ZeitRoom – giovane museo virtuale: il progetto-memoria

ZeitRoom – giovane museo virtuale è un progetto online di Volontarius ideato e realizzato dalla Cooperativa Piano B – Social Design che raccoglie la memoria di progetti giovanili di Bolzano.
Abbiamo incontrato uno dei giovani operatori che gestiscono questo progetto, per farci raccontare com’è nato e in cosa consiste.

Che cos’è ZeitRoom? Qual è il suo obiettivo?
È un museo virtuale che raccoglie molti progetti realizzati sulla memoria storica e sull’anima della città dal XX secolo a oggi; nasce da un’idea di Cooperativa Piano B guidata da Silva Rotelli con l’intento di tenere insieme, su una piattaforma online, i progetti bolzanini così da non perderli. Permette di scoprire vari eventi di cui magari non si era a conoscenza e permette di vedere chi li ha creati così da aiutare a orientarsi e capire dove trovarne di nuovi. È interessante sapere cosa c’è dietro alle realizzazioni e come mai sono state pensate e concretizzate così.

Com’è costruito il sito internet?
Il sito ZeitRoom.com è costruito sia in modo didascalico che in versione “mappa” con i vari luoghi dei progetti raccolti. C’è un lavoro di design molto curato.

Che progetti scegliete?
Siamo sempre pronti ad accettare nuove proposte. Perchè il progetto possa essere scelto per ZeitRoom deve rispettare dei requisiti: memoria storica e l’aspetto di “anima” — un legame con la cultura, l’identità della città; un altro aspetto importante è l’età: lo stesso staff è composto tutto da ragazzi, è molto stimolante. Il progetto si rivolge a tutta la cittadinanza e in particolare ai giovani talenti del territorio. Spesso anche studenti internazionali dell’Unibz hanno presentato dei progetti, ciò ha permesso di cogliere esperienze, mondi e punti di vista diversi; questo consente di avere idee e prospettive innovative anche in una città piccola come Bolzano.

Avete collaboratori?
È un progetto partito anche grazie al Comune di Bolzano, che ci ha creduto fin dall’inizio. Con noi c’è anche la Cassa di Risparmio-Sparkasse, ulteriore appoggio per portarlo avanti. Con il Comune effettuiamo un lavoro di valutazione storica: i progetti vengono presentati all’Archivio Storico di Bolzano che verifica le fonti e che tutto corrisponda al vero. Abbiamo pure collaborato con varie associazioni ed enti in alcuni loro luoghi, come il Bunker H della Cooperativa Talia e il centro giovani Villa delle Rose della Strada-Der Weg.

Da quanto tempo esistono ZeitRoom e lo staff che lo gestisce?
ZeitRoom è nato nel 2015 ed è attivo dal 2017. Nel tempo si è costruito un gruppo di collaboratori in cui ognuno ha un ruolo diverso: chi gestisce la parte informatica, chi è incaricato delle interviste scritte e chi di quelle video. Queste ultime sono concentrate più su coloro che dedicano la loro vita alla memoria come la Responsabile del Servizio Archivio Storico Dott.ssa Carla Giacomozzi, e Lionello Bertoldi, presidente emerito ANPI Alto Adige e già Senatore della Repubblica, che sta dedicando la sua vita alla memoria e alla sua trasmissione.

Qual è un aspetto che vi entusiasma di ciò che fate?
La cosa che a noi piace tanto e che speriamo si riesca a riprendere presto è quella di andare nelle scuole per stimolare nuovi progetti. ZeitRoom non vuole solo raccogliere o aspettare proposte, vuole anche essere una spinta alla nascita di nuovi progetti.

