La cappella russo-ortodossa


Il canone architettonico bizantino e russo-ortodosso avrebbe voluto la croce latina per la pianta della piccola chiesa russo-ortodossa, ma si utilizzò la soluzione ad aula caratterizzata però dalla tradizionale iconostasi lignea ricca di icone.

Lo spazio per i fedeli incominciava nel nartece, l’originario recinto per i catecumeni, ancora contrassegnato dal dipinto di forma triangolare raffigurante l’Ultima cena, proseguiva nel “naos” (l’aula vera e propria) dove giochi di luce e ombra sono resi possibili dalle grandi vetrate ad arco poste sul lato nord e sud a scandire lo spazio architettonico come in un sacro cerimoniale. L’aula si conclude ai piedi dell’iconostasi al limitare della cosiddetta “soleja”, la zona rialzata dove sorge appunto la tipica struttura lignea, imponente nelle sue tonalità scura del rovere e rilucente delle dorature, riccamente intagliata e modanata, impreziosita poi da immagini ieratiche di santi a figura intera e sovrastata da medaglioni, tutte opere di un artista rimasto anonimo, visto che per tradizione le icone non si firmavano. Oltre l’iconostasi si apre il presbiterio, dove trovavano posto l’altare e il trono, riservato solo al sacerdote e all’inserviente. 

L’Ambone e il “kliros”, ossia la zona riservata ai canti e alle letture dei testi sacri, tripartiscono la “soleja”: sull’ambone, posto davanti alla porta regale, si tenevano le letture tratte dal Vangelo, mentre sul “kliros” laterale trovavano posto lettori e cantori. 

Una croce russa dal tipico suppedaneo inclinato svetta ancora sulla lanterna a bulbo che rende ben individuabile il luogo sacro nelle linee architettoniche dell’edificio. 

Furono i fratelli Michael e Faina von Messing, i fondatori della Casa russa, che in prima persona seguirono sia le lungaggini burocratiche che i lavori e, con molta probabilità, avanzarono proposte per le soluzioni decorative e per gli arredi. Derivò da una loro iniziativa l’inserimento inconsueto di santa Giulia martire fra le figure dell’iconostasi, voluta probabilmente a ricordo della propria madre. Nella chiesa di un pensionato per malati di tubercolosi non poteva mancare un santo “guaritore” come san Panteleimon ossia Pantaleone di Nicomedia Medico   raffigurato nel gesto di estrarre da una scatola dei rimedi medicamentosi. 

Il 15 settembre 1897, sotto la guida di Faina von Messing, e con la direzione medica del dottor Michael von Messing, la Casa russa, anzi “Villa Borodine” risuonò del vociare entusiasta dei suoi primi ospiti. Alla Villa potevano accedere solo russi in grado di esibire certificati di appartenenza alla religione ortodossa, erano banditi i cittadini russi ebrei e gli ortodossi polacchi. 

La disponibilità era di 19 stanze e circa 30 letti, mentre tutto era regolamentato da un severo statuto che prevedeva ad esempio il divieto di possedere animali e suonare strumenti musicali, ma nella sala da pranzo vi era un pianoforte e non mancavano i piccoli concerti. Vietate erano anche le discussioni politiche o religiose ma per lo svago alla villa era allestita una ricca biblioteca e una sala di lettura dove si potevano trovare numerose riviste, e non mancavano ovviamente gli scacchi. 

La chiesa, invece, fu consacrata tre mesi dopo, il 3 dicembre 1897 alla presenza di tutta la Comunità dei fedeli, provenienti anche da altre località di cura del Tirolo meridionale, delle autorità cittadine, e del clero evangelico ed anglicano. Solo il clero cattolico si rifiutò di partecipare alla cerimonia. 

A partire da questa data le funzioni si svolsero ogni domenica e nei giorni festivi per sei mesi l’anno; in questo lasso di tempo alla villa era presente un sacerdote che, trascorso il periodo, rientrava nel luogo di provenienza. Il rito che seguiva rigidamente il cerimoniale russo terminava con l’inno nazionale.

