Il tempo del Covid sarà ricordato a lungo da tutti e in modo particolare da coloro che hanno subito dei danni, alcuni dei quali irreparabili, o le conseguenze, alcune delle quali con effetti nel lungo periodo. Pensiamo alle morti e alle aziende fallite, ai debiti e all’impoverimento, ma anche al disagio sul piano delle relazioni umane.
Gli insegnanti e i genitori sanno bene, dopo mesi di didattica a distanza, che cosa significa per i ragazzi non essersi potuti riunire nel gruppo scolastico. Non si tratta solo di avere appreso di meno e forse peggio (a parte coloro che proprio non hanno i mezzi tecnici per partecipare), ma di aver dovuto rinunciare a una dimensione essenziale dell’esperienza scolastica, quella relazionale, che non può essere spostata sul piano virtuale.
Chi si occupa da oltre un secolo di educazione, come gli scout, sa che cosa il Covid ha tolto ai ragazzi. Qualche giorno fa le associazioni scout della Provincia hanno scritto ai responsabili della politica altoatesina. Hanno fatto presente come da subito i gruppi si sono attivati per mettere in atto i protocolli di sicurezza (utilizzo delle mascherine, distanziamento fisico, disinfezione delle mani, svolgimento di attività all’aperto, misurazione della temperatura con tenuta registro presenze) per garantire ai ragazzi un ambiente sicuro. Purtroppo è dallo scorso mese di ottobre che, in assenza di linee guida, l’attività in presenza non è stata possibile. Le associazioni sportive hanno potuto riprendere regolarmente gli allenamenti usufruendo di test a titolo gratuito. Lo stesso parrebbe opportuno fosse garantito a chi si spende in azioni di tipo educativo.
“Come genitori, come educatori, come adulti crediamo che i ragazzi abbiano bisogno di uscire dall’isolamento e dalla solitudine sociale in cui per troppo tempo sono stati costretti a vivere”. Non dimentichiamo che questi giovani sono i primi a rispettare a far rispettare le regole per la protezione di tutti. A differenza di molti adulti.
Autore: Paolo Bill Valente
Lo chiamiamo “Terzo settore” perché si pone tra lo Stato (il settore pubblico, che comprende anche altri enti come Regioni, Province e Comuni) e il mercato. Ha in comune con lo Stato l’orizzonte del bene comune e col mercato la libera iniziativa privata. Il suo ruolo e la sua indipendenza sono ancorati alla Costituzione.
La Provincia sta tenendo una serie di incontri per arrivare alla stesura di un nuovo “piano sociale”. L’ultimo in ordine di tempo ha messo al centro proprio il Terzo settore con i suoi molti protagonisti.
Ciò che caratterizza questo mondo, assai variegato e complesso, è la presenza di numerose forme organizzative stabili (associazioni, cooperative, fondazioni e altro), l’essere espressione di iniziativa privata e perciò l’indipendenza dalle pubbliche istituzioni, l’assenza di scopo di lucro, la volontarietà in base alla quale le persone si associano e operano.
Come sanno molto bene i rappresentanti politici e i funzionari pubblici, il Terzo settore non è una semplice appendice di Stato e mercato. Non è nemmeno la longa manus delle istituzioni. È “terzo” in quanto opera in modo indipendente negli ambiti in cui gli enti pubblici e il mercato non sono strutturalmente in grado di dare risposte efficaci ai bisogni dei cittadini.
Le organizzazioni del Terzo settore appartengono alle “formazioni sociali” ove si svolge la personalità dei cittadini, i quali sono chiamati all’“adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2 della Costituzione) e a contribuire al “pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3).
Per questo “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” (art. 118).
Autore: Paolo Bill Valente
Se già in tempi “normali” la diffusione di notizie false rappresenta una malattia grave del sistema dell’informazione, figuriamoci in tempo di pandemia. In presenza di uno stato emergenziale in cui ne va della vita delle persone, la creazione di fake news, spesso condite di odio telematico, è semplicemente intollerabile.