Qual è l’innovazione di ZeitRoom?
È un progetto unico in tutto il Paese, con un team interdisciplinare che lavora in ottica di formazione ed educazione. L’innovazione di ZeitRoom è ZeitRoom stesso.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

La chiesa di San Nicolò rivive grazie ad un “totem”

Un artista bolzanino ha realizzato un disegno iperrealistico a matita che ricolloca virtualmente accanto al Duomo la chiesa di San Nicolò, distrutta dai bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale. Il totem realizzato fa parte di un progetto che in futuro potrebbe essere ulteriormente sviluppato.

Da inizio 2020 accanto al Duomo fa bella mostra di sè un totem raffigurante la Chiesa di San Nicolò, andata distrutta durante la seconda guerra mondiale.
“Io non sapevo cosa ci fosse originariamente al posto del muretto dietro alle panchine in piazza Parrocchia. Mi sono informato ed ho scoperto che c’era una chiesa e che era stata distrutta nel corso della seconda guerra mondiale, la chiesa di San Nicolò”.
A parlare è Alberto Ciro Taddei, artista specializzatosi nel disegno iperrealistico a matita, che ha il proprio negozio/atelier (in cui realizza anche cornici su misura) di fronte al portone del Duomo di Bolzano.
“Nessuno sapeva dirmi cosa ci fosse al posto di quel rudere. E così sono andato ad informarmi all’archivio storico e ho cominciato a disegnare. Quando ho proposto la mia idea all’Azienda di Soggiorno, la direttrice Roberta Agosti era entusiasta, tanto che voleva commissionarmi subito tre o quattro disegni. Ma abbiamo cominciato con uno – era il gennaio del 2020 – poi è cominciato il lockdown e da allora il progetto è fermo.”

Ora c’è il totem con il Suo disegno. Con che tecnica è stato realizzato?
Si tratta di un disegno iperrealistico a matita e tecniche grafiche pubblicitarie. Sono cose che ho imparato alla scuola di grafica pubblicitaria a Busto Arsizio (VA) dopo il diploma al Liceo Artistico. Non c’erano ancora i computer e tutto si faceva a mano… al tempo per far capire al committente come sarebbe venuta la sua campagna pubblicitaria si disegnava, si usavano i retini colorati, si usavano i costosissimi trasferibili Letraset… Se sbagliavi il font erano fatti tuoi, se sbagliavi una riga o un elemento grafico dovevi rifare tutto.
La maggior parte degli artisti che utilizza questa tecnica usa i colori ad olio. Io uso le matite e i Marker. Riguardo ai disegni in bianco e nero, la maggior parte degli artisti usa le grafiti (14 diverse intensità), io uso una matita sola (il nero) e con questa faccio tutto.”

Si tratta di una sua prima volta?
Due anni fa ho disegnato un intero progetto didattico sulle api a Gumer, in val d’Ega. Mi ha impegnato per sette mesi e oggi consta di sette pannelli molto grandi a forma esagonale, con disegni di animali ed api, di cose e animali che esistono, ma non si vedono (fanno vedere dall’uomo).
In futuro mi piacerebbe collaborare con l’Azienda di Soggiorno di Bolzano, che dispone di diversi percorsi già creati. Mi ha affascinato quello sulle acque: ho scoperto che la città è un pochino in pendenza verso la periferia. E c’era un canale che tra le altre cose serviva per portare dal centro verso la periferia immondizia e tutto… .Usavano l’acqua per trasportare qualsiasi cosa, pare persino i morti.

