Viaggiatori a Laives, la visita di Beda Weber

Molti sono stati i viaggiatori noti e meno noti passati dal nostro comune. Imperatori, condottieri, semplici pellegrini e, per fortuna, anche ricercatori interessati alle specificità di questo territorio.
Tra i più importanti va annoverato lo scrittore e sacerdote Beda Weber, che nel suo “Die Stadt Bozen und ihre Umgebungen”, pubblicato nel 1849, raccolse studi e impressioni di viaggio sulla città di Bolzano e i comuni del circondario.
Abbandonando Bolzano in carrozza per un’esplorazione allora avventurosa “nel selvaggio sud”, rimase colpito dai pioppi che cingevano la polverosa “via postale”. Il paesaggio, plasmato dall’attività alluvionale di Adige e Isarco, “fiumi che tengono in pugno il destino degli uomini con la loro furia”, versava in stato di abbandono. Pochi gli alberi e i cespugli.
“Una vera piaga dato che in quelle lande si annida ogni sorta di malfattori”, commentò. Ma poi apprezzò le siepi di prugnolo e gelsi che delimitavano le proprietà, “a differenza degli orribili muri di pietra che circondano i campi a Bolzano e Merano”. Ovviamente si faceva sentire “l’aria del sud” e Weber ne rimase affascinato. A S. Giacomo ammirò la chiesa eretta “nel 1477 grazie alla generosità dei signori Hans e Konrad Ellinger”.
Lo stupirono per i minuscoli vigneti “che certamente producono poco vino perlopiù malsano”. Il conducente lo tranquillizzò affermando che si trattava comunque di vino bevuto dai soli “indigeni”.
Dopo S. Giacomo, la strada continuava ancora sotto la montagna e “le magnifiche rocce di porfido sotto i masi di Seit”. Sull’altro versante, una distesa di campi di mais e i di gelsi”. Qua e là s’intravedevano anche piante “tra cui il dolce mandorlo”.
Poi l’agognato arrivo a Laives. “Il paese si trova 770 piedi sopra il mare dove la valle raggiunge un’ora di larghezza e conta 280 abitanti rispetto ai 790 complessivi di questo comune.” Weber, ammirata la bella scuola nuova, visitò la Vallarsa e il Peterköfele (interessante la tesi secondo la quale il castello distrutto dei Lichtenstein venne abbandonato poiché i proprietari avevano trovato di meglio altrove) e incontrò molti pellegrini “di ogni dove nei loro costumi tradizionali” diretti a Pietralba.
La permanenza della sacra immagine, contesa tra Laives e Pietralba, era l’argomento del giorno, come del resto la più volte annunciata regolazione dell’Adige che continuava a distruggere ciò che gli uomini faticosamente creavano. Ma da lì a poco sarebbe arrivata, nel 1859, la ferrovia e “con questa una nuova barriera contro le inondazioni”.
Quando accennò con disappunto al “noto” clima insalubre del paese, dovuto ai terreni acquitrinosi, venne vivacemente contraddetto dall’oste (del Casagrande?) che criticò aspramente coloro “che denigrano il nostro comune senza conoscerlo mentre in realtà è migliore di quelli montani”.
Partì quindi alla volta di Bronzolo, dove gran parte della popolazione era occupata presso il porto sull’Adige. Osservò meravigliato i portatori d’acqua con le lunghe pertiche e i due secchi alle estremità che andavano e venivano dalle fontane pubbliche. Era arrivato in Italia.

Autore: Reinhard Christanell

Libertà e diritti in tempo di pandemia

Durante tutta l’emergenza legata al Covid-19 si è molto discusso in merito alla legittimità delle restrizioni adottate e all’obbligatorietà o meno dei trattamenti sanitari. Ne abbiamo parlato con il costituzionalista ed ex senatore Francesco Palermo.

Francesco Palermo: lei questo momento come lo sta vivendo?  
Stiamo oscillando tra estremi opposti. Da una parte va molto di moda il termine resilienza con il quale si finisce per accettare tutto, mentre da un’altra prendono piede le reazioni sconsiderate contro tutto e tutti. 

