Vite fragili e sguardi distratti

La notizia del ritrovamento del corpo esanime di una bimba neonata in un cassonetto per la raccolta degli indumenti usati in zona Città Studi a Milano ha fatto rapidamente il giro del Paese. Di fronte alla drammatica evidenza di una morte non spiegabile, s’impongono le domande sulla fragilità e sul valore della vita.

Un contenitore giallo come tanti altri, come ovunque, destinato alla raccolta di indumenti usati, il ricavato della cui vendita va a sostegno delle opere di una Caritas diocesana. Attività capace di dare lavoro, in questo caso agli operatori della cooperativa Città e Salute. Forse non è un caso che sia stato scelto proprio uno di questi cassonetti come luogo a cui consegnare il piccolo cadavere. Quasi un tardivo grido di aiuto. O la ricerca, a tempo ormai scaduto, di un frammento di prossimità.

Tra i primi a reagire al triste evento Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana: “Abbiamo appreso con sgomento dai media la triste notizia”, ha detto. “Esprimiamo il nostro dolore più profondo per quanto accaduto e la nostra preghiera per la piccola vita perduta, oltre che per le persone coinvolte”. Ha ricordato come “i nostri Centri d’ascolto e i nostri servizi quotidianamente accompagnano e sostengono, spesso collaborando con i Centri di aiuto alla vita, genitori e madri alle prese con maternità indesiderate o difficili”. E ha concluso: “Avvenimenti dolorosi, come quello avvenuto ieri, ci confermano nell’impegno per la tutela e per la promozione della vita nascente e per il sostegno a nuclei familiari in difficoltà, e ci spronano a intensificare tale attenzione”.

L’appello a una maggiore attenzione e a un rinnovato impegno è forse l’unica reazione consona di fronte a una realtà che per il resto suggerisce silenzio e raccoglimento. Per chi vuole: la preghiera. Sapendo che l’unica preghiera degna di questo nome è quella che riconduce nella realtà, nella storia, sulla strada, con tutte le sue povertà, con i suoi bisogni ai quali ognuno, e non solo la Caritas o altre organizzazioni, è chiamato a dare risposta.

La veglia di domenica sera, ha detto il parroco del quartiere, è “per la mamma, il cui pancione al nono mese non è stato notato nella Milano presa dal Salone del Mobile”. Si è pregato anche “per tutte le altre persone coinvolte in questa triste vicenda. Anche noi lo siamo. Non possiamo restare indifferenti”.

Autore: Paolo Bill Valente

Piccoli cambiamenti? No, occorre ripensare il sistema

Si celebra sabato 22 aprile la 53a Giornata mondiale della Terra, importante manifestazione per la salvaguardia del pianeta, proposta la prima volta nel 1970 negli Stati Uniti e fatta propria dall’ONU nel 2009 con una risoluzione dell’Assemblea generale. È organizzata dal movimento ambientalista “Earth Day Network”.

La “vita sulla terra” è il titolo dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile numero 15 dell’Agenda 2030: “Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, fermare la perdita di diversità biologica”.

Un tempo sarebbe stato sufficiente un approccio conservativo: non inquiniamo di più, limitiamo i consumi, comportiamoci meglio e così via. Oggi ci si rende conto (con grave ritardo) che non basta frenare, bisogna invertire la rotta. È necessario cambiare sul serio. La Terra non va solamente tutelata, essa va guarita. È malata, in certi casi in modo grave.

Una forte richiesta di cambiamento è emersa dal recente incontro organizzato dall’ASviS (l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) e dal Club di Roma. Sandrine Dixson-Declève, copresidente del Club di Roma, ha chiarito bene i termini della questione. “Sappiamo che la riduzione delle emissioni attraverso un efficientamento graduale dei sistemi di produzione e consumo non sarà sufficiente per affrontare la crisi climatica che è già in atto e rischia di andare fuori controllo. Piccoli cambiamenti all’interno dell’attuale sistema economico non risolveranno la crisi delle risorse, della biodiversità e non affronteranno le ingiustizie tra i Paesi e all’interno dei Paesi”. Quindi: “Dobbiamo ripensare completamente il sistema attuale e crearne uno adatto alle sfide e alle opportunità del ventunesimo secolo. Al centro di questa trasformazione c’è la necessità di ridefinire le relazioni tra Europa e quei Paesi che storicamente hanno fornito le risorse che alimentano i nostri stili di vita, attualmente non sostenibili. Transizione energetica e Green deal europeo vogliono dire molto più che sostituire i combustibili fossili con le energie rinnovabili: sono opportunità concrete per porre fine a un sistema che premia sproporzionatamente i ricchi a spese dei più poveri”.

