“Ammiro chi si presta ad aiutare”

Ivan Sgarbossa è nato e cresciuto a Ora. È cresciuto in una famiglia felice e fin da piccolo ha respirato l’aria del volontariato. Da ragazzo ha praticato sport e frequentato il teatro. Da 34 anni fa parte della Filo di Ora, e per diversi anni ha collaborato con la sezione calcio e lo sport club di Ora. Per Ivan la famiglia ha un’importanza fondamentale, e pensa anche che l’impegno nel sociale aiuti a creare il clima giusto per farla crescere. Ha compiuto 50 anni pochi giorni fa, e ha aggiunto: “ma ho ancora voglia di fare”.

La cosa che mi piace di più di me.
Il mio carattere gioviale.

Il mio principale difetto.
Non dire qualche no. 

La volta che sono stato più felice.
Quando è nato mio figlio Luca.

Da bambino sognavo di diventare… 
Da piccolo sognavo di poter un giorno risolvere i problemi del mondo ma poi crescendo…

La persona che invidio di più.
Penso che bisogna essere felici di quello che si ha e di quello che si è, l’invidia è tempo perso.

La persona che ammiro di più.
Le persone che si prestano ad aiutare.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Ho imparato a contare fino a 10…

La mia occupazione preferita.
Lavori all’aria aperta. 

Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Vivo molto bene qui a Ora. 

Il colore che preferisco.
Il blu, da sempre.

Il piatto preferito.
Diciamo che sono una buona forchetta.

Il mio musicista preferito.
Amo molto la musica blues. 

L’ultima volta che ho pregato.
Diciamo che Gli parlo di frequente.

Il giocattolo che ho amato di più.
Il pallone.

Il mio più grande rimpianto.
Non ho grossi rimpianti, sono contento delle scelte fatte.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Sarò ancora qui ad Ora a dare una mano…

Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando…
Quando ho visto realizzarsi le cose per cui mi sono impegnato .

Il mio motto:
Vivi e lascia vivere.

La famiglia, il lavoro e lo sport

Alessandra Molinari, fisioterapista, mamma e allenatrice meranese di  origini calabresi. Lavora all’ospedale nel reparto di riabilitazione dell’età evolutiva, occupandosi di un progetto che le sta molto a cuore con i bambini neonati. Nel tempo libero ama fare sport all’aria aperta, godendosi i paesaggi che la circondano e allena una squadra di piccole atlete di ginnastica artistica.

Il tratto principale del mio carattere.
Vedo sempre il lato positivo delle cose.

La cosa che più mi piace di me.
L’autoironia.

Il mio principale difetto. 
Mi preoccupo troppo di ciò che pensa la gente.

L’incontro che mi ha cambiato la vita.
L’incontro con lo scoutismo con cui ho vissuto mille avventure e momenti unici, e grazie al quale ho imparato il vero valore dell’amicizia e dell’accoglienza.

La mia gioia più grande. 
Sono tre: i miei bambini.

Da bambina sognavo di diventare…
Parrucchiera.

Non sopporto…
La pigrizia e l’indifferenza delle persone.

La qualità preferita in un uomo.
La simpatia: deve farmi sorridere e divertire in ogni momento.

… e in una donna.
La tenacia e la coerenza.

La mia paura maggiore.
Veder soffrire i miei figli.

Il giocattolo da me più amato.
Un orso di peluche, che si chiamava Bobby.

Il mio cantante preferito.
Sono una fan sfegatata di Vasco Rossi.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
In questo periodo sto sopravvivendo alla Dad con i miei figli, diventando quasi un tecnico informatico (quasi!).

Dove mi vedo tra dieci anni. 
In giro…

Il paese dove vorrei vivere. 
In Italia, è un paese stupendo.

La persona che ammiro di più.
Mio padre.

Il mio piatto preferito. 
Linguine allo scoglio.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Un viaggio con le amiche.

Il mio primo ricordo.
A casa dei miei nonni materni in Calabria.

Il mio più grande rimpianto.
Aver viaggiato troppo poco, ma magari lo farò in futuro in sella a una moto.

Nel mio frigo non manca mai…
La birra.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Quando la Juve è uscita dalla Champions. 

Un sogno nel cassetto.
Creare un centro di fisioterapia per bambini con patologie invalidanti immerso nella natura, con animali, piscine e parchi giochi.