Su questo tema ha preso posizione il presidente della Provincia Arno Kompatscher. “Le voci e le fake news, quando si tratta di Coronavirus, non fanno altro che generare incertezza e paura”, ha detto. “Chi in questi giorni si mette a navigare su internet o utilizza i social media non può non imbattersi in ogni genere di notizie false riguardanti l’emergenza Coronavirus”. Ma “voci, fake news e teorie complottiste causano grande incertezza nei cittadini e non danno alcun aiuto a superare questa importante sfida nel miglior modo possibile”. Il Presidente fa appello a informarsi attraverso fonti attendibili. La diffusione di notizie false (o di mezze verità) ferisce in primo luogo chi opera nei mass media, che ne escono screditati, tanto più che non di rado le fake news vengono rilanciate dagli organi di informazione tradizionali, anche pubblici.
È vero – art. 21 della Costituzione – che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. È la libertà di opinione. Ma anche qui l’onestà intellettuale è d’obbligo. Le notizie false e l’odio telematico (hate speech) non sono opinioni. Il più delle volte sono reati.
Anche su questo interviene Kompatscher. “L’odio nei social network può ancora essere gestito e tollerato?”. “Molte persone sono arrivate alla conclusione che avere a che fare con gli ‘haters’ sia dannoso, nonché una perdita di tempo, e hanno per questo cancellato i loro profili social. Personalmente, non voglio fare a meno di questi canali di informazione. Questo è uno dei motivi per cui trovo sia importante e mio compito sottolineare che l’odio non è un’opinione”.
Autore: Paolo Bill Valente
Molti cittadini, soprattutto in presenza di situazioni di necessità ed emergenza, vogliono dare una mano. Di fronte a una tragedia improvvisa e a casi di povertà evidente, partono gare di solidarietà capaci di mobilitare in breve tempo un gran numero di persone. Vale il vecchio detto: non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene.
Premesso che nessuno ha il monopolio né conosce con certezza il segreto di ciò che è “buono”, tuttavia le persone attente e solidali si sforzano ogni giorno di riconoscere il “bene” e di operare scelte “buone”. Sanno naturalmente che si può sbagliare.
Per sbagliare meno possibile si possono usare alcune precauzioni che, da che mondo è mondo, si sono rivelate efficaci.
In primo luogo, chi compie azioni per essere visto, ammirato, per finire sul giornale o per essere ringraziato probabilmente non sta facendo il bene. Il più delle volte i veri bisogni delle persone sono invisibili e le mani che aiutano non si mettono in mostra (“State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro…” “Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti… per essere lodati dalla gente”. “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto”, Marco 6).
Un secondo criterio è quello di chi si chiede, prima di muoversi, chi è meglio che dia una risposta efficace a un determinato bisogno. Sono io, spinto dal mio entusiasmo o è, ad esempio, il Comune con i suoi servizi? Spesso certe azioni “solidali” offrono un alibi a chi avrebbe la responsabilità di risolvere le situazioni (e di rimuoverne le cause).
Infine è importante ricordare che fare il bene (nostro e delle altre persone) non è facile e non si improvvisa. Non basta un clic, non è sufficiente estrarre una banconota dal portafoglio o commuoversi davanti a immagini e storie di cui non si conosce nulla. Fare il bene richiede pazienza, attenzione, studio delle situazioni, un’informazione competente e adeguata. Fare il bene è uno stile di vita, non l’avventura di un istante.
Autore: Paolo Bill Valente
“Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari”. Queste parole, dopo oltre ottant’anni, suonano oggi di tragica attualità.
È l’art. 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948) che continua così: l’individuo “ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà”.
