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Mese: Aprile 2021
QuiMerano – nr 8 – 22.04.2021
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QuiBassaAtesina – nr 8 – 22.04.2021
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Magazine Giardino 08.04.2021
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In montagna con la bicicletta
Florian Puff, 61 anni, gestisce un bar nel centro storico di Bolzano. Durante la prima fase della pandemia i media gli dedicarono attenzione in quanto era stato tra i primi esercenti del capoluogo ad adottare misure di protezione che gli consentissero di tenere aperta la sua attività. Ma quello che molti non sanno è che Florian Puff nel privato è uno sportivo appassionato di montagna che pratica l’arrampicata su ghiaccio, lo scialpinismo e il mountainbike “estremo”.
A fine marzo ha destato attenzione un suo video, postato sul profilo Facebook, dal titolo “Dolomiten Bikepacking”. Si tratta di un circuito di 4 giorni (e tre notti) affrontato in mountainbike: 150 chilometri di lunghezza per un totale di 7000 metri di dislivello, da solo nella natura, con tenda e sacco a pelo, utilizzando il più possibile percorsi off-road. La magia del video sta nell’esperienza della solitudine nei luoghi simbolo delle Dolomiti, oggi deserti a causa del lockdown (nello specifico l’Alpe di Siusi e le piste da sci sulle pendici del gruppo del Sella).
Florian Puff, cosa la spinge a cercare rifugio nella natura?
Con la mia attività la giornata lavorativa è di 14 ore, ma con il lockdown di colpo mi sono trovato ad avere tantissimo tempo libero. Il periodo più duro è stato sicuramente il primo lockdown, quello in cui ci siamo tutti trovati relegati in casa senza la possibilità di abbandonare il comune di residenza. Se vivi a Bolzano e sei appassionato di scialpinismo, arrampicata su ghiaccio e mountainbike in altura, non è il massimo…
Quando con l’inverno ci siamo ritrovati nuovamente in lockdown, la novità era data dalle nuove norme che consentivano a chi girava in bicicletta di uscire dal territorio comunale. è stato così che ho cominciato ad andare a fare scialpinismo con la bici. Ho trovato il modo di fissare gli sci sulla mountainbike e sono partito alla volta di Obereggen. Lì ho messo gli sci, ho fatto la mia escursione e alla fine sono rientrato a Bolzano con la bici.
Senza restrizioni sarei partito in auto, avrei fatto la mia escursione con gli sci e la sera sarei tornato a casa soddisfatto. Se invece decidi di partire in bici, ti devi imporre di partire la mattina alle quattro e devi mettere in bilancio almeno due ore per salire. Ho fatto 10-12 escursioni così, con la mountainbike e poi gli sci, ma è un’esperienza massacrante.
Quindi ho cominciato a ragionare su delle alternative, finché sono giunto alla conclusione che avrei lasciato gli sci a casa e che sarei partito in mountainbike. Ho studiato percorsi diversi dalla strada asfaltata, ma comunque percorribili nonostante la neve. E ho cominciato a esplorare nuovi sentieri, un’esperienza nuova, non ultimo per via della neve e del ghiaccio presenti…

Non ha mai avuto il timore di scivolare, di “impiantarsi” durante una discesa e di cadere in malo modo?
Ho fatto esperienza di tutto (ride, ndr). Comunque impari presto a capire che ci sono situazioni in cui puoi solo smontare dalla bicicletta e spingerla.
Ha una mountainbike particolare? Per queste escursioni ha montato dei rapporti particolarmente leggeri o usa gomme chiodate?
Gomme chiodate mai, quelle servono se vai esclusivamente su ghiaccio. La bici l’ho adattata da tempo alle mie esigenze, è già concepita per performance estreme, i rapporti sono leggeri, ma a me interessa anche la velocità. Certo, sento che con l’età comincio anche a perdere la potenza di un tempo. Cerco poi di pianificare le escursioni in modo da essere sulla neve al mattino, fino a mezzogiorno. Il pomeriggio percorro possibilmente tratti con fondo asciutto.
