L’accertamento tecnico preventivo

Chi ha urgenza di far verificare lo stato di un suo immobile, la qualità o la condizione di suoi beni (a titolo esemplificativo, la presenza di fessurazioni, infiltrazioni o muffa in un appartamento, o la presenza di vizi e difetti di un prodotto) può chiedere, attraverso un avvocato, che sia disposto dal Tribunale un cosiddetto “accertamento tecnico preventivo” (A.T.P.). 
L’urgenza di far disporre un A.T.P. può verificarsi in seguito a svariate circostanze, come la possibilità di deperimento degli elementi probatori o l’elevata probabilità di una modifica dello stato dei luoghi; in altri casi, esso viene richiesto quando si ha necessità di far rimuovere con urgenza la situazione (di pericolo, di pregiudizio, di inutilizzabilità di un bene) che si è determinata. Lo scopo principale è quello di “fotografare” la situazione per poter procedere, poi, con gli interventi necessari per sanare i vizi. In altri termini, l’A.T.P. serve a costituire una prova certa, assunta nel contraddittorio delle parti e pertanto non contestabile, prima della modifica dello stato e prima dell’instaurazione di un eventuale giudizio contro chi è da considerarsi responsabile. 
L’istanza di A.T.P. viene depositata in Tribunale; il Tribunale nomina, poi, un consulente tecnico terzo e imparziale cui conferire l’incarico di effettuare un sopralluogo, valutare la situazione ed elaborare una perizia tecnica, esprimendo il proprio giudizio. Nel corso di tali attività, il consulente tecnico potrà anche esprimere valutazioni in ordine alle cause e ai rimedi relativi all’oggetto della verifica.
Inoltre, nell’ambito del procedimento, il consulente, prima di depositare la propria relazione, tenta di far addivenire le parti a una conciliazione. Se il tentativo di conciliazione riesce, se ne redige processo verbale, a cui farà seguito un decreto del Giudice che ha disposto l’accertamento tecnico; attraverso tale decreto, al verbale di conciliazione, viene conferita l’efficacia di titolo esecutivo, valido anche ai fini dell’iscrizione di un’eventuale ipoteca o di un procedimento di esecuzione forzata. 

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Bokashi

Bokashi è un termine giapponese che significa “tutto dentro”. Il metodo fu sviluppato nei primi anni 70 da Teruo Higa, professore dell’Università di Ryukyus (Okinawa); esso consiste nell’inserire scarti alimentari – con l’aggiunta di un accelerante – in un contenitore ermetico. Assistiamo quindi a una fermentazione anaerobica dei residui, senza l’aiuto di ossigeno, che in brevissimo tempo ci offrirà un fertilizzante liquido molto concentrato, ammesso in agricoltura biologica. La sostanza accelerante utilizzata è il germe o la crusca di cereali, combinata con melassa organica e batteri della fotosintesi, dell’acido lattico e dei lieviti, nota col nome di microrganismi effettivi (EM). Questa miscela funge da nutrimento per i microrganismi, che sono tra l’altro molti di quelli che si trovano naturalmente nel suolo, e velocizza, all’interno del nostro contenitore, il processo di decomposizione. Il secchio per bokashi si compone nella parte superiore di un coperchio a chiusura ermetica, mentre nella parte inferiore presenta un setaccio e un rubinetto (On-OFF) per il drenaggio del bokashi liquido e di un misurino dove raccoglierlo. Il bidoncino si può collocare all’ombra sul terrazzo, ma anche in casa: state tranquilli, niente insetti indesiderati, niente olezzi maleodoranti! Bisogna avere però l’accortezza di sminuzzare bene gli scarti domestici, di compattarli con lo spianatore in dotazione e cospargere uniformemente 20ml di microrganismi ogni 4-5cm di materiale riposto nel cestello. Ci vogliono circa 2 settimane per la prima raccolta. Una volta pieno e terminata la percolazione il secchio andrà ben lavato per ricominciare il processo, mentre i residui dovranno essere smaltiti come umido: chi invece dispone di un giardino, di un terreno o di un orto può conferirli nella classica compostiera per ricavare dell’ottimo compost o lombricompost. Il kit bokashi da 16L si trova sui soliti siti di vendita on-line, nei garden specializzati, ma può essere realizzato da sé con un po’ di ingegno. Anche gli EM si possono autoprodurre, ma consiglio di approfondire l’argomento attraverso letture e manuali ad hoc. Il bokashi liquido puro è adatto alla manutenzione degli scarichi puliti e all’igienizzazione dei pozzi neri; diluito in acqua è un potente fertilizzante per tutte le piante. Rapporti: 1dl in 10L di acqua per innaffiare ogni dieci giorni, 1dl in 20L per annaffiature più frequenti, senza esagerare. Gli EM hanno, inoltre, la facoltà di decomporre anche i residui di alcuni pesticidi e altri elementi nocivi in sostanze biocompatibili.
Gli ultimi dieci anni sono stati un vero boom planetario per il bokashi, divenuto oggetto di speculazioni commerciali, tese alla vendita di specifiche compostiere e attivatori. Il Naturalismo, d’altro canto, non è di certo stato fermo a guardare. Anime nobili hanno stravolto, apportato nuove tecniche o semplicemente delle varianti al minuzioso lavoro del prof. Higa e del suo bokashi, come ad esempio Emile Jacquet e Jairo Restrepo River.

