Ludwig von Comini, il medico della vite

Se vi è chi ha lottato e lotta contro i virus patogeni per l’uomo e per gli animali, vi è anche chi ha lottato contro le malattie delle piante, come Ludwig von Comini, cui è intitolata una via, parallela alla via Volta. Chi era e cosa fece? Nato ad Innsbruck il 19 giugno 1814, frequentato il Ginnasio regio-imperiale di Innsbruck, dal 1836 proseguì gli studi alla scuola regio imperiale Mariabrunn presso Vienna. Dopo un periodo in farmaceutica entrò nel servizio forestale in Tirolo. Sposatosi a Bolzano nel 1840, nel 1849 rilevò un maso che la moglie aveva ereditato, il “Kalchgruberhof”, con vigneti sia nel borgo di Bolzano che ai Piani. Alle viti di uno dei suoi beni il 3 agosto 1851 Ludwig Comini scoprì per la prima volta l’infestazione attraverso il fungo aspergillus, importato nel 1850 dal Nordamerica in Europa, l’Oidium tuckeri, temuto e conosciuto come “puro Oidio”. Scoperte le ife, filamenti, dei funghi come agenti patogeni, nel 1853 nella sua tenuta ai Piani di Bolzano iniziò a tentare di lottare contro la malattia della vite che si stava rapidamente diffondendo. Quando nel 1855 gli agenti patogeni comparvero massicciamente anche in altri paesi europei, Comini viaggiò per l’Italia, La Francia e la Grecia, per apprendere qualcosa sui mezzi di difesa approntati; tornato in patria tentò ancora, fino a trovare un efficace mezzo di difesa nell’impollinazione delle viti ammalate con zolfo polverizzato e secco. Per gli anni di lavoro e l’incessante divulgazione, verbale e scritta, in tutte zone a viticoltura del paese, gli venne dato il soprannome di “Schwefelapostel”, “Apostolo dello zolfo”. Pubblicate le sue scoperte nel 1858 in lingua tedesca, due anni dopo lo fece in lingua italiana, con la “Lettera ai viticultori”. La lunga battaglia consumò le sue forze, oltre al patrimonio. Sempre più indebolito, Ludwig, farmacista, enologo, agronomo e conte austriaco, dovette soccombere, tanto da morire a 55 anni, con forti dolori, a Bolzano l’11 gennaio 1869.

Autore. Leone Sticcotti

Nuovi stimoli per la “Dante”

Dopo un anno importante di eventi in occasione dei 700 anni dalla morte del grande poeta, le sezione altoatesina della Società Dante Alighieri vede in questo 2022 un avvicendamento alla guida. Dopo più di 20 anni Giulio Clamer lascia la Presidenza alla professoressa Raffaella De Rosa, un’insegnante molto nota a Bolzano sia per la sua attività con i ragazzi che nel suo ruolo a lungo ricoperto nell’intendenza scolastica. Con De Rosa vediamo insieme quali sono i temi suoi quali la Società cercherà di concentrarsi nel prossimo futuro.

Conclusa con il 2021 la ricorrenza dei 700 anni dalla morte di Dante, verrebbe da voltare pagina. Ebbene, non è così perché, come ha sottolineato durante l’assemblea soci il Dottor Giulio Clamer, colonna portante da più di 20 anni della Società Dante Alighieri di Bolzano: “ogni anno è anno del Sommo Poeta”. Ed è proprio il compito dell’associazione tenere viva la memoria di Dante. A cambiare dopo diversi anni, invece, è la Presidenza, ora ricoperta da una donna, la professoressa Raffaella De Rosa, eletta il 20 gennaio dall’assemblea del Comitato di Bolzano durante la riunione tenuta al Centro Kolping in Piazza Domenicani. Scelta per la sua lunga esperienza a scuola, prima come insegnante e poi nell’intendenza scolastica, De Rosa spiega: “sarà per tutti di fondamentale importanza garantire una costante collaborazione con scuole, classi e studenti, grazie ad eventi e manifestazioni. Ho ricevuto una grande eredità e responsabilità, ma Giulio Clamer ha promesso di restare a lavorare con noi. Lui rappresenta la memoria storica della nostra associazione e ha in mano tutto ciò che bisogna fare, sia sul piano culturale, sia su quello amministrativo”. Il programma per il 2022 è ricco di approfondimenti culturali che spazieranno dalla figura di Mazzini a quella di Pier Paolo Pasolini, per arrivare alla celebrazione del Dantedì, una giornata istituita soltanto nel recente 2020, che coincide con il 25 marzo, giorno in cui il Sommo Poeta iniziò il viaggio immaginario descritto nella Commedia. Tra i relatori: Caramaschi, Vivarelli, De Bortoli e Onorati. Maggiori informazioni circa gli eventi sono disponibili sul sito www.dabolzano.it. “Ho l’onore di presiedere un Direttivo attivissimo su diversi fronti: letterario, storico ed educativo. Riguardo a quest’ultimo – specifica la neo Presidente De Rosa – Bolzano è la prima città al mondo come numero di certificazioni PLIDA effettuate, e questo grazie alla possibilità di convertire la certificazione con un patentino riconosciuto a livello provinciale. Inoltre, nel nostro capoluogo non sono presenti i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti e, laddove ce ne fosse la necessità, come nel caso degli stranieri che richiedono i permessi di soggiorno, la certificazione PLIDA attesta le capacità e il livello delle conoscenza della lingua italiana.”
Il principale nuovo stimolo dell’associazione arriva però dall’appena nato gruppo di giovani, unico in tutto il mondo. “In altre regioni erano presenti, ma non sono mai decollati. L’iniziativa è stata accolta con grande entusiasmo anche dal Direttivo degli adulti. I giovani serviranno senz’altro per dare continuità e prospettiva alla Società” ha concluso De Rosa.
Damiano Visentin, della Dante Giovani, commenta così: “è un grandissimo onore accolto con tanto entusiasmo da tutti noi. Credo sia importante, oggi, dare una valvola di sfogo ai giovani, con occasioni di crescita e confronto, cooperando anche con altre realtà. Il nostro primo appuntamento sarà il ‘Caffè letterario’ che si pone come obiettivo proprio l’incontro tra giovani”.