Autore: Paolo Bill Valente

Rendere (in)visibili gli ingiusti confini

All’inizio di aprile del 1998 fu rimossa per sempre la sbarra collocata al valico del Brennero quasi ottant’anni prima. È trascorso un quarto di secolo. Quel passo fu reso possibile dall’attuazione degli accordi di Schengen, con l’apertura delle frontiere tra i paesi firmatari, nella prospettiva dell’unificazione e integrazione europea.

Gli attuali presidenti di Nord e Sudtirolo e i loro predecessori di allora si sono dati appuntamento sullo spartiacque, il primo di aprile, per una rimpatriata celebrativa della ricorrenza. Sembra che venticinque anni fa si sia trattato essenzialmente di “rendere più invisibile l’ingiusto confine del Brennero”. E di dilatare la collaborazione transfrontaliera tra i territori del vecchio Tirolo. Tutto vero.

Ma gli accordi di Schengen non si limitano alla regione stretta tra Borghetto e Kufstein. Il superamento delle frontiere riguarda l’Europa intera, con tutte le sue sfide cui il Tirolo, terra di confine, anzi terra sul confine, è chiamato a contribuire. Ricordando sempre che questa regione è nata proprio a causa del confine (geografico) con il compito, la missione, di garantire una comunicazione sicura tra Nord e Sud dell’Europa. Non solo tra Bolzano e Innsbruck.

Forse da tener pure presente che la rimozione della sbarra sul passo non è stata sufficiente a cancellare i confini tracciati nelle teste. 

Le divisioni interne, soprattutto in Alto Adige, non sono certamente svanite. Per molti versi si sono consolidate, come dimostra il disorientamento che ci prende ogni volta che si vanno a toccare certi nervi scoperti, come quelli della lingua e della scuola.

Il modello altoatesino sviluppatosi negli ultimi trent’anni non è forse fondato su confini invisibili (e ingiusti?) tra le persone, tra i gruppi, su monopoli e rapporti ancillari, su cooptazioni e ostracismi, frontiere mentali e culturali tracciate secondo le vecchie categorie dell’epoca nazionalistica?

Si aggiunga, per dirla tutta, che i vecchi confini interni tra stati europei non sono svaniti nel nulla (e ogni tanto, ad esempio nella crisi migratoria del 2015, vengono persino ripristinati), ma sono stati solo spostati ai margini di quella che si vorrebbe una “fortezza europea”, come ben sanno i migranti che, quando hanno fortuna, approdano distrutti sulle nostre spiagge. Quello non è un confine linguistico né politico. È il confine (ingiusto?) tra il mondo dei ricchi e il mondo dei poveri.

Autore: Paolo Bill Valente

Corridoi umanitari: soluzione per pochi, provocazione per molti

Di fronte a tragedie come quella del naufragio di Cutro la comunità internazionale sembra essere senza soluzioni efficaci. Assenti gli interventi che puntino a rimuovere le cause delle migrazioni forzate, poche le risposte strutturate al fenomeno della mobilità globale che non si vuole riconoscere né affrontare.

I cosiddetti “corridoi umanitari” più che una soluzione, sono una provocazione. Meglio: sono una soluzione per donne, uomini e bambini che sarebbero altrimenti costretti a scegliere vie pericolose per mettersi in salvo. Sono una provocazione perché, con numeri certamente insufficienti, mostrano che esistono delle alternative realistiche ai viaggi della morte.