Autore: Donatello Vallotta

1921-2021. Condanna unanime delle violenze fasciste.

Ricorrono, il 24 aprile, i cent’anni dall’uccisione di Franz Innerhofer, il maestro di Marlengo che partecipava alle manifestazioni della Fiera di Bolzano. Erano tempi turbolenti. Gli squadristi fascisti ammazzavano ogni giorno qualcuno in diverse località italiane. Uno scontro tra ideologie, prima ancora che tra nazionalità.

La sintesi più efficace di quanto accadde in quei giorni d’aprile 1921 è quella riportata dalla targa fatta apporre dal Comune in centro città. Dice così: “Franz Innerhofer è la prima vittima del fascismo in Provincia di Bolzano. Il trentaseienne maestro elementare nonché dirigente della banda musicale di Marlengo fu ucciso a colpi di pistola da uno squadrista fascista il 24 aprile 1921, la cosiddetta ‘Domenica di sangue’, quando la tradizionale sfilata della Fiera di Bolzano fu violentemente attaccata e mentre Innerhofer aveva cercato di proteggere uno scolaro nel portone del palazzo Stillendorf”. 
E continua: “Il 26 aprile 1921 un imponente corteo funebre che riunì tutti i partiti democratici sudtirolesi e cittadini di tutte le lingue, passò per questa piazza. Nel 2011, novantesimo anniversario, la piazzetta è stata dedicata a Franz Innerhofer”.
È bello che si ponga l’accento sul fatto che i fatti di Bolzano ebbero già allora, e già in occasione del funerale, l’unanime condanna delle forze democratiche in ogni campo linguistico. Sindacati e socialisti insorsero: “Non subiremo provocazioni”. Il giornale La Libertà scrisse: “Tutti gli Italiani seri residenti a Bolzano deplorano profondamente i gravi fatti di sangue successi domenica in questa città ed esprimono alle famiglie colpite le loro più vive condoglianze”.
La “Domenica di sangue” era stata preceduta da una guerra cruenta voluta dai nazionalisti. Ad essa seguirono gli anni delle dittature, degli stermini, un’altra paurosa guerra e tutto ciò da cui siamo chiamati ogni giorno a liberarci. 
A ricordo di Franz Innerhofer questa domenica – Festa della Liberazione – sarà piantato un albero sulla Collina dei Saggi presso il parco Firmian a Bolzano.