L’errore che non rifarei.
Penso che dagli errori s’impari, quindi rifarei tutto.

Il dono di natura che vorrei avere.
Essere ordinata.

Autrice: Chiara Caobelli

L’ultimo chilometro

Siamo in un’epoca in cui facciamo sempre più fatica a parlare di futuro. Molte sono infatti le incognite in merito e quest’ultimo periodo di emergenza sanitaria non ha fatto che moltiplicarle ulteriormente. A ben vedere, poi, quando pensiamo al “futuro” possiamo farlo i due modi ben diversi, in grado di rivelare il significato che diamo a tale termine. Forse non molti sanno che la parola futuro deriva dal termine latino futurus, participio futuro appunto del verbo essere. Il futuro, da quel che vediamo nell’etimo, è dunque una declinazione dell’essere. 
Alcune popolazioni sudamericane, spazialmente, hanno un’idea invertita di passato e futuro: per loro il passato sta avanti, perché è noto, si vede; il misterioso futuro arriva alle spalle. E forse non sarebbe una cattiva immagine da adottare: lavora meglio il carpentiere ben presente sui mattoni posati, di quello che rimastica il progetto ultimo, assorto. Invertirebbe anche lo sguardo della discendenza: non sarebbe il padre che guarda il figlio, ma viceversa. Ciò realizzerebbe il vecchio detto della Terra che non è eredità dei genitori, ma “prestito dei figli”.
Ma torniamo a noi: quando pensiamo al futuro cosa facciamo? Facciamo riferimento a noi stessi in modo prevalente o quasi esclusivo? Oppure ci rendiamo conto che il futuro è qualcosa che va ben al di là della nostra individuale esistenza? Si tratta di una questione non da poco, dalla quale derivano scelte politiche, economiche e sociali, alle quali siamo tutti chiamati con urgenza. 
Se agli adulti che hanno in mano il volante spetta in questo momento una indispensabile predisposizione alla solidarietà intergenerazionale, non meno importante è il compito che spetta ai più giovani, chiamati a loro volta a mantenere i nervi saldi. A loro spetta il compito di essere interpreti credibili del nostro futuro, chiedendo sì spazi necessari e rivendicando diritti sacrosanti, ma anche tralasciando accuse e rivendicazioni che odorano di irresponsabilità. 
Nell’ultimo chilometro in uscita dalla pandemia le generazioni non possono fare altro che sostenersi a vicenda, approfittando in maniera matura della maggiore consapevolezza conseguita. 

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Assegno unico per i figli: è legge

È stata approvata il 30 marzo la Legge che prevede l’assegno unico e universale per i figli: dal mese di luglio 2021, tutte le famiglie riceveranno un massimo di 250 euro al mese per ogni figlio. L’assegno è definito “unico”, in quanto esso andrà a sostituire tutte le attuali forme di sostegno che il sistema riconosce alla famiglia (detrazioni Irpef per carichi familiari relative ai figli, assegni al nucleo, bonus bebè, bonus natalità, bonus mamme, assegno per il terzo figlio…); è definito “universale” in quanto esso sarà corrisposto ogni mese a tutti i contribuenti, sia lavoratori autonomi che dipendenti. L’assegno sarà riconosciuto sotto forma di credito d’imposta o di denaro e sarà riconosciuto per ogni figlio a carico, dal settimo mese di gravidanza fino al diciottesimo anno di età e con importo maggiorato dal secondo figlio in poi. Potrà essere corrisposto fino al compimento dei 21 anni, ma con un importo ridotto e direttamente a favore del figlio maggiorenne, qualora quest’ultimo risulti iscritto all’università o svolga un tirocinio, oppure ancora sia impegnato nel servizio civile o svolga un lavoro a basso reddito o sia registrato come soggetto disoccupato. L’assegno subirà una maggiorazione non inferiore al 30% e non superiore al 50% qualora si sia in presenza di un figlio con disabilità, rispettivamente minorenne o maggiorenne e di età inferiore a ventuno anni, con graduazione dell’importo in base alle condizioni di disabilità. L’assegno non sarà considerato per il calcolo delle prestazioni sociali agevolate, dei trattamenti assistenziali e di altri benefici e prestazioni sociali (previsti da altre norme) in favore dei figli con disabilità. Inoltre l’assegno sarà compatibile con il Reddito di cittadinanza (e della Pensione di cittadinanza). Nella determinazione dell’ammontare complessivo dell’assegno e del beneficio economico del Reddito di cittadinanza, si dovrà però tener conto della quota relativa ai minori appartenenti al nucleo familiare.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Algoritmi e passi predefiniti