Il mio mountainbike estremo in altura si ispira al backbiking, una disciplina che abbina tenda, sacco a pelo e bicicletta
Immagino che conti anche il fattore peso…
I materiali sono importanti, la bici pesa 14 chili e, per quanto riguarda il bagaglio, cerco di economizzare quanto più possibile. Il mio bagaglio è montato sul manubrio, con il portapacchi agganciato alla sella e in più uno zainetto. In tutto 10 chili circa di bagaglio. Utilizzo materiale tecnico, caldo e resistente ma leggero: dall’abbigliamento, a tenda e sacco a pelo. Poi devo portarmi dietro un fornelletto, in queste escursioni è sempre importante assumere liquidi caldi, e l’acqua naturalmente la ricavo sciogliendo la neve. Poi devi pensare che ogni tanto ti tocca scendere dalla bici, altrimenti rischi di stare in sella per 15 ore al giorno. Io poi mi porto dietro una macchina fotografica. Un tempo ero un appassionato fotografo ma ultimamente, specie per questi giri, mi porto dietro solo una fotocamera compatta che stia in tasca. Ne uso una buona, ma non mi piacciono le action cam, perché tendono a distorcere molto. Per il video che si vedono sul mio profilo Facebook ho fatto diverse riprese, ma senza guardare il risultato di ogni singola ripresa. Ogni video deve andar bene perché non posso compromettere la batteria. Una di riserva la porto dietro, ma non c’è possibilità di ricaricarla. Bisogna risparmiare dove si può, quindi si lascia a casa tutto il superfluo.

Come le è venuta l’idea di una quattro giorni in solitaria, solo lei e la natura?
Due o forse tre anni fa mi sono imbattuto in una parola nuova: backbiking. Si tratta di un concetto che interpreta la filosofia della tenda e del sacco a pelo, abbinati alla bicicletta. Il termine era associato a una manifestazione che si svolge ogni anno in Toscana, il Tuscany Trail, alla quale ho partecipato.
La notte dormiva in tenda, in posti con una vista meravigliosa. Ha mai avuto paura?
La notte senti tantissimi rumori. Un tempo non ci pensavo, però in linea teorica so che c’è la possibilità di incontrare qualche animale, penso all’orso o ai lupi, anche se la possibilità è remota. Statisticamente in Alto Adige vivono più cervi che lupi, eppure non ne incontri quasi mai. Io per ogni evenienza ho sempre a portata di mano uno spray al peperoncino, nella speranza di non doverlo mai usare.

TUSCANY TRAIL (www.tuscanytrail.it)
“Un’avventura di 500 km in sella alla tua bicicletta, da Nord a Sud, in ‘autosufficienza’ come veri avventurieri del ventunesimo secolo. Un itinerario caricato sul GPS e via ognuno con il proprio passo, senza tempo limite, perché l’avventura è un diritto che deve essere alla portata di tutti. Ad oggi è l’evento al mondo che detiene il maggior numero di partecipanti presenti: 1230. Un’evasione dalla routine quotidiana, uscirai dalla tua ‘comfort zone’ e ti ritroverai a vivere intere giornate con i ritmi dettati solamente dall’alba e dal tramonto. I più avventurosi tra di voi sicuramente non perderanno l’occasione per dormire sotto il cielo stellato con la tenda o solamente il sacco a pelo.”
BACKBIKING NELLE DOLOMITI
L’ultimo trail di Florian Puff si è svolto dal 23 al 27 marzo, tutto in solitaria.
Ecco il dettaglio del percorso svolto, giorno per giorno.
Martedì 23 marzo: Bolzano – Tires – San Cipriano – Lavina Bianca, Schönblick (Aica) – Umes – Laghetto di Fiè – Alpe di Siusi con sosta per la notte a Spitzbühel.
Mercoledì 24 marzo: Spitzbühel – Rifugio Molignon (Mahlknechthütte) – Tirler – Selva Gardena – Passo Gardena (sosta per la notte).