Autore: Paolo Bill Valente

Le due acropoli di Laives

Gli scavi effettuati in varie parti del territorio a partire dagli anni ’70 del secolo scorso ci hanno restituito un quadro abbastanza circostanziato – anche se certamente non esaustivo – della Laives protostorica. Del mesolitico, a dire il vero, conosciamo ancora pochi dettagli – tranne per quel che riguarda l’importante sito di San Giacomo, frequentato fin dall’era dei cacciatori e raccoglitori da nomadi in transito lungo la valle dell’Adige. Ovviamente la situazione non deve essere stata molto diversa anche a Laives, dove, all’imbocco della Vallarsa, si trovano luoghi simili, che ben si prestano a soggiorni temporanei. Evidentemente per essere documentate andrebbero effettuati sondaggi più approfonditi.
Al contrario, l’età del ferro, e in particolar modo la cultura di Fritzens-Sanzeno (o retica), hanno dato molte soddisfazioni ai ricercatori: in particolare gli archeologi Lorenzo Dal Ri e Alberto Alberti hanno portato alla luce e documentato in modo mirabile i resti di antichi villaggi retici con case semi interrate di pietra e legno, grandi focolari con lastre di porfido e macine per cereali, tracce di ampie bonifiche del terreno sassoso con rudimentali vigneti e, soprattutto, luoghi di culto. Di questi siti, sparsi un po’ su tutto il conoide, abbiamo già parlato e sappiamo che essi rappresentano la testimonianza che “c’era vita”, a Laives, anche tre millenni fa. Lo stesso nome del paese, che rientra nel novero di quelli indecifrabili, è quasi certamente un “fossile” linguistico di quell’epoca e di quella cultura e prima o poi andremo a fondo anche di questo argomento.
Se dunque i siti tra Reif e Jauch raccontano la storia di un paese cresciuto in prossimità dalla confluenza tra Adige e Isarco (e Isarci erano probabilmente gli abitanti dell’epoca, con “infiltrazioni” di Anauni e Tridentini), rimane da chiarire il ruolo dei due colli morenici che dominano – e in parte insidiano – l’abitato sottostante: la Gampnerknott (crozet) e il Peterköfele.
È molto improbabile che fossero utilizzati per insediamenti stabili in un periodo in cui l’agricoltura la faceva da padrona. Per cui è ipotizzabile che essi fossero, oltre che luogo di rifugio in caso di pericolo, centri sacri e, soprattutto, di culto, dedicati ai riti funerari e ad alcune divinità. In effetti sulla Gampnerknott sono stati ritrovati degli accumuli di pietre, alcune delle quali semifuse dal calore. Sul Peterköfele mancano queste evidenze o sono molto rare: ma, anche in considerazione dell’utilizzo “sacrale” successivo, è assai probabile che la destinazione fosse la stessa. Di queste due “acropoli” o Brandopferplätze (luoghi di roghi votivi), legati in particolare al culto di una divinità, parleremo la prossima volta.

Autore: Reinhard Christanell

Un principe-frate fra le mura del convento dei Cappuccini

Il nome di Giovanni Battista da Modena forse non ci dirà un granché. Se a tale nome aggiungiamo Alfonso III d’Este allora il racconto della nostra storia, che andremo a narrare, ci  parrà un po’ più chiaro. 
Alfonso d’ Este, principe di Ferrara, Modena e Reggio Emilia, appartenente ad una delle casate più antiche d’Europa (1039), abbandonò i propri abiti nobiliari ed i pregi di corte, per indossare l’umile veste del saio cappuccino. Prese il nome di padre Giovanni Battista da Modena dopo aver abdicato nel 1629 ed al suo superiore del convento di Bologna chiese di essere mandato in missione. Il superiore lo accontentò e il frate venne inviato al convento dei Cappuccini di Merano. Il suo arrivo mise in subbuglio tutto il territorio tirolese ed i loro regnanti, i quali avevano favorito la costruzione dei conventi cappuccini in quasi tutte le località del Nord e del Sud Tirolo. La costruzione di quello dei Cappuccini di Merano era recentissima, 1615, realizzata per volere del vescovo di Coira e della casata degli Asburgo. 
Gli stilemi dell’architettura cappuccina, uguali in tutto il territorio del Tirolo, della Baviera e del Veneto, erano stati dettati dalle regole edilizie prescritte dal frate fabriciere Antonio da Pordenone. Presente anch’esso nel nostro territorio, egli aveva coniugato lo stile e la semplicità francescana con la razionalità palladiana e l’ispirazione della architettura alpina.

