeno la sua azione.


La prima fase attiva della durata di almeno 21 giorni è quella della bio-ossidazione, in cui le temperature dentro ai capannoni (chiusi e depressurizzati) superano i 60°C abbattendo così i microorganismi patogeni per l’uomo, ma mai i 70°C per non inibire i batteri utili al processo. In questo periodo la massa viene insufflata d’aria dal basso e rivoltata una volta la settimana. L’aria contenente agenti odorigeni viene invece aspirata dall’alto e incanalata verso dei silos, dove sarà ripulita e rimessa nell’ambiente. Anche i rapporti sono importanti, perché avvenga questa trasformazione: 30 parti di materiale strutturale (potature e sfalci) e 70 parti di organico.


La seconda fase, quel la della maturazione dura 45 giorni in capannoni coperti ma arieggiati.


Segue la vagliatura, il processo più polveroso: il materiale viene depositato su grandi tramogge e i pezzi oltre i 10 mm di dimensione (chiamati sovvalli) vengono rispediti in ciclo, a meno che non si tratti di micro/macro-plastiche allontanate dalle sonde e smaltite con altre modalità. Utile rimarcare che i liquidi di percolazione sono raccolti e reimpiegati nel processo per non sprecare acqua pulita.


L’ultima fase è lo stoccaggio dove il prodotto finito, l’Ammendante Compostato, viene analizzato per la verifica di conformità. Sarà immesso sul mercato dopo 4 mesi. I prodotti finali sono di diverse tipologie: ACM (verde+FORSU), ACF (con fanghi e scarti) e ACM BIO.

Autore: Donatello Vallotta

Oltrisarco nella storia

Fra i tesori della città, in una zona trafficata ed in parte perifica come la via Claudia Augusta, sorgono una serie di edifici storici, dimenticati, trascurati, o dati per scontati.
Il quartiere prende il nome dalla conca di Aslago, dove correva l’antica strada che dalla valle dell’Adige conduceva verso il Brennero, attraverso il Virgolo in direzione di Cardano, per evitare l’acquitrinoso fondovalle.
Il quartiere collegato al centro dal tram nr.2 che conduceva a S.Giacomo sin dal 1913, nasconde fra le pieghe del suo tessuto urbano alcuni edifici di rilievo.
Innanzitutto la chiesa di S. Gertrude, oggi quasi nascosta. Della prima chiesa si hanno traccie fra il 1275 ed il 1336, costruita per volere dei signori di Aslago, Johann von Zenno, e completamente rifatta nella forma attuale nel 1778. A pianta centrale su progetto dell’architetto civico Franz Aigentler su commissione della famiglia Mayer, è un piccolo gioiello di epoca rococò. All’interno della cupola centrale troviamo il magnifico affresco di Carl Henrici, con la celebrazione e l’esaltazione di S.Gertrude al cospetto di Gesù Cristo. Una composizione sobria, con sfondamento della volta celeste, alla maniera del ‘600 e ‘700, ma con un quadro armonico che non si pone in alcun eccesso. La pala d’altare, sempre affidata ad Henrici, rappresenta Maria con Gesù Bambino insieme a S.Barbara e S. Gertrude. La composizione pittorica è impostata alla maniera prospettica veneziana, ed i chiaroscuri, illuminano i volti dei santi rappresentati. Altro edificio di notevole rilievo è la cosidetta “Casa bianca” o Niederhaus. Il fabbricato sorto nel 1177, come residenza dei signori di Aslago, fu completamente modificato nel 1420 per volere della famiglia Von Niederhaus. L’edificio per decoro e prestigio voleva porsi in competizione con il ciclo di affreschi a carattere profano di Castel Roncolo. Infatti, in un sussegguirsi di affreschi,possiamo trovare scene dedicate al tempo libero, all’ amore cortese, dame, nobili e cavalieri, animali esoterici, in una raffinata e lieve composizione che si pone fra i più importanti cicli di affreschi di arte profana di tutto l’Alto Adige. Lungo la via Claudia Augusta, per dare un adeguato luogo sacro alla ormai numerosa popolazione, sin dal 1910 viene progettata la chiesa del S.S.Rosario nelle forme del Jugendstil, ma solo nell’ottobre del 1935 si procederà alla costruzione attuale, inaugurata il 5 dicembre del 1937.