Giovedì 25 marzo: da Passo Gardena lungo le piste da sci fino a Corvara – San Martino in Badia – Antermoia – Passo delle Erbe – San Pietro (Val di Funes) – Chiusa – Villandro – Alpe di Villandro.
Venerdì 26 marzo: Alpe di Villandro – Sella Sasteiger Sattel – Corno del Renon – Pemmern – Soprabolzano – Bolzano.
Foto dell’intero servizio: profilo Facebook @FlorianPuff
Autore: Till Antonio Mola
Quando il bilinguismo è “pratico”
Alla scuola professionale di lingua tedesca Zuegg in via Scuderie a Merano gli apprendisti fabbri della classe M-3 hanno dato vita ad un progetto nuovo che mette al centro dell’azione didattica il plurilinguismo e l’interdisciplinarità tra materie pratiche e teoriche. Gli stessi fabbri hanno realizzato delle targhette in alluminio e in acciaio bilingui in tedesco e in italiano che verranno fissate sulle macchine da lavoro nelle officine per creare un percorso bilingue nella comunità scolastica, una sorta di “toponomastica della scuola” che non vuole imporre, ma essere utile e funzionale per chi apprende.
Il progetto “Sprache als Chance. Un’idea di bilinguismo nella scuola professionale Dipl. Luis Zuegg di Merano” nasce poco tempo fa da un’iniziativa dell’insegnante (nonché collaboratrice di QuiMerano) Francesca Morrone e dagli insegnanti di materie pratiche Christian Raffl e Georg Kaufmann, che hanno seguito i ragazzi, aiutandoli nelle scelte durante la fase di lavorazione.
Il concetto di “Sprachsensible Schule” è il manifesto di quelle scuole che hanno messo al centro della propria azione pedagogica e didattica il tema del bi-plurilinguismo: la scuola dei linguaggi sensibili è un concetto ampio e complesso che coinvolge apprendisti ed insegnanti in un reciproco scambio di risorse e competenze e che mira alla creazione di un sistema di comunicazione appunto “sensibile” ai cambiamenti sociali e culturali in atto, alle sfide del mondo del lavoro, al fenomeno delle migrazioni, alla scuola intesa come luogo di apprendimento e di socializzazione, alle molteplici forme di comunicazione e di linguaggi dell’era digitale.

L’obiettivo: studio e praticità
La realizzazione delle targhette in metallo create dagli apprendisti fabbri per la denominazione bilingue delle macchine da lavoro nelle officine pone le basi per un lavoro interdisciplinare che alla fine del percorso misura non sono l’aumento delle conoscenze specifiche in Italiano L2, ma anche di quelle tecniche e metodologiche. L’obiettivo è quello di creare le premesse per una scuola più inclusiva, moderna, al passo con i tempi e aperta allo scambio e alla collaborazione tra discipline. Le targhette sono utili, funzionali, e ripetibili nel tempo. Un’opportunità vantaggiosa per tutta la comunità della scuola, anche perché questo progetto bilingue non si limita al lavoro di traduzione del nome delle macchine nelle officine, ma potrebbe riguardare per esempio tutta la parte accessoria degli strumenti o arredamento da lavoro degli elettricisti, degli idraulici, dei falegnami, delle estetiste, coinvolgendo i veri protagonisti esperti di questo progetto: le studentesse e gli studenti della scuola professionale “Zuegg” di Merano.
Gli apprendisti fabbri della scuola “Zuegg” hanno realizzato delle targhette in metallo per la denominazione delle macchine da lavoro nelle due lingue
Una grande squadra al lavoro
Il progetto si è svolto in varie fasi. All’inizio durante le ore di Italiano in presenza sono stati organizzati e studiati tutti i passaggi necessari per la programmazione e la pianificazione; i ragazzi hanno scelto i coordinatori dei gruppi, hanno pensato ai nomi delle macchine da tradurre, hanno optato tra i metalli più idonei per lavorare le targhette ed hanno infine realizzato le bozze dei disegni delle targhette. Hanno usato fantasia, creatività, ma anche conoscenze tecniche.