Il primo protocollo per un corridoio umanitario fu firmato nel dicembre del 2015. Eravamo nel pieno della crisi migratoria. Da allora sono arrivate in Europa (in modo particolare in Italia, qualcuno anche in Alto Adige) oltre seimila persone, originarie soprattutto di paesi come Siria, Eritrea, Afghanistan, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Iraq, Yemen, Congo e Camerun. Persone già in fuga, incontrate e selezionate dalle organizzazioni non governative nei campi profughi. Seimila rifugiati sono una goccia nel mare. E tuttavia non si tratta di numeri, ma di esseri umani, ognuno con la sua storia, con le sue ferite, con i suoi sogni.

Sabato scorso molti di loro sono stati ricevuti da papa Francesco a Roma. “I corridoi umanitari – ha detto il pontefice – non solo mirano a far giungere in Italia e in altri Paesi europei persone profughe, strappandole da situazioni di incertezza, pericolo e attese infinite; anche essi operano anche per l’integrazione, e questo è importante per finire integrare e non solo salvare, ma integrare. E integrare è parte della salvezza”.

Dal 2017 la Chiesa in Italia ha partecipato direttamente al progetto attraverso Caritas Italiana che ha coinvolto, finora, 62 Caritas diocesane. 1.146 le persone accolte, di cui 400 minori.

“Ero straniero e mi avete accolto”: su questo si misura la verità del messaggio annunciato. Non si tratta solamente di dare una casa e un futuro ai profughi, ma di interrogare il nostro tasso di umanità. Ogni comunità che ha accolto e accoglie una persona o una famiglia ha compiuto un cammino di preparazione. Si è favorita la conoscenza, si sono promosse le relazioni fra le comunità accoglienti e gli accolti. Sono nate esperienze che hanno lasciato un segno indelebile nei singoli e spinto le comunità a crescere e a essere lievito sui territori.

Alla fine di queste esperienze – che restano una bella e necessaria provocazione – non si sa più chi ha davvero bisogno di chi. “Quasi si confondono – dice Francesco – quelli che accolgono e quelli che sono accolti”.

Autore: Paolo Bill Valente

Post-pandemia: diamo ai giovani le chiavi del futuro

Tre anni fa in questi giorni il lockdown. Strade deserte, scuole e chiese chiuse, paura. Le ordinanze che si susseguono a ritmi quasi quotidiani, i dispositivi di protezione, le regole, la “distanza sociale”. I morti. Tutte cose che resteranno impresse nella memoria di chi le ha vissute, soprattutto dei più giovani.

Secondo gli ultimi dati, dall’inizio della pandemia i contagiati in Italia superano i 25,6 milioni. I morti sono ormai oltre 188mila. I dati settimanali degli ultimi giorni parlano ancora di quasi 27mila nuovi contagiati (ma di oltre 47mila guariti), di circa 220 morti, di qualche migliaio di ricoverati, alcuni ancora in terapia intensiva.

Secondo il Rapporto pubblicato qualche tempo fa da Consiglio Nazionale dei Giovani e Agenzia Nazionale Giovani, in collaborazione col Censis, i giovani, che “rappresentano la parte più vitale, acculturata, innovativa della società italiana”, oggi “appaiono invisibili e spenti, prigionieri di una narrazione collettiva che non li vede mai come protagonisti e lascia loro pochi spazi per immaginare un futuro migliore”. È così?

La pandemia non è stata solo un fatto sanitario. Ha fortemente influenzato il modo di guardare alla vita e al futuro. Se inizialmente a fare le spese della diffusione del virus sono state soprattutto le persone anziane, si è presto evidenziato come bambini e ragazzi abbiano sofferto soprattutto a causa delle limitazioni nelle relazioni sociali. La cosiddetta “distanza sociale” ha salvato a molti la vita ma, al tempo stesso, l’ha svuotata, per qualcuno, di significato.

“Durante la pandemia molti giovani hanno rivisto i propri progetti di vita, alcuni hanno smesso di studiare o hanno perso il lavoro, moltissimi si trovano in una situazione di sofferenza fisica o mentale. Sono giovani che si sentono soli, che hanno paura ad uscire e frequentare luoghi affollati, che esprimono, anche attraverso la comparsa di problemi di salute e nella trasformazione del proprio corpo, un disagio generazionale e personale”.