Ma cosa dice la nostra Costituzione? Le misure adottate negli ultimi 18 mesi in che modo sono “legittime”?
Il grande problema di fondo è stato quello di bilanciare il diritto alla salute pubblica quale bene superiore con i numerosi altri diritti garantiti in Costituzione, che sono stati “compressi”. Lo stato di diritto è una sorta di ring dentro il quale ci si può muovere e dal quale non si può uscire. Negli stati a controllare il perimetro del ring sono normalmente degli attori terzi; nel nostro sistema soprattutto la Corte Costituzionale. E il nostro problema sta nel fatto che per vari motivi in questo periodo la Corte praticamente non è mai intervenuta, suscitando una certa incertezza, a differenza di quanto invece è avvenuto in tanti altri ordinamenti che hanno strumenti di accesso più semplici alla giustizia costituzionale e dove le corti hanno posto dei paletti segnalando superamenti del ring. L’ultimo caso è avvenuto in Francia dove è stato dichiarato legittimo l’obbligo del Green pass in tutta una serie di ambiti. Invece in Austria la corte ha dichiarato addirittura illegittime retroattivamente norme che erano in vigore durante il lockdown, perché considerate non proporzionate.  

Qui entrano in campo i famosi principi di “prevenzione, precauzione, proporzionalità e adeguatezza”, fondamentali nell’attività amministrativa sia nelle situazioni ordinarie che nell’emergenza.
Si tratta di principi astratti – alcuni presenti in Costituzione ed altri ricavati in via interpretativa – che il legislatore cerca di bilanciare, ma poi può succedere che la Corte Costituzionale intervenga, appunto.

Francesco Palermo

In ogni caso l’effetto del non pronunciamento da parte della Corte Costituzionale in merito alle misure adottate in tempo di pandemia è la legittimità delle procedure stesse.
Sì, salvo alcuni casi individuali collegati a pronunce giudiziarie, come ad esempio la recente sentenza del Tar del Lazio che ha giustificato l’esenzione per una bambina dall’obbligo di portare la mascherina a scuola. 

Questo vuol dire che è stata legittima anche la scelta di procedere quali esclusivamente con i cosiddetti DPCM (decreti ministeriali emanati direttamente dal Presidente del Consiglio dei ministri)?
Sì. Anche se si potrebbe discutere sul fatto che il legislatore ha scelto una procedura che rende molto difficile il controllo giudiziario. Di per sé l’autorizzazione alla limitazione dei diritti può avvenire soltanto con una legge, non solo per la salute citata all’articolo 32 della Costituzione, ma anche per altri diritti come quello alla libera circolazione. I decreti legge adottati durante la pandemia sono “atti aventi forza di legge” di natura sufficientemente generica per essere incontestabili, ma poi le concrete misure sono state assunte per mezzo di atti amministrativi (i DCPM) che non possono direttamente passare per la Corte Costituzionale e devono eventualmente transitare per i Tribunali Amministrativi, attraverso una procedura particolarmente complessa…

Sta di fatto che nella cittadinanza le misure adottate hanno assunto le sembianze di decreti d’emergenza e sono state vissute con perplessità e in molti casi come delle ingiuste imposizioni. 
Ci sono state diverse fasi. In un primo momento la situazione ha colto tutti di sorpresa e c’è stato un forte accentramento di decisioni in capo al governo, con un sostanziale avvallo da parte delle regioni. In quella prima fase il bilanciamento ha privilegiato in modo probabilmente sproporzionato la sicurezza pubblica rispetto alle libertà fondamentali. Lo dico perché nella seconda fase (autunno 2020) il governo, meno impreparato, ha adottato delle misure che conciliavano meglio le cose. Si è tenuto conto di tutta una serie di deroghe che potevano essere accettate per meglio bilanciare i diversi diritti in gioco. Non stati utilizzati strumenti troppo invasivi e alcune limitazioni sono state superate, rispettando una serie di regole, ad esempio utilizzando le mascherine in certe situazioni.  