Nello scorso numero abbiamo parlato di cosa sono gli algoritmi, soffermandoci su un aspetto centrale: un algoritmo segue una sequenza di passi di calcolo ben definiti e, a parità di ingresso, l’algoritmo produrrà sempre lo stesso risultato. Questa caratteristica viene meno in quegli algoritmi che vengono utilizzati in intelligenza artificiale per “imparare” a riprodurre un certo comportamento, e capire questa differenza è centrale per capire poi perché questa nuova generazione di algoritmi si comporta talvolta in modo sorprendente, talvolta fallendo miseramente. Prendiamo il caso di tradurre una frase dall’italiano all’inglese. Definire un algoritmo che sia in grado di effettuare la traduzione per una qualunque frase italiana di senso compiuto sembra un compito irrealizzabile se seguiamo la definizione classica di algoritmo. Tantissimi ricercatori, sia in campo accademico che industriale, stanno affrontando queste problematiche. Tra questi, una corrente propone di risolvere il problema nel modo seguente. Si prende “algoritmo di apprendimento” capace di riconfigurare internamente il proprio comportamento (ad esempio, modificando una serie di configurazioni interne in modo da cambiare che risultato verrà prodotto dato un certo input). In particolare si usano allo scopo algoritmi di apprendimento “supervisionato”, a testimoniare che l’algoritmo impara come se avesse un docente. Cosa fa il docente? In realtà non insegna nulla: fornisce semplicemente una lunghissima serie di esempi di frasi italiane tradotte in modo soddisfacente in inglese. Dopo essersi allenati su milioni e milioni di frasi tradotte, questi algoritmi di ultima generazione mostrano di saper tradurre anche su esempi nuovi, mai visti. E più vengono allenati, più sembrano diventare bravi. Ma come sempre, c’è sempre un ma… dov’è finita la “chiara sequenza di passi” degli algoritmi classici? E quanto l’algoritmo dipende dai dati? 
Vi lascio con una richiesta. Provate a scrivere queste due frasi in diversi traduttori online, e controllate cosa viene prodotto nella traduzione: “Dorme e mangia con suo papà. Stira e mangia con suo papà”.

Autore: Marco Montali

“Non neghiamo ai nostri ragazzi presente e futuro”

Il tempo del Covid sarà ricordato a lungo da tutti e in modo particolare da coloro che hanno subito dei danni, alcuni dei quali irreparabili, o le conseguenze, alcune delle quali con effetti nel lungo periodo. Pensiamo alle morti e alle aziende fallite, ai debiti e all’impoverimento, ma anche al disagio sul piano delle relazioni umane.

Gli insegnanti e i genitori sanno bene, dopo mesi di didattica a distanza, che cosa significa per i ragazzi non essersi potuti riunire nel gruppo scolastico. Non si tratta solo di avere appreso di meno e forse peggio (a parte coloro che proprio non hanno i mezzi tecnici per partecipare), ma di aver dovuto rinunciare a una dimensione essenziale dell’esperienza scolastica, quella relazionale, che non può essere spostata sul piano virtuale.
Chi si occupa da oltre un secolo di educazione, come gli scout, sa che cosa il Covid ha tolto ai ragazzi. Qualche giorno fa le associazioni scout della Provincia hanno scritto ai responsabili della politica altoatesina. Hanno fatto presente come da subito i gruppi si sono attivati per mettere in atto i protocolli di sicurezza (utilizzo delle mascherine, distanziamento fisico, disinfezione delle mani, svolgimento di attività all’aperto, misurazione della temperatura con tenuta registro presenze) per garantire ai ragazzi un ambiente sicuro. Purtroppo è dallo scorso mese di ottobre che, in assenza di linee guida, l’attività in presenza non è stata possibile. Le associazioni sportive hanno potuto riprendere regolarmente gli allenamenti usufruendo di test a titolo gratuito. Lo stesso parrebbe opportuno fosse garantito a chi si spende in azioni di tipo educativo.
“Come genitori, come educatori, come adulti crediamo che i ragazzi abbiano bisogno di uscire dall’isolamento e dalla solitudine sociale in cui per troppo tempo sono stati costretti a vivere”. Non dimentichiamo che questi giovani sono i primi a rispettare a far rispettare le regole per la protezione di tutti. A differenza di molti adulti.

