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QuiBassaAtesina – nr2 – 28.01.2021
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Le due ragazze che scavalcarono il muro del lager
“Non sono i fatti che contano nella vita, ma ciò che grazie ai fatti si diventa”. Lo scrisse Etty Hillesum durante la seconda guerra mondiale. In questi giorni dedicati alla “memoria” ricordiamo due donne, Ernesta Sonego e Albertina Brogliati, che in quegli stessi giorni trovarono il coraggio per diventare persone libere.
“Non so come, riuscimmo a scavalcare il muro… La terra era coperta di neve e quindi morbida. Molto probabilmente i militari di guardia, per la fretta di avere la libera uscita, avevano lasciato la garrita dieci minuti prima. Alle 18 ci sarebbe stato l’appello e quindi sarebbe stata scoperta la fuga. Sarebbero stati sciolti i cani (detti ‘lupi siberiani’) e mandati al nostro inseguimento. Sempre di corsa, curve per non essere viste da lontano, percorremmo tutto il tombino fino alle rotaie della ferrovia”. Ernesta (cha racconta) e Albertina fuggirono così dal sottocampo meranese del lager di Bolzano attorno al Natale del 1944.
Oggi di quel campo rimane solo un frammento del muro di cinta. Posto sotto tutela come “luogo della memoria”, il Comune nel gennaio 2010 vi ha fatto affiggere una lapide la cui iscrizione dice tutto: della tragedia, del coraggio, della solidarietà e del dovere della memoria.
“Sorgeva in questo luogo la caserma per la Guardia alla Frontiera che durante la seconda guerra mondiale fu trasformata in campo di concentramento. Allestito come sottocampo del lager di Bolzano – inizialmente presso la vicina caserma Rossi – fu attivo dall’ottobre 1944 all’aprile 1945. Vi furono rinchiusi per motivi politici, bellici e razziali e costretti a lavori forzati donne e uomini di lingua e religioni diverse. Intorno a Natale 1944 due ragazze internate riuscirono a fuggire dal campo scavalcando questo muro. Si salvarono grazie all’aiuto di alcuni cittadini e cittadine meranesi. Il Comune di Merano intende mantenere intatta la memoria di questo luogo di sofferenza”.
Foto: Albertina Brogliati a sinistra e Ernesta Sonego sulla destra
Autore: Paolo Bill Valente
“LuceMia” in ospedale, per i bambini
Durante i giorni che hanno preceduto il Natale, nonostante il particolare periodo e le difficoltà della pandemia, l’associazione LuceMia è riuscita a portare qualche momento di gioia e illuminare gli occhi dei bambini ricoverati nel reparto di Pediatria di Bolzano.
“Vedere brillare gli occhi di un bambino, poter vivere la loro gioia innocente è ciò che ci spinge a superare ogni ostacolo per portare un sorriso a questi piccoli combattenti” ci racconta Luca Randi, presidente dell’associazione “LuceMia – Il sorriso di Laura Randi”. Vogliamo raggiungere tutti i bambini che da un letto di casa, di un ospedale o addirittura da una incubatrice lottano contro una “malattia”, che giorno dopo giorno spegne quel sorriso che ognuno di loro dovrebbe poter sempre donare al proprio famigliare. E cosa accende il sorriso di un bambino se non un gioco?
Qualche settimana prima di Natale, ha preso il via il Tour natalizio di LuceMia regalando i primi sorrisi ai bambini del Servizio Territoriale delle Cure palliative pediatriche e del Day Hospital Oncologico Pediatrico del Comprensorio sanitario di Bolzano.
Il viaggio quest’anno non si è fermato in Alto Adige, ma ha toccato anche diverse realtà ospedaliere come il Day Hospital Oncologico di Trento, il reparto Onco-Ematologico dell’Ospedale di Padova, quello di Pescara, fino ad arrivare in Sardegna al Microcitemico di Cagliari. A Natale sono stati distribuiti peluche della Disney nei reparti di Terapia Intensiva Neonatale e di Ematologia dell’Ospedale provinciale di Bolzano, purtroppo senza il tradizionale accompagnamento canoro di Nancy, Tiziana e dei chitarristi Luca e Gabriele a causa delle restrizioni Covid. Ultima tappa di questo viaggio è stato il reparto di Pediatria dell’Ospedale con un carico di doni da distribuire ai bambini che purtroppo erano ricoverati durante le feste natalizie.