Padre Giovanni Battista, arrivato a Merano nel luglio del 1629, infervorò subito la piazza meranese con le sue possenti prediche. Divenne ben presto famoso, tanto che altre città ed altri conventi richiesero la sua presenza. Venne chiamato ad Innsbruck, Ratisbona, Gorizia e Milano. 
A Merano vi restò poco meno di due anni fra il 1629 ed il 1631. Nelle sue note si lamentava del clima rigido e poi anche scriveva : “Son più Italiano che Todesco … e mi rammarico per le tante calamità che affliggono l’Italia…”.
La sua presenza a Merano, come quella di tanti frati, non venne dimenticata: l’Ordine dei frati Cappuccini divenne fra i più amati dalla popolazione altoatesina; nel convento dei Cappuccini della città del Passirio gli venne eretta una piccola edicola, con la sua immagine tutt’ora venerata e custodita gelosamente.
Il principe – frate tornò verso le proprie terre natali e si spense in quel di Castelnuovo il 24 maggio del 1644, mantenendo però un caro ricordo dell’esperienza meranese, dove finalmente aveva ritrovato, come disse, “l’animo quieto”.

Nell’immagine principale: il convento dei Cappuccini

Autore: Flavio Schimenti

La fontana del fiume Adige in piazza della Vittoria

Su tale fontana è stato detto e scritto tanto, a partire dal suo significato simbolico e allegorico. Alcuni storici attribuiscono alla figura allegorica mirabilmente rappresentata il significato del fiume Tevere, altri invece fanno inequivocabilmente riferimento al fiume Adige. Noi siamo più propensi per il secondo significato. Quando, fra il 1935 e il 1937, venne costituito il “Foro della Vittoria” e vennero eretti gli edifici dell’Ina, che dovevano affiancare il Monumento piacentiniano sul lato nord, si pensò di rimarcare ulteriormente la simbologia di tale luogo. Sull’edificio realizzato dall’architetto romano Rossi De Paoli, proprio sul lato prospiciente il lato nord del monumento alla Vittoria, venne incastonata tale fontana. Realizzata in marmo di travertino bianco dall’artista trentino Alcide Ticò (Trento 1911 – Ortisei 1991), la scultura andava a rimarcare il già ricco significato allegorico della piazza. Oltre all’ architettura di Piacentini già pregna di metafore architettoniche, figurative, simboliche e scultoree, e ai due pennoni posti all’inizio di ponte Talvera con la Lupa Romana ed il Leone di Venezia, ed alla colonna romana posta al centro del parco della Vittoria – la fontana andava a completare il ricco linguaggio di giochi prospettici e di siti marcatamente allegorici. Il Fiume, incastonato in una struttura rettangolare, è rappresentato in maniera antropoformica, come già venivano raffigurati i corsi d’acqua nell’antichità (il Nilo, il Tevere, il Gange ecc.), mentre sotto di esso vi è una griglia in bronzo con una vasca. La figura è distesa, con una corporatura che ricorda le sculture di Michelangelo. Sul lato destro egli tiene saldamente a sé una grande cornucopia, simbolo di prosperità e di abbondanza, e da essa scaturiscono uva, mele e altri prodotti tipici agricoli dell’Alto Adige. Sotto la cornucopia, e sotto la mano destra, è scolpita una stella alpina. Di fronte a tale corpo disteso è posta una grande “Aquila romana”, delle stesse dimensioni della corpulenta composizione allegorica. Le ali sono distese e gli artigli poggiano saldamente. Una sulla gamba destra del fiume, l’altra a terra ancorata su una roccia nella quale compare una genziana acuale. Il volto del fiume sembra sottomesso allo sguardo severo dell’aquila. Fra le due composizioni, sullo sfondo, al centro, si profila la sagoma dello Sciliar. Il poeta Carducci scriveva “l’Adige più bello dell’Arno, a meno che non diventi cattivo nel furore impetuoso delle sue piene”. E un altro poeta scriveva “Adige verde, ecco una rosa, e te doni pace e la speranza induci”. 
Il regime fascista aggiogò l’Adige, con le nuove centrali elettriche e la nuova industrializzazione, e tutta la poesia del placido e tormentato fiume diventò solo un lontano, offuscato ricordo.