Autore: Flavio Schimenti

Mantenere la calma. Non avere paura. Ma dite sul serio?

Cosa fare per evitare il contagio? Lavarsi le mani, come suggerisce il Ministero della Salute? O “lavarsene” le mani, come si fa normalmente (nell’ottica della “globalizzazione dell’indifferenza”)? Ma non più da quando l’epidemia ha smesso di essere una notizia di cronaca estera e il virus ha violato i sacri confini della patria.

Malgrado le misure di prevenzione il morbo si è diffuso in diversi paesi del mondo tra cui l’Italia. Le istituzioni preposte fanno sapere che la situazione è sotto controllo ed esortano a mantenere la calma. Il decalogo pubblicato dal Ministero della Salute invita a lavarsi spesso le mani, a evitare il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute, a non toccarsi occhi, naso e bocca con le mani, a coprirsi bocca e naso se si starnutisce, a pulire le superfici col disinfettante. Si specifica inoltre che i prodotti e i pacchi provenienti dalla Cina non sono pericolosi e che gli animali da compagnia non trasmettono il nuovo coronavirus.
Assisteremo nei prossimi giorni al rincorrersi di provvedimenti volti a evitare assembramenti umani di vario genere. Manifestazioni saranno annullate, scuole chiuse, vivremo agli arresti domiciliari volontari avvolti da un sentimento di impotenza e di rabbia.
Mantenere la calma. Non avere paura. Ma sul serio? Viviamo in anni nei quali la produzione di paura è stata la strategia principale (e perfino vincente) della comunicazione politica. Sulla paura, sul turbamento della calma sono stati costruiti i grattacieli del consenso elettorale. Si sono seminati ad arte i virus dell’intolleranza, della chiusura, del razzismo, dell’antisemitismo, dell’orgogliosa ignoranza, dell’odio e della costruzione/distruzione del nemico. E ora dovremmo non avere più paura e mantenere la calma? Solo perché il virus non ci raggiunge attraversando il mare con un gommone, ma sbarcando da un volo di linea in un aeroporto del Lombardoveneto?

Autore: Paolo Bill Valente

Piani di Bolzano: la targa per Mayr-Nusser

Può essere una sorta di pellegrinaggio arrivare, in auto, in bici, a piedi, davanti all’ingresso del civico 72 di via Mayr-Nusser, dove dal 24 febbraio 2015 si trova una targa bilingue di cui riportiamo il testo: “Non giuro a questo Führer! Josef Mayr-Nusser nacque qui, al Nusserhof ai Piani di Bolzano, il 27 dicembre 1910. Era membro dell’Azione Cattolica di Bolzano e dell’Andreas-Hofer-Bund, il gruppo di resistenza sudtirolese al fascismo e al nazionalsocialismo. Dopo essersi rifiutato il 4 ottobre 1944 a Konitz (Chojnice in Pomerania) di prestare il giuramento alle SS per motivi di coscienza, fu processato e condannato a morte. Venne quindi avviato su un treno merci verso il campo di sterminio di Dachau, ma morì durante il viaggio il 24 febbraio 1945 a Erlangen, a causa dei maltrattamenti subiti. Nel 2010 la Città di Bolzano gli ha conferito la cittadinanza onoraria. 24 febbraio 2015 – in memoria di Josef Mayr-Nusser nel settantesimo anniversario della sua morte”. Luogo e targa possono essere simbolo ma anche monito, dando un messaggio a chi si ferma per un minuto di raccoglimento, un messaggio di fedeltà e coraggio, che viene dalla testimonianza del martire. è un messaggio che si lega a quello che viene dalla intitolazione delle vie che fanno angolo con via Mayr-Nusser, che il Comune ha voluto intitolare con scelte appropriate; ne risulta una sorta di triangolo, il triangolo della fedeltà. Si tratta della “via Hildegard Straub”: Hildegard, (moglie di Josef Mayr-Nusser), condividendo le scelte eroiche del suo “Pepi”, preservandone la memoria, testimoniò anche lei la fedeltà, la fedeltà nell’amore, che unisce i corpi ma ancor più le anime. L’altro messaggio viene dall’intitolazione “via Città di Sopron”; è la città con cui Bolzano è gemellata. Anche gemellarsi tra città è esempio, messaggio di fedeltà, fedeltà nell’amicizia, nella pace, esempio e messaggio per altre città, ma anche per i popoli.

