I secoli bui da re Teodorico ai Bavari

L’ultimo imperatore romano d’occidente fu Romolo Augustolo. Salì al trono nel 475, quando aveva appena 15 anni. L’anno dopo fu deposto dal capo barbaro Odoacre che si proclamò rex Italiae. Governò per 17 anni in nome di Zenone, imperatore d’Oriente. Costui tuttavia si fidava poco del barbaro e nel 469 inviò in Italia gli Ostrogoti di Teodorico, suoi alleati. Nel 493 Teodorico sconfisse Odoacre e lo uccise personalmente durante un banchetto a Ravenna, che divenne la nuova capitale del regno ostrogoto.

Se i Goti si impossessarono di tutte le posizioni di comando nell’amministrazione romana d’occidente, i Romani di certo non sparirono da un giorno all’altro dalla faccia della terra, anzi possiamo dire che come popolo e cultura sopravvissero per almeno sette o otto secoli. Il mondo rimase letteralmente intriso di romanità: nella lingua, nella cultura, nell’edilizia, nelle leggi e consuetudini.
Ma veniamo ai cosiddetti anni o secoli bui, di cui si hanno notizie assai frammentarie. Sono gli anni in cui si susseguono le cosiddette invasioni di popoli barbari, soprattutto germanici, che peraltro in tedesco vengono definite migrazioni di popoli. i barbari o migranti che dir si voglia non volevano distruggere il mondo romano: volevano soprattutto goderne. Perciò non troviamo tracce di grosse devastazioni di città e villaggi.
All’epoca di Teodorico l’area trentina e la Val d’Adige, anticamente abitate dai Reti sconfitti nel 15 a.C. e poi lentamente assorbiti dalla civiltà romana, facevano parte di una territorio compreso tra la Regio XI e il vasto municipium di Tridentum. Teodorico mantenne in vita il complesso apparato amministrativo romano anche in Val d’Adige, dato che la popolazione locale era composta soprattutto da famiglie di veterani, soldati, impiegati, contadini, schiavi e servi, commercianti e artigiani romani di lingua latina.
Stranamente Teodorico, che regnò dal 493 al 526 amato e rispettato da Goti e Romani, entrò profondamente nell’animo e nelle leggende delle popolazioni alpine. Probabilmente gli venne attribuito a posteriori il merito di aver vendicato le antiche popolazioni retiche per i torti subiti ai tempi di Druso, cosa che in realtà non fece perché furono proprio i Romani a insediarlo. Ad ogni modo, la mitologia germanico-alpina lo conosce come Dietrich von Bern (antico nome di Verona) e gli attribuisce numerosi viaggi e azioni eroiche nelle nostre valli. Certo è solo che piazzò postazioni militari ai confini e lungo la via Claudia Augusta in Bassa Atesina per proteggerli dalle scorribande di altri popoli barbari. Negli anni successivi a Teodorico, sotto Vitige, Totila e l’ultimo re Teja, i Goti vennero più e più assediati da Alemanni e Franchi e in particolare questi ultimi erano in forte ascesa fino a diventare, dopo qualche tempo, i nuovi padroni d’Europa sotto Pipino il Breve e suo figlio Carlo Magno. Ciò che era stato dominio dei Goti, divenne territorio franco anche in Val d’Adige.
I cosiddetti anni bui proseguirono con l’invasione dei Longobardi di Alboino nel 568. Entrarono in Italia dal Friuli, erano poco più di 100000 persone ma gli uomini tutti armati fino ai denti. La popolazione locale era disarmata e si arrese immediatamente ai nuovi padroni e così anche la Val d’Adige fino a Bolzano e Merano divenne longobarda. Il territorio fu suddiviso in 36 ducati, la Val d’Adige con la Bassa Atesina facevano parte di quello di Trento, il cui ultimo duca fu il ribelle Alchis. La capitale era Pavia. In varie occasioni i Franchi tentarono di sottrarre la Val d’Adige ai Longobardi ma furono poi sconfitti in varie battaglie nella piana Rotaliana e a Salorno nel 577. I Longobardi crearono le curtes, centri amministrativi, mentre i masi furono tolti ai vecchi proprietari romani e affidati ai guerrieri denominati arimanni. Le arimannie presidiavano il territorio e in Bassa Atesina ne furono create diverse a protezione dei confini. Le principali curtes furono quelle di San Pietro presso Ora che comprendeva Bronzolo, Ora, Montagna, Egna, Villa, Aldino e Redagno con sede a Villa, la curtis di Salorno comprendente Salorno, Laghetti, Cortina, Magrè, Cauria e Favogna con sede a Salorno, infine la curtis di Cortaccia e Termeno con sede a Cortaccia. Tuttavia Termeno divenne un importante centro longobardo governato per molti secoli da gastaldi anche dopo la scomparsa dei longobardi stessi. In quanto alle arimannie, sono note quella di Romeno, di cui faceva parte Caldaro, e quella di Appiano, che arrivava fino alla Val d’Ultimo.
A partire dall’VIII secolo, i Longobardi furono romanizzati, abbandonarono la lingua e aderirono al cattolicesimo romano. Vennero ammessi i matrimoni misti che prima erano puniti con la pena di morte. Insomma, i romano-longobardi formavano la popolazione della Val d’Adige all’arrivo di un nuovo popolo barbaro, i Bavari, che dopo alcuni secoli avrebbero completamente assorbito la popolazione autoctona della Bassa Atesina e della Val d’Adige e imposto la loro lingua a partire dal XII secolo. Il confine tra Longobardi e Bavari pare scorresse all’altezza di Laives, ma fu sempre un confine permeabile e, per così dire, elastico. Lo stesso toponimo Leifers o Laives, secondo alcuni studiosi, sarebbe nato durante i secoli bui gotico-longobardi grazie all’adattamento di un antico nome retico riferibile forse al fondatore del villaggio, Lavises.