Se ci fermiamo al “diritto all’abitazione” non possiamo non pensare alle persone cosiddette “senza dimora” che in questi giorni, in cui è fatto obbligo di rimanere a casa, una casa non ce l’hanno. In realtà non è proprio così. Molte di queste persone vivono in strutture messe a disposizione da comuni e comunità comprensoriali. Solo la Caritas diocesana ne sta accogliendo circa duecento (oltre alle varie altre forme di housing, per i profughi, per famiglie in difficoltà, i lavoratori ecc.).
Il diritto alla casa ispira un approccio (sviluppatosi negli Stati Uniti e in Europa) che va sotto il nome di “Housing first” (la casa prima di tutto). Secondo questo modello l’abitazione, nei percorsi di integrazione/inclusione sociale, non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. È il riconoscimento di quella dignità sulla quale (ri)costruire tutto il resto.
Già nel 2017 le Linee guida provinciali – “Interventi per persone senza dimora” – hanno definito “un passo fondamentale” l’avvio “di un progetto pilota Housing first”. L’assessorato al Sociale (W. Deeg), malgrado le difficoltà di ordine finanziario legate all’attuale crisi, intende ora “offrire, oltre a un sostegno economico, anche un aiuto strutturale rafforzando ulteriormente il progetto Housing first” e in tal modo dare concretezza al diritto alla casa.
Autore: Paolo Bill Valente
“Non sono i fatti che contano nella vita, ma ciò che grazie ai fatti si diventa”. Lo scrisse Etty Hillesum durante la seconda guerra mondiale. In questi giorni dedicati alla “memoria” ricordiamo due donne, Ernesta Sonego e Albertina Brogliati, che in quegli stessi giorni trovarono il coraggio per diventare persone libere.
“Non so come, riuscimmo a scavalcare il muro… La terra era coperta di neve e quindi morbida. Molto probabilmente i militari di guardia, per la fretta di avere la libera uscita, avevano lasciato la garrita dieci minuti prima. Alle 18 ci sarebbe stato l’appello e quindi sarebbe stata scoperta la fuga. Sarebbero stati sciolti i cani (detti ‘lupi siberiani’) e mandati al nostro inseguimento. Sempre di corsa, curve per non essere viste da lontano, percorremmo tutto il tombino fino alle rotaie della ferrovia”. Ernesta (cha racconta) e Albertina fuggirono così dal sottocampo meranese del lager di Bolzano attorno al Natale del 1944.
Oggi di quel campo rimane solo un frammento del muro di cinta. Posto sotto tutela come “luogo della memoria”, il Comune nel gennaio 2010 vi ha fatto affiggere una lapide la cui iscrizione dice tutto: della tragedia, del coraggio, della solidarietà e del dovere della memoria.
“Sorgeva in questo luogo la caserma per la Guardia alla Frontiera che durante la seconda guerra mondiale fu trasformata in campo di concentramento. Allestito come sottocampo del lager di Bolzano – inizialmente presso la vicina caserma Rossi – fu attivo dall’ottobre 1944 all’aprile 1945. Vi furono rinchiusi per motivi politici, bellici e razziali e costretti a lavori forzati donne e uomini di lingua e religioni diverse. Intorno a Natale 1944 due ragazze internate riuscirono a fuggire dal campo scavalcando questo muro. Si salvarono grazie all’aiuto di alcuni cittadini e cittadine meranesi. Il Comune di Merano intende mantenere intatta la memoria di questo luogo di sofferenza”.
Foto: Albertina Brogliati a sinistra e Ernesta Sonego sulla destra
Autore: Paolo Bill Valente
Una delle cose più difficili da capire, in questo inizio del 2021, è come mai una percentuale non bassa di persone non stia aderendo alla campagna vaccinale a protezione dal coronavirus. Si fa fatica a comprendere dopo un anno tragico per i disagi, le sofferenze, la morte, causati dal contagio che tiene in scacco il mondo intero.
Il vaccino è l’unico strumento per contrastare e fermare il Covid-19, a meno che non si pensi che il morbo se ne andrà così come è arrivato o che non si voglia continuare a passare da un lockdown all’altro, sacrificando la vita sociale, le relazioni, il buon lavoro e l’economia.