La cappella russo-ortodossa di Merano si trova in Via Schaffer 21. Orario d’apertura: 1° e 3° sabato del mese dalle ore ore 9 alle 13 e su appuntamento (chiusura durante il periodo natalizio e pasquale).

Autrice: Rosanna Pruccoli

Narcisismi

Recentemente mi ha fatto molto riflettere un’iniziativa della Federazione altoatesina per il Sociale e la Sanità volta a promuovere gruppi di auto aiuto sul tema dell’abuso narcisistico. L’idea è quella di fare in modo che le persone che soffrono di questo particolare tipo di abuso non si sentano sole e trovino sostegno.
Ma cos’è l’abuso narcisistico? Si tratta di un meccanismo che scatta quando si è coinvolti in una relazione con una persona che pensa solo a sé stessa e alla propria personalità, prendendo senza scrupoli ciò che vuole. Sono dinamiche che si mettono in atto in molteplici contesti: lavoro, famiglia e in alcuni casi anche tempo libero. Ma naturalmente è soprattutto a livello di vita di coppia che tale relazioni tossiche possono provocare gravi danni, anche perché spesso nella “vittima” si innescano dipendenza e sensi di colpa.
Queste dinamiche nella nostra società di solito restano nascoste, perché non esplicitate da coloro che le soffrono. Ma poi capita che in presenza di fatti di cronaca, anche gravi, per qualche ora ci domandiamo, un po’ in maniera ipocrita, come possa accadere che tali tensioni esplodano talvolta, liberando violenza anche efferata.
A mio avviso occorre crescere nella consapevolezza e spesso – non è la prima volta che lo segnalo in questo spazio – a venirci in aiuto sono anche le parole.
Il narcisismo, nel linguaggio di tutti i giorni, è la tendenza e l’atteggiamento psicologico di compiaciuta ed eccessiva ammirazione di se stessi, per lo più sinonimo di egocentrismo, egoismo, vanità e presunzione. Anche se in realtà questi ultimi quattro atteggiamenti citati non sono esattamente sinonimi, perché indicano altrettante sfumature dell’individualismo.
Non abbiamo qui lo spazio per dilungarci, ma chiunque di noi voglia approfondire può facilmente dedicare un po’ di tempo per chiarirsi le idee sul significato esatto di questi termini. La nostra vita di relazione ci mette permanentemente in contatto con persone che manifestano sfumature di questi modi di relazionarci ed è altamente consigliabile trovare delle contromisure in merito. Ma per primi naturalmente dovremmo essere noi stessi a chiederci se il nostro modo di comportarci nei confronti degli altri non diventi un problema per loro, ma anche e soprattutto per noi stessi.