Autore: Reinhard Christanell

Come Appiano ottenne la sua scuola

Le vie del Signore sono infinite. Paese che vai, usanze che trovi. Alla fine il bene trionfa sempre. Questi e molti altri detti popolari si adattano perfettamente alla vicenda narrata da un noto storico tirolese dell’Ottocento, padre Justinian Ladurner. Originario di Merano, padre Ladurner ha redatto anche una documentata cronaca di Bolzano. In questo contributo, tanto istruttivo quanto divertente, il padre racconta, non senza ironia, come un’usanza considerata “scandalosa” si sia trasformata in un evento positivo: la fondazione di una scuola pubblica nel comune di Appiano.

Siamo nel 1518. Il potere asburgico è nelle mani dell’ultimo cavaliere, Massimiliano I, ma in Europa si diffondono a macchia d’olio le ribellioni contadine, di cui sarà protagonista il vipitenese Michael Gaismair. Insomma, la società medievale si sta evolvendo e questo mutamento si riflette anche nei costumi spesso discutibili  dei nobili e del clero. In particolare banchetti, bagni scostumati  e danze dionisiache di vecchia tradizione finirono nel mirino dei moralizzatori dell’epoca.

Scrive padre Ladurner nel suo articolo Come nel XVI secolo in Tirolo si trasformò una cattiva usanza in una buona:  “Il 1° dicembre 1518 si riunirono ad Appiano il signor Jacob de Banisi, parroco, il signor Jacob Fuchs von Fuchsberg, cavaliere di Hohenepan e amministratore di Altenburg, consigliere imperiale e vogt (protettore) della chiesa parrocchiale, nonché rappresentante legale di Bartlme e Jörgen von Firmian, Sigmund von Spaur di Hoheneck e i fratelli Hans e Hilprand von Fuchs in rappresentanza della nobiltà, Ulrich Körbler, prevosto della chiesa, e Hans Starf, capomastro della stessa chiesa parrocchiale.

Questi uomini, membri del consiglio della comunità, decisero di eliminare alcuni abusi e introdurre al loro posto qualcosa di migliore. Fino ad allora, infatti, era consuetudine che il mercoledì di Pasqua tutta la comunità, sotto la guida della parrocchia e del tribunale di Appiano, venisse con le ancelle e i domestici del villaggio verso il “Widum” (canonica), dove ricevevano dal parroco cibo e bevande. Questo avveniva anche nel giorno dell’Ascensione, dopo che i canti del vespro erano stati intonati. L’intera comunità, accompagnata dal suono dei pifferi, tornava poi alla casa parrocchiale, dove il parroco apriva le danze e, al termine, doveva nuovamente offrire cibo e bevande a tutti.

Inoltre, il parroco ogni anno organizzava un affollato bagno pubblico (Wimmel-Bad) e poi doveva invitare i chierici della chiesa di San Paolo a un banchetto notturno. A Natale, invece, doveva inviare una ciotola di dolci alla casa del sagrestano. Queste usanze gli causavano spese ingenti e, soprattutto il bagno pubblico, era spesso accompagnato da comportamenti indecorosi.

Per porre fine a questa cattiva abitudine e trasformarla in una buona consuetudine, si accordarono affinché tutte le pratiche sopra menzionate cessassero. Tuttavia, anche la comunità non era più obbligata ad onorare i mancati servizi del parroco.

In cambio di questi sacrifici, il parroco si impegnava, per sé e per i suoi successori, a mantenere un maestro di scuola istruito e capace presso il “Widum”, fornendogli vitto e alloggio a proprie spese, oltre a mantenere i sacerdoti ausiliari. Il parroco aveva il diritto di assumere o licenziare arbitrariamente il maestro: se il suo comportamento risultava inadeguato, nobili e comunità avevano il diritto di chiedere al parroco la sua rimozione e la nomina di un insegnante più idoneo.

Il maestro di scuola era inoltre obbligato a partecipare ogni giorno con i sacerdoti assistenti e i cappellani ai canti liturgici di lode e vespro, secondo l’antica tradizione. Inoltre, per le sue mansioni di cantore, doveva prestare servizio anche a Caldaro e Termeno. Per questo riceveva un compenso annuale di 1 fiorino dal parroco e dai tre sacerdoti assistenti, pagato il giorno di San Martino.

Poiché fino ad allora non esisteva una scuola nel villaggio, il parroco mise a disposizione un terreno dietro il “Widum” per la costruzione di un edificio scolastico, il quale sarebbe stato costruito a spese della chiesa, ma sarebbe rimasto di sua proprietà.

Per quanto riguarda il salario del “Junkmeister” (maestro dei giovani) e degli scolari poveri, così come il canto dei salmi durante la Settimana Santa e l’intonazione dei canti, si dovrà seguire la consuetudine vigente a Caldaro e Termeno. Se nobili, comunità o anche stranieri e pellegrini richiedono ai sacerdoti di cantare in occasione di uffici religiosi e veglie, il compenso sarà di 2 kreuzer per una lunga veglia e di 1 kreuzer per una breve. Lo stesso importo sarà pagato per il “Placebo” o la messa per i defunti, mentre per un ufficio di lode si dovranno ricevere 2 kreuzer dai richiedenti, senza pregiudicare la retribuzione del parroco o dei sacerdoti assistenti.

Inoltre, il maestro di scuola riceverà un compenso da ogni alunno che gli viene affidato affinché lo istruisca con disciplina e diligenza. Tale compenso sarà di 15 kreuzer per ogni quadrimestre mentre per il periodo della “Wimmat” (vendemmia) e del Carnevale sarà di 1 “Ausstreichkreuzer”. Durante l’inverno, ogni studente dovrà fornire quotidianamente due pezzi di legna da ardere, oppure pagare un riscatto di 1 pfennig bavarese per l’intero inverno.

Per quanto riguarda l’usanza del parroco di invitare a pranzo nei giorni festivi i nobili appartenenti alla comunità e di servire una zuppa ai loro domestici nei giorni di festa, questa tradizione – conclude non senza sarcasmo padre Ladurner –  dovrà continuare.”