Autore: Till Antonio Mola

Incastrati

È sotto gli occhi di tutti. Nelle ultime settimane il traffico nel capoluogo e sulla A22 ha raggiunto il limite, portando ad una serie di blocchi nella circolazione che preoccupano molto, dato che si sono manifestati in giorni feriali “qualsiasi”, senza grandi lavori in corso, in assenza di pioggia (e dell’annesso noto fenomeno della discesa a valle di turisti) e prima della ripartenza delle scuole. A tutti è risultato evidente un sostanziale aumento del traffico privato, sia locale che turistico, dovuto con ogni probabilità ai timori (legittimi) di contagio da Coronavirus sul trasporto pubblico. Si tratta di una mutazione di abitudini (i pullman turistici sono quasi del tutto scomparsi dalla circolazione ed i treni sono vuoti) che rischia di diventare se non permanente comunque di lunga durata. Suscitando forti preoccupazioni nel capoluogo, ad esempio in vista della paventata ripresa dei mercatini natalizi. In sintesi: l’autunno è alle porte, la scuola riprende in presenza e non occorre essere profeti di sventura per prevedere che il prossimo inverno sarà probabilmente una durissima prova per la tenuta dell’intero sistema della mobilità altoatesina. Perché – va detto una volta per tutte – da A22 e dal traffico nel capoluogo dipende tutta la mobilità in provincia di Bolzano. In primo luogo non ci sono varianti locali che tengano: volenti o nolenti il nocciolo e il cuore del sistema sta nella città di Bolzano. Non c’è più tempo per timidezze ed eterne trattative, false partenze e tentennamenti. Fa bene la giunta comunale di Bolzano a minacciare la chiusura degli accessi per convincere i comuni limitrofi, il comparto turistico e la Provincia, che il tempo è scaduto e che la revisione del sistema viario del capoluogo va posta come priorità delle priorità. 
In secondo luogo e a maggior ragione il discorso vale per la A22. Quale interesse possono avere azionisti e concessionario nel rimandare all’infinito le decisioni sul futuro dell’arteria e le necessarie grandi opere per renderla adeguata ai tempi?
Recentemente si parla molto (e spesso a proposito) di libertà negate. Ecco: nei prossimi mesi correremo il concreto rischio di metterci da soli in una sorta di lockdown involontario. Incapaci di muoverci a casa nostra, solo perché non abbiamo saputo avere il coraggio di intervenire in modo tempestivo.
Il tempo è quasi scaduto. Diamoci una mossa.

Autore: Luca Sticcotti

Tutela degli eredi #2

(continua dal numero precedente)

All’azione di riduzione può conseguire l’azione di restituzione, avente ad oggetto gli immobili dell’eredità. Vengono generalmente identificate due azioni di restituzione. La prima è l’azione di restituzione contro il donatario o il legatario. Si tratta dell’azione disciplinata all’articolo 560 del codice civile. In questo caso, ove l’immobile ecceda di oltre un quarto la quota disponibile, lo stesso rimarrà nell’eredità per intero. La seconda è l’azione di restituzione contro i terzi aventi causa dal donatario acquirente. Disciplinata dall’articolo 563, l’azione prevede che “se i donatari contro i quali è stata pronunziata la riduzione hanno alienato a terzi gli immobili donati e non sono trascorsi venti anni dalla trascrizione della donazione, il legittimario, premessa l’escussione del beni del donatario, può chiedere ai successivi acquirenti, nel modo e nell’ordine in cui si potrebbe chiederla ai donatari medesimi, la restituzione degli immobili”. L’esistenza di tale azione giustifica la maggior attenzione che un acquirente deve avere nel momento in cui procede all’acquisto di un immobile di provenienza donativa, ossia un immobile che il venditore ha ricevuto in seguito ad una donazione a suo favore. L’articolo 564 del codice civile individua i presupposti per l’azione di riduzione. In primo luogo il legittimario deve aver accettato l’eredità con beneficio d’inventario (procedura particolare che prevede la redazione di un inventario dei beni del defunto da parte del Tribunale), fatto salvo il caso in cui le donazioni e i legati da ridurre siano disposti a favore di suoi coeredi (ciò significa che l’accettazione con beneficio di inventario è necessaria solo per agire contro soggetti non coeredi). In secondo luogo il legittimario, deve imputare alla propria quota le donazioni ed i legati ricevuti dal defunto (anche se nel testamento si può prevedere la dispensa del legittimario da detta imputazione). Il termine prescrizionale dell’azione di riduzione è quello ordinario di dieci anni. Nel caso in cui le diposizioni da ridurre siano le donazioni, detto termine prescrizionale inizia a decorrere dalla data di apertura della successione del donante (la data in cui il donante muore), anche qualora le donazioni siano più risalenti nel tempo. Una volta promossa l’azione di riduzione con il patrocinio di un legale, al Giudice è demandato, in primo luogo, l’accertamento della lesione della legittima del legittimario al netto della imputazione a sé di quanto ricevuto. Accertata l’eventuale lesione, il Giudice dichiarerà l’inefficacia parziale o totale delle disposizioni testamentarie o donative lesive, reintegrando il legittimario nei diritti spettanti per legge. Un’ultima precisazione: secondo l’articolo 5, comma 1-bis del Decreto Legislativo 28 del 2010, l’azione di riduzione è soggetta alla mediazione obbligatoria. Il giudizio relativo all’azione di riduzione deve quindi essere preceduto da un tentativo di mediazione, alla presenza di un mediatore designato da un organismo abilitato dal Ministero della Giustizia. Il procedimento costituisce una vera e propria condizione di procedibilità, nel senso che non è possibile attivare il giudizio senza aver prima promosso la mediazione.

