Curiosità e desiderio di confronto sono fondamentali per riuscire ad instaurare un dialogo e quindi comprendere ciò che è altro da noi. Proprio queste due caratteristiche sono la forza motrice di Adelina Perlaska, giovane dottoressa in giurisprudenza cresciuta a don Bosco che ora si occupa di consulenza legale nel campo dell’immigrazione.
Adelina ha vissuto nel quartiere di Don Bosco durante gli anni della sua adolescenza. Ora si è trasferita ma del quartiere conserva un ricordo positivo. Nel corso della nostra intervista, infatti, richiama alla memoria le diverse attività e gli eventi della zona a cui ha partecipato: da ArtMaySound al Cinema all’aperto e mi racconta di come fosse stimolante poter inciampare in eventi organizzati nel proprio quartiere: “mi è piaciuto partecipare ad attività che si svolgono vicino a casa, soprattutto se fatte dai giovani per i giovani”. Durante la nostra conversazione appare chiaro come Adelina sia affascinata dalla possibilità di confrontarsi con proposte, idee e persone diverse. Infatti ha sempre manifestato vivo interesse per le molteplici attività offerte dalla città, ha preso parte ad iniziative giovanili come Liberamente ed è stata membro della Consulta Giovani. Una volta laureata ha iniziato a lavorare in uno studio legale e nel 2021 ha avviato, insieme al dott. Thomas Brancaglion, un’attività di consulenza legale- Legal consoulting & assistance- che si occupa di diritto dell’immigrazione. Si tratta di un servizio rivolto principalmente ai cittadini stranieri che devono rinnovare i permessi di soggiorno, chiedere il ricongiungimento familiare, farsi riconoscere lo status di rifugiato, etc. Secondo Adelina, una caratteristica particolarmente affascinante di questo mestiere, è proprio il confronto e chiarisce: “sono costantemente di fronte al fatto che alla fine non è tutto bianco o nero come può sembrare da fuori, il mondo è tanto più grande di Bolzano e dell’Italia e le cose funzionano altrettanto bene anche altrove, anche senza tutte le strutture amministrative che abbiamo noi, non per forza il nostro modo di fare e di vivere è l’unico”. Ed è proprio la ricerca di un confronto e di un dialogo continuo con persone ed esperienze diverse, la voglia di “inciampare” come la chiama Adelina, che la pone di fronte alla possibilità di comprendere punti di vista sempre nuovi.
Dopo un anno importante di eventi in occasione dei 700 anni dalla morte del grande poeta, le sezione altoatesina della Società Dante Alighieri vede in questo 2022 un avvicendamento alla guida. Dopo più di 20 anni Giulio Clamer lascia la Presidenza alla professoressa Raffaella De Rosa, un’insegnante molto nota a Bolzano sia per la sua attività con i ragazzi che nel suo ruolo a lungo ricoperto nell’intendenza scolastica. Con De Rosa vediamo insieme quali sono i temi suoi quali la Società cercherà di concentrarsi nel prossimo futuro.
Conclusa con il 2021 la ricorrenza dei 700 anni dalla morte di Dante, verrebbe da voltare pagina. Ebbene, non è così perché, come ha sottolineato durante l’assemblea soci il Dottor Giulio Clamer, colonna portante da più di 20 anni della Società Dante Alighieri di Bolzano: “ogni anno è anno del Sommo Poeta”. Ed è proprio il compito dell’associazione tenere viva la memoria di Dante. A cambiare dopo diversi anni, invece, è la Presidenza, ora ricoperta da una donna, la professoressa Raffaella De Rosa, eletta il 20 gennaio dall’assemblea del Comitato di Bolzano durante la riunione tenuta al Centro Kolping in Piazza Domenicani. Scelta per la sua lunga esperienza a scuola, prima come insegnante e poi nell’intendenza scolastica, De Rosa spiega: “sarà per tutti di fondamentale importanza garantire una costante collaborazione con scuole, classi e studenti, grazie ad eventi e manifestazioni. Ho ricevuto una grande eredità e responsabilità, ma Giulio Clamer ha promesso di restare a lavorare con noi. Lui rappresenta la memoria storica della nostra associazione e ha in mano tutto ciò che bisogna fare, sia sul piano culturale, sia su quello amministrativo”. Il programma per il 2022 è ricco di approfondimenti culturali che spazieranno