Autore: Reinhard Christanell

La strada italiana da Trento a Bolzano 

Il turismo è un’invenzione dei tempi moderni. Nel XVIII secolo andavano di moda i cosiddetti Grand Tour, viaggi educativi intrapresi dai giovani aristocratici europei, soprattutto britannici, per visitare le capitali culturali dell’Europa come Parigi, Roma e Firenze. Come fenomeno di massa, il turismo sboccia nel XIX secolo grazie alla Rivoluzione industriale: migliorano i trasporti come ferrovie e funicolari, la popolazione gode di un maggior benessere economico, che permette alla borghesia di viaggiare per piacere e si sviluppano le prime agenzie di viaggio che organizzano viaggi di gruppo.

In Trentino e in Alto Adige il turismo si afferma soprattutto grazie agli alpinisti britannici e tedeschi che iniziano a frequentare le Dolomiti. Accanto ai primi rifugi alpini costruiti per ospitare gli escursionisti, si sviluppano ferrovie e strade. Viaggiano gli aristocratici come l’imperatrice Sissi d’Austria ma viaggiano anche i borghesi e perciò nascono le guide turistiche: inizialmente manoscritte, successivamente stampate e illustrate. Karl Baedeker pubblica la sua famosa guida nel 1835, nel 1876 anche la casa editrice Michelin pubblica guide dettagliate.

Nel 1895 esce a Bassano la Guida del Trentino (orientale) di Ottone Brentari dedicata alla “valle media dell’Adige e dell’Eisack” da Trento a Bolzano, comprese le valli laterali come la Val di Fiemme e il Primiero. In sostanza, è una guida della Bassa Atesina per come veniva percepita in piena epoca asburgica.

Scrive Brentari: “Lo stradone (nome che ha continuato a designare a lungo la via principale di collegamento tra nord e sud) si chiama Strada Italiana, la quale va da Innsbruck al confine austro-italiano sotto Ala.” Sarà sostituito dalla A22 quando negli anni ’60 il traffico turistico di attraversamento dei paesi diventò insostenibile.

Il viaggio di Brentari inizia a Trento e si dirige verso nord. Dopo Gardolo, Lavis, Nave S. Felice e Nave S. Rocco (“paesi da cui ogni anno emigrano diverse famiglie per le Americhe”), arriva a Zambana e S. Michele: “tre scuole con un maestro e due maestre, che sono suore di S. Vincenzo, addette all’Istituto Agrario”. Prossima tappa è la Chiusa d Salorno: “importante sotto l’aspetto geologico, storico, etnografico”.  Salorno, “di nazionalità e architettura mista, è ben fabbricato”. Brentari rifà la storia dai Reti all’occupazione romana e dai Longobardi e Bavari all’arrivo di Carlo Magno, con il quale inizia la lenta germanizzazione della Bassa Atesina “ladina”. Saranno poi i vescovi germanofoni di Sabiona e soprattutto i conti del Tirolo a imprimere il carattere marcatamente tedesco alla Bassa Atesina, che in epoca asburgica prevale nettamente. Tuttavia, scrive Brentari, “in tutta la valle dell’Adige da Salorno a Bolzano è ancora fiorente l’elemento italiano in modo che sembra veramente straordinario se si considera quante circostanze lo osteggiano, mentre nessuna lo sostiene”.  

Il viaggio prosegue verso Magrè e Egna, dove consiglia “la gita a piedi da Salorno a Termeno attraverso la fertile e bella regione d’oltre Adige, considerata come il paradiso del Tirolo”.  

A Egna “gli abitanti parlano tutti anche l’italiano e nei tipi, specialmente in quelli delle donne, l’impronta italiana è predominante”. A Ora “è italiano il tipo di parecchie case”, e da lì si arriva a Vadena con le frazioni di Gmund, Piglon e Stadlhof”. “Il comune è abitato quasi esclusivamente da italiani che lavorano i campi appartenenti a proprietari di Trento e Rovereto. Anche le costruzioni hanno un aspetto completamente italiano.” “Bronzollo, dove molti contadini della Valle Lagarina vennero a stabilirsi (…) le scuole sono completamente tedesche e il clero tedesco”.  Anche a Leifers (Brentari non cita mai il nome Laives), paese di 1848 abitanti,  si “erano stabiliti molti italiani (…) ma essi andarono mano a mano germanizzandosi … grazie al fatto che i bambini, frequentando asilo e scuole tedesche, già in tenera età cominciano ad apprendere il tedesco”. 

“Da Leifers si può salire su per la valle di Branten a Weissenstein, donde a Cavalese in ore 8. La valle è qui paludosa, ed in estate non sono rare le febbri nelle località più basse”. 

Sulla rupe all’estremità del Mitterberg “torreggiano infine le rovine di Sigmundskron, che prima si chiamava Formicarium”.

Autore: Reinhard Christanell

Il lento distacco di Laives da Bolzano

Il distacco di Laives da Bolzano durò molto più tempo di quanto riportato dai documenti storici ufficiali. In un certo senso, si potrebbe addirittura affermare che questo “divorzio” non sia mai avvenuto e che le due parti in causa abbiano continuato fino ad oggi a convivere in quasi perfetta simbiosi.

È entrata nella leggenda la famosa riunione presso l’albergo Casagrande del 17 maggio 1819, alla quale parteciparono 28 uomini e una donna, praticamente tutti i capifamiglia del piccolo sobborgo. La rivoluzione francese era finita come si sa e da pochi anni era stato sconfitto anche Napoleone, che Laives l’aveva addirittura cancellata. Nel 1814 il Tirolo era tornato agli Asburgo e Laives risorse dalle ceneri ovvero si liberò per sempre dall’abbraccio involontario di Bronzolo. La repressione di Metternich era feroce, tuttavia Francesco I, da buon nipote di Maria Teresa, che in fatto di riforme non era stata seconda a nessuno, diede il via a piccole riorganizzazioni di stampo liberale che dovevano modernizzare la società e l’amministrazione. Approfittando di una legge provvisoria che lo consentiva, i capifamiglia di Laives trovarono il coraggio di costituirsi comune autonomo, senza tuttavia rescindere in alcun modo i legami secolari con il capoluogo, che anzi volevano consolidare, soprattutto in materia di assistenza e sanità. D’altronde, la musica non è mai cambiata: i Laivesotti nascono e, spesso, muoiono ora come allora a Bolzano.