Foto: Foto di gruppo nel reparto di Neonatologia e Terapia Intensiva
Comunità Amiche: primo bilancio
In foto: Progetto sulla gratitudine
Si è da poco concluso il 2020 e con esso, nel mese di dicembre, anche i Sente-mente®Laboratori per famigliari delle persone che vivono con la demenza. Un progetto che ha visto la partecipazione di 15 famigliari determinati a imparare a far accadere cose belle nella propria vita e in quella dei propri cari e a crescere in un’idea diversa di malattia, che metta in risalto non quello che la persona inevitabilmente perde, ma quello che continua a vivere nonostante la diagnosi.
Un cammino iniziato a settembre e portato avanti in presenza fino al settimo incontro, quando le circostanze ci hanno condotti alla scelta di svolgere i 5 che mancavano online. I nostri partecipanti non hanno desistito, e si sono affacciati con successo a quello che per molti di loro è stato un primo passo nel mondo dei computer. Hanno saputo trasformare la difficoltà in opportunità.
Il viaggio in 12 passi ci ha condotti a esplorare questa malattia da nuove prospettive, ritrovando il valore delle piccole cose, che forse nella vita quotidiana ignoriamo perché diamo per scontate ma che, se apprezzate, possono restituire molta gioia. Abbiamo lavorato sulla consapevolezza del nostro “fare”, abbiamo riscoperto il potere della gratitudine e la forza del perdono. Un percorso che ci ha resi capaci di stare accanto alla persona di cui ci prendiamo cura, proprio come “compagni di viaggio”.
Riportiamo di seguito alcune impressioni dei partecipanti:
“Il laboratorio è stata un’esperienza formativa molto interessante. Entra in questa malattia in punta di piedi e permette di aprire nuove finestre grazie alle quali scopri che vicino a te c’è una persona nuova che ti chiede di essere accettata nella sua “nuova vita”.”
“Mi ha insegnato ad avere più rispetto nei tempi, nei modi, ad avere un approccio meno impulsivo e più dolce con il mio caro. Ho acquisito mezzi per affrontare il percorso che la mia famiglia e io stiamo intraprendendo.”
“Il corso che abbiamo fatto mi hai dato molti spunti, sono stata soddisfatta. Mi sono piaciuti diversi argomenti, per esempio il dire “grazie”. Vedo che mio marito è molto contento ed è soddisfatto quando gli dico grazie perché ha fatto qualcosa, si sente apprezzato. Poi ho sperimentato il valore del contatto, se gli prendo la mano e lo abbraccio vedo che si rilassa ed è più sereno e tranquillo. Ho imparato che è importante che noi, che assistiamo i nostri cari, siamo sereni e tranquilli anche quando abbiamo mille cose per la testa… Prima di rivolgerci a loro, abbiamo imparato a fare la respirazione che ci aiuta a essere più rilassati”.
“Il percorso del laboratorio è stato innanzitutto una bella esperienza a livello personale; inoltre, mi ha fatto capire che tante altre persone vivono i miei stessi problemi. Ho imparato che prima di tutto devo essere sereno e tranquillo io stesso, se voglio trasmettere serenità a qualcun altro. Inoltre, ho capito che sono io a dover entrare nel mondo della persona malata, dal momento che il contrario è impossibile, e cercare di apprezzare quel che c’è nella persona, quello che riesce a trasmettere. È stata una bella esperienza anche potersi confrontare con altre persone”.
“Grazie a questi incontri sento di aver migliorato l’approccio con mio padre e ho acquisito maggior consapevolezza delle possibilità di relazione che esistono nonostante la malattia. Ho potuto essere di aiuto anche a mia madre, alla quale ho spiegato come mettere in pratica gli esercizi e le nozioni imparate al corso.”