Al di là di ansie, incertezze e depressione, sono però proprio i giovani ad avere in mano la chiave del futuro. Sono delusi del mondo che hanno ricevuto in consegna e tuttavia hanno ben chiaro quanto sia importante avere attorno a sé una comunità e contribuire al suo sviluppo per il bene di tutti. Agli adulti sarebbe sufficiente ascoltarli e lasciarli fare.

Autore: Paolo Bill Valente

Guerra o pace?
Sviluppi dai confini imprevedibili

Ricorre in questi giorni (24 febbraio) il primo anniversario dello scoppio della guerra in Ucraina. Fin da subito il mondo si è trovato di fronte a una doppia urgenza: ristabilire il diritto e ritrovare la pace. La violazione dei confini tra stati sovrani rappresenta un precedente che la comunità internazionale non può accettare.

La guerra in Ucraina, al di là delle troppe vittime civili e dei caduti sui vari fronti di combattimento, ha prodotto una seria emergenza umanitaria. Circa 17.7 milioni di persone hanno bisogno di assistenza. Oltre 5.9 milioni gli sfollati interni – di cui un milione i minori – e 7.9 milioni i rifugiati nei Paesi confinanti. In tutto 13 milioni i profughi all’estero, di cui circa 170mila in Italia.

Ma il problema fondamentale resta la guerra in sé. Essa appare sempre più un vicolo cieco dal quale è assai difficile uscire. Tornando indietro si giustifica un’aggressione. Andando avanti si perpetua la tragedia umanitaria e si rischia una deriva nucleare.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel discorso di fine anno, aveva posto l’accento sull’aspetto più critico nella dinamica guerra-pace: “Pensiamoci: se l’aggressione avesse successo, altre la seguirebbero, con altre guerre, dai confini imprevedibili”. La questione è centrale. Che cosa è più importante, nell’ottica del bene comune: la fine immediata del conflitto o il ripristino del diritto internazionale e dei diritti delle persone? Il Presidente mette chiaramente in guardia rispetto alla tentazione di accettare l’ingiustizia per sfinimento.

Pochi giorni prima Mattarella, rivolgendosi a una conferenza di ambasciatori, aveva detto: “L’aggressione brutale della Federazione russa ai danni dell’Ucraina ha messo in discussione le regole sulle quali abbiamo fondato la nostra pacifica convivenza. Un ordine basato sul rispetto del diritto internazionale”. Al centro del sistema di valori su cui si fonda quest’ordine “vi è la dignità umana e il rispetto della persona, che oggi vediamo invece in tante parti del mondo calpestato”.

Guerra o pace? Domanda destinata a rimanere senza risposte semplici, ma che chiama all’impegno. Sapendo che le premesse per una pace giusta e duratura vanno costruite prima che scoppi il conflitto. Quando la bomba è esplosa la politica del bene comune è tragicamente impotente. Non resta che sperare, credere nell’impossibile (continuando a lavorare e pregare per la pace).

Autore: Paolo Bill Valente

L’autonomia è un valore, se si coniuga con la solidarietà

Autonomia differenziata. Ovvero autonomia sì, ma diversa per ogni Regione, a seconda delle situazioni, dei bisogni, delle ambizioni della singola realtà locale. Quanto, in questo, è ideologia e propaganda e quanto interpretazione vera del dettato costituzionale? La Carta, assieme all’autonomia, contempla la solidarietà.

Il Governo ha dato avvio alle fasi preliminari dell’iter che dovrà portare alle leggi di attuazione di quanto prevede l’articolo 116 della Costituzione, ovvero che “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” possano essere attribuite alle Regioni a statuto ordinario. Come? “Con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali”. La legge deve essere approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di un’intesa fra lo Stato e la Regione interessata.

In sostanza lo Stato può trasferire alle Regioni – similmente a quanto avviene per quelle a statuto speciale e per le Provincie autonome – la competenza su diverse materie: giustizia di pace,  istruzione; tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali; rapporti internazionali, con l’Unione europea; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; professioni; ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute; alimentazione; sport; protezione civile; governo del territorio; porti, aeroporti; grandi reti di trasporto e di navigazione; comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; casse di risparmio e altri enti di credito a carattere regionale.

