Far germogliare il seme della gentilezza

Prosegue la serie di contributi di Roberta Lenzi, felicitatrice del progetto “Sente-mente comunità amiche”, che approfondiscono il tema della demenza.

Quanto bisogno abbiamo di gentilezza? Oggi più che mai. La mancanza di prossimità, la paura della vicinanza fisica, la paura del contagio, il non darsi più la mano ci stanno portando via pezzi di umanità. La gentilezza è come un seme che, se messo a dimora, ci consente di continuare a curare e coltivare la nostra umanità. Ma quale gentilezza?
Essere gentili è molto più che sorridere ed essere educati. La gentilezza è l’attitudine delle persone che sanno ascoltare e incontrare veramente l’altro. È uno spazio di tenerezza e delicatezza che ha bisogno, prima di tutto, di germogliare dentro di te. La gentilezza comincia dal tuo dialogo interiore. Sì, proprio da quel continuo mormorio che occupa costantemente la tua mente. Prova ad ascoltare il suono della voce con la quale ti parli. Non conta solo quello che ti dici, ma anche come te lo racconti. Ti rivolgi parole cortesi o di biasimo? Il tono della tua voce è gentile o assomiglia al timbro che aveva qualche adulto del passato quando ti rimproverava?
È importante prendere consapevolezza della voce con la quale ti parli e fare in modo che sia gentile, che ti sappia sostenere, dare coraggio. Poi sarai pronto a seminare intorno a te quella gentilezza fatta di gesti “intenzionali e accurati” volti a fare stare bene l’altro. Spesso diamo per scontate alcune relazioni e diamo il meglio di noi con gli estranei e non con chi ci ama. Scegliamo invece di innescare intenzionalmente un “vortice di gentilezza”. 
Un gesto gentile scatena per sua natura una risposta gentile, come l’onda che si propaga dopo aver gettato un sasso in un lago. Anche la scienza, che negli ultimi anni ha indagato sempre più sugli effetti fisiologici della gentilezza, ci conferma che essa stimola la produzione di molecole come la serotonina, sostanza capace di indurre calma e felicità. Vengono inoltre prodotte endorfine, antidolorifici naturali, e ossitocina, un ormone che aiuta nelle relazioni sociali, aumenta la fiducia e migliora il funzionamento del sistema immunitario. Straordinaria la scoperta che un gesto di gentilezza produce gli stessi effetti in chi lo fa, in chi lo riceve e in chi lo guarda, creando così un’onda di benessere che si diffonde.
Se poi in famiglia vive una persona con demenza, beneficerà in modo particolare dell’atmosfera accogliente e cordiale che si creerà grazie alla gentilezza. La persona che vive con demenza abita un mondo fatto di emozioni e questo sentimento, fatto di vicinanza e partecipazione, la farà vivere serenamente sentendosi avvolta in un abbraccio che infonde sicurezza.
Quindi? Approfittiamo della primavera e del suo invito alla rinascita e diventiamo seminatori di gentilezza nelle parole, nelle scelte, nelle azioni, magari proprio lì, in quei luoghi dove ne sentiamo di più la mancanza.
Prendiamoci cura delle persone che amiamo, creiamo “agguati di gentilezza” che sappiano sorprenderli: un regalo inaspettato, dei fiori appena colti in giardino, un bigliettino con una parola gentile. Attenzioni speciali per rendere speciale ogni giorno. Piccoli semi che, se curati e coltivati nel tempo, sapranno far sbocciare all’interno della Comunità la capacità di accogliere realmente l’altro, al di là di qualsiasi fragilità o diagnosi.

Autrice: Roberta Lenzi – Sente-mente felicitatrice

Vadena: tra libri e natura

Martine Parise, insegnante di ruolo di lingua italiana nella scuola provinciale tedesca “Istituto Tecnico Agrario Laimburg”, è stata assessora alla cultura e scuola italiana nel Comune di Vadena dal 2015 al 2020 e attualmente è vicesindaca con deleghe alla scuola e alla cultura in lingua italiana, alla biblioteca, alla viabilità, alla sanità e ai servizi sociali. Com’è stato l’ultimo anno per Vadena? Ecco le risposte di Martine Parise.