Nessuno, al momento, intende togliere alle persone la libertà di vaccinarsi, anche se è inconcepibile che chi opera a contatto con persone che potrebbero ammalarsi e morire non sia tenuto a darsi questa forma di protezione. È stato detto giustamente che “comunicare i vaccini è una sfida ardua, che va a impattare sulla sfera emotiva delle persone, sulle loro paure”. Ciò però non vale certo per gli addetti ai lavori. Il vaccino serve soprattutto per tutelare le fasce deboli della società e coloro che, per motivi medici, il vaccino non possono farlo davvero. Ma questo non sembra ovvio, tanto che sono dovuti scendere in campo, tra gli altri, il presidente Mattarella (“Dal vaccino segnali di speranza”) e papa Francesco (“È un’opzione etica, perché tu ti giochi la salute, la vita, ma ti giochi anche la vita di altri”).
Il rifiuto del vaccino è anche, almeno in parte, espressione di quell’individualismo esasperato che è, a sua volta, un virus difficile da sradicare. È l’atteggiamento che induce a pensare di poter vivere come se gli altri non ci fossero. Al contrario le nostre scelte hanno sempre una ricaduta sugli altri. Come il vaccino: posso farlo per proteggere me stesso, ma anche pensando di proteggere gli altri. In tal caso ho capito di avere una responsabilità in più (che non vuol dire meno libertà).
Autore: Paolo Bill Valente
Si è celebrata in questi giorni la Giornata internazionale del volontariato. Che cosa spinge le persone a dedicare il loro tempo ad attività utili allo sviluppo della società nei suoi vari aspetti? Ognuno ha i suoi motivi personali, ideali, morali che lo spingono a mettersi in gioco. E c’è una dimensione sociale e politica di non poca importanza.
Secondo i dati della Provincia sono circa 150.000 gli altoatesini coinvolti, spesso più volte alla settimana, nelle attività di quasi 4.500 strutture organizzate, che vanno dalle associazioni di volontariato e di promozione sociale alle cooperative, ai gruppi di auto-aiuto, ai comitati e alle fondazioni.
Vale la pena sottolineare due aspetti connessi all’impegno volontario.
Il primo è lo stile di fondo che per molti volontari è quello della gratuità. È vero, molti di noi danno il loro tempo ma si aspettano qualcosa in cambio. Chiedono riconoscimento sociale, gratitudine, a volte un premio, un’agevolazione. Altri tendono a vedere il loro impegno piuttosto nell’ottica del dono. Ciò non nasce necessariamente da una bontà eroica o da uno straordinario spirito di sacrificio, ma molto più semplicemente dalla consapevolezza che tutto ciò che abbiamo di più importante, a cominciare dalla vita stessa, lo abbiamo ricevuto in dono. Il tempo è un dono che ci è dato e assume tanto più valore, quanto è a sua volta donato agli altri. Un secondo aspetto riguarda in particolare il volontariato sociale. Spesso avviene che le organizzazioni di volontariato svolgano compiti che di per sé sono compito e responsabilità dell’ente pubblico. Questo va bene se è svolto secondo il principio di sussidiarietà. La famiglia, le associazioni, i volontari possono svolgere alcune attività di servizio alle persone meglio dell’ente pubblico. Ma non devono mai, nel farlo, togliere all’ente pubblico le castagne dal fuoco. Solidarietà e sussidiarietà vanno sempre insieme e la “supplenza” dev’essere l’eccezione.
Autore: Paolo Bill Valente
Lo screening di massa dello scorso fine settimana è stato una bella lezione di partecipazione. Al di là di alcuni problemi tecnici (che sempre ci saranno) l’Alto Adige (che non è solo Provincia, ma anche istituzioni statali, comuni, organizzazioni di volontariato e cittadini) si è mostrato capace di reagire con tempestività ed efficacia.