dalla figura di Mazzini a quella di Pier Paolo Pasolini, per arrivare alla celebrazione del Dantedì, una giornata istituita soltanto nel recente 2020, che coincide con il 25 marzo, giorno in cui il Sommo Poeta iniziò il viaggio immaginario descritto nella Commedia. Tra i relatori: Caramaschi, Vivarelli, De Bortoli e Onorati. Maggiori informazioni circa gli eventi sono disponibili sul sito www.dabolzano.it. “Ho l’onore di presiedere un Direttivo attivissimo su diversi fronti: letterario, storico ed educativo. Riguardo a quest’ultimo – specifica la neo Presidente De Rosa – Bolzano è la prima città al mondo come numero di certificazioni PLIDA effettuate, e questo grazie alla possibilità di convertire la certificazione con un patentino riconosciuto a livello provinciale. Inoltre, nel nostro capoluogo non sono presenti i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti e, laddove ce ne fosse la necessità, come nel caso degli stranieri che richiedono i permessi di soggiorno, la certificazione PLIDA attesta le capacità e il livello delle conoscenza della lingua italiana.” Il principale nuovo stimolo dell’associazione arriva però dall’appena nato gruppo di giovani, unico in tutto il mondo. “In altre regioni erano presenti, ma non sono mai decollati. L’iniziativa è stata accolta con grande entusiasmo anche dal Direttivo degli adulti. I giovani serviranno senz’altro per dare continuità e prospettiva alla Società” ha concluso De Rosa. Damiano Visentin, della Dante Giovani, commenta così: “è un grandissimo onore accolto con tanto entusiasmo da tutti noi. Credo sia importante, oggi, dare una valvola di sfogo ai giovani, con occasioni di crescita e confronto, cooperando anche con altre realtà. Il nostro primo appuntamento sarà il ‘Caffè letterario’ che si pone come obiettivo proprio l’incontro tra giovani”.
Al XVII torneo di scacchi open di Bolzano al Museo Mercantile vince l’austriaco Thomas Bauer, mentre il quindicenne bolzanino Niccolò Casadio è secondo e conquista il titolo di campione provinciale.
Dal 18 al 20 febbraio scorso si è svolta a Bolzano la XVII edizione degli Open Internazionali di scacchi. Si tratta dell’unico torneo internazionale che si svolge a cadenza regolare sul territorio altoatesino da 20 anni a questa parte. Organizzati dal Circolo ARCI Scacchi Bolzano, dal Centro russo Borodina di Merano, dalla Camera di Commercio, dal Museo Mercantile e dal Comune di Bolzano, gli open sono andati in scena per il secondo anno consecutivo nella suggestiva cornice del Museo Mercantile (nel Palazzo Mercantile di Via Argentieri/via Portici). Il torneo è stato inaugurato dal sindaco di Bolzano Renzo Caramaschi, dal vicesegretario generale della Camera di Commercio Luca Filippi, dal direttore del centro russo Borodina di Merano Lukas Pichler e da Luca D’Ambrosio del Circolo ARCI Scacchi di Bolzano. Se nel forte torneo dell’anno scorso gli organizzatori avevano potuto registrare la partecipazione di 6 giocatori russi, quest’anno questi hanno dovuto dare forfait, a causa dei regolamenti anti covid, che non riconoscevano il vaccino russo Sputnik quale unico requisito di accesso al nostro paese, obbligando gli eventuali partecipanti ad un periodo di quarantena preventiva. Per compensare la mancanza di giocatori russi, è stato proposto, oltre al saluto del direttore della federazione scacchistica di Mosca, Artiom Ahmetov, anche un videomessaggio di Anatoli Karpov, campione del mondo di scacchi dal 1975 al 1985, di cui molti ricorderanno la sfida meranese del 1981 vinta contro Viktor Korcnoj. Ecco il testo, a seguire. “Cari amici! Saluto i partecipanti e gli organizzatori del Festival degli scacchi di Bolzano! È meraviglioso che possiate unirvi per organizzare un torneo in questo momento difficile. Spero che ci sia un’ampia partecipazione. È chiaro che al giorno d’oggi molte persone desiderano il contatto personale e uno stile di vita attivo, e naturalmente i tornei di scacchi sono un vero piacere e persino un lusso. Mi congratulo con tutti voi per questa fortuna e vi auguro il meglio della salute, del buon umore e un eccellente gioco. Che vinca il più forte!”.