Autore: Massimo Mira

L’Accordo di Parigi, base di un’autonomia territoriale

Esattamente 75 anni fa, il 5 settembre 1946, i ministri Karl Gruber e Alcide Degasperi firmavano a Parigi l’accordo su cui si fonda l’autonomia altoatesina. Dal 2014 il 5 di settembre si celebra in Alto Adige la Giornata dell’Autonomia. Un’autonomia che tutela le minoranze, che è di tutti, territoriale e non etnica.

Con la firma dell’Accordo di Parigi nasceva un pezzetto di Europa. Si trasferiva il rapporto tra Stati dal piano della conflittualità e della contrapposizione a quello della cooperazione e collaborazione. Della corresponsabilità. Si diceva in sostanza che le dinamiche di convivenza tra gruppi, lingue, culture non si governano spostando i confini ma condividendo le responsabilità. Sia tra Stati che tra livelli di governo. Ognuno è chiamato a fare la sua parte, dallo Stato alla Provincia, dal Comune al singolo cittadino. Questa è l’autonomia, quella vera.
Si tratta di un’autonomia territoriale e non “etnica”, come ogni tanto si sente dire. Cioè il soggetto dell’autonomia non è un gruppo linguistico, ma tutta la popolazione che vive sul territorio. L’Accordo Gruber-Degasperi ne parla all’articolo 2: “Alle popolazioni delle zone sopraddette [ovvero dell’attuale provincia di Bolzano] sarà concesso l’esercizio di un potere legislativo ed esecutivo autonomo, nell’ambito delle zone stesse. Il quadro nel quale detta autonomia sarà applicata sarà determinato, consultando anche elementi locali rappresentanti la popolazione di lingua tedesca”.
Si vede bene che si tratta di un’autonomia territoriale e non di un gruppo soltanto. L’autonomia è data “alle popolazioni delle zone sopraddette”. Allo stesso tempo si vuole garantire che essa sia davvero a tutela delle minoranze linguistiche, perciò devono essere consultati i rappresentanti della popolazione di lingua tedesca. Oggi probabilmente si direbbe: “consultando i rappresentanti di tutti i gruppi linguistici conviventi sul territorio”.