Autore: Leone Sticcotti

La buona salute della canzone d’autore

Che la canzone d’autore stia godendo di un momento assolutamente interessante non è un mistero per chi segue questa rubrica: ci siamo spesso occupati dei lavori di autori giovani e di quelli di altri che sono invece nel “giro” da più tempo, e i risultati si sono spesso rivelati più che interessanti. A conferma di ciò, nei giorni 7 e 8 febbraio scorsi, si è svolto a Dobbiaco, nella suggestiva cornice dell’auditorio Mahler (all’interno della struttura storica del Grand Hotel Dobbiaco) Winto.Klong, festival dei cantautori dell’Euregio.

DOBBIACO Al di là della buona e varia musica ascoltata, Winto.Klong è stato un momento d’incontro e confronto per i cantautori che si sono guadagnati l’accesso alla finale dopo una selezione (su base d’ascolto) che ha scelto i sei concorrenti più interessanti tra i sedici partecipanti.
L’impeccabile organizzazione del Centro culturale di Dobbiaco non si è limitata a mettere insieme una serata musicale a base di canzone d’autore, il festival – la cui partecipazione era aperta a musicisti di Alto Adige, Trentino e Tirolo – oltre alla finale tenutasi il venerdì sera, ha offerto momenti di convivialità tra i partecipanti e gli addetti ai lavori, con workshop dedicati e un concerto, la sera dell’8 febbraio, che ha visto esibirsi come spalla il cantautore pusterese Helmut Pinggera (uno dei promotori dell’iniziativa) e come attrazione principale Dominik Plangger, in assoluto il nome più importante – almeno per quanto riguarda il mondo di lingua tedesca – del panorama cantautorale della nostra regione.
Così, più che una gara (tra l’altro lo scarto di punti che ha determinato vincitori e vinti è stato davvero minimo), Winto.Klong è stato una festa dei cantautori a tutto tondo: certo c’erano dei premi in palio, ma il premio più importante è stato davvero lo scambio di idee e il confronto tra i sei finalisti e i due ospiti Pinggera e Plangger. Nessun trentino in finale, ben quattro bolzanini, un cantautore dell’Osttirol e Tumulti, un gruppo i cui componenti sono un misto di altoatesini, bavaresi e tirolesi austriaci: la palma è andata a Norbert Feldner, forse più folksinger che cantautore/liedermacher, ma la differenza è davvero sottile: complice della vittoria il cosiddetto televoto. Già perché oltre alla giuria, per assegnare il titolo di Winto.Klong c’è stata la partecipazione del pubblico che ha votato, pur stando in sala, tramite un’app!!!
Forte della partecipazione di suoi fan arrivati a Dobbiaco attraverso Passo Stalle, Feldner non ha avuto problemi a contare sul loro voto: questo però poco importa, perché al di là dei nomi, come si diceva poc’anzi, a vincere è stata la canzone d’autore, che fosse quella solitaria di Annika Borsetto (seconda classificata) che con la sua voce vellutata ha proposto brani in italiano, tedesco e ladino o quella più rock di Philip Trojer (terzo) che si è presentato con gruppo elettrico al completo, quella più classica e raffinata di Andrea Maffei (in trio), quella della band Tumulti o quella di Bobby Gualtirolo, in quartetto molto dylaniano.
Inutile dire che l’highlight del festival è stata l’applauditissima esibizione di Dominik Plangger la sera di sabato 8, in coppia con la moglie Claudia Fenzi al violino. A Plangger vanno i nostri complimenti per essere nella rosa di cantautori che il 7 marzo prossimo si esibiranno nell’ambito di un festival intitolato al grande singersongwriter texano Townes van Zandt: il nome di Plangger è in cartellone al fianco di fuoriclasse americani come Eric Andersen, Thom Chacon, Jono Manson, ai nostrani Gang, Massimiliano Larocca, Andrea Parodi e addirittura la star della TV gastronomica Joe Bastianich!
L’auspicio è che Winto.Klong abbia un seguito e, a sentire le proposte dei sei finalisti scaturite nel corso del workshop mattutino, non all’insegna della gara, ma piuttosto della rassegna, senza premi e vincitori, magari con collaborazioni sul palco… e in questo senso qualcosa già sta bollendo in pentola: restate sintonizzati!