“I laboratori ci hanno dato delle armi semplici ma potenti (come la grande forza della gratitudine, l’importanza delle parole, il respiro consapevole, la posizione del nostro corpo), che ci aiutano a sentirci bene, e quindi a far sentire bene anche le persone che ci stanno accanto. Ci ha dato degli strumenti per poter andare avanti, anche da soli, e affrontare nuove situazioni con i nostri cari. Abbiamo fatto degli esercizi insieme. Non mi sento più sola. Proprio in questo periodo di CovidOVID, il corso è stato un grande aiuto per “non sentirsi abbandonati” nelle nostre lotte quotidiane con la malattia dei nostri cari. Ci siamo allenati insieme per stare bene con noi stessi, per renderci più forti, più resilienti, anche più benevoli nei nostri confronti (Roberta dice che siamo noi i giudici più severi di noi stessi). Ho capito meglio cosa succede ai nostri cari, come vivono in modo diverso il presente, l’importanza fondamentale dei sentimenti quando la mente “inizia a perdere colpi”. Un grosso grazie per tutto questo.”
Una pioggia di parole speciali ha innaffiato il nostro ultimo incontro: supporto, arricchimento, consapevolezza, serenità, sicurezza, fiducia, condivisione, energia, coraggio, accoglienza. Parole che, come semi, sono state piantate dentro di noi e, se ne avremo cura, sapranno far germogliare una nuova cultura intorno alla demenza.
Roberta Lenzi
Sente-mente felicitatrice
Tra signorie e ribellioni
Accanto a fattori economici più o meno duraturi nel tempo, come il commercio di legname o l’estrazione del porfido, la fonte primaria di reddito degli abitanti di Laives rimase sempre l’agricoltura. Si trattava perlopiù di coltivazioni destinate a soddisfare i propri bisogni e solo raramente al commercio.
I campi erano raccolti attorno ai masi, i terreni paludosi oltre il conoide erano riservati al pascolo. Molto rari erano anche gli insediamenti in aperta campagna, resi difficoltosi dalle frequenti esondazioni dell’Adige. Complessivamente, si trattava di un centinaio di masi cresciuti in epoca medievale, numero rimasto pressoché invariato nel corso dei secoli. Invece cambiavano spesso le famiglie che li lavoravano, costrette all’abbandono da crisi economiche o condizioni d’affitto proibitive.
La proprietà era concentrata in poche mani. Il catasto teresiano del XVIII secolo ci offre una panoramica dei signori del comune rurale di Laives. In epoca medievale, costoro facevano lavorare la terra a propri dipendenti salariati e solo in periodi più recenti si passò a forme più o meno “liberali” di mezzadria o affitto.
Il maggior feudatario è sempre stato il Vescovo di Trento, che nel 1027 ebbe in concessione il comitato di Trento – all’epoca guidato da Udalrico – dall’imperatore Corrado II. Il Vescovo affidò i suoi beni di Laives ai suoi ministeriali, i conti di Liechtenstein. A S. Martino, i contadini versavano il censo in denaro e parte del raccolto. Inoltre, erano tenuti a prestare certi servizi come la falciatura dei pascoli o il trasporto di fieno, legname o altre derrate.
I Liechtenstein possedevano masi come il Burger, il Leichmann, il Gassmann, il Flascher, l’Egarter, il Krug, il Sottomonte e le Caneve insieme a mulini, depositi di legname e edifici pubblici. Anche i due masi storici di Pineta (allora Sissa), il Renner e lo Steinmann, appartenevano al Vescovo di Trento. Dopo molti secoli, quasi tutti i beni dei Liechtenstein furono ceduti all’abbazia dei ss. Ulrico e Afra di Augsburg.
Non poteva mancare tra i signori di Laives il Conte del Tirolo. Già all’epoca di Mainardo II, molti masi e boschi erano di sua proprietà. Anche l’ordine teutonico, che aveva sede a Bolzano in via Weggenstein, deteneva varie proprietà, come pure il Duomo e il Comune. Tra i proprietari storici figurano anche i nobili Niederthor e i Gerstl.
Rilevanti fino al secolo scorso le proprietà dell’Ospedale del S. Spirito, proprietario del grande Aspmayr e del Hilber.