Ebbene: il più forte in assoluto è stato Thomas Bauer, un giocatore austriaco che ha già partecipato a diverse edizioni dell’Open di Bolzano, impostosi davanti al quindicenne bolzanino Niccolò Casadio, una delle migliori promesse altoatesine, e al laziale Damiano Lami. Questi i primi tre classificati nella categoria A, con il punteggio ELO più alto (il sistema di valutazione per calcolare i livelli di abilità dei giocatori di scacchi), cui hanno partecipato 28 giocatori. La categoria B, alla quale si sono iscritti 34 giocatori, è stata vinta da Kiran Anginthaya, proveniente dall’India. La classifica prosegue con il tedesco Artur Steinhauer e l’italiano Davide Ciani. La categoria C, composta da 34 giocatori, è stata vinta dall’altoatesino Matthias Klotzner, seguito dall’inglese Mikael Di Re e il giocatore milanese Marco Raineri. Hanno partecipato 96 giocatori in tutto, provenienti da Italia, Germania, Austria, India ed Inghilterra. Novità assoluta di questo torneo è stata la possibilità di determinare una classifica ufficiale dei migliori giocatori della provincia di Bolzano, che vede in testa il giovane Niccolò Casadio. Il torneo è stato ottimamente diretto da Gerhard Bertagnolli, coadiuvato da Sauro Soriani e Massoud Reza Zendehdel.
QuiIntervista a Piergiorgio Veralli, di origini metà lucane e metà pugliesi, che lavora come giornalista alla Rai di Bolzano. Giocatore di Subbuteo, adora i Beatles, suona la chitarra e scrive canzoni. Insieme alla moglie Francesca Russo ha dato vita ai Morisco, coi quali ha pubblicato l’album “L’ultimo colpo”.
La cosa che mi piace di più di me stesso. Non scalo montagne, non scio, non indosso tutine aderenti per andare a correre o in bici o in palestra, e soprattutto non mi fotografo mentre lo faccio. Ah, e non guardo le serie tv.
Il mio principale difetto. Credermi spiritoso.
L’errore che non rifarei. Finire un piatto di maltagliati con le cozze e i fagioli dopo aver già ingurgitato una frittura mista. Ha le sue controindicazioni.
L’ultima volta che ho perso la calma. Quando ho visto mia moglie caricare la lavastoviglie.
L’ultima volta che ho pianto. Quando mia moglie ha difeso le sue teorie su come si carica una lavastoviglie.
La mia occupazione preferita. Perdere tempo, meglio se prezioso.
Il fiore che amo. Per chi mi hai preso?
Il piatto preferito. Spaghetti con le alici.
Il mio musicista preferito. Sono due: Lennon-McCartney. Insieme.
Il mio pittore preferito. Michelangelo Merisi.
Del mio aspetto non mi piace… L’eccessiva muscolatura. Mi ingolfa un po’ nei movimenti.
Non sopporto… Chi non riesce a stare zitto quando ho bisogno di silenzio.
La qualità che preferisco in un uomo. Saper ridere dei propri difetti.
La qualità che preferisco in una donna. Questo è un periodico che entra nelle case delle famiglie, vero? Dunque: la voce, lo sguardo vivace, la sensibilità.
Dico bugie solo… Perché la verità fa male.
La mia paura maggiore. Suonare in pubblico, ahimè.
Il giocattolo che ho amato di più. Una riproduzione di una Remington calibro 44. Quando io ero piccolo si giocava ancora ai cow-boys. Da grande ne ho regalato un esemplare simile a un bambino per la sua festa di compleanno e la madre mi ha guardato come se fossi un corruttore di minorenni. Il bambino, invece: “Wow!”
Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando… Mai successo, in realtà sono umile. Il più umile di tutti. Per distacco.
Il mio più grande rimpianto. Mi mancavano solo 5 anni per diventare geometra. (Questa credo l’abbia detta “Spillo” Altobelli. Ovviamente, essendo lui interista, non si era reso conto della genialità dell’affermazione).
Nel mio frigorifero non manca mai… Un pezzo di formaggio ricoperto di muffa verde.