Autore: Flavio Schimenti

Il busto dedicato a Peter Rigler

È ricca di storia via Weggenstein, come quella dell’Ordine Teutonico (Ordo Fratrum Domus Hospitalis Sanctae Mariae Teutonicorum in Jerusalem); fondato in Terra Santa nel 1198, è l’ultimo dei tre grandi Ordini religiosi cavallereschi,  dopo i Giovanniti (1050) e i Templari (1120). Accanto alla chiesa conventuale di San Giorgio, al civico 12, sorta nel 1392, vi è, dal 1400, la Commenda “Weggenstein”, sede centrale del “Baliato all’Adige”. Al civico 14 si trova invece lo Studentato Peter Rigler, che offre ospitalità, in appartamenti, a studentesse e studenti iscritti all’università; da menzionare il Convitto “Marianum”, al civico 10 e il Convitto “St. Georg” al civico 16. 
Per quanto concerne lo Studentato, accanto all’ingresso vi è dal 2010 un busto, opera dello scultore Franz Kehrer, raffigurante Peter Rigler. L’autore, nato nel 1948 a Marebbe, è tuttora attivo come scultore dopo gli studi all’Accademia di belle arti di Milano e poi in quella di Vienna. Chi era e cosa fece Peter Rigler? Nato a Sarentino il 28 giugno 1796, ordinato sacerdote nel 1818, docente a Trento di teologia morale e pastorale, Peter Paul Rigler nel 1842 entrò nell’Ordine Teutonico, con solenne emissione dei voti nella chiesa di Bolzano di tale Ordine. Priore e rinnovatore dell’Ordine, fu anche direttore spirituale della comunità femminile di Lana.  A suo merito va ricordata anche la fondazione a Lana nel 1855 del ”Convento dell’Ordine Teutonico di Santa Croce”. Non va dimenticato il “Vigilianum” di Trento. Peter Rigler, instancabile per la salvezza delle anime, predicò, insegnò, confessò, scrisse libri e articoli su giornali, tenne corsi di esercizi spirituali, diede a molti i suoi saggi consigli. Morì, come era vissuto, in fama di santità, il 6 dicembre 1873; fu sepolto a Lana di Sotto. Sono in molti a sperare nel buon esito del processo di beatificazione di Peter Rigler “Servo di Dio”; aperto nel 1986, è in fase di trattazione vaticana dopo quella diocesana.

Autore: Leone Sticcotti

Dropout, l’alter ego musicale di Davide Burattin

Si intitola “Memories From A Distant Future” l’ultimo lavoro di Davide Burattin, grafico e designer bolzanino che da anni si sposta tra Londra, Osaka e il capoluogo altoatesino.

Quando uno, in procinto di registrare un disco e non trovando sul mercato digitale la qualità sonora desiderata, decide di studiare la questione a fondo e creare una compagnia di plug-in audio, vuol dire che ha le idee molto chiare riguardo a quanto vuol fare e andrebbe considerato e rispettato già solo per questa cosa. Se poi il risultato è un’opera musicale di un certo rilievo allora il quadro è completo.
È il caso di Davide Burattin, grafico e designer bolzanino che da anni si sposta tra Londra, Osaka e il nostro capoluogo, il cui raggio d’azione si espande anche verso la musica elettronica e che dagli anni novanta in qua ha realizzato diversi dischi, adottando a partire dal 2004 lo pseudonimo Dropout.
La musica firmata Dropout è un notevole connubio di immagini sonore studiate attentamente e minuziosamente, complice ovviamente la professione nel campo dell’immagine di Burattin.
“La mia attività in campo grafico – ci racconta Burattin dal suo attuale confinamento in Giappone, dove è fermo dall’inizio della pandemia – influisce totalmente su quanto faccio come Dropout, compongo musica come fossero immagini e do ritmo alle immagini come fossero musica. Musicalmente sono nato chitarrista per morire synthesista, ma nel disco non ci sono loop, è tutto suonato, le batterie sono campionate ma sequenziate nota per nota o suonate coi pad a seconda del pezzo”.