Le competenze comunali in epoca asburgica erano ridottissime. In sostanza, si trattava di riscuotere le imposte a favore del governo e poco più. Poi, il 17 marzo 1849, tre “Gemeinsviertel”, ossia quartieri di Bolzano, ottennero nuovamente lo status di comuni “autonomi”. Si trattava di Gries, Dodiciville e Laives. Quel giorno fu introdotto (ma applicato solo in anni successivi) il nuovo regolamento comunale generale asburgico, che conferiva un po’ di autonomia in cambio di un controllo ancora maggiore da parte dell’amministrazione centrale.

Cos’era successo a Vienna e in Europa? Per quale motivo i regnanti asburgici, sotto la guida del diciottenne Francesco Giuseppe, appena succeduto allo zio Ferdinando, accettarono una parziale riforma della pubblica amministrazione?

Semplice: era successo il Quarantotto. Termine che ancora oggi indica una grande confusione. Mezza Europa fu sconvolta dalla ribellione popolare, che chiedeva sì pane ma anche riforme sociali, una costituzione di stampo liberale, libertà di parola e di stampa, autonomia degli enti locali, abolizione della servitù della gleba. In Ungheria, si chiedeva l’indipendenza, come del resto anche in Lombardia e in Veneto (entrambe austriache), ma in un primo momento le rivolte furono represse nel sangue.

In Tirolo, conservatore e ultracattolico, i moti rivoluzionari furono meno intensi, ma anche qui i contadini, ridotti in miseria, chiedevano l’abolizione della servitù della gleba e una maggiore autonomia dei comuni dal punto di vista amministrativo e soprattutto finanziario. I risultati furono deludenti e ci vollero altri vent’anni per avere finalmente una monarchia costituzionale.

A livello comunale, si introdusse una forma rudimentale di elezione del “primo cittadino” (Anwalt o avvocato – ancora oggi ombolt in ladino) e dei rappresentanti comunali, che prima venivano nominati. A Laives, dove già dal 1819 si godeva di una tiepida indipendenza da Bolzano, dopo il 1848 “salì al trono” Franz Gerber, erede di Georg del maso Tschuegg, che raccolse l’eredità di Lorenzo Curzel e Anton Franzelin, oste del Casagrande. Rimase in carica, con qualche interruzione, fino al 1857, quando apparve sulla scena Josef Ebner.

I Curzel ripresero il potere nel 1879 con Cesare Kurzel, che si alternò con Josef Ebner fino al primo decennio del ‘900. Josef Ebner rimase in carica anche dopo il passaggio traumatico all’Italia, fino al 1925, quando fu sostituito da Alfred Gerber, a sua volta erede della stirpe Gerber, che fu poi anche il primo sindaco democraticamente eletto dopo la caduta del fascismo.

Torniamo al 1849. Laives intratteneva ottimi rapporti di vicinato con Bolzano anche dopo il parziale distacco del 1819. I nobili bolzanini, come i von Menz, i von Knoll, i Klebenstein e molti altri, possedevano gran parte dei masi e dei terreni coltivabili di Laives. Il problema maggiore riguardava l’utilizzo dei pascoli situati tra Laives e Bolzano. Si trovò una soluzione che rispecchia più o meno la situazione odierna: una linea di confine che attraversava orizzontalmente l’Agruzzo protetta da una recinzione che impedisse alle bestie bolzanine di brucare sui 100 ettari di pascolo di spettanza laivesotta.

Autore: Reinhard Christanell

Alla scoperta della lingua degli antichi

Non c’è metodo migliore per stabilire l’appartenenza culturale di una popolazione che conoscerne la lingua, sia parlata che scritta. Tuttavia, ciò non è sempre possibile, perché pochi popoli hanno lasciato testi scritti in quantità sufficiente per essere letti e interpretati in modo efficace. Per quanto riguarda la lingua parlata, vale la vecchia massima: verba volant.

Se ne possono trovare alcune tracce negli antichi toponimi (soprattutto nei nomi dei fiumi, risalenti all’epoca preindoeuropea), che certamente furono tramandati oralmente. Tuttavia, anche i toponimi sopravvissuti hanno subito corruzioni e adattamenti dovuti alle esigenze dei nuovi “parlanti”. Restando nel nostro territorio, è difficile individuare il nucleo originario di un toponimo “incomprensibile” – per esempio Leifers / Laives –, modificato prima dai latini e poi dai germanofoni.

L’enigma linguistico principale – che riguarda da vicino anche la valle dell’Adige – è rappresentato dall’etrusco, una lingua preindoeuropea documentata in testi scritti risalenti a un periodo compreso tra l’VIII secolo a.C. e il I secolo d.C. Ci ha lasciato un corpus di circa 13.000 iscrizioni, perlopiù funerarie, alcune delle quali bilingui e dunque leggibili. Per il resto, è buio totale. Gli etruschi utilizzavano un alfabeto di derivazione greca con solo quattro vocali (senza la “o”) e, pur convivendo a lungo con popolazioni di origine indoeuropea, come i Latini e i Veneti, mantennero le peculiarità della loro lingua.

Abbiamo fatto questa lunga premessa perché vogliamo dedicare qualche parola a un’altra lingua che ci riguarda molto da vicino, in quanto fu parlata per un lungo periodo nelle valli alpine e prealpine: il retico. Proprio in questi giorni, nella città di Trento – da sempre strettamente collegata con la Bassa Atesina –, è venuta alla luce una straordinaria necropoli con 200 sepolture dotate di ricchi corredi funebri (armi per gli uomini, monili per le donne), che dovrebbe appartenere al popolo dei Reti ovvero all’area culturale di Fritzens-Sanzeno. I Tridentini dell’età del ferro, presenti anche in Bassa Atesina,  intrattenevano intensi rapporti economico-culturali con l’area padano-emiliano-veneta. Basti pensare che il principale luogo di culto della loro dea Reitia si trovava a Este.