Negli ultimi anni la transizione ecologica è entrata con prepotenza nelle nostre vite. In Italia l’ufficialità di questa importante dimensione prospettica – si potrebbe dire – è giunta nello scorso anno con la creazione di un vero e proprio ministero dedicato. Per la precisione: con “transizione ecologica” si intende un insieme di azioni rivolte alla sostenibilità dell’economia, per favorire il passaggio da un sistema basato sulle fonti energetiche inquinanti a un modello virtuoso incentrato sulle fonti verdi. Questi ultimi tempi, con i preoccupanti rincari dei costi dell’energia, stanno convincendo anche gli scettici (o freddi) dell’urgenza di una vera e propria “conversione” in questo senso. Ma la transizione ecologica ci porta inevitabilmente anche a ripensare il territorio in cui viviamo e il rapporto che intratteniamo con esso. Sulle pagine dei nostri giornali ci siamo soffermati di frequente sulle ferite che i cambiamenti climatici stanno provocando alla nostra belle terra tra i monti. Le vaste zone mutilate dalla tempesta Vaia, i dissesti idrogeologici, i lunghi periodi privi di precipitazioni, le medie di temperature periodiche che sovente raggiungono livelli record verso l’alto; tutte queste cose ci costringono di fatto a ripensare alle forme di turismo che ospitiamo. E una riflessione particolare va senz’altro riservata al turismo invernale. A questo proposito il clima ci ha lanciato frequenti segnali che non possono restare inascoltati. Non è solo una questione etica, ma proprio una prospettiva economica quella che ci deve portare, in tempi brevi, ad una trasformazione del nostro turismo invernale in un’ottica rispettosa del clima reale che ci caratterizza. Il prossimo anno saremo chiamati a rinnovare il consiglio provinciale: pensiamo fin d’ora a privilegiare, rispetto alle proposte programmatiche dei politici che si candideranno, quelle che considerano in maniera matura e a lungo termine lo sviluppo economico e turistico del territorio. La nostra terra ha già manifestato in modo evidente la sua grande fragilità.
Viaggio nella ripartenza, tra i silenzi delle periferie e le speranze del sindaco. La città del Passirio guarda al prossimo futuro, evidenziando e cercando di promuovere le sue diverse anime. E l’amministrazione comunale, per un anno doppiamente in pausa a causa del commissariamento, fa il punto sulle sue priorità.
È il primo pomeriggio di un venerdì di fine gennaio e nel fare il suo ingresso in stazione a Merano, il treno costeggia una via Lido completamente sgombra. Nessun’auto in transito e marciapiedi deserti. Una volta scesi, lo scenario non cambia, il traffico è quantificabile tra lo scarso e lo scorrevole, pochissima gente in giro, neppure l’ombra di un turista. Eppure non si sta male, la temperatura è resa gradevole dal Föhn che fa ruzzolare le foglie in un silenziosissimo Corso Libertà. Lo “Stadt Centrum”, inteso come centro commerciale, non modifica di un millimetro l’atmosfera da villaggio western che sembra avvolgere la città. Le cose cambiano solo quando si entra nello “Stadt Centrum” tradizionale, almeno dal punto di vista visivo, perché anche nel centro storico il silenzio continua a regnare sovrano e viene interrotto solo dal tubare dei piccioni e dallo scricchiolare dei tendoni dei bar. In giornate come queste, il centro meranese non sembra così diverso dalla periferia: si fa notare più per quel che manca che per quel che c’è. Lo conferma Hannes Egger che per settimane si è occupato di un progetto artistico e di rigenerazione urbana nel rione di Maria Assunta: “È stata un’esperienza interessante sotto diversi aspetti. Intanto ho visto dove abitano i corrieri che mi portano i pacchi a casa. La sera li vedevo rientrare nelle abitazioni dopo aver parcheggiato i loro furgoni. Per il resto, le lamentele di chi vi abita sono le stesse del resto d’Europa, si sentono isolati e privi di servizi, in sintesi, abbandonati”.
Una visione confermata da Luigi Cirimele operatore socio-culturale dell’Upad di Merano molto attivo nel quartiere San Vigilio. Luigi è nato a Torino e cresciuto a Roma, ha visto periferie molto più problematiche, ma conferma la visione di Egger. “Sì, non noto particolari differenze, se non che San Vigilio è considerata periferia solo per il contesto, una sola strada di accesso e nemmeno una fermata d’autobus, ma è a due passi dal centro. Vivo a Merano solo dal 2017, due dei quattro anni che ho vissuto qui sono stati condizionati dalla pandemia e poi dal commissariamento, quindi per me è difficile comprendere come si viveva prima. Posso dire, però, che la città mi sembra intontita, sembra faticare a rialzarsi”. Cirimele sembra aver colto la questione principale. Merano, come moltissime altre città, non solo fatica a rialzarsi, ma sembra in attesa di un motivo per farlo. Dopo lunghi mesi di reclusione domiciliare, nell’estate del 2020 ci si è rialzati con un certo entusiasmo, ma una volta tornato l’inverno, corpo e mente sono risprofondati nell’emergenza. I vaccini avevano ridato fiato alla speranza, ma ora ci ritroviamo a convivere con le restrizioni e le difficoltà nella gestione della vita quotidiana. Molti, quindi, hanno ragionevolmente deciso di attendere che tutto questo finisca, aspettando che torni la voglia di “fare cose e vedere gente” senza accumulare frustrazioni. Così, la vita assomiglia sempre di più a quella delle grigie domeniche d’inverno in cui non si intravede un solo motivo per uscire dalle coperte. Difficile trovare soluzioni, ma per Cirimele è necessaria una forte reazione da parte del mondo culturale: “Servono nuovi modelli. Il Covid costringe a un cambio generazionale, il sistema di volontariato, spesso guidato da pensionati ancora attivi, difficilmente potrà ripartire come prima. Già nell’estate passata abbiamo notato come le attività più popolari si fossero ridotte al lumicino, il rischio è che non ripartano più”.