Da un certo momento in poi sono quindi scesi in campo i vaccini, con la grande campagna per la somministrazione alla maggior parte della popolazione…
Sì. Da questo punto di vista occorre ricordare il fatto che il nostro sistema prevede da tempo le vaccinazioni obbligatorie. Esiste sempre la possibilità di mettere in dubbio le cose, ma il punto che in questo caso può essere discusso riguarda il fatto che i vaccini contro il Covid sono stati elaborati più in fretta. Ma – a quanto dicono gli esperti – non è che i vaccini siano sbucati dal nulla. Con l’attuale stato di avanzamento della ricerca scientifica è infatti altamente improbabile il fatto di trovarsi all’interno di una mega sperimentazione di massa, per “vedere come va”. Di fatto ci basiamo sullo stato attuale della ricerca ed è stata fatta una valutazione, anche in questo caso bilanciata. Quindi è stata evitata l’obbligatorietà della vaccinazione, salvo che per alcune categorie come ad esempio la mia, quella degli insegnanti. Io ad esempio ho un paio di colleghi all’università che non si sono vaccinati. Non per motivi ideologici, bensì perché hanno paura. Occorre sempre considerare che le scelte non possono che essere collettive, in una società. Anche se questo è un problema, perché nella società che si pluralizza occorrono decisioni che comunque tengano il più possibile conto delle esigenze dei diversi soggetti. Però poi le scelte collettive sono fatte di regole astratte e anche la medicina funziona così, con i protocolli. La medicina non è sufficientemente individualizzata e anche lì come nel diritto esiste il dibattito sulla necessità di individualizzare. In ogni caso va detto che se un sistema va bene nel 90% dei casi, si tratta senz’altro di un sistema buono. 

Il 10% rimanente dei casi infatti in questo periodo sta ponendo la questione. Si tratta soprattutto di operatori del mondo della sanità e della scuola, gli unici contesti di lavoro dove l’obbligo di vaccinazione è stato imposto. 
In merito è stata fatta appunto una valutazione di proporzionalità. Le alternative sarebbero state vaccinazione facoltativa per tutti oppure obbligatoria per tutti. Il paradosso è che si criticano delle disposizioni che sono già più “sfumate” rispetto all’obbligatorietà dei vaccini contro il tetano o il vaiolo, ad esempio. Di per sé la normativa oggi adottata è più sofisticata e quindi migliore rispetto a quelle normalmente in vigore per gli altri vaccini. 

Alcuni contrari al vaccino parlano di presunto trattamento sanitario obbligatorio, mentre altri non si fidano e dicono che si tratta di una procedura pericolosa. 
Sono due diverse argomentazioni. L’idea che il vaccino sia pericoloso di per sé può valere, ma alla luce di quello che ci dice l’odierna ricerca medica, a parte alcune voci decisamente minoritarie, esiste invece la ragionevole aspettativa che i vaccini siano una misura proporzionata e giustificata. 
Anche per quanto riguarda il discorso del trattamento sanitario obbligatorio in realtà secondo me stiamo nell’ambito del ring. Il governo spinge verso la vaccinazione ma resta in realtà in vigore il diritto a non vaccinarsi, salvo le categorie che vengono considerate di particolare interesse pubblico. Va ricordato che sia il diritto alla salute che quello all’istruzione scuola sono valori costituzionali.

L’ultimo anno e mezzo è stato all’insegna della straordinarietà e dell’emergenza. Secondo lei necessita anche un adeguamento della Costituzione, per poter governare in maniera più chiara anche questo tipo di situazioni? 
Assolutamente sì. Su questa cosa – soprattutto a livello della procedura di attivazione dello stato di emergenza –  occorrerà lavorare, ma solo una volta conclusa l’emergenza stessa. In secondo luogo si potrà discutere anche in merito alla possibilità di sottrarre uno o più diritti fondamentali alla possibilità di essere limitati. In terzo luogo occorrerà chiarirsi le idee in merito al rapporto stato-regioni, in situazioni di emergenza come quella  che ci siamo trovati ad affrontare. In merito al momento non c’è scritto nulla, né in Costituzione né negli statuti di autonomia. E dobbiamo riuscire ad evitare la situazione in cui ci siamo ritrovati in cui con una legge ordinaria, anzi sulla base di atti amministrativi approvati sulla base di un decreto legge molto generico, il riparto delle competenze stabilito in Costituzione tra stato e regioni è saltato completamente. Il tutto con l’avvallo della Corte Costituzionale.

In questa emergenza abbiamo avuto un attore in gioco, la comunità scientifica, che ha avuto un grande peso nell’orientare le decisioni che sono state prese. Non tutti hanno apprezzato. Dal punto di vista del diritto la scienza che ruolo ha?
Nella Costituzione la scienza con questo ruolo non è presente, ma è chiaro che nel processo decisionale politico per valutare la proporzionalità e l’adeguatezza delle scelte occorre avere dei parametri che spesso sono di tipo tecnico-scientifico. In ogni caso c’è stata una grande differenza nel peso che la comunità scientifica ha avuto nelle decisioni prese tra la prima e la seconda ondata. Nella prima il peso è stato molto più importante. 
In ogni caso sono deleteri sia la demonizzazione che la sacralizzazione della scienza. 