Autore: Andrea dalla Serra

“Il mio sogno? Una Merano a colori”

Coordinatore del centro di salute mentale a Casa Basaglia da circa un anno e mezzo, Francesco Boccia si è trasferito a Merano per motivi di lavoro. Da quando è arrivato qui in città ha cercato di portare avanti delle significative battaglie contro gli stigmi sociali e culturali legati alle malattie mentali e all’identità di genere. E lo fa scegliendo un modo autentico, parlando di se stesso e raccontando la sua esperienza come attivista per i diritti delle persone Lgbt.

// Di Francesca Morrone

In occasione di alcuni eventi celebrativi internazionali come “il coming out day” e non per ultimo la manifestazione spontanea a Merano a favore dei diritti delle persone Lgbt, anche il QuiMerano ha voluto dedicare uno spazio per raccontare chi sta dall’altra parte e che è disposto a  sacrificare i dettagli della propria vita privata a favore del riconoscimento di un diritto universale. 

Francesco Boccia, ci parli della sua storia. Quando comincia il percorso verso la dichiarazione della sua omosessualità? 
Devo premettere alcuni particolari della mia adolescenza: vengo dalla provincia di Salerno e sono cresciuto circondato dall’affetto di tre donne amorevoli, ma al tempo stesso molto presenti: mia madre, mia zia e mia sorella. Perdo mio padre giovanissimo a causa di un incidente stradale. A 26 anni mi invaghisco di un ragazzo, ma entrambi capiamo subito che quella esperienza è più grande di noi. A 15 anni la prendevo come un gioco, anche se i miei amici a scuola mi prendevano in giro. Credo che allora non ci fosse l’attenzione che c’è oggi sul tema del bullismo e quindi determinate discriminazioni passavano inosservate per chi le agiva, mentre la vittima non era in grado di comprendere la portata di quell’abuso. 

Che cosa succede dopo? 
Ho una lunga relazione con la mia compagna fino a quando una sera dopo una brutta discussione sento che c’è qualcosa che non va. Non ero soddisfatto della mia vita, qualcosa mi impediva di essere quello che forse il mio corpo e la mia mente volevano esprimere. Dico basta! Dopo qualche tempo e un percorso di psicoterapia, decido di liberarmi di un peso enorme che non sopportavo più e faccio coming out, dichiarando di essere attratto dagli uomini prima alla mia mamma e poi ai miei amici più stretti. 

Qual è stata la loro reazione? 
Innanzitutto ricordo che il mio allenatore in palestra mi disse, “Sei più luminoso, Francesco. Sembri felice, rinato”. E lo ero. Ero davvero felice di essermi alleggerito non di un segreto, ma semplicemente di qualcosa che volevo condividere con le persone a me care. Mia madre non mi ha parlato per parecchi mesi, ma io non le ho mai voltato le spalle e ho tenuto in piedi un rapporto telefonico fatto di monosillabi. Mai colpevolizzare i genitori, mai tagliare i ponti con loro; a volte si tratta di persone con un bagaglio di vita più limitato rispetto al nostro e con delle convinzioni che fanno capo alla cultura e alla mentalità del loro tempo. Oggi ci parliamo e corro subito a trovarla durante le vacanze, ma l’argomento “omosessualità” resta ancora un tabù per lei. Eh, gli amici: alcuni li ho persi, molti altri ne ho trovati. 

Cos’è cambiato dal suo coming out, dalla sua dichiarazione di omosessualità? 
È stato doloroso arrivare al coming out, il periodo della transizione l’ho vissuto con malessere e insicurezza, ero nervoso, irascibile, mentre dopo mi sono sentito libero. Oggi posso dire di essere una persona equilibrata e di stare bene con me stesso. Risolto questo aspetto, il mio percorso dopo il coming out è stato poco traumatico: non sono stato discriminato né offeso come persona.