Come avete affrontato, voi della Biblioteca Comunale di Vadena, le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria? 
Il 2020 è stato un anno difficile dettato dalle chiusure e dalle restrizioni forzate che hanno determinato l’annullamento di molte iniziative culturali, come ad esempio l’inaugurazione della nuova biblioteca, le letture performative a cura di Sagapò Teatro con i bimbi delle scuola dell´infanzia o gli incontri di scrittura creativa su argilla nelle scuole a cura della ceramista locale Veronica Muchideni.
Nonostante le evidenti difficoltà, l’Amministrazione comunale di Vadena, in collaborazione con il Consiglio di biblioteca e le scuole, ha sempre cercato soluzioni alternative per valorizzare la biblioteca come polo culturale attivo. Abbiamo dunque promosso il “prestito alla finestra” e le restituzioni tramite book box. Il reading musicale con Barbara Gramegna ed Elisa Venturin in occasione della festa della mamma è stato organizzato a porte chiuse e trasmesso in streaming sulla pagina facebook “Vadena cultura e societá-Pfatten Kultur und Gesellschaft”.

Come ha risposto la cittadinanza? 
Molto bene. Anche grazie alla creatività e all’ottima sinergia tra i membri del Consiglio di Biblioteca. Insieme abbiamo elaborato strategie per non perdere per strada i nostri lettori. Da qui l’idea del concorso “leggi e vinci”. La cittadinanza ha capito che la Biblioteca di Vadena non vuole essere soltanto una sterile sede depositaria di libri e cultura, ma anche un luogo di incontro e confronto, uno spazio in cui poter condividere un sapere da far evolvere in una prospettiva integrativa e partecipativa rivolta a tutta la comunità. 

Quali novità si prospettano a Vadena nei prossimi mesi? 
In un momento come questo credo fortemente in un approccio programmatico ottimista alle attività culturali. Bisogna guardare avanti mirando al coinvolgimento della cittadinanza, quanto più possibile in iniziative concrete e su vari settori di interesse. Le proposte pianificate per il 2021 spaziano quindi su più fronti: la realizzazione di un’installazione di arte urbana per incentivare il book crossing a opera di outbox con il coordinamento di Egeon (Matteo Picelli), un progetto di supporto scolastico per i nostri piccoli studenti, il reading musicale per la Festa della Mamma e incontri per lavorare la ceramica consultando le riviste a tema presenti in biblioteca. Proponiamo inoltre passeggiate naturalistiche con un esperto di avifauna, un concerto jazz sul lago di Caldaro con un esperimento di lettura, un corso per insegnare ai bambini a costruire aquiloni e l’incontro degli studenti delle nostre scuole primarie con Petra Cola, famosa influencer alpina mondiale. Ce n’è per tutti i gusti, insomma!

Credi che le normative vigenti abbiano cambiato il rapporto dei cittadini con la natura e l’attività motoria? 
Mi piace guardare sempre il lato positivo delle cose, anche quando intorno spirano venti di difficoltà. Nell’ultimo anno ho potuto osservare una frequentazione degli spazi aperti del paese di gran lunga superiore al periodo pre-covid. Sono in molti ad aver riscoperto Vadena, penso per esempio all’argine del fiume Adige per passeggiare e correre, per non parlare della nostra strada forestale che conduce a Monticolo. Posso affermare di aver visto in giro persone in quasi ogni angolo del paese a piedi con lo zaino sulle spalle. Credo che questa pagina triste della storia abbia comunque avvicinato i cittadini alla natura e all’attività fisica all’aperto. 

Quali credi che saranno i più grandi cambiamenti che rimarranno a livello locale quando si risolverà la crisi sanitaria? 
Penso che questo modo di vivere la natura e gli spazi aperti resterà per sempre. Abbiamo riscoperto la bellezza di una semplice passeggiata e abbiamo allenato i nostri occhi a soffermarci sui piccoli dettagli della natura. Il modo diverso di vivere a cui siamo stati costretti ha consentito a molti di riscoprire le bellezze del paese, forse prima un pochino snobbate. Se pensiamo al territorio che spazia dalla frazione Klugghammer sul lago di Caldaro al bellissimo Monte di Mezzo con i suoi innumerevoli sentieri dalla Laimburg ai laghi di Monticolo, possiamo affermare con orgoglio di essere fortunati a Vadena, diciamocelo pure! 