LA “VIA ALTOATESINA”

“Anche in Alto Adige non è stato facile capire quali erano le decisioni giuste da adottare. In aggiunta rispetto ad altre regioni da noi esiste l’affermazione (e la difesa) dell’autonomia, quale vero e proprio elemento costitutivo. Recentemente si è deciso un ricorso contro il garante per la privacy per quanto riguarda il Corona Pass. Ritengo sia una cosa sacrosanta, vanno messi dei paletti. Poi naturalmente c’è modo e modo di metterli, questi paletti. Le scelte compiute sotto Natale con ogni probabilità si sono rivelate controproducenti, come abbiamo visto. Gli errori si possono fare, ma non va persa la bussola – che per noi è data da Costituzione e Statuto di autonomia – per mantenere in piedi il sistema. La nostra provincia comunque è un ponte, quello del Brennero per noi non è un confine qualunque per cui per noi sono state ancora più importanti le scelte autonome assunte, a più riprese. Va anche ricordato che anche il nostro Statuto necessita di un restyling, anche più della Costituzione.”

Autore: Luca Sticcotti

Mariangela, una vita dedicata al prossimo

Dopo 41 anni alla presidenza dell’Associazione assistenza tumori della Bassa Atesina, con sede a Egna, la fondatrice Mariangela Berlanda Poles rassegna le dimissioni, ma rassicura “la mia porta sarà sempre aperta.” Si tratta di una donna e figura importante per il territorio, che è riuscita farsi voler bene facendo del bene. Mariangela si racconta con tranquillità e vede nei giovani il futuro dell’Associazione. 

La sua è una lunga storia all’interno dell’Associazione; una storia che però ora giunge al termine. 
Sì. Lascio il posto ai giovani, perché spero che ci siano delle persone che vogliano entrare all’interno dell’Associazione e magari pensare di candidarsi alla presidenza. 
Però me ne andrò in febbraio, quando ci saranno le nuove votazioni, fino ad allora sono ancora presidente.

Con che umore lascia la presidenza?
Guardi, sinceramente non lo so. Sono tranquilla, spero di aver di aver fatto il mio dovere. 

Lascia la presidenza, ma non le persone. 
Senz’altro, la mia porta per i pazienti è sempre aperta. È aperta anche per chiunque avesse bisogno di un consiglio. Ma ho una certa età, consigli io ne posso dare pochi, perché ormai sono altri i modi di portare avanti un’associazione. Sono più che sicura che i nuovi collaboratori svolgeranno questo compito nel migliore dei modi. 

Ha un ricordo particolare, di tutti questi anni?
Io le cose le faccio e poi le dimentico, perché le faccio talmente volentieri e con la sicurezza di fare una cosa buona che dopo mi dimentico, ecco.

Ci sono già dei probabili candidati alla presidenza?
Che io sappia no, non ho ancora sentito nomi. Ma senz’altro ci saranno delle persone anche più in gamba di me, perché quando ho cominciato io era tutto più facile. Chi arriverà adesso avrà delle difficoltà perché è cambiato tutto il modo di fare. Però sono sicura che saranno tutte persone intelligenti e giovani, quelle che da adesso si prenderanno queste responsabilità, e le porteranno avanti anche meglio di me. Di una cosa sono più che certa: coloro che si prendono la responsabilità di entrare in un’associazione come la nostra hanno la possibilità di dimostrare la loro disponibilità verso il prossimo, e quindi non possono essere persone cattive.

Cosa ha lasciato a quest’associazione?
Devo essere sincera? Tutta me stessa. Ho cercato di dare il massimo. Naturalmente sempre con la complicità di tutti i miei collaboratori, perché da sola non avrei fatto niente. Siamo sempre andati tutti d’accordo e credo stia tutto lì: quando si ha una buona collaborazione va tutto bene. 

Cosa pensa di fare, dopo? 
Niente. Sono contenta di amare i miei figli, e ho la fortuna di averli tutti e cinque attorno, e di fare quello che riesco a fare. A 86 anni penso che si possa dare poco, però quel poco che do, cerco di darlo con amore.

Rimpiange qualcosa?
Io? No. Non rimpiango niente, perché quello che ho dato e ho fatto – anzi, quello che abbiamo fatto, con i miei collaboratori, lo abbiamo fatto assieme e veramente dal profondo del nostro cuore, convinti di fare la cosa giusta.