A differenza dell’etrusco, il retico non ci ha lasciato testi significativi, ma solo un corpus piuttosto ridotto di circa 300 iscrizioni. La struttura grammaticale e l’alfabeto presentano notevoli somiglianze con l’etrusco, che certamente fa parte della stessa famiglia di lingue, detta reto-tirrenica. Queste iscrizioni sono incise principalmente su supporti metallici (ferro e bronzo), pietra, ceramica o ossa animali. I reperti sono stati ritrovati prevalentemente in Trentino-Alto Adige, Tirolo e Grigioni. Il periodo di riferimento è quello dell’età del ferro, tra il 600 a.C. e il I secolo a.C. Dopo l’anno 15 iniziò la romanizzazione forzata.

L’alfabeto utilizzato dei nostri predecessori fino all’arrivo dei Romani si divideva in due filoni: Sanzeno-Bolzano e Magrè (Schio). Il primo era utilizzato prevalentemente in Val di Non e nella Val d’Adige, il secondo nelle zone del veronese e del vicentino.

Cosa contengono queste iscrizioni? Principalmente nomi di persone, dediche a divinità e verbi. Un esempio famoso è l’iscrizione su una pietra tombale rinvenuta a Vadena: pnake vitamu la ↑em (forse “qui è sepolto Vitamu”?). Inoltre, in varie iscrizioni appare il nome proprio Lavise (lavisie, lavisealu e laviseseli), romanizzato in Lavisno. Da questo nome potrebbe derivare anche il moderno toponimo Lavason, una valletta tra Caldaro e Appiano, dove probabilmente correva un ramo della Via Claudia Augusta tra Altino e Augusta (Augsburg). Questa località è menzionata nella famosa lettera di San Vigilio con il nome Lauesana. E, perché no, anche la retica Laives, situata oltre il Monte di Mezzo, potrebbe essere stata in origine la terra di Lavise.

In attesa di trovare la chiave interpretativa di questi antichi idiomi, possiamo godere delle straordinarie scoperte archeologiche, come quella trentina, che ci permettono di conoscere più da vicino i nostri misteriosi avi e la loro cultura.

Autore: Reinhard Christanell

Gli antichi abitanti della Val d’Adige

Per milioni di anni la valle dell’Adige tra Bolzano e Trento è stata un territorio unitario. Insomma, la barriera linguistica alla Chiusa di Salorno, che da qualche secolo appena separa l’Unterland dalla Piana Rotaliana, non esisteva e le due regioni erano abitate – o forse sarebbe meglio dire percorse  – da uomini e donne della medesima provenienza e lingua.

Orbene: chi fossero i pionieri della valle dell’Adige rimane tuttora un mistero. Trattandosi di popolazioni nomadi, abituate a grandi spostamenti in tutta l’area padana e prealpina, si può ipotizzare un’origine mediterranea e mediorientale. Certo è che a partire dal mesolitico (IX millennio a.C.), in seguito al lento ritiro dei ghiacciai che avevano sepolto la valle sotto una spessa lingua di ghiaccio, il territorio offrì a questi sparuti gruppi di cacciatori / pescatori e raccoglitori un clima favorevole e un ottimo punto di partenza per raggiungere i siti in altura lungo la dorsale della Mendola e verso gli altipiani sotto il Corno Nero.

Proprio tra la Piana Rotaliana e il Monte di Mezzo da un lato e i monti che sovrastano gli abitati della Bassa Atesina dall’altro sono stati scoperti molti siti che testimoniano la presenza di gruppi più o meno numerosi di cacciatori e raccoglitori. Noti sono anche il Riparo Gaban nei pressi di Romagnano, Zambana, il Dos della Forca e vari ripari sottoroccia  presso Mezzocorona, i siti sulla Mendola, i ripari tra Faedo e la Val d’Ega, tra cui alcuni molto significativi anche tra Laives / S. Giacomo (Staller) e Castel Firmiano.  

A tal riguardo è entrata nella leggenda archeologica la straordinaria  “nonna di Mezzocorona”, una sepoltura di donna trentenne risalente a 8000 anni fa e quindi antenata, per così dire, anche del noto Ötzi. È stata scoperta nel 1995 in località Borgonuovo sotto il Monte di Mezzocorona e oggi si può visitare nel locale Centro di Documentazione.

Questi camminatori instancabili con il passare del tempo iniziarono a frequentare sempre gli stessi siti, dove a poco a poco sono nati piccoli insediamenti semi-permanenti. Questi spazi dovevano garantire la sicurezza delle persone e perciò occupavano aree difficilmente raggiungibili e, soprattutto, con ottima vista sulla valle. Stranamente, proprio  in quei luoghi sono poi stati rinvenuti gli insediamenti più tradizionali dell’area alpina, i cosiddetti castellieri (da non confondere con i castelli medievali), in tedesco Wallburgen. Il solo ingegnere bolzanino Georg Innerebner ne localizzò e documentò all’incirca 600, tra cui moltissimi anche in Bassa Atesina e Oltradige. Uno di questi, impressionante ma ancora tutto da “decifrare”, era Trens Birg sul Montelargo, la “montagna sacra” che sovrasta Laives.

Ci si è chiesti molte volte per quale motivo questi castellieri sorgessero sempre in luoghi così scomodi, distanti dai campi coltivati e dalle vie di transito. Il noto antropologo Karl Felix Wolff ha avanzato un’ipotesi assai condivisibile: questi castellieri non facevano riferimento ai contadini neolitici che realizzarono i primi villaggi sui terrazzamenti e sui conoidi alluvionali della Val d’Adige o dell’Oltradige ma alle popolazioni precedenti, mesolitiche, che da costoro venivano chiamati “selvaggi”, Wilde. Insomma, dai vecchi cacciatori e raccoglitori. Per molti secoli queste due popolazioni di contadini provenienti dall’Asia Minore (ecco perché anche Ötzi era di sangue “turco”) e di “selvaggi” locali ritiratisi in luoghi riparati in altura hanno convissuto e ci sono voluti moltissimi anni  prima che prevalesse definitivamente la cultura contadina. Da questa convivenza, caratterizzata da forti contrasti ma anche da molti matrimoni “misti”, dovrebbe essere uscita la cultura di Fritzens-Sanzeno dei Reti. Ne rimane traccia in molte storie e leggende che lo stesso Wolff ha raccolto.