Redattore: Luca Sticcotti

L’estate 2024

Dal 21 giugno abbiamo perso circa 1h e 45’ di soleggiamento; il sole è sceso di circa 13° di altezza (al 25.8), ma il caldo maltempo non intende abbandonarci. Nelle nostre zone qualche infiltrazione atlantica, e più d’una goccia fredda, hanno lenito l’insofferenza afosa con fugaci locali temporali; in altre, per esempio nell’Ogliastra, in Sardegna, la persistente siccità ha mutato drasticamente il paesaggio, con alberi dal color ruggine oramai allo strenuo, con tutti gli annessi ecologici, biologici e ambientali.
A Bolzano, al 25 agosto, avevamo già superato il numero di notti tropicali (T > 20°C) rispetto al 2015. Generalmente, la sensazione di disagio, legata alla presenza di umidità, inizia ad essere avvertita con temperatura di rugiada superiore a 16°C.
Il 1° settembre inizia l’autunno meteorologico, ma non illudiamoci: pare che si terrà a stretto contatto con le risalite del promontorio subsahariano, prolungando l’estate e regalandoci malvolentieri lo zero termico a quote stellari per il periodo, fusione dei ghiacciai, cospicua umidità ed afa a badilate per la maggior evaporazione degli oceani. Si tratta di ingredienti, specie gli ultimi due, che forniscono energia e carburante infiniti per downburst e grandine.
In queste estati umide ed estreme un fattore importante è costituito dell’evapotraspirazione (ET), una variabile costituita da molteplici fattori che bisogna cercare di tenere sempre presenti, per non far soffrire di stress idrico le piante. Nell’orto è più facile, vuoi per la profondità e perché i pani radicali e le specie collaborano tra di loro, e l’ET si può contrastare non estirpando le infestanti e sfruttandole come ombreggianti, posizionando poi qualche pietra nei punti scoperti; nel balconORTO, invece, è opportuno – in primis – conoscere le caratteristiche del proprio terrazzo, l’esposizione, i punti più secchi, stagni, coperti, ventosi o soleggiati, nonché verificare la direzione del vento, l’umidita relativa, la velocità di raffica e le ore di soleggiamento; ma non solo, poiché lì incide anche la piastrellatura ed il calore che viene rilasciato post tramonto. Ogni anno – un terno al lotto – si aggiungono esperienze e intuizioni, e sta a noi poi approfondire e migliorare le nostre competenze.
Un bilancio dell’estate 2024?
Decisamente complicata per i pomodori, a causa della peronospora. Finora ho assaggiato solo i pomodorini del balcone, mentre quelli nell’orto sono in via di maturazione. Benino le zucchine, che con l’umidità ed il vento hanno sopportato con onore l’oidio. Molto bene rucola, asparagi, basilico, coste, cipolle, trombette e cetrioli. Sul balcone il podio se lo sono contesi i peperoni piccanti, i pomodorini ed il cavolo nero. Vincitrici assolute le api solitarie nell’albergo degli insetti.

Redattore: Donatello Vallotta

Autonomia, convivenza, buona amministrazione

Mentre a livello nazionale si discute animatamente di autonomia – in particolare di autonomia differenziata – in Alto Adige si celebra, come ogni anno, nell’anniversario della firma dell’accordo Gruber-Degasperi, la giornata dell’Autonomia. Non è solo un fare memoria, ma una risorsa da sviluppare per il bene comune.

Il 5 settembre del 1946 a Parigi Alcide Degasperi – di cui ricorrono i 70 anni dalla scomparsa – e Karl Gruber sottoscrivevano un patto che oggi si considera la base dell’autonomia regionale. È anche un esempio di approccio pacifico, diplomatico a un conflitto tra Stati e uno dei mattoni su cui si è via via costruito l’edificio dell’Unione Europea.
Oggi le autonomie, correttamente intese, possono dare risposte interessanti in due direzioni. La prima è quella della convivenza tra diverse culture, lingue, tradizioni su uno stesso territorio. Le varie guerre in corso ci dicono quanto sia importante, necessario, individuare le forme del vivere e governare insieme nel rispetto delle diverse storie e aspirazioni. Ogni territorio ha da trovare la propria strada specifica, ma sapere che altrove la cosa sta dando anche buoni frutti, aiuta.
La seconda dimensione è quella della buona amministrazione. Se non fosse connotata ideologicamente e propagata con intenti populistici, l’autonomia “differenziata” (ma l’aggettivo dice una cosa ovvia, ogni autonomia è tale se può differenziare le proprie strategie e normative) potrebbe aiutare il Paese a evolversi nel senso di una maggiore responsabilità dei cittadini e degli enti locali nell’ottica del bene comune.
“Io che sono pure autonomista convinto”, disse Degasperi il 29 gennaio 1948, quando si discuteva all’Assemblea costituente dello Statuto per il Trentino Alto Adige, “e che ho patrocinato la ten­denza autonomista, permettete che vi dica che le autonomie si salveranno, matureranno, resisteranno, solo ad una condizione: che dimostrino di essere migliori della burocrazia statale, migliori del sistema accentrato sta­tale, migliori soprattutto per quanto riguarda le spese. Non facciano la concorrenza allo Stato per non spendere molto, ma facciano in modo di creare una amministrazione più forte e che costi meno. Solo così le autonomie si salveranno, ovunque, perché se un’autono­mia dovesse sussistere a spese dello Stato, questa autonomia sarà apparente per qual­che tempo e non durerà per un lungo pe­riodo”.