I PROTAGONISTI
Ecco tutti i nomi degli apprendisti fabbri della classe M-3 che hanno partecipato al progetto assieme agli insegnanti Francesca Morrone, Christian Raffl e Georg Kaufmann: Bega Edison, Daniel Giardini, Janik Oberhofer, Franz Pircher, Davide Plaickner, Noah Poeder, Andrè Schatzer, Patrick Staffler, Daniel Tappeiner, Tobias Tumler, Erik Ungerer, Benedikt Wunder, Seraphim Zwick.

LE IMPRESSIONI
“Un progetto nuovo, mai visto prima nella scuola.” (Georg Kaufmann, insegnante di materie pratiche)
“In gruppo abbiamo deciso come procedere, abbiamo pensato a diverse modalità di lavorazione, e alla fine abbiamo scelto di lavorare con una macchina Cnc computerizzata perché più veloce.” (Janick Oberhofer, coordinatore gruppo fabbri meccanici).
“Il progetto mi è piaciuto perché mette insieme molte cose insieme come il disegno, le macchine, la nostro professione e la materia di italiano. Ora ricordo meglio le parole in italiano. Perché quelle parole le ho scritte e le ho viste tante volte durante le fasi di sviluppo: quando ho fatto il disegno Cad, quando ho immesso i valori nella macchina CNC, quando ho fissato le targhette sulle macchine. Le parole entrano meglio in testa quando ci lavori. È così che si impara l’italiano nelle officine.” (Andrè Schatzer, apprendista fabbro meccanico).
“Abbiamo lavorato tutti insieme, ognuno aveva un lavoro da fare. È stato difficile programmare le macchine Cnc, il resto è andato bene.” (Bega Edison, fabbro meccanico)
“Il progetto mi è piaciuto, i ragazzi si sono impegnati e riconoscono l’importanza della seconda lingua. Sarebbe il traguardo della scuola professionale, includere molto di più la lingua italiana, perché abbiamo a che fare con clienti e rappresentanti di lingua italiana tutti i giorni. Abbiamo un grande vantaggio qui, parlare due lingue, dobbiamo sfruttare meglio questa opportunità.” (Christian Raffl, insegnante di materie pratiche).
“Mi auguro che questa idea possa essere ripetuta in altre realtà scolastiche e sostenuta da tutti, insegnanti e studenti. Viviamo in una terra plurilingue, ovunque siamo circondati dalla cartellonistica bilingue, dalle strade ai percorsi di montagna, dagli uffici postali ai supermercati, mi chiedo perché la stessa cosa non venga pensata per gli edifici scolastici.” (Francesca Morrone, insegnante L2).
Autore: Luca Masiello
Anna, la giovane promessa del cinema
Tra Germania, Romania e Ortisei, la giovanissima Anna Malfatti ha recitato come attrice protagonista nel film “Un Confine Incerto” di Isabella Sandri. Il film è stato presentato nel 2019, ma è uscito lo scorso 11 marzo e in streaming sul sito della Cineteca di Bologna all’interno del progetto #iorestoinSALA. Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con Anna della sua esperienza sul set, di come ha iniziato ma soprattutto di tutte le cose particolari e belle che ha scoperto e che ha fatto. Arrivata di fretta da scuola, da poco ripresa in presenza, ha risposto così alle nostre domande.
Anna, qual è stato il percorso che ti ha portata a recitare in “Un Confine Incerto”?
Ho iniziato recitando in un corso di teatro a Bolzano. Quando un giorno mi ha notata la regista del film, Isabella Sandri, dopo aver parlato un po’ con me ha voluto parlare anche con mia madre, che mi stava aspettando all’uscita. In seguito abbiamo fatto alcuni provini via Skype, e più avanti mi è stato detto che ero stata presa.
Quanto sono durate le riprese?
Abbiamo girato per due settimane in Germania, poi abbiamo passato alcune settimane in Romania e altre qui da noi vicino ad Ortisei. In tutto, tra una cosa e l’altra, sono passati quasi due anni.

È stato stancante girare così tanto? Come ti sei sentita?