Autore: Reinhard Christanell

La “svendita” di Anterivo

Narra la storia che nell’anno 1321 il duca Enrico di Carinzia e Tirolo, re di Boemia grazie alla consorte, unico figlio sopravvissuto del potentissimo e ingordo “inventore” del Tirolo Mainardo II e, pure, padre dell’ultima “regina” del Tirolo indipendente Margarethe Maultasch, all’epoca dominus della Val di Fiemme “rubata” dal padre al vescovado trentino, conferì a tale Gottschalk di Bolzano il diritto di insediare ad Antereu, l’odierna Altrei / Anterivo nella bassa Val di Fiemme, inter Cauerlon et Castel, 10 nuovi masi.

Gottschalk, figlio illegittimo di tale Margaretha Knoger, acquistato a Bolzano e “liberato” da Mainardo, fu vita natural durante l’uomo di fiducia dello stesso regnante tirolese e dei suoi successori. Già dopo la conquista di Bolzano ai danni del vescovo di Trento Enrico nel 1277, Mainardo gli aveva affidato il semidistrutto Castel Roncolo. Il buon Gottschalk, titolare per  ben 37 anni della giurisdizione di Enn-Caldiff (Egna), chiamò, a quanto risulta, 10 famiglie contadine dal Tirolo del Nord e assegnò loro dei lotti di terreno di ca. 15 ettari da disboscare e coltivare.

Al contrario di Gottschalk, uomo avveduto che accumulò grandi ricchezze, Enrico fu un personaggio a dir poco controverso, incline al gioco e alla bella vita più che alle conquiste belliche, indebitato fino al collo tanto che spesso veniva fermato per strada dai creditori imbufaliti o era costretto a chiedere denaro in prestito ai suoi stessi servitori. Nel 1314 era stato convinto, come promesso dal padre sul letto di morte, a restituire l’amata Val di Fiemme al vescovo di Trento ma riuscì comunque a sdebitarsi con il fedele servitore della sua famiglia, che probabilmente aveva foraggiato i suoi vizi, con l’omaggio dei territorio allora boschivo e disabitato di Antereu. 

Qualche secolo più tardi, nel 1778, dopo molte vicissitudini, diatribe e contestazioni, Anterivo, aggregato alla giurisdizione tirolese di Enn-Caldiff dei conti Zenobio, fu oggetto di un controverso scambio “alla pari” con una insignificante località dell’alta Val di Cembra e, a quanto si disse, il paese di Termeno nella valle dell’Adige tra Maria Teresa d’Asburgo e il vescovado trentino. In realtà, Termeno, di cui si apprezzava soprattutto lo speziato vino, era stato acquisito dagli Asburgo l’anno prima in cambio di Castello, sempre in Val di Fiemme, ma i regnanti viennesi preferirono far credere agli irascibili abitanti di Anterivo, che parlarono esplicitamente di “Kuhhandel” (commercio delle vacche),  di essere stati sacrificati per ottenere in cambio il prestigioso paese vinicolo della Bassa Atesina. In realtà, come detto, ci si voleva sbarazzare una volta per sempre degli scomodi e privilegiati Altreier (che tra l’altro non pagavano tasse), e l’oggetto dello scambio fu un paesino marginale della Val di Cembra, Grumesio, oggi Grumes. In tal modo Altrei divenne Anterivo e fu unito, con la sua popolazione in grande maggioranza di lingua tedesca, alla giurisdizione di Cavalese. Il paese, sottoposto ai conti Zenobio, contrarissimi alla cessione del loro gioiello, come in precedenza la vicina Trodena, passò dunque dal “Deutschtirol” al “Welschtirol” direttamente amministrato dai vescovi di Trento, che realizzarono il sogno covato da secoli di possedere l’intera Val di Fiemme. Da un punto di vista ecclesiastico, fin dalle origini Anterivo faceva parte del distretto di Cavalese. 

Poiché lo scambio sembrava impari e gli abitanti di Anterivo si sentivano traditi e sminuiti dalla “svendita” avvenuta a loro insaputa e contro la loro volontà, il vescovo di Tento Thun donò a Maria Teresa anche la giurisdizione di Levico in Valsugana. Per tranquillizzare la popolazione, fu concesso al paese di Anterivo il diritto di caccia e pesca (nell’Avisio) che divenne fonte di introiti secondari dato che spesso venne ceduto in affitto. Qualche decennio dopo Napoleone sconvolse nuovamente l’assetto territoriale e amministrativo del vecchio Tirolo  e Anterivo, con un piede al di qua e l’altro al di là del confine fu ovviamente oggetto  di un estenuante tiramolla tra Trento e Bolzano che prosegui fino al secondo dopoguerra.

Autore: Reinhard Christanell

Salorno, ovvero “I nostri giusti confini”

Non di rado in Bassa Atesina, terra di confine per eccellenza, le partite politiche più scabrose si sono giocate sulla pelle di ignari alunni delle scuole elementari. Sembra quasi che i  facinorosi di una parte e dell’altra non trovassero altro luogo in cui dare libero sfogo alla loro incurabile faziosità. D’altronde, anche ai giorni nostri la contesa scolastica è sempre all’ordine del giorno e l’assalto alla diligenza “dell’istruzione e del merito” fa parte integrante del background culturale di molti salvatori della patria.

Successe a suo tempo a Vadena, poi a Laghetti e, infine, dopo la guerra, anche a Salorno. Questo paesino sul confine linguistico-culturale assurto a simbolo di qualcosa di molto più grande della sua reale dimensione appare nei libri di storia grazie a Paolo Diacono, lo storico longobardo che ci narra di una battaglia avvenuta qui nel 577 tra i Longobardi guidati dal conte Edvino e i Franchi. Salurnis, centro amministrativo di una “curtis” che comprendeva anche Laghetti, Cortina e Magrè, faceva parte del ducato longobardo di Trento e diversi chilometri a nord, tra Laives e Bronzolo, scorreva il confine tra i due popoli ”barbari” dei Baiuvari e dei Longobardi. 