Ultimamente lei è stato protagonista della campagna elettorale  durante le ultime elezioni amministrative a Merano. Come slogan ha scelto volutamente lo slogan “Merano a colori. No stigma”: che cosa intedeva con qiuesta frase?
Lavorando in ambito psichiatrico sono consapevole del fatto che vi siano molti pregiudizi e reticenze nei confronti dei malati psichiatrici. Si tratta di un fenomeno culturale che grazie a diverse campagne di informazione e di sensibilizzazione cerchiamo di arginare ormai da molti anni. Inoltre c’è una certa correlazione tra lo stigma della malattia mentale e quello dell’omosessualità. Molti sono i giovani che, ad esempio, non potendo vivere serenamente la propria sessualità sviluppano malattie mentali. Per questo ho scelto di dedicare la mia campagna elettorale ai temi dell’omosessualità e della malattia mentale; sogno una Merano a colori, sogno l’abbattimento di pregiudizi e barriere nei confronti di uomini e donne che decidono di amare come desiderano, senza dovere essere giudicate o ancor peggio discriminate. Sarò davvero contento quando a Merano vedrò sventolare la bandiera a colori. 

Ora che si è fatto conoscere in città, quali sono i progetti in cantiere che l’attendono?  
Sabato 30 ottobre sono riuscito ad organizzare in via Cassa di Risparmio a Merano un flash mob  spontaneo di cittadine e cittadini che si sono raccolte per manifestare la propria solidarietà nei confronti dell’affossamento del disegno di legge Zan che attua nuove misure di prevenzione e di contrasto alla della discriminazione delle persone omosessuali e con disabilità. Sono intervenuti anche rappresentanti dell’Associazione Centaurus di Bolzano. Nel frattempo ho ricevuto delle chiamate anche da parte dell’Ufficio delle Pari Opportunità di Merano. L’affossamento del DdL Zan è stato un pugno in faccia per me. Un colpo al cuore, una sconfitta per l’Italia. Siamo molto indietro rispetto a molti paesi che hanno già una legge contro la omobitransfobia. In Italia, nonostante i dati allarmanti sulla violenza e la discriminazione, ancora oggi manca una legge che tuteli le persone omo, bi e transessuali. 

Cosa si sente di rispondere alle persone che dicono che non c’è bisogno di una legge contro l’omofobia? 
Che non è scontato, purtroppo. Le discriminazioni contro le persone omosessuali o con disabilità sono molto più frequenti di quanto noi crediamo. Dobbiamo poterci difendere da chi ci aggredisce non perché abbiamo fatto qualcosa, ma perché siamo e rappresentiamo qualcosa che distorce la loro visione di realtà.

In attesa dell’approvazione di uno strumento legislativo di tutela, cosa possiamo fare? 
In attesa della legge dobbiamo puntare molto sull’idea di educazione dei giovani e delle famiglie. C’è bisogno di conoscenza per scoprire  il mondo degli altri, di educazione per affrontare pregiudizi e tabù e di sensibilità per trattare tutti i nostri simili con rispetto e dignità. Ad esempio pochi sanno che il 17 maggio di ogni anno ricorre la giornata internazionale contro l’omobitransfobia. Questa giornata è stata scelta perché il 17 maggio del 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità decise di depennare l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola “una variante del comportamento umano”.

Autore: Francesca Morrone

Per Laura l’informatica non è “solo per maschi”

La passione per lo studio, l’applicazione concreta di una propria conoscenza che si presta alla risoluzione dei problemi nel modo più efficace possibile e anche una buona dose di buona volontà, hanno portato la bolzanina Laura Acinapura a vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi nazionali di Informatica.

L’informatica nella vita quotidiana
“Ho iniziato il mio percorso nell’indirizzo tradizionale del Liceo Scientifico Torricelli, un indirizzo che, avendo il latino ma non l’informatica, mi è sembrato quasi più classico/umanistico che scientifico. Negli stessi anni, tramite un gruppo di amici, sono venuta a conoscenza dell’esistenza delle Olimpiadi di Informatica – ci racconta Acinapura – e ho trovato diversi problemi che mi affascinavano.”
Di quali problemi si trattava e, successivamente, quali di questi si è vista sottoporre durante le gare, Laura lo chiarisce immediatamente con un linguaggio accessibile ai non addetti ai lavori, ma sempre preciso: “quando ci si immagina un problema di informatica non si deve pensare a qualcosa che sia collegato alla tecnologia. Quelli che dobbiamo risolvere sono problemi di vita comune, come ad esempio spostarsi da una città all’altra in un modo razionale, utilizzando la strada più rapida. Sembra un problema informatico? No, eppure è proprio l’informatica che, attraverso gli algoritmi, risolve questo genere di problemi. Insomma, dobbiamo massimizzare i nostri risultati.”
Inizialmente il Liceo di Laura non partecipava a questo genere di competizioni. “Ho deciso, quindi, di proporre alla mia scuola di prenderne parte e – prosegue – insieme ad altri 2 studenti ho svolto prima le fasi regionali, passando a quelle nazionali per poi vincere la medaglia di bronzo.”