Nel 1525, anche diversi contadini di Laives – tra cui il Fritscher di Seit – parteciparono alle note ribellioni contro le imposizioni proibitive dei signori feudali.
In foto principale: Lavoratrici di mele
Copyright: Gianni Beordo
Autore: Reinhard Christanell
La marcia degli Schützen si inciampa sul rap
Sorprendendo molti nei giorni scorsi il comandante degli Schützen sudtirolesi Jürgen Wirth Anderlan ha pubblicato su youtube un videoclip in stile rap che ha suscitato moltissime reazioni. Nel giro di poco il Kommandant è stato costretto alle dimissioni e il video è stato ritirato. Ma noi giornalisti QuiMedia abbiamo pensato di prendere posizione in merito, con un commento a sei mani che vi proponiamo.
Con la realizzazione del brano Mamma Tirol il comandante Anderlan con ogni probabilità si era posto l’obiettivo di richiamare i valori, attualizzando nel presente il catalogo dei disvalori e dei nemici. Ma la lista con ogni probabilità è risultata troppo estesa e articolata, spingendo troppo il piede sul pedale della provocazione. Particolarmente azzardato è apparso in particolare il richiamo alle radici cristiane, attraverso una professione religiosa per lo meno “svuotata”, visto il contesto di “chiusura” quasi totale. Ma a mio avviso la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la musica. L’idea di accostare gli Schützen a una musica “altra” rispetto alle marce delle Musikkapellen deve aver innescato un cortocircuito insanabile. Insomma: anche in musica esistono dei limiti che non vanno superati nella declinazione della tradizione in un contesto di modernità, altrimenti si inceppa il meccanismo.
Autore: Luca Sticcotti
Ma lo sanno dov’è nato l’hiphop?

…ma c’è almeno un altro “chissà”. Se per quanto riguarda lo stile “Mamma Tirol” è senz’altro un pezzo rap (benché qualitativamente scadente e senz’altro poco al passo coi tempi), ci si potrebbe chiedere quanto rimanga, in un brano come questo, della storia del genere musicale di riferimento. Mentre si ascolta un testo separatista come quello di “Mamma Tirol”, infatti, fa quantomeno sorridere (ma amaramente) pensare a come, quando e dove ha avuto origine il movimento hiphop, a cui il rap appartiene. E allora chissà se gli autori – così legati alla “tradizione” – sapevano che il rap, oggi in cima alle classifiche, è nato nel 1973 nel Bronx, facendo propria l’eredità della black music e dei canti dei neri nelle piantagioni e offrendo un’alternativa alla violenza e un megafono alla parte più povera e invisibile della società; raccontando una situazione di disagio per rivendicare il diritto al suo contrario, così come l’importanza dell’unità e della vicinanza sociale; e dando origine a quello che venne definito “edutainment”, l’intrattenimento educativo. Verrebbe da rispondere di no.
Autore: Alex Piovan
Papi, che cosa sono gli Schützen?
“Papi, che cosa sono gli Schützen?”, mi chiede il mio bambino mentre in famiglia stiamo parlando del rap dei cappelli piumati. Gli snocciolo storia e folklore di questa associazione, stupendolo. Poi passo alla parte “politica”, e il motivo per cui mamma e io non apprezziamo quel video. “Ma se loro vogliono solo il Tirol, dove vanno al mare?”, è la sua prima reazione. Beata innocenza, beata quell’intelligenza che nasce dalla spontaneità di una mente pura. Perché i bambini non mentono, a se stessi né agli altri; i bambini non odiano, i bambini non vedono colori e differenze, i bambini apprezzano le diversità, se qualcuno riesce a spiegargliele. I bambini non hanno paura, gli adulti hanno paura. Ed è paura quella che trapela dal testo dello Schützen-rap: paura del diverso, che sia esso un Walsch, un sudtirolese traditore della Heimat, un nero, un musulmano o un omosessuale. Paura di perdere le proprie radici, che ancora non si riesce a capire quali siano. Perché anche solo leggendo il testo di questo pezzo è difficile trovare una coerenza o almeno una logica fra le parole che lo popolano.