Autore: Paolo Bill Valente

La chiesetta di San Pietro

Simbolo della città, tanto da apparire nello stemma comunale, la chiesetta di San Pietro – chiamata da tutti semplicemente “chiesetta” o “ceseta” – rappresenta un punto fermo non solo del paesaggio di Laives ma dell’identità stessa di generazioni di suoi abitanti. Uno dei pochi, verrebbe da dire – ma soltanto perché molte delle piccole e grandi ricchezza storiche e archeologiche di questo territorio spesso sottovalutato sono ampiamente sconosciute o note soltanto agli specialisti: e, per fare soltanto alcuni esempi, pensiamo a Enzbirg, alle “case” retiche, al tesoretto e agli orti e campi cinti da muri a secco.
Al di là della sua posizione dominante, la chiesetta colpisce la fantasia e la curiosità dell’osservatore per una certa sua “vicinanza al cielo”, per una sua “disposizione” per così dire misericordiosa nello spazio severo che la circonda. Inoltre, certe giornate lievemente uggiose le conferiscono anche un che di atemporale: un luogo vicino e allo stesso tempo irraggiungibile, noto e allo stesso tempo radicato in un passato avvolto dal mistero. Guardandola da basso, come quasi sempre succede, non si può fare a meno di porsi alcune domande: perché proprio qui, su questo colle all’apparenza così fragile? E da quando? E prima dell’aggraziata costruzione in muratura, c’era forse un altro luogo di culto “pagano”? La costruzione oggi visibile dovrebbe risalire all’XI secolo (con una sostanziosa ristrutturazione nel 1500) e con ciò precedere il castello dei Liechtenstein completamente distrutto. Ciò – insieme ai ritrovamenti archeologici e a certe tradizioni religiose a metà strada tra paganesimo e prima cristianità – confermerebbe l’ipotesi che qui un luogo sacro dedicato a una divinità collegata forse alla fertilità sia esistito dalla notte dei tempi. Anche la dedica a San Pietro è alquanto significativa: il nome del primo apostolo veniva spesso utilizzato per “scalzare” vecchie tradizioni blasfeme.
È abbastanza plausibile che la chiesetta sia stata incorporata – pur restando esterna alle mura per un motivo di accessibilità – nella fortezza costruita successivamente. Insomma ne faceva parte e nello stesso tempo non perse mai la propria indipendenza. Lo stesso Mainardo II la risparmiò in occasione della distruzione del castello – fatto peraltro singolare giacché il conte del Tirolo era abituato a radere al suolo ciò che si opponeva ai suoi intendimenti. 
La chiesa, come è stato appurato, è eretta su una roccia che probabilmente ha dato il nome al luogo: “der lichte Stein”, scritto in vari modi in tempi diversi. Nella sostanza, una roccia esposta e ben visibile da lontano, insomma una pietra “chiara” che soccorre i bisognosi.