È stato innanzitutto molto interessante, ma anche un po’ stancante, perché non ero tanto abituata e per me è stata un’esperienza nuova. Ma la cosa più bella è stata poter visitare i posti in cui andavamo e girare, le località scelte dalla regista. Il posto più bello che ho visto è stata la Salina Turda in Romania, che è una miniera di sale sotterranea all’interno della quale è stato costruito un parco giochi, con tante attrazioni. Mi ha colpito molto la ruota panoramica sotterranea.
E qual è stata invece la cosa più particolare che hai imparato stando sul set? E quella più bella?
Non mi aspettavo sicuramente di trovare così tante persone dietro la realizzazione di un film, ad esempio il costumista, il parrucchiere, l’addetto ai trucchi… Poi mi hanno anche colpita molto le tecniche di ripresa, ma soprattutto “l’occhio della regista”, ovvero la cura dei dettagli che Isabella metteva nelle scene e che mi faceva notare sul set. La cosa più bella invece è stata imparare ad esprimere meglio le mie emozioni. All’inizio facevo fatica, ma poi migliorando ci sono riuscita. In alcune scene, per esempio, dovevo piangere o gridare; inizialmente è stato difficile ma poi mi è venuto via via più naturale. In una scena dovevo vomitare ed è stato molto divertente, perché doveva venirmi naturale, ma non è stato semplicissimo!
E questa esperienza sul set come ti ha aiutata nella vita di tutti i giorni?
Quest’esperienza mi ha fatto interessare molto di più al mondo cinematografico. Quando guardo i film ora cerco sempre di immedesimarmi nel regista per capire meglio cosa voleva dire con una determinata scena, ma anche di capire il suo punto di vista. Mi invoglia anche a ricercare quale metodo viene usato per fare determinate riprese; mi sono veramente appassionata a questo mondo. Tante cose però le ho imparate dagli attori molto bravi con cui ho recitato e grazie ai tanti consigli che mi hanno dato per aiutarmi a migliorare.
Rivedendo il film mi torna in mente tutto l’impegno e il lavoro che ci abbiamo messo, e questo mi dà un grande senso di soddisfazione
Ti vedresti anche in altri ruoli all’interno del set? Ma, soprattutto, ti piacerebbe ripetere l’esperienza?
A me piace molto recitare e infatti frequento ancora la scuola di teatro di Bolzano. Mi piacerebbe moltissimo recitare di nuovo: per il momento non mi vedo ancora in altri ruoli, ma sicuramente vorrei tornare sul set.
E come hai conciliato lo studio con la recitazione?
Sia i miei genitori che gli insegnanti mi hanno supportata molto in questo. Durante le pause dalle riprese mi ritagliavo dei momenti in cui fare i compiti e studiare, poi mandavo ciò che facevo a mia mamma che li mandava a sua volta alle insegnanti. Quindi alla fine non ho perso molto, pur facendo quest’esperienza.
Quando recitavi, a fine giornata, potevi rivedere come eri andata e il risultato del tuo lavoro? Come funzionava sul set?
Qualche volta la regista mi faceva vedere come avevo recitato per potermi migliorare, mi faceva notare alcune cose che le erano piaciute molto e alcune cose che non le erano piaciute tanto, soprattutto perché ci teneva che imparassi alcune cose da questa esperienza. Tutto il lavoro sul girato e sul montato però è stato fatto dopo, infatti le scene non sono state girate in ordine ma in base alla località in cui eravamo. Quindi oltre che per farmi notare alcuni particolari, il prodotto finale l’ho visto solo durante la prima in Germania nel 2019.
Sia da parte mia che da parte della mia famiglia c’era molta curiosità nello scoprire come sarebbe stato il film nella sua versione finale, sia per come hanno inserito tutte le scene, sia per come sono state girate alcune di queste.
Come ti sei sentita quando è uscito il film?
Mi sono sentita molto contenta ma è stato anche molto strano, perché nel frattempo sono passati diversi anni e rivedermi più piccola mi ha colpito molto. Però mi ricordo che ero molto soddisfatta di me stessa per come ho recitato. Rivedendolo mi torna in mente tutto l’impegno e il lavoro che ci abbiamo messo e mi dà un grande senso di soddisfazione.