Ce l’hanno con tutti: si dichiarano democratici e cristiani, ma il loro amore per il prossimo sembra sbattere contro una barriera quando incrociano gay o ambientalisti: “non conoscono Ander, ma Greta, e davanti a casa mia Dieter ama Peter”, cantano. “Non siamo razzisti né populisti di sinistra, e odiamo tutti i neofascisti”, continuano. Poi le donne, oggetti decorativi che è meglio lasciare a casa a fare i mestieri, nel migliore dei casi, e addirittura gli studenti, “die Studierten”, “die Gscheiden”, quelli non hanno mai lavorato in vita loro e poi si ergono a profeti, un po’ come “i professoroni” di salviniana memoria, insomma.
Democratici e cristiani. Chissà cosa ne penserebbe Gesù, a riguardo; chissà cosa ne penserebbe don Sturzo nel sentire queste due parole affiancate pronunciate… da loro!
“Mamma Tirol è un progetto nato da una grande ispirazione, creatività e tre bottiglie di Lagrein Riserva, che porterà i nostri fan a ballare sui tavoli”, scrivono gli Schützen sul loro sito istituzionale, e poi citano una canzone della band “Oi!” Böhse Onkelz: “Dove genio e follia si combinano / Le parole non puzzano di bugie”.
Chissà, forse la parte geniale del tutto sarà che da qualche parte balleranno davvero sui tavoli quando qualcuno intonerà questo rap. E chissà se questi si sentiranno dei geni mentre lo faranno…
Autore: Luca Masiello
QuiBassaAtesina – nr1 – 14.1.2021
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La visione di Delugan per creare la Città di cura
“Dalla città delle mucche alla città di cura”, così scriveva il cronista di Merano, Bruno Pokorny negli anni ‘30, per spiegare l’evoluzione che fra il 1870 e il 1900 portò Merano a essere un centro del benessere a livello internazionale. Tale processo evolutivo non è spiegabile solo dal clima favorevole, mite, e dalla bellezza del suo territorio, ma è dovuto all’indubbia eccellenza delle sue strutture alberghiere e dei suoi imprenditori che ne favorirono la rapida ascesa.
Una di tali strutture alberghiere che fecero decollare la città del Passirio a livello mondiale, fu senza dubbio il Kurhotel Palace, costruito fra il 1905 e il 1906. Merano in quel periodo disponeva già di cinque strutture ricettive di grande rilievo, ma secondo il suo mentore, l’imprenditore Pietro Delugan, nato a Zanolin (un paese in val di Fiemme) nel 1854, Merano doveva pretendere di più. Nel 1893 egli si era trasferito in città, e iniziò a realizzare più di 70 edifici, grandi alberghi, il teatro cittadino, il Kursaal e l’edificio postale. Il suo obiettivo però era quello di costruire l’ albergo più grande e importante di tutto l’arco alpino, che doveva essere il più prestigioso e monumentale per eleganza e per gli arredi: doveva superare i luoghi di cura svizzeri e quelli della Riviera francese. Delugan era un uomo che da semplice capomastro, nell’arco di poco tempo divenne grande costruttore edile di successo. Si formò professionalmente a Stoccarda e poi in Svizzera, a San Gallo. Per la concezione architettonica del Kurhotel, si recò, insieme al Franz Leibl (allora direttore del Grand Hotel Meranerhof, il più grande albergo di Merano con 350 posti letto) sulla Riviera francese. Acquistò l’area dove sorgeva lo Schloss Maur e il terreno circostante, abbozzò il progetto in 24 ore e mise all’opera 340 operai. Nel giro di otto mesi l’albergo era completato. Nel 1906 era già in esercizio, e fra quell’anno e fino al 1914, Merano e il suo grande albergo, registrarono un boom di presenze turistiche che solo in tempi recenti verranno raggiunti. Gli arredi della struttura alberghiera erano davvero da sogno e il piccolo capomastro aveva realizzato in pieno il suo obiettivo, anche se non completamente, prima dello scoppio della Grande guerra.
In foto principale: (a sinistra) I concerti in riva al Passirio, 1914, (a destra) L’albergo Walser in piazza Teatro, 1850
Autore: Flavio Schimenti