Redattore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Giuseppe Di Vittorio

Via Giuseppe Di Vittorio, in zona industriale, è dedicata a un protagonista del sindacalismo italiano. Nato a Cerignola (Foggia) da braccianti agricoli l’11 agosto 1892, rimasto orfano del padre nel 1902, dovette abbandonare la scuola per fare l’esperienza dello sfruttamento del lavoro bracciantile; a 12 anni aderì al sindacato dei contadini, a 13 fondò il Circolo giovanile socialista di Cerignola. Eletto nel 1910 segretario della Federazione giovanile del PSI pugliese, arrestato nel maggio 1912, passò alcuni mesi nel carcere di Lucera. Riparato in Svizzera, tornò in Puglia con l’amnistia del gennaio 1915. Arruolato e assegnato ai Bersaglieri, fu ferito nel 1916 sull’altopiano dei sette Comuni. Rimase sotto le armi come sorvegliato speciale, a Roma, in Sardegna, a Palermo, in Cirenaica. Nell’inverno 1919 fu di nuovo segretario della Camera del lavoro di Cerignola, poi anche di quella di Bari. Nell’aprile 1921 fu nuovamente in carcere a Lucera; ne uscì con l’elezione a deputato. Nel 1924 aderì al Partito Comunista d’Italia. Con lo scioglimento di partiti e sindacati disposto dal regime, il Tribunale speciale fascista lo condannò a 12 anni di carcere, ma Di Vittorio riuscì a fuggire in Francia. Dal 1928 al 1930 fu in Unione Sovietica. Tornato a Parigi, entrò nel gruppo dirigente del PCI clandestino. Partecipò alla guerra civile spagnola, fu ferito nella battaglia di Guadalajara (8-23 marzo 1937). Era a Parigi, dirigendo il giornale antifascista “Voce degli italiani”, quando, nel 1941, fu arrestato dai tedeschi e rinchiuso nel carcere de La Santé; trasferito in Germania e poi in Italia, fu confinato nell’isola di Ventotene. Liberato con l’avvento del governo Badoglio, entrò di nuovo in clandestinità con l’occupazione tedesca di Roma. Collaborò con Bruno Buozzi e Achille Grandi per far rinascere il sindacato unitario italiano. Nel 1946 fu eletto deputato all’Assemblea Costituente. Guidava la CGIL quando fu colpito da un infarto, il terzo, dopo quelli nel 1948 e nel 1956; morì a Lecco il 3 novembre 1957; fu sepolto a Roma nel Cimitero del Verano.