Da un punto di vista dell’ansia da telecamera e dell’imbarazzo, invece, come ti sei sentita?
Dato che è stata la mia prima esperienza, inizialmente ero molto agitata e non sapevo ancora bene come comportarmi, ma sia la regista che l’aiuto regista, Davide Grotta, mi hanno aiutata e mi hanno spiegato come fare.
Mi hanno aiutata nel memorizzare il copione, e dato che il copione era sia in italiano che in tedesco che in ladino è stato abbastanza difficile pronunciare bene le frasi… Inizialmente non sapevo nemmeno si dicessero alcune cose in ladino, ma con l’aiuto di mio zio, che conosce il ladino, alla fine me la sono cavata.
La prima esperienza sul set

La giovanissima Anna Malfatti, originaria di Laives, è l’attrice protagonista del film “Un confine incerto” di Isabella Sandri e con, tra gli altri, Valeria Golino, Moise Curia e Cosmina Stratan. Partendo da un corso di recitazione a Bolzano, Anna ha affrontato la sua prima esperienza sul set tra Ortisei, la Germania e la Romania, trovando nei consigli della regista, dell’aiuto regista e degli attori più esperti preziosi consigli per la sua crescita come attrice.
Autore: Daniel Valentini – COOLtour
Caldaro, i figli del Signore
Non è certo un caso se ancora oggi gli 8000 abitanti di Caldaro vengono chiamati “Herrgottskinder”, figli del Signore Iddio. Il singolare quanto epiteto, di cui racconteremo la storia al termine di questo visita, abbraccia un territorio ricchissimo di tradizioni religiose e, di conseguenza, anche di chiese. Ad iniziare da quella di San Pietro, seminascosta tra la vegetazione di Castelvecchio. Stiamo parlando della prima chiesa dell’Alto Adige e, sembra, di uno degli edifici di culto più antichi dell’intero Tirolo. La basilica paleocristiana, eretta verso il trecento, è “sorella” di quelle di Aquileia e Milano e simboleggia l’avvento del Cristianesimo. Non è escluso che sia stata fondata dal vescovo Vigilio che cristianizzò la zona e al quale è intitolata un’altra chiesa. Il sito che comprende la basilica è ricco di altre mirabilie archeologiche: ma ne parleremo in un’altra occasione.
Risalendo il sentiero che conduce al paese, ammiriamo la suggestiva piana della Bassa Atesina fino alla Chiusa di Salorno; ben visibili, dietro il Monte di Mezzo e il Monte Regolo, le cime del Corno Bianco e del Corno Nero. In primo piano, ai nostri piedi, il lago di Caldaro galleggia come una pietra turchese sull’estesa superficie di vigne: a quanto pare testimonianza dell’ultima era glaciale. Da qui si gode di una stupenda vista sui circostanti terrazzamenti dove cresce il rinomato Kalterer See. Nella stagione della vendemmia, lunghe file di trattori (un tempo carri trainati da buoi) carichi d’uva si dirigono verso le storiche cantine situate dietro la vecchia stazione ferroviaria. Alle spalle del lago, gli inconfondibili ruderi dei castelli della nobiltà al servizio dei conti del Tirolo in perenne lotta con il Principe Vescovo trentino, da oltre mille anni vero dominus di queste terre: Laimburg e Leuchtenburg. I primi insediamenti umani, risalenti ad un’epoca precedente l’età del bronzo, sono stati scoperti proprio qui, sulle soleggiate alture a cavallo tra Bassa Atesina e Oltradige.

Alle spalle dell’abitato, la catena della Mendola, raggiungibile anche con la funicolare che parte da S. Antonio, è da sempre “la” montagna di Caldaro: un tempo pascolo estivo, poi, con gli anni, luogo di villeggiatura dei paesani che vi possiedono ancora le caratteristiche casette sparse nei boschi della Val di Non.