Green Mobility: “L’Alto Adige pedala”

Il Comune di Laives rinnova la sua partecipazione al progetto “L’ Alto Adige Pedala” promosso da Green Mobility per incentivare gli spostamenti quotidiani in bicicletta. Ecologici e sani, saranno un’occasione, per i più fortunati, di vincere i premi in palio. 

Green Mobility, il progetto che si occupa di mobilità sostenibile in regione, rilancia anche quest’anno, insieme a STA – Strutture Trasporto Alto Adige, il ciclo-concorso altoatesino. Dopo il successo della prima edizione invernale “L’Alto Adige Pedala con i guanti”, conclusa a gennaio e alla quale hanno partecipato circa mille persone, per un totale di 154.621 km percorsi sfidando le basse temperature, torna, insieme alla bella stagione, il concorso a premi dedicato a chiunque possieda una bicicletta e abbia voglia di fare movimento con un occhio di riguardo all’ambiente. L’iniziativa è parte di una più ampia serie di azioni e misure – unite sotto al nome #AltoAdigesaltainsella – a favore della mobilità ciclistica previste dal Dipartimento di Mobilità provinciale. Per partecipare occorre registrarsi sul sito dedicato (www.altoadigepedala.bz.it) e inserire, on line o tramite applicazione per smartphone, i chilometri percorsi. Tutti coloro i quali avranno pedalato per almeno 100 chilometri nel periodo dal 20 marzo al 30 settembre 2021 parteciperanno all’estrazione finale dei premi del mese di novembre. Ad aderire sono i singoli cittadini, sia come “ciclisti liberi” sia come parte della squadra di organizzatori locali, tra cui Comuni, scuole, università, organizzazioni e associazioni, come FIAB – Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta. Diverse le attività speciali collegate all’iniziativa per continuare a motivare i cittadini a muoversi in bicicletta, come ad esempio: “Vai anche tu in bici al lavoro”, “Pedala coi guanti anche tu” e “Prova una e-bike anche tu”. L’obbiettivo a lungo termine, da percorrere su un piano decennale, è quello di rendere l’Alto Adige una regione modello per la mobilità alpina sostenibile.

Autrice: Ana Andros – COOLtour

Maia saluta la primavera

Basterebbero i germogli in fiore per regalare un sorriso, ma il Comitato di quartiere Maia – Mais ha voluto comunque abbellire le strade del rione con degli  addobbi creati con materiale di riciclo: le campanelle sono state fatte riciclando i volantini dei supermercati, i fiocchi con le retine delle patate, cipolle, limoni. Ecco l’opera negli scatti di Francesca Giabbai. 

Giulia: con il ritmo caraibico nel sangue

Giulia Segna è una giovane ballerina, che dopo aver praticato diversi sport, ha scoperto la sua vera passione: le danze caraibiche. Specialista di salsa portoricana e mambo New York style, gareggia a livello nazionale individualmente con la società Lunika Dance di Lagundo e da poco è diventata tecnico, grazie anche alla fiducia e al supporto dei suoi insegnanti. Quando non è in sala da ballo si dedica ai suoi studi di giurisprudenza e nel tempo libero ama fare lunghe camminate con il suo cane. Il suo sogno è far coincidere il suo futuro lavoro con il suo amore per la danza.

Giulia, quando ti sei avvicinata al mondo della danza?
Ballo fin da quando ero piccola, ma mi sono avvicinata al mondo delle danze caraibiche da cinque anni.

In che tipo di gare competi?
Competizioni regionali e nazionali, soprattutto nei circuiti della Fids (Federazione Italiana Danza Sportiva). Naturalmente però mi esibisco anche in vari eventi e manifestazioni non agonistiche. 

Quali sono i successi più alti che hai raggiunto? 
Il sesto posto ai campionati italiani di Rimini con il Caribbean Show Dance e la qualificazione alla semifinale ai campionati nazionali con Salsa Shine. 

Qual è la gara che non scorderai più? 
I campionati italiani Fids del 2019, in cui ho gareggiato per la prima volta come solista. Sono stata quattro giorni a contatto con persone che condividevano la mia stessa passione e per me è stata un’occasione di rinascita, dopo un periodo molto difficile.

Come scegli la musica per la tua esibizione? 
I miei maestri mi propongono brani adatti al progetto della coreografia da sviluppare, poi insieme scegliamo quello più motivante e idoneo. I pezzi sono selezionati in modo da creare delle coreografie con lo scopo di risaltare quelle che sono le mie caratteristiche migliori. 