Redattore: Leone Sticcotti

Dominik Plangger: una canzone per via Rasella, un disco contro i muri

Alpenvorland è una di quelle parole con cui una buona parte di popolazione altoatesina preferisce non approfondire la conoscenza: d’altra parte la non conoscenza fa molto più comodo se si vuole evitare di prendere una posizione su un avvenimento o se si vuole addirittura negare che ci si stato. La storia è storia però, può non piacere ma non la si può negare, l’Alpenvorland c’è stato (come c’è stato un campo di concentramento) e per un anno e mezzo circa l’Alto Adige è stato una provincia del terzo reich con tanto di Gauleiter, proprio come le nazioni europee che i nazisti avevano occupato dal 1939 in poi tramite guerra o annessione plebiscitaria.
Una delle conseguenze di questi accadimenti, fu l’arruolamento più o meno coatto dei giovani altoatesini nelle forze del reich. Ed è un po’ questo il tema di partenza di una bella canzone, per nulla retorica, composta dal rinomato cantautore venostano Dominik Plangger e intitolata Via Rasella, dal luogo in cui nel 1944 i partigiani tesero un agguato ai militi del battaglione Bolzano, che come il nome fa supporre erano provenienti dalla nostra regione.
“Uno dei militari tedeschi morti in Via Rasella – ci racconta Dominik – era il mio bisnonno. Di lui si è sempre parlato poco a casa, mia nonna, che era sua figlia, ha sempre mantenuto il silenzio su di lui, come se il parlarne le riaprisse ferite mai cicatrizzate. Lui però ha lasciato un breve diario riguardo a quel periodo. Quando la Wehrmacht lo arruolò aveva quasi quarant’anni, in guerra non aveva dovuto andare e tanto meno ci voleva andare nel 1943, un suo fratello era già morto in Russia e lui non aspirava ad altro che continuare a fare il falegname a Ponte Stelvio. Poi un giorno sono arrivati i nazisti e suo fratello maggiore, che era un sostenitore di Hitler, lo ha praticamente costretto ad andare con loro. Dopo Bressanone e Bolzano è stato mandato a Roma per terminare l’addestramento militare, non prima di riuscire a scappare a casa nel cuore della notte per andare a salutare i figli, come se in cuor suo si sentisse che le cose non sarebbero finite bene”.
Se la nonna di Plangger non ha mai voluto parlare di questo argomento, il cantautore ha avuto un testimone diretto nel prozio, che soprattutto negli ultimi tempi si è fatto prodigo nel ricordare: “Mio zio – prosegue Plangger –, che ha cominciato a parlare dopo la morte di mia nonna, ci ha raccontato come per lui la cosa più difficile da accettare, è stato fare i conti con le conseguenze dell’attentato, vale a dire il fatto che dieci italiani dovettero pagare con la vita per la morte di suo padre. E questo mi a ha fatto venir voglia di saperne di più, di raccogliere informazioni su Via Rasella e sulla rappresaglia delle Fosse Ardeatine”.
Con la canzone sull’attentato di Via Rasella, Dominik Plangger è riuscito a non essere per nulla retorico, concentrandosi piuttosto su un episodio della storia della sua famiglia collegato a accadimenti storici drammatici e tristemente famosi, con un curioso finale che in qualche modo lo va a collegare col grande Ennio Morricone: nel corso delle sue ricerche storiche infatti, il cantautore ha scoperto che pur non amando particolarmente i nazisti, il giovane studente Morricone, per sbarcare il lunario, era solito suonare per i militi tedeschi di stanza nella capitale, trovandosi proprio nei dintorni di via Rasella al momento dell’attentato.
“Mi piace pensare – commenta Dominik – che questo grandissimo artista abbia suonato anche per il mio bisnonno”.
Il brano, uscito lo scorso 7 luglio, fa da apripista al nuovo CD di Plangger, che sarà pubblicato il 27 settembre.
“Il disco – conclude Plangger – s’intitola Limes, dal nome della via in cui abito, nel Burgerland: la via si chiama così dal termine latino con cui s’intende definire il limitare di una proprietà, il confine, il limite, spesso contraddistinto da un muro. Mi è sembrato un titolo idoneo, soprattutto in quest’epoca in cui tutti inneggiano alla costruzione di muri per separare. Il disco si compone di ballate e canzoni di varia ispirazione, ma io cerco di non perdere mai di vista un certo aspetto politico nei contenuti, e ho voluto puntare il dito contro quella destra che ambisce a costruire la Fortezza Europa per chiudercisi dentro e non lasciarvi entrare nessuno”.

Redattore: Paolo Crazy Carnevale

La nascita della Casa Russa grazie a Nadezda Ivanovna Borodina

Nelle mensili “Fremdenlisten” di Merano comparivano sempre più numerosi i cognomi russi di liberi professionisti ed industriali che, in forza dell’ingente sviluppo economico che la Russia stava vivendo, amavano trascorrere all’estero le proprie vacanze. Coglievano così anche l’opportunità di incontrare nei parchi, ai caffè o nelle sale da gioco i finanzieri e gli imprenditori di tutta Europa e stringere nuove ed importanti relazioni o alleanze economiche.

Frattanto a Merano vi era stato un rapido sviluppo delle ferrovie che, in capo a pochi anni dopo l’apertura della linea Bolzano-Merano, avvenuta nel 1881, permise un collegamento diretto fra Merano e San Pietroburgo.
Ciò aveva determinato un afflusso ancor più cospicuo di turisti ed ospiti di cura russi. Anche l’alta aristocrazia frequentava la nostra città, giungendo numerosa con il proprio entourage e con la propria servitù al seguito.