Autore: Paolo Bill Valente

Le bombe di semi di Fukuoka

Era il 27 aprile 2018, mi trovavo a Firenze nel Giardino dell’Orticoltura per l’evento “Libera Semina”, un altro appuntamento organizzato da Seed Vicious. A pochi passi dallo splendido Tepidarium del Roster, la serra di vetro e acciaio, allestimmo un laboratorio per i bambini. Con pazienza e leggerezza, alla presenza di genitori curiosi, imparammo e insegnammo questa pratica, quella dei proiettili di semi. Lì, per la prima volta, ho sentito parlare delle bombe di semi di Fukuoka. Ma cosa sono le bombe di semi? Le bombe di semi sono una pratica arcaica nata nell’Antico Egitto dei Faraoni dopo le inondazioni primaverili del Nilo. Una tecnica presente anche in Giappone con l’antica conoscenza “tsuchi dango” ovvero gnocco di terra, ripresa da Fukuoka. L’idea rivoluzionaria si basa sull’assecondare la natura, ridurre al minimo l’intervento umano e salvaguardare la biodiversità. Masanobu Fukuoka, botanico e filosofo giapponese, è stato il pioniere dell’agricoltura naturale o del non fare, il padre della permacultura, un modo di coltivare senza lavorare il terreno e senza mai lasciare scoperto il suolo. è colui che si è avvicinato maggiormente alle rese industriali senza mai ricorrere alla chimica. In tempi più recenti le bombe di semi sono diventate una pratica adottata perfino da guerrilla gardening: nato negli anni 70 a New York e diffusosi rapidamente in tutto il mondo è un movimento di persone attivamente impegnate nell’utopica – ma concreta – missione di strappare le loro città dal grigiore e dal degrado. Potremmo definirli anche dei moderni Robin Hood, che, stanchi di aspettare che aiuole e parchi trascurati tornino a rifiorire da soli o che qualcuno intervenga per riqualificarli, si rimboccano le maniche e, zappe in spalla, scendono in strada, di giorno o di notte, per piantumare o prendersi cura del verde pubblico.
Non ci sono quantità fisse di ingredienti per creare le bombe di semi, l’importante è che l’argilla inglobi terriccio, compost, semi e acqua. Dopo averle fatte asciugare e compattare possiamo lanciarle o adagiarle semplicemente sul terreno, aspettando che la natura faccia il suo corso. Gli ingredienti necessari allo sviluppo delle bombe sono terriccio, compost, semi e argilla che le aiuteranno a svilupparsi e ad essere protette dallo strato di argilla appunto.
Possiamo testarle nel BalconORTO e finanche nel giardino di casa. Si tratta di un esperimento pedagogico -botanico molto interessante, che in futuro potrebbe essere ripreso anche da enti istituzionali, quale programma scolastico. Con qualche accorgimento potrebbe essere la chiave di volta di arboricoltori e tecnici del verde per rimboschire impervie aree boschive completamente andate perdute a causa di maledetti piromani o per opera di elementi naturali, come i fulmini nelle foreste siberiane e Vaia, bostrico tipografo permettendo.