Laura Acinapura

La medaglia d’oro
“Essendomi qualificata quell’anno, nel 2021 sono potuta passare direttamente alle fasi nazionali, tenute a novembre. Il risultato è stato assolutamente positivo: ho ottenuto la medaglia d’oro, che viene data solo ai migliori 13 su 158 partecipanti”, spiega Laura. Interessante è vedere anche il numero di ragazze: lei l’unica in Italia con l’oro, e tra tutti solo 13 femmine, una partecipazione che non è mai stata così alta, ma il numero rimane lo stesso basso…

Poche ragazze? “Diamo più opportunità”
“Per me l’informatica è stata da sempre un’estensione della matematica, un campo del ‘problem solving’, un aspetto teorico più che pratico che, come dicevo prima, non riguarda l’utilizzo dei computer.” E sul basso numero delle ragazze interessate all’informatica, Laura aggiunge: “Si vedono poche ragazze in questo ambito, quindi è difficile che qualcuna sia invogliata ad affacciarsi a questo mondo. Poi l’assenza di opportunità non è sicuramente d’aiuto e, nell’immaginario collettivo, è un’attività tipicamente maschile: bisogna cambiare.”

Pensando al futuro…
“Adesso posso avere la possibilità di andare alle gare internazionali, la vera sfida Olimpica. E, anche se la passione per scrivere codice rimarrà, non voglio andare a studiare informatica, quanto invece fisica, probabilmente all’ETH di Zurigo”, ha concluso Acinapura.

Autore: Andrea Dalla Serra

Un weird western per conoscere i pellerossa

Il termine tecnico per descriverlo è “weird western”, che in italiano di potrebbe tradurre con “Fantawestern”, un filone letterario che mescola western e fantasy, horror o fantascienza. Un genere che lo scrittore bolzanino Andrea Zanotti ha utilizzato per il suo ultimo libro, “Inno cannibale” (edizioni Dark Zone): quasi trecento pagine fresche di tipografia che sembrano destinate a diventare un cult fra gli appassionati del genere. Zanotti non è nuovo a questo tipo di scrittura: ha sfruttato le atmosfere western con “Voodoo”, e il fantasy – horror sembra quasi un filo conduttore che unisce le sue tante opere (“Dracophobia” in primis, giusto per fare un esempio).
Ma con “Inno cannibale” Andrea Zanotti compie un passo in più, e nel narrare una storia avvincente regala ai suoi lettori uno spaccato degli Stati Uniti in un periodo storico poco conosciuto, o comunque poco studiato da questa parte dell’Oceano: quello dopo la guerra di Secessione. L’autore snocciola nomi di personaggi che sono entrati nell’immaginario collettivo, da Toro Seduto al generale Custer, dal presidente Johnson a Geronimo, li fa interagire e ambienta dunque la trama del libro in una precisa dimensione spazio temporale, descrivendo in sottofondo i fatti storici realmente accaduti.
E la trama è pane per i denti degli appassionati del genere.
Black Mamba, donna-medicina a capo della tribù dei Senza-lingua, ha convocato il cerchio degli Elders, gli anziani capi di tutte le genti pellerossa. Nuovi alleati sono disposti ad aiutare le tribù contro i visi pallidi, è sufficiente unirle per innalzare l’inno cannibale, anche se l’intero ordine del creato verrà sconvolto dal rito, dato che Black Mamba vuole risveglierà Yužáža, “Colui che sgozza gli Dei”. Ma le grandi manovre dei selvaggi non passano inosservate al colonnello Souther, gerente della Clinica psichiatrica federale nr. 51. Sta a lui risolvere il problema dei “musi rossi”. Ma chi spedire in Sierra Nevada, nel covo della sciamana? La scelta cade su Marc Trementina De La Cruz, il suo compare Jo Occhiomoscio e il resto della loro improbabile banda di antieroi. Solo serpi di quella risma potranno resistere a ciò che li attende in quelle lande infestate: Wendigo, Skinwalker, Si-Te-Caha e tutte le leggende da incubo dei nativi, riportate in vita dalle malie di Black Mamba.

Autore: Luca Masiello

Un tram-treno per l’Oltradige

I sindaci di Appiano e Caldaro, con il supporto di diverse forze politiche, tornano a far sentire le proprie voci a favore del collegamento che risolverebbe il problema del traffico e ridurrebbe l’inquinamento. Ora occhi puntati sul Pums di gennaio.