Era generalmente l’inverno la stagione che spingeva i nobili russi a varcare i confini della propria patria per cercare condizioni climatiche favorevoli nei luoghi di villeggiatura più alla moda.
A partire dal 1884 su interessamento anche dell’Azienda di cura e soggiorno, le funzioni di rito ortodosso ebbero luogo a Villa Stefanie, anche se l’esigenza di una chiesa aveva spinto il “Comitato” a raccogliere fondi per la sua costruzione fin dal 1880.
Ai membri del Comitato spettò anche il difficile compito di cercare un sacerdote disposto a trasferirsi in città anche solo per una parte dell’anno. Scelsero padre Feofil Kardasevic di Irom nei pressi di Budapest. Egli dotò la chiesa provvisoria di Villa Stefanie degli arredi sacri, la consacrò e ne redasse lo statuto che fu presentato all’assemblea della Comunità nel gennaio 1885.
La chiesa si manteneva con le offerte e la beneficenza di tutti gli ortodossi che vivevano o soggiornavano a Merano. Nel luglio successivo il Santo Sinodo ortodosso accordò con un editto alla chiesa di Irom di celebrare messe nella nostra città.

Determinante per l’allestimento delle strutture della Comunità russo-ortodossa e per la costruzione della “Casa Russa”, fu il lascito di centomila rubli di una giovane donna morta di tubercolosi: Nadezda Ivanovna Borodina. Nadezda, figlia di un funzionario di corte dello zar Nicola I, era giunta in città nel tentativo di alleviare i propri dolori ma, aggravatasi, morì a trentasette anni nel 1889.

Nel suo testamento indicò con precisione che la somma doveva essere impiegata per costruire un pensionato per correligionari non abbienti e malati di tubercolosi e per la costruzione di una chiesa ortodossa dedicata a San Nicola Taumaturgo.

Redattrice: Rosanna Pruccoli

La via del Brennero romana

In un curioso baedeker per ciclisti uscito in Tirolo nel 1895 compare anche il tour Innsbruck – Brennero – Bolzano – Ala – Verona. In sostanza, la vecchia via del Brennero romana. Superate le Alpi e la Val d’Isarco, il ciclista di fine ‘800 arrivava a Rencio attraverso il famoso Kuntersweg che da Colma conduceva a Prato Isarco.