Dopo questo evento, per quattro secoli non sentiamo più parlare di Salorno, che sicuramente rimane nell’orbita del mondo romanzo plasmato dal vecchio impero romano e dalla presenza dei longobardi romanizzarti. Come gli altri paesi della Bassa Atesina, a partire dall’XI secolo subisce in misura crescente l’influenza dei Baiuvari, che espandono il loro raggio d’azione ben oltre la famosa Chiusa. 

Nella cronaca di un convento bavarese si parla di “castellum quod dicitur Salurna” e una comitiva di viaggiatori transitata da quelle parti descrisse il grande lago formato dalle acque dell’Adige all’altezza di Laghetti, che peraltro diede il nome al paesino stesso. Sempre più spesso, nei documenti dell’XI e XII secolo compaiono persone e toponimi di origine germanica; probabilmente in quell’epoca gli immigrati bavaresi ottennero il sopravvento sulla popolazione autoctona e imposero anche il loro idioma, qui come nel resto della Bassa Atesina “ladina”.

Ma torniamo a tempi meno remoti e al fatto che agitò non solo l’opinione pubblica locale ma, grazie ad un quotidiano nazionale, anche quella dell’Italia di allora. Il 29 gennaio 1961 il giornale filogovernativo romano “Il Messaggero” pubblicò sul suo supplemento domenicale un reportage a dir poco ingiurioso nei confronti del paese di Salorno e in particolare della sua scuola elementare e del corpo insegnante, con l’evidente scopo di disegnare un quadro a tinte fosche della realtà e del popolo sudtirolese. “Il problema dell’Alto Adige – I nostri giusti confini” fu il titolo provocatorio del servizio. Al centro dell’inchiesta il sistema scolastico “autonomo” delle scuole pubbliche di lingua tedesca. Prendendo come testimone, a quanto pare involontario, il sindaco democristiano Giacomo Pojer, il giornale scrisse: “Vi racconterò, per esemplificare, quel che succede a Salorno, ad una decina di chilometri da Trento. (…) Gli insegnanti sud-tirolesi hanno indotto i loro allievi a non salutare il sindaco italiano quando lo incontrano per strada. (…) Il sindaco stesso un giorno si recò a visitare la quarta elementare “tedesca” (…) che lo accolse con l’inno di Andrea Hofer…” In sostanza, secondo il giornale “ufficioso” del governo romano, che evidentemente intendeva risolvere la “questione sudtirolese” a modo suo, i bimbi salurnesi non conoscevano la capitale d’Italia Roma, l’eroe dei due mondi Garibaldi e neppure gli affluenti del fiume Tevere ma, ahimè, solo quelli del teutonico Reno. 

L’allora deputato regionale Hans Dietl reagì con veemenza al servizio giornalistico e attaccò pesantemente lo stesso sindaco Pojer, che si era prestato alla rappresentazione palesemente distorta della realtà sudtirolese, e pretese da lui, esponente provinciale di un partito cattolico come la DC e per di più di origine trentina, una smentita immediata dell’accaduto. Giacomo Pojer rispose con una rettifica ai sensi della legge sulla stampa, negando peraltro di essersi mai recato in visita a una scuola di lingua tedesca. 

Dietl prese atto della smentita del sindaco ma chiese allo stesso, capo dell’amministrazione del suo comune, di querelare il giornale e il corrispondente Matteo de Monte. Cosa che, a quanto risulta, non avvenne.

Autore: Reinhard Christanell

Le servitù di pascolo a Ora e Bronzolo

Tra metà ottocento e i primi anni del novecento un viaggio in treno attraverso l’Unterland poteva riservare visioni bucoliche del tutto inattese. Tra Ora e Bronzolo, i campi primaverili permeati dalle acque stagnanti dell’Adige ospitavano immense greggi di pecore la cui presenza sembrava appartenere al mondo dei sogni più che a quello della realtà.

Le centinaia di pecore intente a brucare l’erbetta fresca provenivano dalla Val di Fiemme e si trovavano in quei luoghi in virtù di un secolare diritto di pascolo. Questa servitù della Magnifica Comunità di Fiemme – ossia dei comuni di Cavalese, Carano, Daiano, Castello, Molina, Moena, Panchià, Predazzo, Tesero, Trodena, Varena e Ziano – un tempo comprendeva territori molto più vasti, che grazie al passaggio dei pastori fiemmesi e fassani introitavano dazi non indifferenti.

Tutto cambiò dopo l’anno 1777, quando il bolzanino von Zallinger realizzò due grandi canali di scolo in grado di raccogliere le  acque ristagnanti attorno al lago di Caldaro. I proprietari dei terreni poterono iniziare a coltivare mais, legumi e altri cereali e le pecore erano mal tollerate. A partire dagli anni 1887 e 1889, un’apposita commissione governativa iniziò a valutare la possibilità di escludere le greggi mediante un risarcimento finanziario. In quel periodo, accanto ai comuni di Ora e Bronzolo, anche Caldaro, Termeno, Cortaccia e Egna ospitavano greggi di pecore provenienti dalle valli di Fiemme e Fassa. 

La commissione promosse le trattative tra i comuni interessati e la Magnifica Comunità; solo Ora e Bronzolo non sembravano interessate a liberarsi della servitù. Fu infine stabilito un importo forfettario di un Gulden per ogni starland (corrispondente a 720 metri quadri) per cancellare definitivamente l’atavica servitù. Ora, con i suoi 2121 starland e Bronzolo con 866 avrebbero dovuto corrispondere alla Comunità 2987 Gulden ma, come detto, rinunciarono in quanto, secondo l’opinione pubblica dell’epoca, i loro terreni sarebbero rimasti paludosi e poco adatti alla coltivazione anche in futuro. Inoltre, i soliti complottisti che, come si vede, esistono in tutte le epoche, riponevano scarsa fiducia nella regolazione del corso dell’Adige e parlavano ironicamente di “Etschruinierung” (rovina dell’Adige) anziché di “Etschregulierung” (regolazione dell’Adige). 