Immagine principale: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

La Via Crucis sul Monte Calvario del Virgolo a Bolzano

In tutta l’Europa cattolica, fra il XVII e il XVIII secolo, vennero istituite le Vie Crucis per rammentare la “passione di Cristo”, aumentare la devozione popolare, nel contesto di una nuova sensibilità culturale, politica e religiosa. L’istituzione di tali vie sacre o di “vie dolorose” si deve in particolar modo a Carlo Borromeo, vescovo di Milano (1538-1584), che raccomandò che fossero collocate in un ambiente naturale, di rilevante interesse paesaggistico e caratterizzato da una già consolidata tradizione di fede e di pellegrinaggi. A Bolzano un simile sito fu individuato nel promontorio porfirico del Virgolo, con la sua chiesa dedicata a San Vigilio e all’eremo annesso, già meta di pellegrinaggi sin dall’epoca medievale. 
In Alto Adige un precedente storico lo troviamo a Dobbiaco, dove nel 1519 Christoph e Kaspar Herbst, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa, realizzarono la prima “via crucis” nel Tirolo del Sud. I “Sacri Monti”, verranno chiamati soprattutto in Lombardia e in Piemonte, mentre qui da noi prenderanno il nome di monti del Santo Sepolcro o del Calvario. Si tratta di ben dodici siti in tutto l’Alto Adige. Saranno soprattutto i due ordini religiosi mendicanti, quello dei Francescani e quello dei Cappuccini, a favorirne la costruzione e ad alimentarne le pratiche di devozione popolare. 
A Bolzano l’istituzione della via Crucis del Virgolo si deve a un frate cappuccino proveniente dal convento di Rosenheim in Germania. Nel 1678, con pochi mezzi, iniziò la costruzione delle sette cappelle poste sul declivio sinistro del Virgolo in direzione della chiesa di S.Vigilio. Ben presto, nella realizzazione dell’opera verrà coinvolta l’intera  città. 
Le cappelle, di gusto secentesco,  furono realizzate con forme e dimensioni diverse a seconda dello spazio che si poteva ricavare dalle roccie sovrastanti. Alla realizzazione dei gruppi scultorei venne chiamato l’artista Georg Mayr Senior di Fiè allo Sciliar. Le raffigurazioni sono volutamente di forma altamente teatrale, ricche di pathos e in qualche modo assurgeranno quasi al grottesco. La prima cappella rappresenta il “Commiato di Cristo da Maria”, le altre “Cristo nell’ orto degli ulivi”, “La cattura di Cristo”, Cristo deriso”, “La flagellazione”, “Il martirio di Cristo” “La salita al Calvario” e infine il gruppo della crocifissione e la “Grotta del Calvario”. 
La stazione finale di tale via sacra  fu costituita dalla costruzione della chiesa del Calvario, realizzata nel 1683 dagli architetti Andrea e Pietro De Lai. Si tratta di un pezzo importante della città che per diversi secoli ha vissuto un’intensa dimensione di fede, soprattutto durante tutto il periodo pasquale e non solo.

Autore: Flavio Schimenti

Un superarchitetto per creare l’ippodromo più importante d’Europa

Per più di un secolo il nome di Merano in tutto il mondo è stato associato, per molti, al suo ippodromo, alla sua storia ed alla sua rinomata lotteria. L’attuale impianto ha un progenitore; le cronache infatti ci narrano che già nel 1896, nella stessa area venne realizzata una prima pista destinata alle corse dei cavalli sul piano e ad ostacoli. Nel 1900 viene abbozzata una struttura più consolidata, ma bisognerà aspettare altri 28 anni per dare luogo all’impianto che oggi conosciamo. Ad attuarlo viene chiamato a Merano il più importante architetto di architetture sportive dell’epoca. Il suo nome è Paolo Vietti Violi (Grandson/Svizzera 1882 – Vogogna 1965). Fu il primo architetto italiano a laurearsi all’ Ècole Nationale Superieure des Beaux-Arts di Parigi nel 1905. Nel 1911 aveva già realizzato l’ippodromo di San Siro, nel 1923 quello di Monza e di Grosseto, nel 1924 quello delle Capannelle a Roma, nel 1926 quello di Agnano a Napoli e nel 1928 delle Cascine a Firenze. In quello stesso anno, nel 1928, a Merano realizza un primo impianto dotato di due piccole tribune perfettamente simmetriche e la pista viene definita nella forma attuale.  Ma, nel 1935 per dare maggiore prestigio internazionale alla corsa dei cavalli di Merano ed alla lotteria con essa associata,  verrà ampliata notevolmente la capienza delle tribune. Gli spettatori divisi , fra pubblico e tribuna d’onore arriveranno a ben 15.000. Il linguaggio formale sarà quello della architettura razionalista, geometrie semplici con pensiline aggettanti di ben 12 metri, pilotois alla Le Corbusier, scalinate monumentali disposte simmetricamente. Sui fianchi oblò finestrali richiamanti l’architettura marittima. L’ippodromo di Merano diventerà ben presto il più importante d’Europa e la sua lotteria diventerà il suo traino più importante. Per decenni infatti essa, vanterà di essere, fra le lotterie nazionali esistenti, quella col più ricco montepremi. Su via delle Palace le pure e semplici architetture dell’ippodromo ne fanno qualcosa di monumentale e di maggior riuscita dell’architettura razionalista presenti in Alto Adige. Al progetto dell’ippodromo verrà affiancato il maneggio per i cavalli, con 260 box , denominato Borgo Andreina.