Autrice: Ana Andros, COOLtour

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Quando il fantasy scorre nell’inchiostro

“Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”, sancì Hegel; una frase che sembra calzare a pennello con la vita di Andrea Zanotti, un giovane – ha da poco passato la quarantina – scrittore di Bolzano che con una produzione letteraria decisamente prolifica sta diventando un nome nel mondo del fantasy. 

È uscita da poco la sua ultima fatica, “Voodoo” (edito dalla Dark Zone di Roma), ma nei prossimi mesi usciranno altri due suoi libri. E il fatto curioso è che in questo scrittore vivono due anime: quella dell’artista e quella dell’economista.

Come nasce Andrea Zanotti?
Ho una formazione scientifico-economica. Ho frequentato il liceo scientifico, ho una laurea in economia e commercio, ho lavorato tre anni presso alcuni commercialisti, in azienda elettrica e oggi mi occupo di investimenti in borsa, in particolare della compravendita di certificati finanziari. E ho sempre avuto la passione per la mitologia, per le religioni antiche collegate anche alla letteratura fantastica, quindi il fantasy e la fantascienza.

Come riesce a conciliare il suo spirito economista con quello umanista?
Quando uno ha una passione, alla fine riesce a trovare il tempo per tutto, perché è giusto seguirla. Mi ritengo fortunato: una passione mi permette di vivere, l’altra di seguire i miei interessi per la scrittura, per la mistica e per la mitologia.

Una mitologia che, leggendo i suoi libri, pare frutto della sua fantasia…
Alla fine sì, ma credo che sia una sorta di rielaborazione di tutto quello che ho letto; qualcosa rimane sempre nel cervello, sia a livello conscio che a livello inconscio. E poi c’è lo studio: per “Voodoo”, per esempio, mi sono informato, ho studiato i vari rituali di questa religione e li ho descritti.

Quanti libri ha pubblicato?
Ho iniziato dieci anni fa autopubblicando le mie opere: avevo scritto la mia prima trilogia, “Mondo 1”, e ho messo in internet il primo libro gratis, a disposizione di tutti. Ho notato che in tanti lo hanno letto, così ho messo in vendita il secondo, a un prezzo simbolico di 1 euro e 99, e anche in quel caso ho visto che c’era pubblico. Così ho proposto la seconda trilogia, “Mondo 2”, con la stessa modalità.   

E come è passato alle case editrici?
Ho iniziato a pensare che sarebbe stato meglio cambiare, anche per avere un marchio dietro che garantisse un minimo di qualità. Ho mandato allora un mio scritto alla Delos digital, la casa editrice di Franco Forte, un autore blasonato che scrive dei romanzi storici ed è anche un grande  appassionato di fantascienza. A lui il libro è piaciuto, così è iniziata la mia avventura nella carta stampata. Poi sono approdato alla casa editrice Plesio Editore, specializzata proprio in fantasy, con la quale ho pubblicato “Dracophobia”. E infine ho pubblicato “Voodoo” con la Dark Zone, una grossa casa editrice di Roma. 

Ha altri libri nel cassetto?
Il prossimo mese con la Dark zone uscirà un weird western che mi ha davvero soddisfatto scrivere. Doveva uscire al Salone del libro di Torino, ma purtoppo la kermesse è stata annullata a causa della pandemia. E poi ho un altro romanzo che avevo scritto qualche tempo fa, si intitola “Il mesmerista” e dovrebbe uscire entro il prossimo trimestre con la Mezzelane editore.

Le contraddizioni del “vero” Alto Adige

In provincia di Bolzano la narrazione del territorio risulta quasi sempre deformata dal “modello difensivo” su cui è stata impostata la nostra convivenza. E molto spesso anche il mondo giornalistico è vittima di tali dinamiche, faticando soprattutto nella pur necessaria descrizione dei cambiamenti intervenuti negli ultimi 20 anni e che hanno radicalmente mutato il quadro di riferimento. A questi meccanismi fa eccezione una recente pubblicazione, di cui raccomandiamo vivamente la lettura.