Da quest’anno fai parte dell’albo dei tecnici sportivi. Come mai questa scelta?
Sì, quest’anno grazie alla fiducia che mi hanno dato i miei maestri Cinzia Leotta e Christian Perconti, ho passato l’esame di ammissione diventando istruttrice. Le motivazioni sono varie, ma sempre in funzione alla mia crescita personale. Si tratta infatti, di un percorso individuale che solo i maestri propongono: bisogna ricordare che non è un diritto automaticamente acquisito da tutti gli allievi, ma è un merito che va guadagnato e sudato seguendo un percorso molto intenso. Questo diploma lo considero solo un piccolo traguardo, perché la strada per diventare maestra è ancora molto lunga. 



Come si diventa tecnici? 
Per anni ho avuto la possibilità di affiancare i miei maestri durante le attività a scuola, prima seguendo i bambini e successivamente i ragazzi e gli adulti. Durante l’esame ho affrontato una commissione che richiedeva la conoscenza di nozioni tecniche di danza e musica, principi di anatomia, fisiologia, psicologia, conoscenze amministrative e storiche, oltre che lo svolgimento pratico di tutte le discipline delle danze caraibiche. 

Cosa vuol dire per te insegnare a ballare? 
Vuol dire trasmettere quello che per me è vita. Quando ballo non penso e quando entro in sala tutti i problemi personali si annullano: vorrei che questo accadesse anche ai miei allievi.

Segui maggiormente un pubblico adulto: credi che questa disciplina possa avere maggiore rilevanza tra i giovani? 
Le danze caraibiche sono identificate come ballo di coppia, idealmente ritenuto più idoneo agli adulti, di conseguenza sono quest’ultimi che popolano i corsi. Grazie però al lavoro dei miei maestri della scuola e alla loro esperienza maturata fuori regione, si è sviluppato da tempo anche il settore nel quale competono tutte le fasce d’età. Credo che in regione si debba lavorare al meglio per far conoscere ai giovani questa disciplina e farla apprezzare. Bisogna tener presente che i ritmi caraibici sono molto veloci, dinamici e musicalmente potenti, ideali per i giovani che vogliono divertirsi e poi magari passare alle competizioni, come nel mio caso.

È così anche nel resto d’Italia? 
Per quanto sono riuscita a constatare, in molte regioni italiane la situazione è completamente diversa: ci sono moltissimi giovani che frequentano scuole, che hanno l’obiettivo di motivare i propri allievi, dando loro possibilità di avvicinarsi al mondo sociale, sportivo e formativo.

Pensi che in futuro le cose potranno cambiare? 
Le cose sono in continua evoluzione e infatti il settore sportivo delle danze caraibiche è in crescita in Italia. Il futuro che immagino, come tutti gli appassionati, è che a fine pandemia si possano riprendere tutte le attività sia sociali che agonistiche, tornando nuovamente a divertirsi con serenità e con allievi di tutte le età. Nel mio piccolo mi impegnerò al massimo nel promuovere la mia disciplina.

In questo periodo di pandemia, gli allenamenti proseguono? Si sa che solo gli agonisti a livello nazionale possono continuare, tu sei tra di loro?
Sì, è corretto, nel settore agonistico e pre-agonistico gli allenamenti sono consentiti per la preparazione allegare nazionali e internazionali, con tutte le dovute precauzioni contenute nei protocolli. Ammetto che le difficoltà non mancano nel gestire gli allenamenti, ma con la giusta organizzazione e volontà si va avanti.

Autrice: Chiara Caobelli

Sorrisi di laurea in DAD

Durante la pandemia la vita non si è fermata, anzi. Lo dimostrano questi scatti fotografici realizzati da COOLtour e dedicati ai giovani altoatesini che si sono laureati nei diversi atenei. Le corone d’alloro e i loro volti soddisfatti possono essere un’utile iniezione di fiducia anche per i molti che vivono con grande fatica questo difficile periodo.

Cosa ti rende felice?

All’incirca un mese fa è comparso sulle passeggiate del lungo Isarco un albero ornato di piume e farfalle colorate, da cui pendono frasi delle poesie di Pablo Neruda e ai cui piedi poggia una domanda apparentemente banale: “Cosa ti rende felice?”. Scovata l’artista, Martina Buraschi, ha raccontato la sua storia.  