L’ippodromo nel 1928

Chi era Paolo Vietti Violi

L’architetto Paolo Vietti Violi nasce a Grandson, Vaud, nella Svizzera francese da genitori italiani, per la precisione ossolani, che lì risiedevano per ragioni di lavoro. Studia a Ginevra e Parigi. Ottiene il diploma di Architetto alla Scuola Nazionale e Speciale delle Belle Arti di Parigi (École Nationale Supérieure des Beaux-Arts) nel 1905. Diviene il primo architetto italiano diplomato dal Governo francese. Si trasferisce a Milano, dove nel 1914 si ri-laurea al Regio Istituto Tecnico Superiore, al fine di esercitare la sua professione in Italia. Inizia la carriera come designer nel campo delle strutture sportive quali ippodromi, campi di gara, stadi e le loro strutture complementari.

Foto: Emilio Sommariva

Lavora in Italia ma anche in diversi paesi dell’Europa centrale, realizzando diversi progetti in Turchia, successivamente in India, Africa orientale e meridionale, America. Nel 1907 sposa Maria Biraghi Lossetti, un’ereditiera aristocratica dei signori di Vogogna Biraghi Lossetti, dalla quale ha l’anno seguente il figlio Emanuele, che diventa architetto e suo collaboratore a Milano. È un ufficiale di artiglieria in Genova durante la prima guerra mondiale e nel 1944 diventa sindaco di Vogogna durante la repubblica partigiana dell’Ossola. Vietti Violi muore a Vogogna a 83 anni, il giorno di Natale del 1965. Stava ancora lavorando sul campo di regata Parilly di Lione e presso la nuova chiesa di Villadossola coadiuvato dal suo assistente del momento, l’architetto Vladimiro Francioli. Durante la sua vita Vietti Violi realizzò progetti di opere religiose, fra cui anche la chiesa parrocchiale di Cermes, in Alto Adige.

Immagine principale: Raccolta Helene Oberleiter

Autore: Flavio Schimenti

La scultura di via Einstein

Segno dell’impegno del Comune di Bolzano anche per far apprezzare l’opera di artisti, locali e non, è la scultura che si trova sulla rotonda in via Einstein, zona aeroporto. Si tratta dell’opera dal titolo “Volo Radente” e fu esposta, come si legge sulla targa posta accanto all’opera, al 5° Simposio internazionale di scultura – Castelraimondo, 10-30 agosto 2009. E l’autore? Si tratta di Sestilio Burattini, nato a Magione (Perugia) il 4 aprile 1947, ormai accreditato nel mondo come artista di livello internazionale. Le sue opere, che punteggiano anche tante rotatorie, si trovano in collezioni private e pubbliche, in Italia e all’estero. Utilizzando la pietra, il travertino e il marmo, l’artista fa parlare alle sue opere “il linguaggio del vento”: il vento, a volte lieve brezza, a volte impetuoso, forte e devastante, modellatore di forze scolpite. Ogni scultura di Sestilio Burattini è animata da due tensioni apparentemente contrastanti: una spinge la massa scultorea verso l’esterno e l’aperto in una specie di slancio; l’altra al contrario spinge la materia formata verso un nucleo interno, in un vuoto circoscritto per involuzione.

Ispirandosi sempre alla tematica del vento, lo scultore umbro, che fu anche docente di tecniche di marmo e pietre dure presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia, della quale è anche accademico di merito, si è fatto apprezzare in Italia e all’estero. Per l’Italia, con le mostre dal 1976 in poi: tra esse a Roma dal 12 febbraio al 12 marzo 2010 e a Montefalco (Perugia) dal 19 marzo al 15 giugno 2016. Per quanto concerne l’estero, un vero trionfo Sestilio Burattini l’ebbe lo scorso settembre nella Repubblica popolare cinese, con la colossale opera in bronzo, selezionata tra quelle di numerosi artisti confluiti da tutto il mondo; è opera da record, di altezza, ben otto metri, basamento escluso, e di peso. Con tale opera l’autore  ha messo in  comunicazione tra loro mondi apparentemente distanti. Che dire? Complimenti e auguri!

Autore: Leone Sticcotti