I sindaci di Appiano e Caldaro, con il supporto di diverse forze politiche, tornano a far sentire le proprie voci a favore del collegamento che risolverebbe il problema del traffico e ridurrebbe l’inquinamento. Ora occhi puntati sul Pums di gennaio.
L’Oltradige torna a chiedere a gran voce un tram che colleghi i Comuni di Appiano e Caldaro con Bolzano attraverso la linea ferroviaria già esistente a Ponte Adige, che arriverebbe fino alla Stazione di Bolzano e non attraverserebbe quindi la città. 
Ogni giorno sono quasi 20.000 le vetture che dall’Oltradige si riversano nel capoluogo altoatesino per raggiungere soprattutto la zona industriale e il centro città. Di queste, oltre la metà provengono dai due comuni sopracitati, causando code e ingorghi nelle ore di punta. Il problema, rimasto irrisolto per tanti anni, è stato leggermente attenuato dall’entrata in scena del Metrobus che ha fornito sicuramente riscontri importanti. 
Ma ora i Sindaci dei due paesi coinvolti chiedono un impegno maggiore verso una mobilità sempre più green e puntano a realizzare quel tram che è sfuggito dalle loro mani nel 2019, quando il referendum consultivo bocciò la proposta a Bolzano. Anche se, a dire il vero, questo nuovo mezzo di trasporto non sarebbe un tram classico, bensì un tram-treno con alimentazione elettrica, una vera e propria metropolitana di superficie capace di immettersi e viaggiare anche sulle rotaie già presenti, per trasportare turisti e pendolari. “Credo che un mezzo su rotaia sia la soluzione ideale dal punto di vista della sostenibilità ma non solo. Sarebbe un aiuto concreto per risolvere il problema del sovraccarico di passeggeri sui mezzi di trasporto pubblici. Garantirebbe anche una maggiore puntualità perché non c’è il rischio di rimanere bloccato in coda. Spero vivamente che la Provincia capisca questa nostra necessità e prenda in carico la nostra richiesta” precisa Wilfried Trettl, sindaco di Appiano.

Il progetto “Hüsler”
A tal proposito, nel maggio di quest’anno, una grande coalizione formata dall’opposizione in Consiglio Provinciale aveva unito le proprie forze presentando una mozione – sottoscritta da Team K, Verdi, Freiheitlichen, Südtiroler Freinheit, Pd e M5S -, e bocciata qualche settimana fa dall’assessore alla mobilità Daniel Alfreider, che chiedeva di inserire nella lista delle opere infrastrutturali prioritarie l’idea del tram e di convocare un tavolo tecnico con STA e RFI. 
La mozione faceva seguito al progetto “Hüsler”, autorevole ipotesi progettuale il cui studio di fattibilità è stato commissionato dai Comuni di Appiano e Caldaro al famoso ingegnere svizzero Willy Hüsler, e che è stato già discusso nei rispettivi consigli e inserito nei piani urbanistici. 
In sintesi, il progetto prevedrebbe lo stesso tracciato su cui è presente oggi la ciclabile e che, da Caldaro passi per Appiano per poi, dopo il ristorante Pillhof, ricongiungersi ai binari della linea Merano-Bolzano a Ponte Adige, sempre con lo stesso mezzo. Da qui il tram proseguirebbe fino alla stazione di Bolzano, attirando, secondo i primi studi, almeno un 30% in più di passeggeri rispetto al metrobus, grazie anche ad un ipotizzato cadenzamento sotto i 15 minuti tra le stazioni di Bolzano centrale, piazza Bersaglio, Bolzano sud, Casanova e Ponte Adige.
“Un progetto con un doppio punto di forza, visto che collegherebbe in maniera funzionale e veloce la zona produttiva di Bolzano e non costringerebbe a posizionare dei binari all’interno della città, rispettando l’esito del referendum di due anni fa – spiega Matthias Cologna, coordinatore del Comitato Pro Tram e consigliere comunale a Bolzano. Il tram-treno risolverebbe il problema traffico intenso che si crea quotidianamente, creando una viabilità maggiormente sostenibile e sicura, rendendo più vivibile Bolzano e i paesi limitrofi, oltre che a ridurre la produzione delle quasi 100 tonnellate di CO2 emesse dalle vetture”.

Discussione nel Pums
Il vero grande nodo da risolvere è però quello legato alla normativa nazionale che per questo tipo di mezzo di trasporto ancora non c’è. Il progetto, per concretizzarsi, dovrebbe necessariamente passare attraverso il via libera del Ministero della Infrastrutture, motivo per cui in Italia, al momento, di tram-treno ne esiste soltanto uno, a Cagliari. “Per questo cercheremo di inserirlo all’interno dei punti del PUMS che verrà discusso in aula a gennaio prossimo. Sarà necessario prevedere questa opera a lungo termine per riuscire ad avviare tutte le procedure necessarie, dalla discussione con Roma all’adeguamento delle infrastrutture”, continua Cologna, che sottolinea anche l’importanza di cogliere opportunità dal punto di vista finanziario. “Solo pochi giorni fa il Ministero ha finanziato 240 milioni di euro alla città di Padova per una doppia tratta. I fondi statali ci sono, per ottenerli bisogna però elaborare piani di progettazione validi. In un’ottica futura, inoltre, questo collegamento ferroviario potrebbe anche essere un primo passo verso un ulteriore sviluppo del tracciato, collegandolo alla ferrovia statale nell’Unterland”. Una soluzione flessibile che potrà adattarsi a tutti gli altri progetti già completati delle amministrazioni, come il polo intermodale di Ponte Adige.

Autore: Alexander Ginestous

Un caldo bosco verticale a Vadena

A volte la natura sembra voler dare “schiaffi morali” anche alle opere di architettura più storiche e preziose.
È il caso dell’edera che ha rigogliosamente ricoperto di un caldo tappeto autunnale l’edificio al numero 105 di Vadena Centro. “
Si tratta di un edificio storico conosciuto come “Casa Mosna” dal nome della famiglia che governò a Vadena per ben 4 generazioni (Giuseppe Mosna 1945-1952, Alberto Mosna 1952-1974, Alfredo Mosna 1974-1990 e Carlo Mosna 1990-2005).
La casa segnava il vecchio ingresso al paese – il cui fulcro era il Maso Castello, sede anche il municipio del paese” ci ha riferito Martine Parise, vicesindaca di Vadena e autrice degli scatti. Immagini che lei definisce “Bosco verticale a Vadena”, citando i celebri palazzi progettati a Milano da Boeri Studio, due torri alte 80 e 112 m, che ospitano nel complesso 800 alberi distribuite sui prospetti, appunto “verticalmente”.
Insomma, una vegetazione equivalente a quella di 30.000 mq di bosco e sottobosco, concentrata su 3.000 mq di superficie urbana. Al contrario delle facciate “minerali” in vetro o pietra, lo schermo vegetale del Bosco filtra i raggi solari generando un accogliente microclima senza effetti dannosi sull’ambiente. ivo concetto del Bosco Verticale di Milano è l’essere “una casa per alberi che ospita anche umani e volatili”.
Anche se il Bosco verticale di Vadena non arriva a tanto, offre comunque una suggestiva visione di un abbraccio spontaneo, quello tra natura e architettura.

Autrice: Caterina Longo

I Piduni di Felice

INGREDIENTI

Per 8 persone:
1 Kg farina 00
110 g strutto
270 ml acqua
80 ml vino bianco secco
10 g sale
1 cucchiaino zucchero

Per il ripieno “tradizionale”
250 g tuma fresca o primo sale siciliano
Acciughe sott’olio
2 cespi di scarola riccia
Sale
Pepe nero
Olio di oliva
10 pomodorini

PREPARAZIONE

Versate su un piano da lavoro farina, sale e zucchero.
Unite a poco a poco a poco l’acqua e il vino e iniziate a impastare. Verrà fuori un impasto grossolano.
Aggiungete lo strutto e impastate per circa 15 minuti. L’impasto diventerà liscio ed elastico.
Avvolgete il panetto per l’impasto in uno strofinaccio e fatelo riposare, a temperatura ambiente, per circa 60 minuti. Mentre l’impasto lievita, preparate il ripieno.
Lavate la scarola, eliminate le foglie rovinate e staccate le altre. Asciugatele con un panno o una centrifuga.
Tagliate la scarola in pezzettini piccoli.
Conditela con olio di oliva abbondante (deve diventare lucida), sale, pepe nero e qualche pomodorino tagliato a cubetti.
Tagliate il formaggio a dadini.
Prendete il panetto e piegatelo su se stesso (questo passaggio, se fatto bene, darà una sfogliatura al pitone/pidone). Mettetelo su un piano da lavoro infarinato e appiattitelo con il matterello, ricavando un rettangolo.Ripiegate la pasta verso l’interno, e poi su se stessa. Ripetete questi passaggi per almeno 3 volte.
Tagliate la pasta a pezzi e appiattiteli con il matterello. Dovete preparare delle sfoglie sottili.
Adagiate al centro della pasta un po’ del ripieno a base di scarola, acciughe a pezzetti e tuma/formaggio.
Ripiegate la pasta, richiudendo il ripieno. Sigillate bene, pressando con il dito sull’impasto, e tagliate la pasta in eccesso con una rotella. Si dovranno ottenere dei ravioli giganti.
Chi vuole, può farcire i piduni con prosciutto cotto e formaggio, piacciono di più ai bambini.
Riscaldate abbondante olio di semi in una padella e friggete i piduni preparati, facendoli dorare da entrambi i lati. Li vedrete subito gonfiarsi e diventare pieni di bolle.
Fateli riposare su carta assorbente.
Serviteli ancora caldi e filanti.

Accompagnateli con Birra Messina o Birra dello Stretto, ideali per i cibi dello street food messinese.

Monticolo, il bosco e Col dell’Uomo

Benché si trovi alle porte di Bolzano e nei pressi di centri abitati come Appiano e Caldaro, il bosco di Monticolo, nel cuore del troncone settentrionale del Monte di Mezzo, mantiene una sua ancestrale “selvatichezza”.
Bisogna andarci, per assaporarla, camminare in silenzio lungo sentieri e strade forestali che, da Colterenzio e da S. Michele, dalla valle della Primavera e da Vadena l’attraversano in ogni direzione. Un labirinto tra cielo e terra, tra noto e ignoto, dove orientarsi non è mai facile. Accompagnati dal cinguettio e, a tratti, dallo stridio infernale degli uccelli, passo dopo passo si perdono le proprie certezze “urbane” per oltrepassare il velo che ci separa dal fantasmatico mondo del passato.
Strani vapori mattutini affiorano sulla superficie verde scuro del lago grande, un solitario pescatore sembra cercare la pace dell’anima nella sua immobile attesa. Noi andiamo per la nostra strada e, dopo il lago piccolo, svoltiamo verso una collina che qualche millennio fa (tra il bronzo e il ferro, a quanto pare – ovvero tra le culture di Lugo e Fritzens-Sanzeno) era piuttosto frequentata.
Cosa ci facessero, lassù, i nostri “selvaggi” predecessori, non è dato sapere. Riti religiosi? Rievocazione degli antenati? Difesa di antiche consuetudini? Come nella lontana Machu Picchu, si è più vicini agli dei che agli uomini, su quella vetta appartata e, soprattutto, ad un modello di economia basato su caccia, pesca e raccolta piuttosto che sull’agricoltura stanziale introdotta dalla rivoluzione neolitica che ha trasformato anche il fertile Oltradige in un giardino.
Wilder-Mann-Bühel, Col dell’Uomo (selvaggio) è chiamato, non a caso, il luogo: forse proprio in memoria degli ultimi “selvaggi” insediati per millenni in queste arcane aree tra Castel Firmiano (sito di ritrovamento di un’antichissima sepoltura) e Gmund, tra i laghi di Monticolo e quello di Caldaro.
D’altronde, ancora oggi il territorio esibisce evidenti le tracce dell’eterna lotta tra boschi e campi coltivati, tra natura e “cultura”, con quest’ultima che anno dopo anno continua a erodere spazi vitali alla prima.
Le leggende del posto narrano di un tale Peter Wöth, “der Amerikaner”, uomo anch’egli selvaggio nato nel 1824 e poi emigrato verso le Americhe in cerca di fortuna. Dopo aver vissuto come cercatore d’oro con gli indiani, tornò in patria e si ritirò proprio quassù, in una capanna di pietre. Su una di queste sono ancora incise le sue iniziali e la sua data di nascita.
Poco è rimasto dell’antico castelliere con vista sul Penegal e il gruppo del Tessa, scoperto cento anni fa dal maestro Josef Saxl: migliaia di pietre di porfido sparse sui 280 metri quadri dell’area, qua e là qualche frammento di muro, le basi di una torre quadrangolare, alcune fosse scavate nel terreno.
Sotto la cupola, un terrazzamento che poteva ospitare qualche rudimentale capanna anche nella stagione fredda: giacché, malgrado le apparenze, ci troviamo ad un’altezza di soli 650 metri ed il clima è mite tutto l’anno.
Il Col dell”Uomo è, con il Joben- e l’Hohenbühel, una delle colline maggiori che si elevano nei 100 ettari di bosco di larici, latifoglie, pini e abeti che offrono al visitatore, accanto alle testimonianze di un passato ancora tutto da scoprire, l’occasione di una immersione completa in un ambiente antico e affascinante. Scriveva nel 1886 l’esploratore Heinrich Noë: “Dal paesino di Monticolo, si gode la vista di una grandiosa “Waldeinsamkeit” (idillio silvestre), inimmaginabile dai lussureggianti vigneti di Appiano o dal profondo della valle dell’Adige”. E ancora: “Dopo venti minuti di cammino si raggiunge il lago piccolo incastonato nel fitto del bosco. A nord, est e ovest non si vede null’altro che la vetta del Corno del Renon – una scena di singolare abbandono”.
Parole che condividiamo appieno.

Autore: Reinhard Christanell

Reati in provincia, percezione e realtà

L’Alto Adige è in fondo alle classifiche per numero di crimini e anche le ultime statistiche lo confermano: i reati sono in calo. Ma com’è percepita la sicurezza nella nostra provincia? Ne abbiamo parlato con Raffaele Rivola, Comandante Provinciale dei Carabinieri. “Se confrontata con il resto d’Italia, quella altoatesina è una situazione estremamente sana e invidiabile. In questo contesto, qualsiasi cosa accade viene percepita come una turbativa e provoca allarme sociale”, ci ha detto. Tra i temi affrontati nell’intervista ci sono anche i giovani, l’alcol e guida e le truffe online.

Nello scorso numero abbiamo parlato dell’intenzione, da parte del comune di Egna, di dotare la polizia municipale di armi nel servizio notturno, nell’ottica della creazione di una polizia intercomunale.
Dopo aver dato la parola alla sindaca di Egna, Karin Jost e ai comandanti dei vigili di Laives e Bolzano, allarghiamo lo sguardo sulla situazione della criminalità in Bassa atesina e in Alto Adige.
Ne abbiamo parlato con Raffaele Rivola, Comandante Provinciale Carabinieri di Bolzano. Con ottanta stazioni a livello provinciale, i carabinieri hanno una presenza capillare e ramificata su tutto il territorio altoatesino, che permette loro di avere “il polso della situazione”.
Anche la Bassa non fa eccezione: il comando compagnia di Egna ha dieci stazioni alle dipendenze. “Procediamo per la stragrande maggioranza dei reati in Bassa atesina” – ci dice Rivola, che, romagnolo, ha assunto il comando provinciale dallo scorso settembre. Il Colonnello può vantare una vasta esperienza: nel suo percorso professionale ha svolto numerosi incarichi di stato maggiore, investigativi e internazionali – ad esempio in Calabria si è occupato di lotta alla ‘ndrangheta, a Tropea e Taurianova. A Bolzano è arrivato direttamente dall’Ambasciata d’Italia negli Emirati Arabi Uniti ad Abu Dhabi, dove ha svolto dal gennaio 2018 l’incarico di Addetto Aggiunto per la Difesa.

Comandante, com’è la situazione riguardo alla criminalità a Bolzano e in provincia? In particolare, sa darci indicazioni sulla criminalità nella Bassa atesina?
Dall’andamento generale registriamo un calo sensibile dei reati: nel periodo da gennaio ad ottobre 2021 erano il 14% in meno rispetto agli stessi mesi del 2019 – il 2020 è un’eccezione e non lo consideriamo a causa dei lockdown imposti dalla pandemia. Guardando ai dati relativi ai reati per cui procedono i Carabinieri nella Bassa Atesina, ed esaminando in particolare quelli che destano maggiore allarme sociale, come i furti, abbiamo un 76% in meno di furti nelle abitazioni, un 56% in meno di furti di automobili e un -38% dei furti con destrezza. Tra i casi particolari, le segnalo quello di un giovane rapinatore, che si è “fatto notare” per numerosi reati tra Appiano e Caldaro, commessi a danno di minorenni, anche a bordo degli autobus. A proposito di giovani, c’è un aspetto che ci preme.

Sono emersi aspetti particolari riguardo ai giovani?
Si, registriamo episodi di delinquenza giovanile, in particolare nel capoluogo, ma anche a Laives, con cui c’è contiguità territoriale e nei centri urbani, come Merano, Bressanone e, in misura minore, Brunico. Si tratta di reati a scapito dei coetanei – parliamo di minori e giovani dai 18 ai 24 anni.

Di che reati si tratta?
Furti e rapine, anche con caratteristiche violente, con angherie e sopraffazione. Lo potremmo definire un bullismo portato all’estremo.

Che estrazione sociale hanno questi ragazzi?
La provenienza sociale è trasversale. Non si tratta solo di giovani provenienti da situazioni di disagio, indigenza o con un retroterra migratorio, ma anche di ragazzi di famiglie che definiremmo “normali”. Insomma, non parliamo di una situazione da banlieue francese e non abbiamo difficoltà a identificarli. È importante notare che, anche se questi episodi sono in calo nel 2021 rispetto al 2019, teniamo alta l’attenzione perché si tratta di un disagio sociale su cui intervenire, non con misure repressive, ma attraverso un lavoro di rete a stretto contatto con gli enti locali.

Rispetto al resto del paese, come valuta la situazione sulla criminalità in Alto Adige?
Rispetto al resto d’Italia, parliamo di dati confortanti, e di una situazione estremamente sana ed invidiabile. Siamo in un contesto abituato a standard altissimi per efficienza e qualità e quindi qualsiasi cosa accade è percepita come una turbativa e provoca allarme sociale. è un po’ come una parete bianca, su cui anche una macchiolina balza subito all’occhio. Il nostro compito è comunque darci sempre da fare perché la situazione migliori ulteriormente.

Il contesto quindi gioca un ruolo fondamentale anche nella percezione dei reati…
Certamente. A seconda del tipo di persona e della fascia d’età un furto con intrusione può provocare un trauma significativo. Vale anche per i turisti: l’Alto Adige ha una reputazione altissima a livello di sicurezza – se il turista subisce il furto di una bicicletta elettrica o della macchina qui, durante le ferie, l’impatto è molto più traumatico rispetto allo stesso furto avvenuto a casa. In questo senso, la percezione del danno subito trascende il valore economico, perché tocca la fiducia del trovarsi in un luogo sicuro. Noi cerchiamo sempre di metterci nei panni della vittima e, soprattutto, abbiamo una grande responsabilità nel mantenere alta la reputazione dell’Alto Adige come luogo sicuro.

Avete registrato dei cambiamenti nel tipo di reato/ denunce/percezione della sicurezza con la situazione dovuta alla pandemia?
Registriamo un aumento di truffe online, legate al fatto che con il lockdown molte persone si sono avvicinate agli acquisti sul web. Un altro ambito su cui focalizzare l’attenzione è quello della violenza di genere e domestica – terreno delicato, su cui ci muoviamo in stretta collaborazione con gli operatori sociali e gli enti locali.

Capitolo alcol, com’è la situazione?
Purtroppo abbiamo continue segnalazioni di persone colte alla guida in stato di ebbrezza, che, ricordo, può avere anche pesanti conseguenze penali, oltre a mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini e degli stessi automobilisti.
Da quello che vedono gli operatori sulla strada, le persone fermate non ne percepiscono assolutamente la gravità. Una mancanza di consapevolezza che riscontriamo in maniera diffusa, tra cittadini di tutte le estrazioni sociali, e che desta preoccupazione.

Autrice: Caterina Longo