Come è nata l’idea? 
Con le mie amiche Elena, Eva e Sabrina abbiamo pensato di portare un po’ di bellezza e di gioia nel parco. L’idea è stata, prima ancora che fiorissero gli alberi, di vestirne uno spoglio con delle farfalle e delle piume, qualcosa che desse speranza e gioia alle persone che passano. La scritta “Cosa ti rende felice?” è lì proprio perché la gente non si pone più questa domanda. Dietro abbiamo messo anche altri quadri che sono lì per essere presi e portati via: chi vuole può prenderli, proprio perché la bellezza va condivisa.  

È legata alla situazione che stiamo vivendo?  
No! È una cosa che secondo me deve esserci sempre, perché corriamo troppo e non ci fermiamo mai per sorprenderci, per lasciarci stupire dalla bellezza di quello che abbiamo intorno. È lì per sensibilizzare le persone. 

Come reagisce chi passa di lì?  
Le persone si fermano, guardano, chiedono. Chiedono sempre se sei parte di un’associazione, non ammettono che il singolo possa fare qualcosa. Sono molto colpite da questa cosa, non sono abituate alla gratuità. La gente mi ringrazia, perché dice che ho fatto qualcosa di bello per il parco. Una ragazza ci ha detto, per esempio, che si era arrabbiata con una persona perché aveva preso un quadro. Abbiamo risposto che non doveva arrabbiarsi perché i quadri sono lì per essere presi. È rimasta stupita, e allora ho fatto scegliere anche a lei un quadro da portarsi via, perché è bella la gratuità.   

Come ha scoperto l’arte?  
Ho scoperto l’arte quando mi hanno diagnosticato il Parkinson. Da lì ho dovuto rallentare un po’ tutto nella mia vita. Sono sempre stata un’amante della natura e ho iniziato a vedere negli alberi cose da pitturare. Poi ho incontrato delle ragazze che come me sono molto sensibili all’arte. Siamo un gruppo di amiche, ed è molto bello, perché la forza delle donne sta nelle donne, nello stare insieme. Le donne, secondo me, sono molto forti se sono unite.  

A cos’altro si dedica? 
Oltre a questo, io sono un’infermiera, ma non posso più veramente fare questo lavoro. Però ho creato questa figura, all’interno dell’ospedale, e accompagno i bambini che devono affrontare delle lunghe terapie facendoli dipingere. Nella sala di ADMO abbiamo poi creato una donna-albero che simboleggia la vita, sul quale è attaccato un cuore per ogni donatore. È un rito che adesso facciamo sempre: quando qualcuno dona, attacca un cuore con il suo nome sull’albero. Un altro compito importante è quello di decorare la sala dove vengono accolte le donne che attendono l’esito della mammografia, perché è molto spoglia e bianca. Insieme alle colleghe vogliamo renderlo un posto accogliente per sostenere le donne in un momento così delicato.  

Cosa la spinge a fare tutto ciò?  
Ho sempre pensato a quale fosse il mio scopo nella vita, e siccome non so ancora esattamente quale sia, almeno quello che so fare lo faccio per gli altri, per quello che serve. Non sono fautrice di niente, da sola, ci sono molte persone che mi sostengono. Tutti possono fare qualcosa, non sono io ad essere brava, forse ho solo più coraggio degli altri. Ecco, ho meno inibizione; c’è gente più brava di me che si crea molti problemi a fare le cose, invece bisogna proprio farle, bisogna buttarsi in questa vita. 

Autrice: Ana Andros – COOLtour

Nuovo libro di Dobrilla: “Imparare dagli altri”