Questa mulattiera di fondovalle, che permetteva di aggirare la salita del Renon e quindi il vecchio percorso romano Auna di Sotto – Longomoso – Longostagno, era stata realizzata nel XIV secolo da Heinrich Kunter, che in cambio dell’enorme spesa ottenne dai conti del Tirolo il diritto di riscuotere un pedaggio e di edificare due taverne. 100 anni dopo il percorso fu ampliato e reso carrabile. Bolzano ottenne così la sua agognata porta verso i ricchi mercati tedeschi. Anche Egna e gli altri paesi della Bassa Atesina approfittarono enormemente della nuova via commerciale.
L’importanza della via del Brennero era già nota ai Romani, che un millennio e mezzo prima avevano inaugurato le rotte militari e commerciali verso le Alpi e la Germania con tre percorsi verso Augsburg / Augusta Vindelicorum, fondata da Augusto nel 15 a.C. : il Resia, il Brennero e il Passo di Monte Croce Carnico. Nei secoli successivi, proprio il sistema stradale di 80000 km determinò la diffusione capillare del latino come lingua veicolare e, soprattutto, del cristianesimo in Europa.
Le tre strade e la rete di percorsi laterali costituivano un insieme organico incentrato proprio sul passo del Brennero (posto a “soli” 1370 s.l.d.m.) e il collegamento tra Verona e Augsburg. La famosa via Claudia Augusta, che attraversava anche la Bassa Atesina, fu costruita due secoli prima della via del Brennero ma successivamente divenne una arteria secondaria di quest’ultima.
Se in epoca repubblicana ci si accontentò di rendere percorribili le vecchie mulattiere montane e di riadattare le ampie piste spontanee in pianura, in età imperiale la “via publica” delimitata e sottratta alla proprietà privata divenne la regola. Ancora oggi antichi tracciati romani inutilizzati risultano di proprietà demaniale secondo il principio romano “viam publicam populus non utendo amittere non potest” che ne esclude l’usucapione. La delimitazione della via publica (via deriva da vehere, trasportare) prevedeva un actus centrale e carrabile (da agere, guidare le bestie) e due iter (da ire, camminare) pedonali laterali. La larghezza complessiva variava tra 10 e 120 piedi. Oggigiorno è difficile individuare antiche vie romane perché spesso si trovano sotto quelle moderne. L’unica ausilio è rappresentato dai famosi miliari o altri monumenti (spesso funebri) eretti ai bordi delle strade stesse.
Per tornare al nostro percorso, la sottomissione della Rezia e della Vindelicia convinse Druso a realizzare la strada verso Augusta attraverso il passo Resia. La via Claudia fu poi ultimata da suo figlio Claudio. Alla confluenza tra Adige e Isarco e nei pressi del grande ponte di Druso (forse a Gries?) fu fondata la stazione di Pons Drusi e più a nord Veldidena, l’odierna Innsbruck. Qualche anno prima, nel 24, era stata costruita la strada da Verona a Tridentum che poi permise l’attraversamento completo della valle dell’Adige e della Bassa Atesina. Settimio Severo e Caracalla completarono la via del Brennero verso il 200 d.C. Nell’itinerarium Antonini e nella Tabula Peutingeriana, due carte stradali romane, la via del Brennero conta 13 stazioni tra Verona e Augusta. Fino a Pons Drusi la misurazione in miglia (1480 m) risulta perfetta, successivamente si trova qualche inesattezza. La lunghezza complessiva varia quindi tra 402,5 e 427,5 km. L’itinerario Antonini segna da Tridentum le stazioni di Endidae (sotto Castelfeder) e Sublavione, la Tabula parla di Tredente, Ponte Drusi e Sublavione.
Concludendo, i nostri ciclisti moderni nel 1895 dopo Bolzano, dove al Cafè Kusseth nelle ore serali era possibile incontrare i velocipedisti locali, erano indirizzati a Laives attraverso il ponte sull’Isarco (Loreto), Bronzolo e Ora. Dalla palude di Termeno si raggiungeva Egna e Salorno (dove in antichità sboccava una mulattiera proveniente da Faedo) e poi, finalmente, il confine di stato di Ala, dove gli esosi finanzieri italiani pretendevano lo sdoganamento della bicicletta con pagamento del relativo pedaggio.

Redattore: Reinhard Christanell

Quarti posti e cattiveria

Allo storico motto olimpico, tradotto dall’originale latino “più veloce, più in alto e più forte”, nel 2021 il Comitato Olimpico Internazionale ha aggiunto “communiter” che significa “insieme”. Questo per indicare ufficialmente il valore unificante dello sport e l’importanza della solidarietà. Per il resto i “valori” olimpici sono rispetto, amicizia e lealtà, a cui si aggiunge la famosa “partecipazione”, anche se va precisato che il detto “l’importante è partecipare” in realtà sarebbe mai stato pronunciato da De Coubertin.
Nelle ultime settimane ho seguito con una certa assiduità i giochi olimpici di Parigi. Ma dopo un mese di rassegna in realtà solo due episodi mi sono rimasti più impressi.
Il primo è stato la decisione del Presidente della Repubblica di invitare al Quirinale per un ringraziamento ufficiale, anche gli atleti – tantissimi – che a Parigi hanno conseguito un quarto posto nella loro disciplina. Il Presidente in questo modo ha voluto indicare che l’eccellenza nello sport non è appannaggio solo di chi riesce a conseguire la tanto agognata medaglia. Mi sembra un gesto importante e significativo, molto più maturo di tanti commenti pubblicati sui media da parte di giornalisti poco avveduti oppure da molti altri sui social, come avviene purtroppo sempre più spesso.
Il secondo episodio che mi ha colpito è la risposta che lo schermidore olimpionico Daniele Garozzo ha dato al giornalista Aldo Cazzullo per stigmatizzare il termine “cattiveria” che sempre più spesso viene utilizzato per indicare una qualità essenziale per riuscire a vincere nello sport. Di seguito ecco le parole di Garozzo. “Questa idea è non solo falsa, ma anche diseducativa. Affermare che ‘essere cattivi’ porti alla vittoria sminuisce i successi di tanti atleti che, come me, hanno raggiunto i più alti traguardi grazie a impegno, sacrificio e una sana competitività. La narrativa romantica del guerriero spietato potrebbe essere affascinante nei racconti epici, ma nella realtà dello sport moderno è fuori luogo e anacronistica”. Successivamente il dialogo a distanza tra Cazzullo e Garozzo è proseguito, con il giornalista che ha cercato di spiegare meglio cosa intendeva. Da parte mia non posso fare altro che segnalare il fatto che i Giochi Olimpici sono (ri)nati in epoca moderna per dare ai popoli e agli stati un’occasione di confronto anche aspro, ma totalmente avulso dalla forma tradizionale che tale confronto ha avuto nella storia dell’uomo, ovvero la guerra. D’altronde lo stesso Cazzullo nella sua replica ha spiegato “la cattiveria non è scorrettezza ma determinazione assoluta, senza non si vince”. E allora, insisto, possiamo davvero fare a meno di usare la parola cattiveria, ce n’è già davvero troppa, in giro.