L’autonomia, in un’ottica sussidiaria, è un valore fondamentale in un rapporto equilibrato tra le istituzioni, volto alla costruzione del bene comune. Proprio per questo non può essere oggetto di una strumentalizzazione ideologica o di propaganda. Nemmeno di miopi opportunismi localistici. A volte capita che chi chiede di essere più autonomo abbia la presunzione di bastare a se stesso. Si tratta spesso di realtà che dispongono di maggiori risorse rispetto ad altri. Di chi (senza meriti particolari) ha qualcosa che non vuole condividere. Oppure di quelli che per motivi identitari devono sempre difendersi da qualcuno – che forse non conoscono – come i galli del villaggio di Asterix.

Proprio nell’ottica del bene comune – che non lascia nessuno indietro – “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” – formula che certamente comprende il valore dell’autonomia sia della persona che degli enti locali – “e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Non c’è autonomia senza solidarietà.

Autore: Paolo Bill Valente

L’emergenza non è il freddo ma la mancanza di casa e cura

È quasi un nuovo rito dell’inverno. Tutti gli anni tornano Babbo Natale e la Befana, la neve (poca) e i saldi di fine stagione. E con essi l’emergenza freddo, la scomoda figura della persona senza dimora e le polemiche senza costrutto. Nei giorni attorno all’Immacolata un ragazzo, a Bolzano, è morto assiderato.

L’esperienza di chi lavora nel settore dell’accompagnamento alle persone senza abitazione è duplice. Da un lato è chiaro che il freddo invernale non è una “emergenza” ma una situazione costante, ricorrente in modo regolare, come sanno anche i bambini. Chiamare il freddo “emergenza” dà solo la misura della miopia – o della disattenzione – di chi dovrebbe affrontare le cose per tempo e non lo fa. Poi all’improvviso arriva il freddo, si temono i morti ed è “emergenza”.

Il secondo dato che affiora in particolare dal monitoraggio svolto dalla Fio.PSD (la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora) è che normalmente non si muore per il freddo, ma per la mancanza di casa. Ciò che uccide non è la bassa temperatura ma la vita di strada.

La Fio.PSD conta in tempo reale i morti tra le persone senza dimora (la “strage invisibile”). Nel 2022 sono state 388. Nelle prime settimane del 2023 già oltre 25. Un morto al giorno. Non solo in inverno (circa un terzo), ma in tutte le stagioni (i restanti due terzi). Secondo i dati raccolti dalla rete Fio.PSD, il 92 per cento delle persone morte erano uomini, per due terzi stranieri, età media 49 anni.

“Il luogo di ritrovamento racconta che la causa principale non è il freddo. Non è stato sempre facile, infatti, risalire alle ragioni primarie, ma sempre, grazie alla ricostruzione di chi conosceva le persone, è stato possibile riscontrare come il 60 per cento dei decessi è avvenuto per incidente, violenza, suicidio e il 40 per cento per motivi di salute”. “La salute delle persone senza dimora è uno degli aspetti più importanti su cui da anni i servizi del lavoro sociale provano a lavorare. Eppure, l’accesso ai servizi di cura o l’avvio di percorsi di prevenzione sono ad oggi difficilissimi da realizzare”. La causa della “strage invisibile” non è dunque il freddo, ma la mancanza di casa, di cure e di relazioni. E questa è la vera emergenza.

Autore: Paolo Bill Valente

“Non facile, ma sempre fruttuoso e ricco di doni”

Si è spento a Merano uno degli ultimi preti che, originari del Trentino, hanno seguito l’appello del vescovo fondatore della diocesi di Bolzano-Bressanone, Joseph Gargitter, e sono rimasti al servizio della comunità, in particolare per sviluppare una pastorale di lingua italiana integrata con quella di lingua tedesca e ladina.