In foto principale: Annika Borsetto e Bobbi Gualtirolo

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

Il fiume Adige in Bassa Atesina

Chi voglia godersi la straordinaria vista della valle dell’Adige tra la piana di Bolzano e le campagne della Bassa Atesina dai 1200 metri del Montelargo oppure dai rilievi del Monte di Mezzo, rimarrà abbagliato dalla striscia d’argento che s’insinua discreta e quasi impercettibile nel compatto tappeto verde, dividendo in due parti la sterminata distesa di frutteti. Da molti decenni a questa parte, questo grande fiume, un tempo determinante nella vita quotidiana e nell’economia della valle, conduce un’esistenza di grigio anonimato, di fatto interrotta solo dalle periodiche piene con conseguente pericolo di esondazione.
Dalla confluenza con l’Isarco – altro fiume “storico” probabilmente ritenuto in età antica il corso principale a cui affluiva l’Adige, tra Bolzano e Laives, o comunque dal porto di Bronzolo (e precedentemente Vadena) in giù – l’Adige ha rappresentato per oltre due millenni (non ci sono testimonianze dirette dei periodi precedenti, a parte gli antichissimi nomi dei fiumi) un’inesauribile fonte di approvvigionamento idrico, ma non solo.
Il fiume è stato anche la più importante via di comunicazione tra nord e sud, tra il mondo cosiddetto retico e quello lombardo-veneto prima e romano poi, rendendo possibili scambi commerciali e culturali altrimenti inimmaginabili. Insomma, quella che oggi è nota come la “rete” di ferrovia – che di fatto ha soppiantato la navigazione sull’Adige – e autostrada, un tempo era appannaggio esclusivo del grande fiume che toccava tutti i centri più importanti prima di sfociare nell’Adriatico.
Grazie a questa sua indiscussa rilevanza, già in epoca antichissima, tra l’ottavo e il quinto millennio a. C., si sono avuti i primi insediamenti umani nella fertile valle che garantiva cibo per tutto l’anno. In quel periodo – e fino a un secolo e mezzo fa – l’Adige non seguiva il corso attuale, ma si disperdeva liberamente attraverso l’intera valle, modellando un paesaggio assai diverso dall’odierno. Lo si può intuire anche dagli abitati che, in questo tratto di valle insistono sul lato orografico sinistro del fiume, sui conoidi alluvionali prodotti nel corso dei millenni dai riottosi ruscelli che precipitano dai monti sovrastanti. La sola Vadena, oggi piccolo centro ma in epoca “preistorica” e romana sito di grande rilievo, sorge in prossimità del fiume alle pendici del Monte di Mezzo.
Quando nell’età del rame (quella di Ötzi) venne introdotto nell’economia domestica anche l’allevamento del bestiame accanto alla coltivazione dei cereali, iniziò anche qui la lavorazione e soprattutto la commercializzazione dei metalli, attività che ha lasciato tracce indelebili in molte località e ha visto il fiume come protagonista principale. (1. continua)

Autore: Reinhard Christanell