Giorgio Dobrilla, Primario Gastroenterologo Emerito all’Ospedale San Maurizio di Bolzano e docente presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Padova e di Parma, probabilmente non ha bisogno di presentazioni in Alto Adige. Già autore di numerose pubblicazioni scientifiche, articoli e libri divulgativi, ha recentemente pubblicato il suo nuovo volume “Imparare dagli altri – commento critico a frasi celebri di tutti i tempi”, edito da Gedi Editore con la collaborazione di Alessandro Cimino. Il libro raccoglie 150 massime e aforismi commentati criticamente nello spazio di una pagina. Essi sono in parte una collezione dei suoi scritti per la rubrica “Asterisco”, usciti negli ultimi anni ogni sabato per l’inserto settimanale Monitor dell’Alto Adige, e in parte materiale inedito. Il libro si apre infatti con la prefazione del direttore dei quotidiani “Alto Adige” e “L’Adige” Alberto Faustini, che spiega come la rubrica e il libro del Dottor Dobrilla abbiano lo scopo di far pensare attraverso citazioni immortali, che l’autore riesce a interpretare mettendone in luce l’attualità e regalando loro nuova vita. Il libro del Dottor Dobrilla non è solo un aiuto intellettuale per i lettori, che vengono stimolati a interrogare se stessi per diventare cittadini più attenti e consapevoli, ma è anche un aiuto pratico a chi ha bisogno poiché a fine anno tutti i proventi del libro verranno devoluti in beneficenza all’associazione “Volontarius” e “Cacciatori Briciole”, per la stima personale che lo lega al fondatore e coordinatore del gruppo Christian Bacci. 
La passione per gli aforismi, racconta il Dottor Dobrilla, lo accompagna da quando era ragazzo: “ho sempre avuto l’abitudine di annotarmi le frasi che in qualche modo mi colpivano, chiunque  fosse l’autore”. Il concetto di imparare dagli altri, ci tiene a specificare Dobrilla, non equivale affatto a “fare come gli altri”, anzi, gli aforismi sono da leggere e giudicare in modo critico. Non tutti infatti sono positivi e imparare dagli altri può significare anche osservare gli esempi negativi ed evitare gli stessi errori. 
Le citazioni all’interno del libro spaziano da Mark Twain a Marco Aurelio, da Confucio a Oscar Wilde, e mostrano come a distanza di secoli alcuni problemi non siano cambiati e come il mondo sia in parte sempre lo stesso. La lunghezza di una pagina per ogni commento è voluta per permetterne la comoda lettura, per esempio aprendo il libro in maniera casuale e trovando Demostene accanto a Carl Gustav Jung. Mentre il primo afferma “credo proprio del buon cittadino preferire le parole che salvano da quelle che piacciono” il secondo osserva che “pensare è molto difficile e per questo la gente preferisce giudicare”, due frasi che non potrebbero essere più attuali alla luce dei quotidiani fenomeni di populismo, pseudoscienza e cattivo uso dei social network. 
L’insegnamento centrale del libro è non smettere mai di riflettere su se stessi e sulle proprie azioni, ma essere sempre presenti con il pensiero in ogni sfera della vita. Per questo il libro è suddiviso in dieci sezioni che riflettono vari aspetti della nostra realtà: la medicina, i sentimenti, la cultura, l’informazione e la scienza, la filosofia e la società, la politica con la storia e le leggi, la sincerità e le bugie, la fede, la ricchezza e la povertà.
Pensare significa proprio ciò che il Dottor Dobrilla fa nel suo libro: non accettare una citazione o un esempio altrui acriticamente, ma sviscerarlo e interrogarsi su cosa esso significhi per sé, come si applichi nella propria realtà e cosa se ne possa ricavare di utile per migliorare se stessi e magari, in piccola parte, il mondo.