Don Ettore Garollo era nato a Levico Terme nel maggio del 1929. Dopo l’ordinazione sacerdotale (1954) era stato inviato come cappellano a Bronzolo e di lì trasferito a Merano. Era il lontano 1956. Allora parroco di Santo Spirito era don Guido Cadonna, altro prete trentino, arrivato nel 1939. Negli ultimi giorni di guerra si era contraddistinto per il coraggio avuto nel benedire le salme di alcuni giovani uccisi dai nazisti, mettendo a rischio la propria stessa vita.
Questi preti trentini erano in Alto Adige perché allora gran parte del territorio apparteneva alla diocesi di Trento. Le cose cambiarono nel 1964, quando le diocesi furono fatte coincidere con le due province. A quel punto il vescovo Gargitter, ben consapevole di cosa voglia dire governare una comunità trilingue, chiese ai preti trentini di rimanere. Un altro di loro, don Giancarlo Bertagnolli (che oltretutto si alternò con don Ettore a Bronzolo), scrisse così di quella situazione. “Gargitter è stato un grande vescovo. Lo ricordo ancora molto, con affetto. Quello che mi ha impressionato quando è nata la nuova diocesi è che ci ha detto: ‘I preti trentini che sono qui, li prego di rimanere perché c’è la cura d’anime della popolazione di lingua italiana’. Ci è stata offerta la possibilità di scegliere. Se sono rimasto a Bolzano è stato in primo luogo per questo appello del vescovo. A me dispiaceva molto questo distacco dei decanati altoatesini da Trento, perché sono stato sempre molto legato al mondo tedesco. Ho sempre sentito tutti come fratelli e figli di uno stesso Padre, gli amici di lingua italiana, tedesca e i ladini”. I preti trentini aiutarono la diocesi a guardare oltre i propri confini. Li dobbiamo ringraziare di cuore.
Altri sentono la convivenza di culture diverse come un peso. Non così papa Benedetto, anche lui scomparso in questi giorni, che proprio a Bressanone disse: “Nelle tre lingue – italiano, tedesco e ladino – si incontrano le culture”. Dell’incontro tra le culture” “oggi tanto abbiamo bisogno”. “Sappiamo che non sempre è facile, ma che sempre è fruttuoso e ricco di doni, che aiuta tutti e ci rende più ricchi, più aperti e più umani”.

Autore: Paolo Bill Valente

La solidarietà, principio universale su cui fondare la pace

La Dichiarazione del Millennio, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni unite nel settembre del 2000, indica la “solidarietà” come il principio a cui ispirarsi per gestire le sfide globali. Lo stesso organismo ha istituito la Giornata internazionale della Solidarietà umana, che ricorre ogni anno il 20 dicembre.

“Le sfide globali dovranno essere gestite in un modo che se ne distribuiscano equamente i costi e i pesi, in conformità con i principi fondamentali dell’equità e della giustizia sociale. Quelli che soffrono o che traggono minori benefici meritano di essere aiutati da quelli che hanno ottenuto i maggiori vantaggi”.

La solidarietà (internazionale) è dunque uno dei principi che interviene a correggere le disuguaglianze. Ma essa non è solo l’atto del forte che aiuta il debole guardandolo dall’alto in basso. È invece condivisione, nella consapevolezza che tutti gli esseri umani hanno gli stessi diritti. Questa condivisione deriva a sua volta dal principio di corresponsabilità (“responsabilità condivisa”).

Dice ancora la Dichiarazione: “La responsabilità per la gestione dell’economia e dello sviluppo sociale mondiale, come pure delle minacce alla pace e alla sicurezza internazionali, deve essere condivisa fra le nazioni del pianeta che dovrebbero esercitarla in maniera multilaterale”.

Nell’istituire, nel dicembre 2005, la Giornata della Solidarietà umana, l’Assemblea Generale sottolineava che “la solidarietà è uno dei valori fondamentali e universali su cui devono fondarsi le relazioni tra i popoli nel ventunesimo secolo”. A quasi dieci mesi dallo scoppio della guerra in Ucraina non si può non riflettere su queste parole.

Le guerre scoppiano proprio in situazioni in cui la solidarietà internazionale è assente. Per prevenirle e per farle cessare è necessario lavorare a relazioni internazionali fondate sull’idea di un destino comune a tutta l’umanità, di un bene comune che sia obiettivo di tutti e che non può prescindere, in primo luogo, dalla giustizia. Non c’è pace senza giustizia. Non c’è pace senza solidarietà (umana/internazionale).

Autore: Paolo Bill Valente