Autore: Donatello Vallotta

La città di pietra sul Rio Enz

Grande è lo stupore che ci coglie quando raggiungiamo lo sperduto e affascinante sito in cima al Montelargo, una vera e propria città di pietra. Immersi nel profondo silenzio del bosco, i resti delle mura ciclopiche, profonde fosse scavate nel terreno, enormi cumuli di pietra e, soprattutto, un grosso blocco di porfido sistemato a pochi metri dall’abisso che si apre sulla valle dell’Adige e la selvaggia Vallarsa. Questa enorme pietra orizzontale (vedi foto) fungeva probabilmente da altare per i riti sacrificali celebrati in onore di qualche divinità.
Ma torniamo al nome del luogo. Esso si compone, nelle varie versioni note, di due parole: “Enz-Ens-Ennts-Trens” e “Birch-Birg-Berg”. Di primo acchito è identificabile solo il secondo, poiché “Berg” ci riporta immediatamente al termine tedesco per montagna ma anche a “Burg”, castello, derivati entrambi dal preindoeuropeo “pir” e dal successivo “borz” con il significato di altura, rocca, dirupo. Invece “Ens-Enz-Trens” non dice molto. Gli studiosi hanno azzardato varie interpretazioni: alcune propendono per la derivazione di “Trens” (che in Alto Adige compare anche in altri toponimi come per esempio “Maria Trens”) dal latino “torrens” (ruscello, rio), ma questa ipotesi rappresenta probabilmente una variante romanica di una forma molto più antica; altre sostengono che “Trens” sia comunque errato mentre la forma corretta sarebbe “Enz”. Costoro fanno riferimento al termine dialettale bavarese “enz”, che secondo il noto linguista Grimm, “premesso ad altre parole ne fa risaltare l’aspetto mostruoso”: come nel caso di “enz-mann (uomo gigantesco) o enz-kerl, derivati da “ent” ovvero “enz” = gigante e “enterisch”, “entisch”. Questa interpretazione, che ci condurrebbe ad un significato come “grande montagna” o, forse, “montagna dei giganti”, non ci pare convincente in quanto tutte le montagne sono alte e specialmente in questa zona ve ne sono di molto più imponenti del Montelargo.
Secondo Hans Krahe, linguista a Würzburg, “Enz” sarebbe un antichissimo idronimo europeo. Nella sua forma più antica, “Enzin”, riaffiora infatti l’originale “Antin”, che deriva dall’indoeuropeo “antina”, confine, che a sua volta trae origine da antios, antistante. Già nell’835 si parla di “flumine enzin”, nel 1150 di “Enze fluvius”, nel 1100 di “Enzeberch”. Nel Canton Lucerna esiste il nome di una montagna Änzi (da Antinosi), che designa la cima dirimpetto. Da qui l’interpretazione del nome come “parete antistante, termine, confine, ciglio “, dall’antico indoeu. “Hent”. Tutti questi termini si adattano bene anche al nostro sito, esposto a precipizio su Laives e la valle dell’Adige. Dunque l’antico “Enz” potrebbe significare “ruscello che viene dalle montagne” e non è escluso che l’odierno Rio Vallarsa, nome di periodo medievale, in origine si chiamasse proprio “Enz”, e da questo rio potrebbe aver preso il nome l’antico e prestigioso insediamento di “Enz-birch”, la città sacra sopra il Rio Enz e l’origine dell’odierna Laives.

Autore: Reinhard Christanell

Il tempo libero per l’ambiente

Hanno trascorso due giornate estive mettendosi a favore della comunità: i ragazzi del centro giovanile Strike Up hanno aderito all’iniziativa del gruppo “Merano senza rifiuti – Müllfreies Meran” ed hanno ripulito dai rifiuti la zona compresa fra parco Marconi, parco Sissi, passeggiata fino alle Terme e quella di Lazago. Ecco alcuni momenti dell’azione ritratti da Fabrizio Giusti.