Il libro “La montagna disincantata, l’Alto Adige / Südtirol tra mito e presente”, scritto da Massimiliano Boschi e uscito negli ultimi sussulti del 2020 per le edizioni Alphabeta, ha in realtà un certa “storia” alle spalle, essendo in sostanza costituito da una serie di reportage realizzati in prima battuta per la testata giornalistica online “Alto Adige Innovazione”, successivamente raccolti in un volume non in vendita intitolato come la rubrica di riferimento “Alto Adige Doc, viaggio oltre gli stereotipi”.
A nostro avviso, questo volume è una lettura irrinunciabile per tutti coloro – speriamo molti, che non si accontentano della narrazione consuetudinaria e quindi annoiata del nostro territorio. Potremmo dire di più: la serie di reportage realizzata da Massimiliano Boschi, freelance di origine emiliana ma bolzanino d’adozione, rappresenta un ottimo esempio del giornalismo del quale ci sarebbe bisogno e che invece, purtroppo, viene sempre meno praticato anche qui a causa di stanchezza o vittimismo, due malattie molto diffuse nella nostra professione.


Uscire dal circolo vizioso della cronaca nera o degli scandali politici o di potere risulta sempre più difficile, come evinciamo dalla lettura dei quotidiani locali, siano essi cartacei o online. Per questo risulta davvero prezioso l’intento assunto da Boschi di uscire dal vicolo cieco di una provincia che “per anni ha minimizzato l’importanza dell’individuo, massimizzando quella del gruppo”. Il giornalista sceglie quindi di concentrarsi sulle storie reali dei singoli individui, sulle opinioni personali e sui fatti, provando a uscire da tutte le logiche identitarie, non solo quelle etniche. Rifuggendo in questo modo
le lenti deformanti e ormai appannate che ormai (quasi) tutti noi riteniamo inadeguate per la lettura della nostra realtà. Boschi sceglie in questo modo di privilegiare “quel che avviene oggi e che potrà accadere domani”, mettendo da parte la solita interpretazione filtrata attraverso i fatti del passato.
Il volume edito da Alphabeta propone una carrellata di reportage realizzati in luoghi identificati secondo le direttrici (anche simboliche) nord / sud (immigrazione e confini) e est / ovest (confini e nuove generazioni). Molto preziosa è anche la prefazione in cui Francesco Palermo evoca un “Re Mida etnico”, ricordando come in Alto Adige Südtirol “tutto ciò che si tocca assume anche solo involontariamente una dimensione etnica”.
Poco prima del “post scriptum” che preannuncia la ripresa del percorso nei prossimi mesi, davvero significativa è anche la “versione di Sofia”, ovvero un breve e illuminante dialogo che vede protagonista Boschi insieme alla figlia diciassettenne, che ci fa capire quanto è importante fermarsi ad ascoltare i giovani, che non solo del futuro ma anche del presente dovrebbero essere i veri protagonisti.

L’alba a san Candido, una delle località visitate

Un viaggio oltre gli stereotipi

L’Alto Adige/Südtirol è una provincia “speciale” non solo nel suo statuto istituzionale, ma perché abituata a raccontarsi attraverso miti identitari e i traumi di un passato più o meno recente. Ma questo schema interpretativo funziona ancora? O piuttosto ha finito per ridurre altoatesini e sudtirolesi a migranti nel tempo invece che nello spazio? I luoghi comuni hanno ancora un fondamento di verità? L’Alto Adige/Südtirol è realmente così efficiente e ricco, tradizionalista e conservatore? È davvero una terra delle opportunità?
Queste sono solo alcune delle domande che hanno spinto l’autore a salire su bus, treni e biciclette per osservare da vicino luoghi meno noti e raccontare quasi in presa diretta un’Alto Adige ormai fin troppo “visibile”, ma che molti si ostinano a non vedere, per privilegi acquisiti o per pigra abitudine.
Il viaggio diventa così un confronto serrato e pieno di sorprese con le nuove “tensioni” che attraversano questa terra, più legate alla gestione dei flussi turistici e migratori che alle questioni etniche o alla famosa “proporzionale”.
Dai paesi dormitorio sull’asse nord-sud (da Brennero a Salorno) alle selfies zones di un turismo sempre più di massa e votato all’assoluta comodità sull’asse est-ovest (dalla Pusteria alla Venosta), emerge un modello di sviluppo sociale ed economico incerto e non sempre governabile, di cui la pandemia di Covid-19 ha messo a nudo tutte le fragilità. Un paesaggio umano che fugge dalle cartoline e chiama in causa una certa idea di futuro.

(dalla seconda di copertina del libro)

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale