Un viaggio tra rocce, rovine e leggende

Visto dall’alto, il Monte di Mezzo è un lungo dorso montuoso, simile a quello di un animale sdraiato. Si allunga da Bolzano verso la Bassa Atesina, separando la valle dell’Adige dall’Oltradige, con la Mendola alle sue spalle e le vette dolomitiche che si alzano più a nord-est. A prima vista, sembra un rilievo come tanti; ma chi sale tra i suoi boschi e le radure scopre un mondo sospeso tra natura e storia, dove il tempo pare essersi stratificato in silenzio.

I pendii del Monte di Mezzo custodiscono infatti le tracce di una presenza umana antichissima. Reperti e resti murari, disseminati tra i Denti di Cavallo e le cosiddette Buche di aria calda, lasciano immaginare che qui, molto prima del Medioevo, sorgessero insediamenti o luoghi di culto. Tra i ritrovamenti più significativi, alcune asce in bronzo e ferro, frammenti di ceramica e utensili domestici testimoniano la frequentazione del monte già in epoca protostorica, quando le prime comunità agricole e pastorali si stabilirono sui rilievi per controllare la valle sottostante.

La posizione dominante sulla valle, l’abbondanza di grotte e fenditure nella roccia, e persino il singolare fenomeno dell’aria calda che in inverno fuoriesce dal terreno – quasi un respiro della montagna – potrebbero aver conferito a questo luogo un carattere sacro.

Camminando oggi tra i Denti di Cavallo, la roccia levigata dal tempo rivela piccole cavità regolari, alcune scavate forse secoli fa, altre frutto di processi naturali. Quando l’aria calda esce da queste fenditure e crea un lieve vapore nelle giornate fredde, si comprende come il confine tra

geologia e leggenda sia sempre stato sottile. Non stupisce che in passato si parlasse di “fuochi sotterranei” o di “spiriti della montagna”: spiegazioni poetiche per un fenomeno che ancora oggi affascina escursionisti e curiosi.

Più in alto, le rovine di Castel Varco / Laimburg e Castelchiaro testimoniano un’epoca in cui il Monte di Mezzo fu centro di potere e controllo sulla valle. Il primo, eretto nel XIII secolo dai signori di Laimburg, vigilava i confini di Caldaro e la via verso Bolzano. Il secondo, Castelchiaro (Leuchtenburg), con la sua torre slanciata e i resti di mura che si stagliano sul cielo, domina ancora il paesaggio come un faro di pietra. I castelli, ormai silenziosi, raccontano di tempi in cui il Monte non era solo rifugio, ma anche frontiera e simbolo di autorità.

Con il passare dei secoli, però, le voci si affievolirono. Le vie del commercio cambiarono, i castelli decaddero, e il Monte di Mezzo tornò ad appartenere ai boschi, alle volpi e al vento. Ma non scomparve dalla memoria collettiva: i contadini continuarono a raccontare di città sepolte, di gallerie sotterranee che collegherebbero le due rocche, di tesori nascosti tra i faggi. Leggende, certo, ma forse nate dal ricordo lontano di villaggi preistorici, di comunità che qui, in tempi remoti, avevano trovato rifugio e identità.

Oggi, chi percorre i sentieri che salgono da Vadena o da Caldaro può ancora percepire quella stratificazione di voci: l’eco del ferro battuto, il canto del vento nelle fenditure, il profumo di terra calda che sale dalle Buche di aria calda. È un viaggio che non richiede strumenti da archeologo, ma solo attenzione e curiosità: perché il Monte di Mezzo non si lascia raccontare da un solo tempo.

Autore: Reinhard Christanell

Il passaggio di Dürer in Bassa Atesina

Nell’ottobre del 1494 la valle dell’Adige tra Bolzano e Salorno fu sconvolta da una grande alluvione. Secondo le cronache bolzanine, le già precarie vie di comunicazione del fondovalle furono rese impraticabili dalle acque esondate, costringendo mercanti, pellegrini e viandanti a percorrere itinerari alternativi per raggiungere Trento e le città venete. Proprio a quell’autunno viene ricondotto con certezza il primo viaggio del celebre pittore di Norimberga, Albrecht Dürer, in direzione di Venezia.

Di questo itinerario ci rimangono diversi acquerelli, preziose testimonianze dei paesaggi tirolesi che l’artista incontrò lungo il cammino. Non sappiamo con precisione quali tratti della valle fossero stati inondati, ma tutto lascia supporre che il settore più devastato fosse quello tra Egna e la Chiusa di Salorno, punto nevralgico del corso dell’Adige, spesso soggetto a esondazioni anche in epoche più recenti.

È dunque plausibile che Dürer, provenendo da Bolzano, abbia seguito la strada pedemontana tra Laives, Bronzolo e Ora, superando Castelfeder ed Egna. Giunto nei pressi di San Floriano, si trovò verosimilmente nell’impossibilità di proseguire lungo la via maestra. Fu così costretto a affrontare una lunga salita attraverso Pochi di Salorno e la valle di Cembra, fino a Segonzano e a Pergine Valsugana. Da qui proseguì verso Bassano e infine Venezia. A Segonzano, non a caso, Dürer immortalò nei suoi acquerelli le famose “Piramidi di terra”.

La storia del pittore si intreccia con quella del piccolo borgo di San Floriano, dove, sui resti di un antico villaggio romano, fin dal XIII secolo sorgeva il noto ospizio denominato Klösterle. Questo imponente edificio, da cui oggi prende il via la moderna “via Dürer”, accoglieva migliaia di viandanti in viaggio verso l’Italia e Roma. San Floriano era inoltre un’importante Urpfarre (pieve madre) della Bassa Atesina, con giurisdizione su paesi come Salorno, Cortina, Magrè, Pochi e Cauria. La sua rilevanza, a dispetto delle ridotte dimensioni, potrebbe essere spiegata con il ruolo di centro amministrativo di una curtis longobarda, paragonabile a quella di Enn, che estendeva la propria influenza su Bronzolo, Ora, Egna, Montagna e Mazzon.

Il Klösterle fu probabilmente un punto nevralgico lungo le vie di comunicazione nord-sud. Qui passava la via Claudia Augusta e qui trovarono ospitalità viaggiatori, mercanti e pellegrini. La fondazione di Egna, voluta dal vescovo di Trento alla fine del XII secolo, segnò però l’inizio del suo lento declino: sempre più viandanti preferivano fermarsi nelle locande del nuovo centro urbano e commerciale sorto lungo l’Adige.

Tra le opere di Dürer collegate al suo viaggio italiano figurano anche paesaggi della Bassa Atesina. Dopo Bolzano, proseguì lungo la cosiddetta via del Brennero fino alla piana tra Laives e Ora. Alcuni studiosi hanno collegato a questo tratto il dipinto del San Girolamo penitente (oggi alla National Gallery di Londra), nel quale compare un’imponente roccia porfirica rossastra. Secondo alcuni, Dürer si ispirò alle formazioni della Vallarsa (Brantental), nei pressi di Laives; altri ritengono che l’artista abbia ritratto le verticali pareti porfiriche del Monte di Mezzo, sul lato destro dell’Adige. 

Giunto nei pressi di Laghetti, il maestro intraprese infine il percorso che conduceva a Segonzano, lo stesso che ancora oggi può essere seguito come “sentiero di Dürer”. Un itinerario che non è soltanto memoria storica, ma anche un cammino che unisce natura, arte e cultura, offrendo vedute suggestive su tutta la valle dell’Adige.

Autore: Reinhard Christanell

Massimiliano I e il cuore dell’Impero

Dopo l’epoca di Margarethe Maultasch, il Tirolo conobbe per oltre un secolo un’esistenza relativamente appartata e pacifica. Con l’ascesa di Massimiliano I d’Asburgo, passato alla storia come “l’ultimo cavaliere”, la situazione cambiò radicalmente: la regione alpina divenne uno dei fulcri della politica imperiale e dinastica degli Asburgo.

Tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, l’Europa fu attraversata da profonde innovazioni tecnologiche e culturali che rivoluzionarono il mondo medievale. La polvere da sparo, giunta dalla Cina attraverso i mercanti arabi, rese obsolete armature cavalleresche e mura castellane. La bussola trasformò la navigazione, aprendo la via alle grandi scoperte geografiche, dapprima verso le Indie e poi verso il continente americano. Da quelle nuove terre arrivarono oro e argento, ma anche prodotti destinati a mutare le abitudini alimentari europee: patate, cacao, tabacco. Infine, l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Johannes Gutenberg (1450) con la celebre Bibbia di Magonza rivoluzionò la diffusione delle idee, aprendo l’epoca moderna.

Massimiliano I nacque nel 1459 da Federico III d’Asburgo ed Eleonora del Portogallo. Fu educato nelle arti, nelle lettere e nelle scienze. Amava i canti cavallereschi (Minnesang) e i tornei, ma fu anche un raffinato mecenate. Tra i suoi amici figurava Albrecht Dürer, che lo ritrasse e lo celebrò in opere destinate a fissarne l’immagine per i posteri.

Sul piano politico e militare, Massimiliano, perennemente indebitato con i potentissimi Fugger, affrontò avversari formidabili. Con gli Svizzeri combatté una guerra lunga e sanguinosa, culminata con la sconfitta di Dornach (1499), che sancì l’indipendenza della Confederazione elvetica dall’Impero. A occidente dovette fronteggiare i Francesi, cui aveva sottratto la ricchissima Borgogna grazie al matrimonio con Maria di Borgogna (1477). A oriente, invece, lo scontro fu con la Repubblica di Venezia, allora all’apice della propria potenza.

In questo scenario il Tirolo e la valle dell’Adige assunsero un ruolo centrale: ponte tra Germania e Italia, tra mondo alpino e mediterraneo, divennero non più periferia, ma crocevia della politica europea. Innsbruck, situata sulla “linea del Brennero” tra Augsburg e Verona, sostituì definitivamente Merano come “capitale” della regione.

La guerra con Venezia fu lunga e cruenta. Massimiliano, fedele alla tradizione inaugurata da Carlo Magno, aspirava a farsi incoronare imperatore a Roma. Nel 1507 intraprese il viaggio verso sud con alcune migliaia di persone al seguito, attraversando la Bassa Atesina, dove gli abitanti assistettero stupefatti a quel corteo imponente. Giunto a Trento, però, i Veneziani gli comunicarono che non avrebbe potuto transitare sul loro territorio. A quel punto Massimiliano, da Trento, dichiarò di accettare ugualmente la corona imperiale. Dopo otto giorni, papa Giulio II inviò da Roma la necessaria consacrazione. Fu, in un certo senso, la prima “incoronazione virtuale” della storia.

La vendetta contro Venezia non tardò. Il Tirolo e in particolare la Bassa Atesina divennero teatro delle operazioni belliche e i contadini tirolesi furono mobilitati in gran numero. Se Massimiliano non riuscì a penetrare attraverso la Valsugana, ottenne invece successi sul Garda e nella Vallagarina. Rovereto, allora veneziana, cadde nelle sue mani, e anche Verona, Padova e Vicenza furono costrette alla resa. Alla fine, i negoziati imposero all’imperatore di restituire la maggior parte delle conquiste, eccetto Verona. 

Ma il Tirolo si ampliò comunque in modo significativo: vennero annessi l’Ampezzano, Rovereto, Riva e i vicariati di Ala, Mori, Avio e Brentonico.

Questi territori segnarono fino al 1918 il confine meridionale del Tirolo, definendo così la linea storica che avrebbe separato per secoli l’universo asburgico da quello veneziano e poi italiano.

Autore: Reinhard Christanell

Dai Walchen ai Welschen lungo l’Adige

Le grandi trasformazioni dell’Alto Medioevo portarono, tra il V e l’VIII secolo, a una ridefinizione profonda del paesaggio etnico e linguistico dell’arco alpino. Se l’ultimo imperatore romano d’Occidente era caduto nel 476, le strutture amministrative e giuridiche di Roma continuarono a operare per secoli. L’arrivo di nuove popolazioni germaniche non cancellò di colpo gli abitanti romanizzati, che continuarono a vivere nei loro territori per lungo tempo – e, in un certo senso, vivono ancora oggi nella nostra memoria storica e identitaria.

Il re ostrogoto Teodorico, successore imperiale di fatto (dopo la parentesi di Odoacre), risiedeva a Ravenna ma mirava a mantenere viva la tradizione romana anche nelle province alpine, come dimostrerebbe l’ipotesi di un ducato interno sull’Adige, con centro strategico presso il Doss Trento. I Longobardi, giunti nel 568, mantennero in parte la struttura amministrativa romano-ostrogota. La Bassa Atesina, Bolzano e la Val d’Adige furono inglobate nel potente ducato di Trento e il territorio suddiviso in gastaldie guidate da un gastaldo e sorvegliate da arimanni.

Insomma, se Roma (occidentale) era caduta, i “Romani” e la romanità erano ancora vivi. I Franchi merovingi tentarono più volte di conquistare queste terre, e nel 591 trovarono un accordo con i Longobardi: la zona a nord e sud del Brennero, inclusa la Pusteria, passò sotto controllo bavarese. Iniziò una lunga fase di convivenza forzata tra Longobardi e Baiuvari, che si protrasse fino all’arrivo di Carlo Magno. Fu lui, infatti, nel celebre capitolare dell’806, a smantellare l’organizzazione territoriale romana, imponendo la divisione in contee. Cambiarono le istituzioni, ma non necessariamente la popolazione, in gran parte ancora romanizzata.

In questo contesto si consolidò l’uso del termine Walchen, già in parte attestato in precedenza, per designare le popolazioni latine o romanizzate, in particolare della valle dell’Adige, della Carinzia, della Carniola e di parte dell’odierno Trentino.

“Walchen”, dal proto-germanico walhisk, indicava genericamente “gli altri”: coloro che parlavano latino o sue derivazioni, e che spesso erano già cristianizzati. Nella Conversio Bagoariorum et Carantanorum (VIII-IX secolo), i Walchen appaiono come cristiani già radicati sul territorio, talora in conflitto con i nuovi arrivati. Occupavano spesso valli isolate o aree marginali, e in alcuni casi si ritirarono progressivamente sotto la pressione slava e germanica.

Nei secoli successivi, il termine Walchen non scomparve, ma evolse in forme come Wälsche, Welsche e Welschen, ampliandosi nel significato: nel Tirolo, fu sinonimo di italiani o latini, inclusi i ladini; in Svizzera, Welschschweiz indica ancora oggi la parte francofona del paese; in Alto Adige, fino al XIX secolo i “Welschen” erano gli italofoni o ladini, distinti dai “Teutschen”, i germanofoni; in Germania, il termine fu usato fino all’età moderna per designare francesi, italiani e, più in generale, i popoli latini. Toponimi come Welschtirol (Tirolo italiano), Welschbern (Berna francofona) o Welschland (Francia o Italia) testimoniano questa lunga continuità terminologica.

In molte valli alpine, “welsch” assunse anche un valore etnico-culturale, indicante chi parlava una lingua neolatina o viveva secondo usi “non tedeschi”. Ancora oggi, “Welsch” sopravvive nella lingua tedesca, talora in tono neutro o folklorico. La sua persistenza dimostra una stratificazione culturale millenaria, radicata nell’epoca dei Walchen, quei “latini d’alta montagna” che attraversarono le fratture del primo Medioevo lasciando segni tangibili nella toponomastica, nella cultura alpina e nella memoria linguistica dell’Europa centrale.

Autore: Reinhard Christanell

I Baiuvari tra il Tirolo, il Trentino e il Veneto

Le migrazioni sono tra i fenomeni più profondi e duraturi della storia dell’umanità. In certi casi si trattò di invasioni violente (come quelle degli Ostrogoti o dei Longobardi, che occuparono gran parte della penisola italiana); in altri si tratto invece di insediamenti graduali e pacifici, che modificarono in profondità la struttura demografica, linguistica e culturale delle regioni alpine.

Uno degli esempi più rilevanti – e per certi versi ancora poco indagati – fu la migrazione dei Baiuvari che tra il VI e l’VIII secolo riguardò un territorio compreso tra l’attuale Baviera, il Tirolo austriaco, il Trentino-Alto Adige e parte del Veneto settentrionale. I Baiuvari nacquero probabilmente tra il IV e il V secolo d.C. dalla fusione di residui elementi romanici e germanici. 

Furono alleati dei Franchi merovingi, e poi, nel 788, vennero incorporati nell’Impero Carolingio da Carlo Magno, che costrinse il duca Tassilone III della dinastia degli Agilolfingi (tra l’altro parente di Carlo da parte di madre e marito della figlia dell’ultimo re dei Longobardi Desiderio) ad abdicare. Questo evento segnò l’inizio di un’espansione  franco-bavarese verso sud. Singolare la circostanza che qualche secolo dopo, nel 1027, anche i primi conti di Bolzano fossero di origine bavarese. 

Dalla metà del VI secolo, gruppi baiuvari cominciarono a migrare verso le Alpi e oltrepassarle. Le motivazioni principali furono, a parte il desiderio di nuove terre coltivabili e pascoli, il declino delle strutture tardo-romane e ostrogote e  la necessità dei Franchi di presidiare le vie di comunicazione strategiche, come il passo del Brennero, il Resia e il Monte Croce Comelico.

Nel Tirolo settentrionale, i Baiuvari si insediarono nella valle dell’Inn e nelle valli laterali. Nel Tirolo meridionale (oggi Alto Adige) e in Trentino, gli insediamenti furono inizialmente più frammentati, ma comunque significativi. I Baiuvari si stabilirono in zone montane e periferiche (ma anche a Bolzano), spesso integrandosi con i Longobardi, a loro volta “fusi” con l’antica popolazione romana. 

Tra le aree più importanti troviamo l’Oltradige e la Bassa Atesina, le valli di Non e di Sole, l’Alta Valsugana, le Giudicarie, l’Altopiano di Pinè (Miola, Faida, Montagna e Rizzolaga), il Fersental (Val dei Mocheni) con località come Persen, Palù (Palau), Vignola, Frassilongo (Florutz), Roveda (Gereut), gli Altipiani cimbri con Lavarone (Lafraun), Luserna, Folgaria (Filgreit), Vallarsa (Brandtal), Terragnolo (Latal), Val Ronchi (Rauttal) e Roncegno (Rundscheiner Berg) sopra Borgo. 

I migranti germanici in queste zone vennero spesso chiamati Teutonici o Teutisci (todeschi), nomi generici che solo dal basso medioevo si trasformarono in Cimbri (senza alcun legame diretto con gli antichi Cimbri storici). A lungo, corsi d’acqua come l’Avisio (Eveys) furono considerati confini naturali tra il mondo linguistico latino e quello germanico. 

Lo stesso vale per il Noce (Ulz), che segnava la linea di separazione politica e culturale tra la Contea del Tirolo e il Principato vescovile di Trento, quest’ultimo inserito nel Sacro Romano Impero di Nazione Tedesca dal 1027 al 1803.

I Baiuvari non si fermarono al Trentino. Giunsero, seppur in misura minore, anche nel Veneto alpino, soprattutto nel Bellunese, sugli altipiani vicentini e nelle montagne veronesi, dove la lingua tedesca si conservò fino al XV secolo e oltre.

I Baiuvari contribuirono in modo decisivo alla germanizzazione delle Alpi centro-orientali, lasciando una traccia linguistica, toponomastica e culturale che si riflette ancora oggi nella toponimia, nei dialetti e nella cultura alpina. La loro presenza fu fondamentale per la formazione dell’identità tirolese, che si consolidò solo nei secoli successivi, quando nel 1027 l’Imperatore Corrado II concesse in feudo al vescovo di Trento i territori montani, riconoscendo formalmente una realtà già esistente “de facto”.

Autore: Reinhard Christanell

I confini ed i popoli nella Bassa Atesina

L’invenzione dei confini risale probabilmente all’epoca in cui scomparve il nomadismo dei cacciatori e raccoglitori e si diffuse capillarmente l’agricoltura. Da allora gli esseri umani hanno passato buona parte del loro tempo a delimitare e difendere porzioni più o meno grandi di territorio. 

A nulla sono valse le straordinarie scoperte scientifiche degli ultimi millenni, che hanno consentito lo sviluppo di tecnologie rivoluzionarie in molti settori, come per esempio i trasporti e le comunicazioni. Stiamo andando rapidamente verso un’epoca in cui la fisica quantistica grazie alla conoscenza delle caratteristiche imprevedibili di particelle infinitesimali stravolgerà per sempre la nostra concezione della realtà – ma le leggi della geopolitica e i suoi interpreti “moderni” rimangono quelli dell’età della pietra, quando si difendevano i “sacri confini” a mani nude o con la clava. 

La nostra piccola terra è, da questo punto di vista, un caso esemplare. Da quando i Romani ritirarono le proprie insegne, la regione fu esposta a ripetute ondate migratorie. I primi ad arrivare furono gli Ostrogoti di Teodorico e i  Longobardi, ma il loro impatto fu tutto sommato moderato. I Goti, stanziati con il consenso di Bisanzio – tanto che il loro re Teodorico si riteneva il nuovo imperatore romano d’occidente – , si limitarono a fornire il ceto dirigente senza alterare la composizione etnica. I Longobardi, pur affermatisi più stabilmente, finirono col latinizzarsi nel corso dei secoli e divennero di fatto gli antagonisti dei Teutisci. Diverso fu l’effetto dell’arrivo silenzioso ma determinante dei Bavari a partire dall’VIII secolo: essi penetrarono lentamente nella “carne” del fondovalle, portando mutamenti profondi, soprattutto nella struttura insediativa e linguistica. Saranno proprio loro, insieme agli altri popoli più o meno numerosi presenti sul territorio, a costituire, nel corso del tempo, la base della nuova popolazione alpina poi denominata tirolese dopo il XII secolo.

Ma cosa venivano a cercare i Bavari da queste parti? A differenza di Goti e Longobardi – popoli guerrieri che conquistarono interi regni – i Bavari non imposero un dominio politico. Essi stessi erano il frutto di una mescolanza fra antichi Celti Boi e le residue popolazioni romaniche d’Oltralpe; certo è che, spinti dai Franchi di Carlo Magno, nuovi padroni dell’Europa in via di formazione, che si imposero sui Longobardi nel 774, si stanziarono lungo gli itinerari alpini, con il compito di presidiare territori disordinati e spesso infestati da predoni.

La valle dell’Adige era allora popolata da comunità romaniche e si parlava un latino volgare. Anche la scrittura ufficiale era quella latina: persino i Longobardi ricorrevano a scrivani latini per mettere per iscritto le proprie leggi tramandate in via orale. Fino al Mille, la documentazione era latina. Solo dal XII secolo iniziano a comparire nei documenti i primi toponimi e nomi personali in lingua germanica, specificati come “vulgariter” o “teutonice”. Il tedesco scritto appare dal tardo XIII secolo; ma il latino rimane per secoli la lingua dell’amministrazione, mentre tra le mura domestiche si parlava romanzo.

I Bavari penetrarono come una freccia nel cuore della Bassa Atesina romana, lasciando intatte le valli laterali come la Val di Non e la Val di Fiemme. Qui lavoravano le vigne per conto dei grandi monasteri e dei possidenti bavaresi che erano diventati i proprietari di molte tenute. Il vino atesino era molto apprezzato oltre le Alpi e contribuì, forse più delle armi, all’affermazione dei nuovi dominatori.

Il confine etnico tra Bavari e Longobardi, entrambi popoli germanici ma di diversa origine e approccio, si stabilì lungo l’Adige: riva sinistra ai Bavari, riva destra ai Longobardi. In direzione est-ovest, da Aldino il confine scendeva a Bronzolo e proseguiva fino a Castel Firmiano. Non era dunque, come spesso si crede, tra Mezzolombardo e Mezzotedesco – nomi attestati solo dal XVI secolo – dove si parlava semplicemente di “Mezum”, centro.

Autore: Reinhard Christanell

Un albero per l’imperatore Cecco Beppe 

Gli Asburgo governarono su molti territori europei per quasi 700 anni. In questo lungo periodo si sono succeduti sul trono molti re e imperatori: alcuni presto dimenticati, altri rimasti per sempre nella memoria collettiva. Per quanto riguarda il Tirolo storico, finito in mani asburgiche nel 1363 grazie alla donazione forzata di Margherita, si ricordano in particolare Massimiliano I, Maria Teresa e Francesco Giuseppe con la consorte Elisabeth detta Sissi. A Merano, la sua statua sull’omonima passeggiata viene sempre omaggiata con un mazzolino di fiori.

Fiori e alberi facevano capolino da sempre nella vita della coppia imperiale. Oggi, quando in Tirolo o in Alto Adige i bambini piantano un albero nel cortile della scuola, lo fanno come espressione di rispetto per l’ambiente. Tuttavia, questa tradizione affonda le sue radici proprio nel passato imperiale del baffuto Cecco Beppe. Salito al trono nel turbolento 1848, l’imperatore celebrò il suo giubileo dei 50 anni nel 1898 e quello dei 60 nel 1908, incentivando in tutto l’impero la piantumazione di alberi commemorativi.

Tra Kufstein e Ala furono messe a dimora ben 146.872 piante, la maggior parte delle quali nei comuni al confine linguistico italo-tedesco come Salorno, Cauria, Cortaccia e Aldino. Le origini della cosiddetta “Festa dell’Albero” risalgono dunque alla fine del XIX secolo. Gli alberi “imperiali” furono piantati davanti ai municipi, alle scuole, alle chiese e nelle piazze. A Laives, ad esempio, è stato recentemente abbattuto un acero piantato nel 1908 davanti alla chiesa. A Bronzolo furono collocate due querce rosse nello spazio antistante la chiesa. A Trodena troviamo una quercia comune. Anche molti cittadini seguirono l’invito a piantare un albero nelle proprie proprietà: tra questi Karl Noldin, padre dell’antifascista Josef Noldin, che nel suo maso a Pochi piantò un ciliegio in onore dell’imperatore. A Casignano presso Montagna, Bice Armanini piantò ben 200 pini cembri.

A Bolzano, Laives, Salorno, Ora ed Egna, insegnanti, sindaci e privati cittadini risposero dunque all’appello del sovrintendente forestale Freiherr von Longo-Liebenstein, piantando tigli o querce, accompagnati da una targa con la scritta:

“In memoria del 60° anniversario di regno di Sua Maestà l’Imperatore Francesco Giuseppe I, 1908.”

Questi gesti simbolici, accompagnati da inni patriottici, poesie e discorsi, vennero presto inseriti nei programmi scolastici come “Festa dell’Albero”. Il significato era chiaro: l’albero simboleggiava la fedeltà, la crescita e il legame con la patria.

Con la fine dell’Impero austro-ungarico nel 1918, i riferimenti monarchici scomparvero, ma la celebrazione sopravvisse. Si trasformò in una ricorrenza scolastica con finalità educative e ambientali. A Laives, ad esempio, si racconta ancora di alberi piantati in quell’epoca dagli alunni della scuola elementare di lingua tedesca.

In alcune comunità tirolesi, la tradizione fu mantenuta anche dopo la Seconda guerra mondiale. Negli anni ’50, seppur senza più riferimenti imperiali, la piantumazione degli alberi scolastici divenne simbolo di rinascita e speranza, con un forte significato civico.

Pochi oggi sanno che dietro quella che appare come una semplice festa scolastica si cela un antico legame con la monarchia asburgica. Un albero per l’imperatore – può sembrare una formula d’altri tempi, ma racchiude forse un messaggio ancora attuale: la continuità tra natura, storia e memoria collettiva.

Autore: Reinhard Christanell

Le colonie romane nella Bassa Atesina

Nel 212 d.C., con una lungimiranza rara ai nostri giorni, l’imperatore Caracalla (il cui nome completo era Marco Aurelio Severo Antonino Pio Augusto) promulgò la Constitutio Antoniniana, un editto rivoluzionario che estese la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi dell’Impero, ad eccezione dei cosiddetti peregrini dediticii (stranieri sottomessi senza patti). Fu un evento epocale: si stima che tra i 20 e i 30 milioni di individui su una popolazione totale di circa 60 milioni ottennero i diritti (e i doveri) del civis romanus, primo tra tutti il pagamento delle tasse.

L’editto coinvolse tutti i territori provinciali, dalla Spagna alla Siria, dall’Irlanda alla Mesopotamia, ma ebbe un impatto meno marcato in aree già romanizzate da tempo, come per esempio la Val d’Adige, un tempo dominio ribelle dei Reti. 

Secondo quanto riferisce il geografo contemporaneo Strabone, già nel I secolo d.C., a seguito della conquista del 15 a.C. da parte dei generali Tiberio e Druso, il territorio era stato per così dire pacificato (“Tiberio e Druso condussero via la più gran parte della gioventù e la più robusta”), le vie regolamentate e gli odiati predoni, che non perdevano occasione per assaltare e derubare i  viandanti sempre più numerosi diretti verso le province d’Oltralpe, definitivamente allontanati. In questa cornice si inserisce la deduzione della colonia romana anche nella Val d’Adige, che comportava l’insediamento di cittadini romani con il conferimento della cittadinanza e di terre.

Questo sistema, utilizzato fin dall’epoca repubblicana, prevedeva inizialmente l’attribuzione collettiva dei fondi, di solito due iugeri a testa. Successivamente si passò alla assegnazione viritana, che distribuiva ager publicus a singoli cittadini, spesso veterani, senza fondare una nuova colonia ma con pari effetto romanizzante. La terra non distribuita rimaneva proprietà dell’imperatore.

Le colonie di diritto romano comprendevano almeno 300 coloni e occupavano terre confiscate alle popolazioni sconfitte. I coloni erano obbligati al servizio militare e mantenevano la cittadinanza romana. Tali insediamenti avevano anche lo scopo di controllare i confini (nasce con i Romani la vocazione di “sentinella” territoriale del Trentino-Alto Adige) con il tempo acquisivano lo status di municipium.

Nel nostro caso, la fondazione del Municipium Tridentinum (corrispondente non solo alla città di Trento ma alla successiva diocesi di Trento) testimonia questa dinamica. È ormai ampiamente accettato che la Bassa Atesina, almeno fino a Bolzano e probabilmente fino alla Val Venosta, fosse parte integrante di questo municipio, e quindi oggetto di intensi insediamenti romani. 

Quali sono le prove di ciò? Innanzitutto, la straordinaria quantità di toponimi prediali in -anum (dal nome del possessore latino), che compaiono dal Roveretano alla Val di Fiemme e in Val d’Adige. Tra i più noti: Andriano, Foiana, Albiano, Barbiano, Cornaiano, Appiano, Grissiano, Sirmiano, Torlano, Vezzano e il discusso Lavesanum, che alcuni autori identificano con l’odierna Laives – forse da un originario Lavises, trasformato poi in in una delle numerose varianti gotico-longobarde-bavare che sfociarono nel moderno Leifers.

Sappiamo, inoltre, grazie a un’iscrizione di Caio Valerio Mariano, che la colonia atesina fu denominata Papiria, dal nome della gens Papiria, una nobile famiglia romana a cui era stata affidata l’assegnazione delle terre (ager Papirius).

Curiosamente, nella zona tra la piana Rotaliana e Bolzano non si registrano prediali – ad eccezione dell’area attorno a Egna-Ora (con Casignano, Mazzano e Pinzano) – probabilmente perché all’epoca la Val d’Adige era in gran parte paludosa e inadatta alla colonizzazione agricola.

Infine, la funzione principale di questi insediamenti atesini era garantire il controllo della via Claudia Augusta, arteria militare e commerciale essenziale tra l’Italia e le province germaniche. Lungo questa via si insediarono coloni, agricoltori, artigiani, veterani e famiglie romane, contribuendo alla completa romanizzazione della regione.

Autore: Reinhard Christanell

Il passaggio di imperatori, papi ed elefanti

Nell’anno 799, la Bassa Atesina e il territorio di Bolzano furono testimoni di un evento eccezionale che fece irruzione nella quotidianità dei villaggi rurali: il passaggio quasi contemporaneo di due delle figure più potenti del tempo, Carlo Magno, re dei Franchi e dei Longobardi, e Papa Leone III. Un evento che proiettò questi luoghi di confine al centro della grande politica europea del primo Medioevo.

Papa Leone III era stato vittima di una congiura: accusato da alcune famiglie aristocratiche romane di indegnità morale e amministrativa, fu costretto a fuggire da Roma. Trovò rifugio presso Carlo Magno che lo accolse, lo difese e, dopo aver condotto un’inchiesta che confermò la sua legittimità, decise di scortarlo personalmente nella Città Eterna.

Il viaggio verso Roma seguì probabilmente la via del Brennero, una delle più antiche direttrici nord-sud dell’Europa, già percorsa dai Romani e in uso anche nell’alto Medioevo. È plausibile che l’imperiale corteo passasse per il valico alpino e poi lungo la valle dell’Isarco, attraversando le attuali località di Bressanone, Bolzano e la Bassa Atesina.

All’epoca, la regione era un mosaico amministrativo e culturale: parte era sotto l’influenza del vecchio ducato longobardo di Trento, parte era già inclusa nel comitatus (contea) di Bolzano, istituito dai Franchi come presidio strategico lungo le vie di transito alpine. I territori di Laives, San Quirino, Gries, Settequerce, Cardano, Renon e Weinegg erano inclusi in questa nuova struttura amministrativa che avrebbe dato origine, verso il 1050, alla città di Bolzano, di fatto fondata dal vescovo Udalrico di Trento come sede mercantile. 

Nel dicembre dell’anno successivo, il 25 dicembre dell’800, Carlo fu incoronato da Leone III nella basilica di San Pietro a Roma come Imperator Romanorum. Questo gesto segnò la rinascita dell’Impero romano in Occidente e la definitiva rottura della Chiesa di Roma con Costantinopoli, che non poteva più garantire protezione militare. Fu l’inizio del Sacro Romano Impero, durato mille anni fino all’arrivo di Napoleone.

Ma il frequente passaggio di imperatori e papi, per quanto glorioso, non era sempre e soltanto una benedizione. Le comunità locali, se da un lato accoglievano con curiosità e devozione tali personaggi, dall’altro dovevano sopportarne l’impatto: uomini, cavalli, carri trainati da buoni e rifornimenti rappresentavano un peso notevole, e le razzie di viveri non erano rare. Tuttavia, questi eventi restavano incisi nella memoria collettiva per generazioni, tanto erano straordinari.

Un curioso aneddoto riguarda la presenza di un elefante nel seguito di Carlo Magno in uno dei suoi viaggi italiani. L’animale, chiamato Abul Abbas, era un dono del califfo di Bagdad Harun al-Rashid, lo stesso reso celebre nelle “Mille e una notte”. Il pachiderma fu trasportato via mare e poi oltre le Alpi fino ad Aquisgrana, dove divenne parte del simbolico apparato imperiale. Non sappiamo se Abul Abbas accompagnò Carlo anche nei viaggi di quegli anni, ma non è da escludere: l’elefante fu avvistato in varie occasioni lungo l’arco alpino. Se davvero attraversò la Bassa Atesina, sarebbe stato il primo elefante mai visto in quelle terre.

Più certa è invece la vicenda dell’elefante Soliman, donato nel 1551 al futuro imperatore Massimiliano II e proveniente dalle Indie portoghesi. L’animale attraversò anch’esso la valle dell’Adige, soggiornando presso la locanda “Hylbe” di Ora, che da allora porta il nome di “Elefante”. Anche a Bressanone, l’Hotel Elefante ricorda il passaggio dell’insolito ospite, trasformando un aneddoto storico in eredità toponomastica duratura.

Il passaggio di Carlo Magno nella Bassa Atesina non fu quindi soltanto un momento di effimera gloria, ma un frammento della grande storia d’Europa calato nel cuore dell’arco alpino. Un episodio che ci ricorda come anche le valli più remote siano state, nei secoli, crocevia di potere, fede e leggenda.

Autore: Reinhard Christanell

La Bassa Atesina: numeri, storia e identità

La consistenza numerica dei gruppi linguistici rappresenta ancora oggi uno dei pilastri su cui si regge l’autonomia altoatesina. Nel 2023, la popolazione dell’Alto Adige risulta così suddivisa: il 68,61% appartiene al gruppo linguistico tedesco (in calo di quasi un punto rispetto al 2011), il 26,98% al gruppo italiano (in leggero aumento di circa 0,8 punti), il 4,41% al gruppo ladino. A questi si aggiungono 52.647 cittadini stranieri, pari al 9,9% della popolazione totale. Solo a Bolzano gli stranieri sono 15.457, ovvero il 14,5% della popolazione cittadina. Un dato rilevante, finora poco integrato nelle dinamiche politico-istituzionali. La matematica chiede spazio, ma la politica non sembra ancora pronta.

Per fare un paragone storico, nel censimento linguistico dell’Impero austro-ungarico del 1900, nel territorio del Tirolo vennero registrati 460.840 germanofoni (compresi anche ladini germanizzati) e 368.020 italofoni e retoromani. All’epoca, Un commentatore del tempo scrisse: “Il Tirolo è dunque romanzo per quasi la metà.”
Il Tirolo settentrionale era quasi totalmente tedesco, mentre il Tirolo meridionale – cioè quello al di qua delle Alpi – mostrava una netta prevalenza romanzo-italiana, con una percentuale vicina al 60%: 229.027 Tedeschi contro 328.086 Romanzi. Quando inizia la divisione tra “romanzi” e “germani”? Fino al V secolo, il territorio era parte dell’Impero romano e popolato da cittadini di lingua latina. La loro origine poteva essere africana, gallica, illirica o siriana, ma erano romani a tutti gli effetti. Dopo il collasso dell’Impero romano d’Occidente, la situazione divenne incerta: i nuovi padroni erano popoli “barbari”, ma la base della popolazione restava latina.
Dopo la guerra gotica (535–553), molti Goti furono decimati o si dispersero. Secondo alcune ipotesi, gruppi gotici si sarebbero stabiliti nel Vicentino, nella Marca Trevigiana e nelle valli trentine, ma nella Val d’Adige mancano toponimi o tracce linguistiche che confermino una presenza gotica significativa. Il cambiamento decisivo avvenne dopo la sconfitta dei Longobardi di Desiderio nel 774 ad opera dei Franchi.
Mentre i Longobardi si erano nel frattempo romanizzati, i Bavari – già presenti nel Tirolo orientale e settentrionale sin dal VI secolo – vennero spinti verso sud dai Franchi. I Bavari (Bajuwaren), popolazione germanica cristianizzata dai missionari franchi, si erano inizialmente stabiliti in Baviera sotto la guida della dinastia degli Agilolfingi (es. Theodo I, 640–680).
Dopo l’annessione della Baviera da parte dei Franchi nel 788, molti coloni bavari si spinsero a sud, verso la Val d’Isarco e la Bassa Atesina, germanizzando progressivamente le zone comprese tra Laives e Salorno. I Bavari si insediarono in numerose località: Leifers (Laives), Branzoll (Bronzolo), Auer (Ora), Neumarkt (Egna), Tramin (Termeno), Montan (Montagna), Kurtatsch (Cortaccia), Kurtinig (Cortina sulla Strada del Vino). Questi insediamenti erano agricoli, spesso legati a donazioni vescovili o imperiali, con strutture sociali organizzate attorno alle vecchie curtes longobarde e ai nuovi centri parrocchiali di stampo franco.
Il prossimo passaggio fu quello dall’Impero Carolingio al Principato Vescovile. Nell’814 morì Carlo Magno, che passò il timone al figlio Ludovico il Pio, che ereditò anche la Bassa Atesina. Nell’ 817, con l’Ordinatio Imperii, il Tirolo e la Bassa Atesina passano a Ludovico il Germanico. Dopo il Trattato di Verdun dell’843, il territorio passa a Lotario I. Nel 952 la Bassa Atesina entra nella marca di Verona, a conferma della persistente romanità dell’area. Finalmente nel 1027 con Corrado II il Salico, Bolzano, Trento e la Val Venosta vengono affidate al vescovo Udalrico di Trento e nasce il nucleo del principato vescovile di Trento, con confini e identità più stabili.
In conclusione possiamo dire, che la Bassa Atesina come la conosciamo oggi è frutto di una lunga stratificazione etnica e linguistica: Romani e romanzi come base originaria, Longobardi che si integrarono nella popolazione latina, Bavari che, sostenuti dai Franchi, imposero elementi di lingua e cultura germanica, con un lento ma costante processo di germanizzazione, specialmente a nord di Salorno. Il risultato è un territorio misto, culturalmente complesso, in cui numeri e storia si intrecciano, e dove il presente multilingue ha radici profonde nel passato.

Autore: Reinhard Christanell