Il nome di Caldaro, che al pari di diversi microtoponimi della zona potrebbe avere un’origine preromana, appare per la prima volta nel IX secolo nella famosa lettera di San Vigilio sulla fondazione della Pieve di Caldaro. Allora era attestato come Caldare o Caldar e Caldarium (un paiolo da polenta appare nello stemma del comune – e la polenta ha notoriamente sfamato intere generazioni di caldaresi), per passare a Caltarn e alla forma odierna dopo il 1500. Di quell’epoca è anche il caratteristico centro del paese ricco di edifici nobiliari realizzati nello stile gotico-rinascimentale che unisce le asprezze nordiche alla soavità mediterranea. Dalla Piazza del mercato, con la chiesa di S. Maria Assunta, campanile e municipio, si raggiungono le varie frazioni: Villa di Mezzo, S. Antonio/Pozzo, S. Nicolò, Castelvecchio, S. Giuseppe al Lago, Pianizza di Sotto e di Sopra, Prey-Klavenz: ognuna con il suo bel campanile.
Caldaro è riuscita a conservare nel tempo le sue caratteristiche paesaggistico-urbane senza cedere alle tentazioni e agli assalti edilizi di altri paesi. Questo aspetto, accanto alla tradizionale economia vinicola, ne rappresenta la principale ricchezza.
Torniamo infine all’aneddoto dei “Figli del Signore”. Un venerdì di un anno imprecisato un forestiero seduto al “Cavallino bianco” udì il suono flebile di una campanella. Chiese all’oste la ragione di quei rintocchi. L’oste spiegò che ogni venerdì a quell’ ora si ricordava il supplizio del Signore. Il forestiero volle sapere perché non si suonasse la campana grande per il figlio di Dio. “Eh no”, disse l’oste, “da noi la campana grande si suona solo quando muore un vero caldarese”. Allora l’uomo allungò alcune banconote all’oste e disse: “Spero che questo denaro sia sufficiente per far avere la cittadinanza caldarese al nostro Signore.” Da quel giorno i caldaresi vengono chiamati, non senza ironia, Herrgottskinder.
Foto dell’articolo: David Kruk
Autore: Reinhard Christanell
Il sangue è un bene prezioso: doniamolo
Cristina Cristofori è da sempre impegnata nel sociale ed attualmente lavora come operatore socio assistenziale nel “Gruppo casa” a Salorno, presso il settore sociale della residenza Gelmini. Una scelta di vita quella di aiutare il prossimo, che l’ha portata a diventare anche una donatrice di sangue. Da 4 anni è diventata la presidente della sezione AVIS (Associazione volontari italiani del sangue) di Salorno. Le abbiamo posto alcune domande.
A quanti anni hai iniziato a donare il sangue? Raccontaci un po’ la tua storia da donatrice.
Ho iniziato a donare il sangue nel 2004, dopo la nascita di mio figlio. Con la maternità sono maturata e mi sono sentita di poter dare qualcosa in più agli altri in particolar modo qualcosa che per qualcuno poteva essere vita. Ho così cercato AVIS per donare il sangue.
Oggigiorno come si può diventare donatori? Quali sono i vari step da seguire?
Il primo passo per diventare donatore è prenotare una visita per “aspirante donatore” telefonando ad AVIS. Si avrà così un colloquio conoscitivo con un medico del centro trasfusionale, il quale darà anche informazioni sulle varie donazioni che si possono effettuare. Di seguito verrà eseguito un prelievo di sangue e il gioco è fatto. Dopo alcuni giorni, se si risulta idonei, ci sarà la convocazione per la prima donazione.

Come si svolge e quanto dura una donazione?
Una donazione dura circa 20 minuti. All’arrivo presso il centro si fa l’accettazione, si effettua la verifica della pressione sanguigna e della glicemia, si incontra il medico per una anamnesi prima di recarsi alla donazione e infine si accede alla sala prelievi, dove il personale è molto attento ad assistere in ogni momento il donatore.
Nella sezione di Salorno quanti sono attualmente i soci? Tra questi ci sono tanti giovani che hanno deciso di diventare donatori?