Ora e Bronzolo si videro dunque costrette ad aumentare la presenza di pecore sui loro territori. Il numero fu stabilito in 600 unità, oltre a 90 agnelli. Il periodo fu fissato dal 25 marzo al 4 maggio, durante il quale per 5 giorni le pecore pascolavano a Ora e per 2 (il martedì e il venerdì) a Bronzolo. Le ore notturne dovevano recarsi nei ricoveri di Ora. 

In seguito alla disastrosa inondazione del 1890, furono finalmente ultimati i lavori di bonifica anche dei terreni di Ora e Bronzolo, iniziati nel 1801. Nel 1912 fu realizzato un secondo canale di scolo (Uhl) che partiva dalla stazione di Bronzolo e confluiva nella fossa grande di Bronzolo nei pressi della stazione di Ora. Una fitta rete di canali minori completò l’opera e a quel punto il comune di Ora inviò alla commissione competente una petizione per chiedere di essere affrancato dalla servitù che danneggiava irrimediabilmente le coltivazioni. Iniziò un estenuante batti e ribatti tra i comuni e la Magnifica Comunità. Dovette intervenire l’autorità competente di Innsbruck, obbligando i fiemmesi ad accettare un ragionevole confronto. Ma scoppiò la prima guerra mondiale e il discorso fu accantonato. Nel dopoguerra, le trattative ripresero vigore e proseguirono, tra le reciproche rivendicazioni delle parti, fino al 1927, quando, grazie a una sentenza definitiva del Tribunale di Trento, i due comuni si liberarono della servitù pagando una somma di 66 Lire per ogni starland. 

Calò così il sipario su un’epoca memorabile e si spalancarono le porte per la monocoltura moderna.

Autore: Reinhard Christanell

“Realtà paesana, problematiche cittadine” 

“Laives? No grazie!”: con questo titolo “rubato” alla campagna contro l’energia atomica, il periodico degli studenti universitari sudtirolesi “Skolast” pubblicò un articolo piuttosto critico sul comune di Laives e le prospettive della sua gioventù.

Correva l’anno 1991. Il ’68 e il ’77 barricadieri erano un lontano ricordo, qualche protagonista di quel periodo storico era rientrato nei ranghi “dell’arco costituzionale”, altri si erano definitivamente persi. La militanza politica giovanile aveva ammainato bandiera e il futuro delle nuove generazioni era tutto da inventare. L’autore del testo, Ugo Pozzi, sintetizzo così la situazione sociale della cittadina: “Realtà paesana, problematiche cittadine”.  Ormai da qualche decennio Laives, che dal 1985 poteva fregiarsi del titolo di città dovuto a una crescita demografica abnorme, si trascinava un problema “esistenziale”  per così dire grosso come una casa. Grazie ad una politica urbanistica a dir poco generosa e alla contestuale “chiusura” della città di Bolzano imposta dall’allora potente assessore Benedikter, il paese continuò a lievitare in modo sciagurato. Gli abitanti crescevano di anno in anno, non c’era campo o vigneto che non cadesse nelle mani degli speculatori edilizi bolzanini e locali – che peraltro non hanno mai smesso di comportarsi da padroni del vapore. Intere vie erano nate o nacquero in quegli anni: via Marconi, via Andreas Hofer e Galizia, via Nazario Sauro, la zona 46 (ex-Fuchser) e così via. Gli abitanti passarono dai 5000 del dopoguerra ai quasi 15000 degli anni ‘90.  Un salto nel buio, uno choc identitario che nessuna realtà sociale può superare indenne.  Scriveva giustamente Pozzi: “Infatti, al di là del volume sociale del comune, che si aggira all’incirca sulle 15-16000 unità, la mentalità è ancora fortemente agricola o più propriamente paesana. Bar alla sera e chiesa alla domenica sono le attività principali della popolazione, attività queste che nascondono problemi da sobborgo metropolitano come la violenza, la delinquenza giovanile e la droga tra tutte”. In effetti, se lo strato più antico della popolazione continuava a vivere come sempre, seguendo i riti e i ritmi della vita contadina, i nuovi arrivati, “spaesati” nel verso senso della parola, stentavano ad integrarsi. Del resto, non bisogna dimenticare che questa non era la prima violenza demografica che questo luogo subiva: basti ricordare che nel 1823 contava 736 abitanti e 95 case, viveva di agricoltura e di quel che offriva l’economia legata alla navigazione sull’Adige. Nel 1900 gli abitanti erano già 2513, l’immigrazione dal Welschtirol e da alcune zone lombardo-venete avevano stravolto le fondamenta sociali del paese. Il fascismo diede il colpo di grazia alla vecchia Laives, che in breve tempo raddoppiò gli abitanti. Furono soprattutto operai della zona industriale di Bolzano a insediarsi in paese. Ma il vero botto alle strutture sociali avvenne dagli anni ‘70 in poi: pur conservando il nucleo contadino di epoca asburgica, Laives divenne la classica località di periferia – con tutte le conseguenze. Scrisse ancora Pozzi: “Non a caso Laives è uno dei principali mercati per il traffico di stupefacenti altoatesino. Sembra addirittura che la droga vada da Laives a Bolzano e non viceversa! Coinvolti in questa spirale senza fine sono chiaramente i giovani che mal si adattano alle paesane abitudini e cercano in tutti i modi l’evasione”.  Tra le mancate “possibilità di evasione” Pozzi cita: “Niente cinema, niente locali adatti dove poter suonare o ritrovarsi al di là del circolo “FENALC” inadatto a soddisfare le sempre maggiori richieste e in procinto di abbattimento”.

E allora? Laives si trasforma in dormitorio, le grida dei giovani, “che reclamano sempre più un luogo proprio ove poter finalmente vivere la propria vita con modalità meno conformistiche e alienanti” incontrano un comune “sordo che mena il can per l’aia citando a intervalli regolari il progetto Laives 2000 comprendente una stupenda casa della cultura”. 

“Sarà utile che il comune di Laives pensi a tutto ciò e tenga conto che in futuro ci potrà essere qualcuno che dirà basta …” conclude l’articolo Pozzi. Forse non sapeva che prima o poi anche il disagio si trasforma in normalità.

Autore: Reinhard Christanell