Tutto questo, al punto che il nuovo lavoro, Memories From A Distant Future, è stato lanciato all’inizio del mese scorso con uno streaming su youtube in cui le otto composizioni del disco venivano presentate sotto forma di un mediometraggio in otto capitoli tutto realizzato da Burattin/Dropout usando immagini cinematografiche o da documentari sposate ad arte con la musica elettronica.
“La storia costruita attorno al disco – spiega l’artista – è semplicemente questa: le generazioni Boomer e X sono state cresciute nella totale illusione di un futuro ben definito, una sorta di terra promessa e meritata per divina intercessione. Ma il futuro ha preso direzioni totalmente inattese. Ho notato quindi che soffriamo di una strana nostalgia per una realtà immaginata a lungo ma non avveratasi. Ma non si veda questa mia analisi solo sotto un’accezione negativa, in quanto, come figli dei figli del boom, era più che lecito per noi aspettarci un divenire più umano, più focalizzato, per esempio, su quello di cui abbiamo bisogno e meno su quello che vogliamo. Invece si sa che raramente queste due esigenze coincidono, essendo l’una tendenzialmente più spirituale e l’altra più materiale, quindi facilmente monetizzabile.”
Una storia a ben vedere molto collegata al periodo storico in cui è stata concepita e realizzata; in alcune tracce fanno capolino sonorità che sembrano provenire dallo stare a lungo in estremo oriente, in particolare nei brani Noctitudae, basato sull’idea che gli insetti del giardino di casa a Osaka non cantino indipendentemente ma che facciano parte di un microscopicamente immenso coro collettivo, e nel conclusivo A Departure, evolutosi sulla misura del tempo medio di spostamento tra gate e gate che Burattin ha misurato nei suoi frequenti viaggi, tempo che è di circa otto minuti e mezzo, e proprio su quell’intervallo il pezzo è stato composto.
Il disco, oltre che essere ascoltabile in streaming attraverso i singoli video, tutti dotati anche di un testo non cantato ma sovrascritto, postati nel sito https://dropoutsound.com/#listen, è stato pubblicato anche in formato solido su vinile, scelta coraggiosa e naturalmente apprezzatissima: “Questo è il mio sesto disco. Per il primo, uscito nel 1994, ho usato l’acronimo DB; i successivi, dal 2004 in poi, sono sempre usciti col moniker di Dropout in formato CD. Forse la caratteristica più radicale del progetto Dropout è l’autarchia pressoché totale. Quindi ci metto abbastanza per finalizzare, il che, di questi tempi veloci, può essere un bene ma anche una condanna. Questa è la prima volta che esco in vinile – conclude –, ma sentivo in questo preciso momento storico la necessità di ridare corpo fisico, palpabile, non duplicabile, a quel bellissimo spirito guida che può essere la musica.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La Regina Elisabetta e il Principe Filippo

Storie dal Multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.

Era da poco finita la seconda guerra mondiale quando, lungo le sponde del Passirio, nel mezzo di una visita ufficiale in Alto Adige, il principe Filippo fece la sua proposta di matrimonio all’allora principessa Elisabetta. “Ero partito con l’intento di farla su di una gondola a Venezia” dichiarò “Ma con questi vestiti tipici addosso e, soprattutto, dopo aver mangiato un buon würstel, mi sono detto che non avrei mai più trovato niente di più romantico in vita mia! È stato bellissimo.”

Autore: Roberto Tubaro