La sezione di Salorno conta circa 160 donatori dai 18 ai 65 anni. Siamo sempre alla ricerca di giovani che vogliano aggregarsi alla grande famiglia AVIS per il ricambio generazionale. Va detto che i giovani hanno una grande coscienza sociale anche se a volte non lo sanno. Dobbiamo ringraziare tutti quelli che si sono attivati in questi anni per promuovere la vita. È di questi giorni la notizia che è stato congedato il nostro donatore compaesano con più di 100 donazioni in 39 anni e un giovane di 18 è risultato idoneo alla donazione.
Come si può trasmettere ai giovani l’importanza di diventare un donatore?
Dobbiamo sempre ricordare che il sangue è un bene prezioso. Non è riproducibile in laboratorio e viene utilizzato anche per produrre medicinali. Inoltre, è indispensabile nei servizi di primo soccorso, nella chirurgia e nella cura delle malattie. AVIS fa parte delle 4A: AIDO associazione italiana donatori organi, ADMO associazione donatori midollo osseo, ADISCO associazione donatrici italiane sangue cordone ombelicale. UN DONO PER LA VITA.
Autrice: Erica Nardin
Rete RE.A.DY, l’okay della giunta di Egna
Con una delibera approvata all’unanimità nel pomeriggio di giovedì, la Giunta comunale di Egna ha compiuto un altro, decisivo passo per aderire alla rete RE.A.DY. Assieme alla delibera è stata firmata anche la Carta d’Intenti della rete, la Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Soddisfazione per l’iniziativa anche da parte di Centaurus Arcigay Alto Adige Südtirol, che supporta le istituzioni locali aderenti alla rete.
“Tutta la giunta comunale è convinta che questo sia un passo importante verso la tolleranza e l’antidiscriminazione”, afferma la sindaca Karin Jost. Aderire alla rete RE.A.DY, infatti, significa partecipare a uno spazio di condivisione e interscambio di buone prassi per tutelare i Diritti Umani delle persone LGBT+ e promuovere una cultura sociale del rispetto e della valorizzazione delle differenze. Entrando nella rete nata nel 2006 a Torino, anche Egna intende rispondere ai bisogni delle persone LGBT+, che spesso vivono situazioni di discriminazione, e promuovere un clima sociale di rispetto e di confronto libero da pregiudizi.
In Alto Adige fanno già parte della rete RE.A.DY i Comuni di Appiano, Bolzano, Bressanone, Caldaro e Merano e la Provincia, che collaborano in un gruppo di lavoro supportato da Centaurus Arcigay Alto Adige Südtirol, l’organizzazione più rappresentativa tra quelle che si impegnano per le pari opportunità delle persone LGBT+. “Un segnale importante per la lotta alle discriminazioni e la valorizzazione delle differenze. In Alto Adige c’è ancora molta invisibilità. Ora alla buona volontà devono seguire azioni concrete. Centaurus mette a disposizione la sua esperienza”, commenta Andreas Unterkircher, presidente di Centaurus Arcigay Alto Adige Südtirol.
Nelle scorse settimane l’adesione, proposta dalla consigliera dei Verdi Sadbhavana Pfaffstaller attraverso una mozione in Consiglio comunale, era stata approvata a larghissima maggioranza dalle consigliere e dei consiglieri comunali di Egna ed ora è stata ufficializzata con la delibera della giunta. Allo stesso tempo è stata sottoscritta la carta d’intenti della rete. Documenti alla mano, ora il Comune potrà formalizzare l’adesione presso la Segreteria nazionale a Torino e cominciare a organizzare le prime iniziative che saranno seguite dalla consigliera con delega alle Pari Opportunità, Roberta Decarli, assieme alle consigliere e ai consiglieri della Commissione Pari Opportunità del centro della Bassa Atesina.
Ulteriori informazioni sulla rete RE.A.DY:
http://www.reteready.org/
Nella foto principale: la sindaca Karin Jost e il presidente di Centaurus Arcigay Alto Adige Andreas Unterkircher.