Quando Sinigo era Borgo Vittoria

Percorrendo la vecchia strada nazionale che da Bolzano conduce verso Merano, uno degli edifici che mi ha sempre particolarmente colpito, prima di giungere nella città del Passirio, è la cosiddetta “palestra” di Sinigo.
Sorge sul lato sinistro della carreggiata per chi proviene da Bolzano.
Sinigo, oggi secondo quartiere di Merano per popolazione, un tempo chiamato “Borgo Vittoria”, deve la sua nascita alla bonifica compiuta fra il 1926 ed il 1937.
Esso sorgerà con l’opera di drenaggio del fondovalle paludoso ed acquitrinoso del fiume Adige, per volontà dell’Opera Nazionale Combattenti e dell’insediamento dello stabilimento della Montecatini. Tale nuovo insediamento urbano, strappato all’acqua (come ha scritto Andrea Rossi nel suo libro “L’acqua ci correva dietro”) portò in quegli anni ad un nuovo nucleo urbano con più di mille abitanti, provenienti da tutte le regioni d’Italia.
La bonifica di Sinigo anticipò di quasi dieci lustri quelle compiute dal fascismo nell’Agro Pontino e nel resto della Penisola, servendo da presupposto e da modello in altre regioni.
Insieme alla fabbrica ed alle strutture connesse vennero create tutta una serie di servizi legati al dopolavoro, ma soprattutto alle strutture sportive. Ed è ben noto a tutti quale rilevanza avesse lo sport e l’attività fisica in generale durante gli anni del regime fascista. Venne così realizzata nei primi anni Trenta una palestra. Una bella palestra, con una struttura e molto semplice e lineare, ed i miei attenti lettori riconosceranno subito che si tratta di un edificio in puro stile razionalista.
Una breve scalinata di accesso ci introduce ad una facciata realizzata con rivestimenti di blocchi in laterocemento di produzione autarchica, sulla quale fanno bella vista di sé quattro portali disposti simmetricamente. Anche qui il “modello di Sinigo”, anticipa scelte progettuali ed architettoniche compiute dai grandi architetti decine di anni dopo. Non vi è retorica nel linguaggio visivo materico edilizio, anzi la struttura risulta calda, studiata ed accogliente. E come in tutti i complessi edilizi sportivi dell’epoca, le strutture di servizio erano tutte moderne ed all’avanguardia.
Sulla scia della palestra si rafforzerà anche l’attività della squadra di calcio Sinigo – Montecatini, fondata nel 1928 e partecipante all’allora Terza categoria di campionato. Fu non solo una palestra, ma anche un luogo di socialità e di aggregazione per generazioni di abitanti di Sinigo e non solo.

Autore: Flavio Schimenti

La targa dedicata a Wilhelmina von Kofler

Prima del civico 16 di via Vintler (Ufficio Anagrafe), vi è una targa, al civico 14, con la scritta “FONDAZIONE KOFLER STIFTUNG”.
Di cosa si tratta?

Il riferimento è alla benefattrice Wilhelmine Grätzl von Kofler (nata a Bolzano il 25 ottobre 1802), una delle più attive dame del Comitato, che aveva il compito di raccogliere i fondi necessari alla gestione dell’Asilo infantile fondato nel 1847.
Le dame erano chiamate “Bezirksfrauen”, con riferimento alla zona della città in cui ciascuna aveva il compito di raccogliere i fondi necessari alla gestione dell’Asilo; Wilhelmine, sposa dal 1829 del medico Josef Kofler, era competente per via Francescani e piazza Erbe.
La prima sede fu in un vecchio edificio (nel passato adibito a lazzaretto) nella Pfarrgasse (ora via Isarco); nuova sede fu poi trovata nella Maurergasse (ora via Vanga); ampliato l’edificio, nel 1853 fu istituito un orfanotrofio e nel 1854 fu allestita una scuola di maglieria.
Un altro trasferimento fu reso possibile dal lascito di Wilhelmine Kofler, deceduta il 14 aprile 1866. Dispose per testamento la devoluzione del patrimonio, suo e di quello ereditato dal padre Josef Anton Grätzl, dirigente commerciale, e dal proprio fratello Anton; consisteva in estesi terreni agricoli, presso Ponte Adige e a Gries.
In merito la Luogotenenza di Innsbruck promosse l’ istituzione della “Fondazione Wilhelmine Kofler”, avente per scopo di finanziare, con i redditi annui, le due Istituzioni eredi, l’Asilo infantile e la Casa dei poveri (via della Roggia).
Nel 1867 con la vendita di due terreni fu possibile il trasferimento nella nuova Hintergasse n. 14 (ora via Vintler).
L’immobile, acquistato nel 1872, fu ampliato nel 1878 con l’acquisto dell’edificio confinante, al n. 12.
Assunta dalla Provincia Autonoma la competenza sulle scuole per l’infanzia, fu istituito, poco distante, l’Asilo Weggenstein. L’ex asilo fu ristrutturato e adibito a collegio femminile, il moderno “Mädchenheim Kofler Stiftung”, fiore all’occhiello della Fondazione Kofler.

Autore: Leone Sticcotti