Autore: Luca Sticcotti

ll 9 luglio ci ha lasciati Pierluigi Mattiuzzi

Meranese assai noto negli ambienti legati all’arte, alla psicanalisi, alla filosofia orientale, è stato un interessante esempio di personalità istrionica dove l’arte era molto più che immagine, colore, forma. In lui l’arte era specchio di un’anima inquieta, curiosa e libera, capace di introspezione, e terreno nel quale avevano germinato le culture orientali che, studiate a fondo e metabolizzate, in lui convivevano con tanto della saggezza occidentale. I suoi dipinti sono un difficile intrico di pensiero, fantasia, volo,  presenze, rimandi, narrazioni antiche e bisogni moderni.

Tenuto sempre in considerazione dai meranesi, nel 2015 fu scelto per la mostra dedicata ad un artista nell’ambito del trentennale delle Settimane Musicali Meranesi che trovò luogo nel Pavillon des Fleurs.

Pierluigi Mattiuzzi,  figlio di un perito industriale che si era occupato delle centrali idroelettriche in Piemonte e poi in Val Venosta era nato a Domodossola e aveva trascorso l’infanzia a Malles. A Merano aveva frequentato il liceo classico Carducci, in quegli anni una vera fucina di idee e di presa di coscienza politica e dei tempi che cambiavano oltre che delle tensioni legate al 68. Aveva poi frequentato Sociologia a Trento, noto epicentro della rivolta studentesca e delle istanze politiche più rivoluzionarie. A Merano sul “muretto” lo si vedeva spesso e la politica era il tema principale. Seguirono i nove anni in India che lo arricchirono di nuove istanze filosofiche aggiungendo alla sua già ricca personalità il fascino dello sciamanesimo.

Tutti questi trascorsi, queste esperienze, questi miti letterari e non si riverberano nelle sue tele e nei suoi colori. Importantissimi i suoi totem. Divinità, demoni, si tratta di sculture di grandi dimensioni capaci di mantenere l’effetto bidimensionale e di avere un grande impatto sul fruitore, grandi più di un uomo esse si impongono con forza nell’ambiente che le accolgono. Acrilici e resine su tavole di grandi dimensioni, affollati di segni da vedere in dettaglio per scoprire alla fine che allontanandosi il dipinto muta e il soggetto prodotto da quella moltitudine di piccolissime forme danno vita ad un importante unico essere dai caratteri apotropaici. Grandi occhi sgranati, fauci ferine, bocche digrignate e denti aguzzi. Mani e piedi si distaccano e prendono vita per qualche istante prima di ricadere nell’insieme. Sogni o incubi? Viaggi fantastici nel proprio io o negli abissi dell’umanità.

Sono sperimentazioni degli anni Ottanta i computer-graffiti che mettono in movimento le presenze dei suoi quadri al ritmo di un track musicale da lui scelto. Una ulteriore testimonianza del suo modo di vivere sempre “il qui e adesso”.

Autrice: Rosanna Pruccoli