Si può discutere a lungo sui motivi di una adesione così ampia della popolazione altoatesina allo screening anti-Covid. Un motivo che pesa è certo il fatto che si è tutti stufi e che si è disposti a ogni cosa (purché ragionevole) possa farci uscire da una situazione che penalizza ognuno. Ma è lo stesso una bella immagine quella dei molti, moltissimi altoatesini, vecchi e nuovi cittadini, che vanno a fare il loro test, a volte tremando nel freddo, per una sorta di “senso di cittadinanza”, se non proprio per dare un consapevole contributo al bene comune. Insomma: che le estenuanti e sterili polemiche quotidiane di questi mesi abbiano lasciato il campo a tre giorni di impegno civico può solo far piacere e incoraggiare tutti a fare meglio.
Nella speranza che tutto questo sforzo serva davvero a combattere la diffusione del virus, l’esperienza di questi giorni solleva anche alcune altre questioni.
La prima riguarda l’economia. Abbiamo fatto il test di massa (anche) per consentire alle attività produttive di ripartire il più presto possibile. Ma quale economia guarirà un pianeta in affanno? Lo scorso fine settimana ad Assisi i giovani economisti e imprenditori hanno chiesto alle grandi potenze mondiali e alle istituzioni economico-finanziarie che “rallentino la loro corsa per lasciare respirare la Terra”.
La seconda questione riguarda la casa e chi non ce l’ha. Allo screening di massa hanno preso parte anche persone senza dimora, altre che vivono in strutture comunitarie di accoglienza. Di fronte a un esito “positivo” è stato detto loro di mettersi in “isolamento domiciliare”. Ma chi la casa, nella quale isolarsi, non ce l’ha?
Autore: Paolo Bill Valente
I meranesi, lo scorso 4 ottobre, hanno rieletto sindaco Paul Rösch con una coalizione che poteva contare su 12 consiglieri. Per avere la maggioranza (almeno 19 seggi) sarebbe bastata la Svp, partner quasi obbligato, che ha però negato il suo appoggio. Ogni altra opzione non ha trovato consenso e il Comune è stato commissariato.
Erano state messe sul tavolo diverse soluzioni. La prima, da parte del sindaco: una grande coalizione comprendente i partiti vincitori (Verdi, Team K, e Sinistra ecosociale), le due liste civiche e la Svp. Ma fin dall’inizio gli interlocutori hanno imposto un veto sulla collaborazione con i partiti di sinistra. È ovvio che Rösch non potesse lasciar fuori coloro grazie ai quali era stato eletto. Sono state fatte altre ipotesi, nessuna accolta. La Svp ha proposto di portare il numero degli assessori da 7 a 8, forzando così la composizione etnica della giunta. Ma ciò cozza con la legge sull’ordinamento dei comuni e avrebbe condotto a ricorsi.
È normale che chi esce sconfitto dal ballottaggio cerchi di ostacolare l’avversario. Però l’idea che per rispettare la “volontà del popolo” in una giunta debbano essere presenti sia vincitori che vinti in proporzione ai loro eletti è un po’ bizzarra. Come se Trump pretendesse di essere presente al 49 per cento nell’amministrazione Biden. In una democrazia normale governa chi ha vinto le elezioni. Gli altri partecipano dai banchi dell’opposizione. Tutti insieme concorrono alla realizzazione del bene comune (e non di interessi di parte, ad esempio nel campo dell’urbanistica).
La vicenda di Merano mostra come la “questione etnica” sia ancora il fumo al riparo del quale lavorano le lobby e si costruisce il sistema di potere altoatesino (al quale uno come Rösch non è organico). La vera “questione etnica” oggi non è tedeschi-italiani, ma etnico-interetnico.
L’approccio interetnico, già da decenni – e non solo in politica – è vissuto come un’anomalia da normalizzare. Merano non ha bisogno di un sindaco “italiano” o “tedesco”, ma di un primo cittadino capace di cogliere l’anima di una piccola città europea.
Autore: Paolo Bill Valente