Autrice: Greta Sofia Lampis

Noi dei centri giovanili coltiviamo relazioni

Sono numerose le attività proposte in questo periodo dai centri giovanili di Bolzano. Questi, tenendo conto dell’attuale emergenza, animano la vita dei quartieri sottolineando l’importanza della socialità e delle iniziative culturali, il tutto è rivolto ai giovani ma assume un ruolo fondamentale anche per l’intera città.
Dalla scuola alle relazioni, i centri giovanili sono venuti incontro alle necessità del momento. “Abbiamo attivato il progetto ‘dopo scuola’ rivolto agli scolari più piccoli, avendo l’occasione di riunirci in presenza in concomitanza con la riapertura degli edifici scolastici. Con i ragazzi più grandi organizziamo, in vista dell’estate, le attività da proporre ai più piccoli durante le vacanze” spiega Andrea Penazzi del centro giovanile Pierino Valer di Don Bosco. “Abbiamo inoltre in progetto la realizzazione di un orto da coltivare insieme ai nostri ragazzi. L’obiettivo – continua Penazzi – è di imparare a ‘prenderci cura’ di qualcosa perché crediamo che le relazioni umane e sociali, come le piante del nostro orto, daranno i loro frutti se impariamo a coltivarle prendendocene cura quotidianamente.”
Oggigiorno è sempre più ricorrente nell’immaginario collettivo la figura del giovane svogliato e senza più passioni dopo mesi di lockdown. Cosa percepite voi da parte dei giovani?
“Hanno una voglia immensa di ritrovarsi, la risposta da parte loro è stata buona anche nel periodo a distanza. Già durante il ‘lockdown duro’ – racconta Penazzi – i ragazzi, in accordo con la Biblioteca Amadori, hanno partecipato alla ‘bicicletta della solidarietà’ distribuendo libri a domicilio. Nonostante ci impegniamo sempre a sostenere chi ha più difficoltà, i legami sociali sono difficili da mantenere con tutti, la presenza è fondamentale.” 
Un riscontro positivo tra i giovani lo ha trovato anche Maria Lo Russo, del centro giovanile Vintola18: “pensavo di trovarmi un vuoto, invece la partecipazione, sia online che in presenza, è stata assidua e numerosa. Il nostro servizio è per molti giovani un sostegno importante, questo grazie alle diverse opportunità artistiche, ambientali e culturali che vengono offerte. Bisogna però trovare il giusto equilibrio tra attività digitali e in presenza.”
“Dopo il viaggio a Scampia fatto a ottobre – racconta Lo Russo – abbiamo deciso di realizzare un video e abbiamo vinto il premio ‘legalità’ al Festival ‘Restart’ di Roma. Qui abbiamo conosciuto la realtà di un altro centro giovanile e, insieme, abbiamo voluto creare dei podcast che raccontassero la lotta contro la mafia, uno di questi è stato realizzato anche grazie a una testimonianza che i ragazzi hanno potuto ascoltare in prima persona (saranno disponibili a breve).” Per i prossimi mesi sono previste diverse iniziative, tra le quali un corso di storytelling per realizzare dei video, e uno di teatro, già proposto a distanza, sempre “con la consapevolezza – conclude Lo Russo – che ai giovani è necessario trasmettere delle competenze trasversali per affrontare il mondo di domani.”

Nella foto principale: Andrea Penazzi e Maria Lo Russo

Autore: Andrea Dalla Serra

Tenacia e solidarietà

Nella vita fa il tributarista libero professionista e nel tempo libero si dedica al volontariato per l’associazione Volontarius ONLUS nella quale ricopre la carica di vicepresidente e coordinatore del progetto “aiuti senza spreco” (cacciatori di briciole, briciole market e farmacia solidale). è anche membro del tavolo di coordinamento provinciale per la lotta allo spreco e nel direttivo del centro aiuti per l’Africa.

La cosa che più mi piace di me stesso.
La tenacia.

La volta in cui sono stato più felice.
Cerco di essere felice ogni giorno (bisogna essere felici tutti i giorni) e lo si può essere sentendosi utili. Vivere per gli altri non è soltanto la legge del dovere, è anche la legge della felicità (Auguste Comte).

La persona che invidio di più.
Quella che riesce a mantenere la calma anche davanti alle più grandi provocazioni.

La persona che ammiro di più.
In realtà sono due: i miei genitori.

Un libro da portare sull’isola deserta.
Il piccolo principe.

L’ultima volta che ho perso la calma…
…mi avevano mancato di rispetto.

La mia occupazione preferita.
Organizzate il salvataggio del cibo che andrebbe buttato e distribuirlo a chi ne ha bisogno.

Il paese dove vorrei vivere.
Un’isola deserta con temperature estive tutto l’anno.

Il mio musicista preferito.
U2.

Il mio pittore preferito
Vincent van Gogh.

Non sopporto…
Le ingiustizie.

La qualità che preferisco in un uomo.
La solidarietà.

La qualità che preferisco in una donna.
L’empatia.

Dico bugie solo…
In presenza del mio avvocato.

La mia paura maggiore.
Che i volontari si facciano male.

L’oggetto a cui sono più legato.
Un anello ricordo, regalato da mia nonna.

Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando…
…mi sono reso conto che ero riuscito a creare insieme a chi ha creduto in me un gruppo di amici che condividevano lo stesso obiettivo e la speranza in un mondo migliore.

Il mio motto.
Il regalo più grande che tu possa fare a qualcuno è il tuo tempo, perché quando regali a qualcuno il tuo tempo, regali un pezzo della tua vita che non tornerà mai più indietro.

Dove mi vedo tra 10 anni.
A fare quello che sto facendo ora.

Nel mio frigorifero non manca mai…
La verdura.