Nel frattempo, la città resta in silenzio in attesa del proprio turno, come dal medico. Ecco, passando dalle minuscole alle maiuscole, chi proprio non può permettersi di restare in attesa è il nuovo sindaco di Merano, Dario Dal Medico: “In effetti – premette – due anni di pandemia e uno di commissariamento hanno fatto sì che si accumulasse una valanga di arretrato. La commissaria si è giustamente occupata dell’ordinaria amministrazione, ma con l’insediamento della nuova Giunta si è rotta la diga e, inevitabilmente, siamo stati sommersi da una montagna di richieste da parte della macchina amministrativa. I primi due mesi sono stati molto intensi, non che ora sia una passeggiata, ma finalmente possiamo alzare lo sguardo”. Nel farlo, il sindaco si è dato alcune priorità e i giovani sono una di queste. Come per Cirimele, l’allarme non è legato alle baby gang e alle sue strumentalizzazioni, ma alle difficoltà di socializzazione. Per il sindaco, gli effetti psicologici della pandemia si protrarranno per anni: “Per questo dobbiamo fare ogni sforzo per staccare i ragazzi dai social, dai loro smartphone e dai loro divani. Occorre attivarsi per agevolarli verso una socialità reale, la pandemia ha spinto molti giovani ad abbandonare l’attività sportiva e ora sembrano non averne più voglia”. Uno scoramento che non riguarda solo loro: “È vero – ammette il sindaco – il problema riguarda anche gli anziani che non usufruiscono nemmeno della socialità virtuale e si sentono sempre più soli”. Fortunatamente, almeno per ora, il tessuto economico sembra reggere. Soprattutto grazie al risparmio privato e a un settore turistico che, pur se a singhiozzo è riuscito a ripartire: “È inutile negarlo, i turisti animano la nostra città, ma occorre valutare attentamente i prossimi passi. Per questo l’Azienda di Soggiorno sta compiendo uno studio approfondito che speriamo possa indicarci la strada giusta, quella che ci spinga verso la migliore convivenza tra turisti e cittadini. Ma non abbiamo nessuna intenzione di snaturare l’anima della città in nome del turismo”.
La didattica a distanza (nota ormai comunemente con l’acronimo DAD) ha recentemente inondato la nostra società, entrando nelle case di milioni di bambini e ragazzi. In questa serie di articoli, che inauguriamo oggi, cercheremo di approfondire alcuni aspetti, tecnologici e non, legati alla DAD. Non avremo alcuna pretesa di completezza, trattandosi di un tema con radici molto profonde, e che coinvolge non solo tecnologia, ma anche e soprattutto pedagogia, gestione dei gruppi, insomma il “fattore umano”. Piuttosto cercheremo di aprire qualche finestra su questo tema complesso e mai così attuale. Oggi ci occupiamo delle tecnologie di base per l’erogazione di didattica a distanza. Il primo aspetto da enfatizzare è la necessità di disporre di una connessione a internet. Questo aspetto può sembrare davvero banale, ma non lo è, se consideriamo che da recenti statistiche il 6% delle famiglie non ha potuto usufruire della DAD proprio a cause di carenze nell’infrastruttura di rete. Su questa base essenziale, la DAD erogata in tempo reale avviene catturando l’audio e il video del docente, mediante l’equipaggiamento audio-video presente ormai in ogni computer, tablet, o cellulare, oppure utilizzando hardware più avanzato (in termini di videocamera e microfono). I dispositivi degli alunni si collegano alla lezione attraverso software dedicati che giocano il duplice ruolo di piattaforme di condivisione (per permettere a più partecipanti di essere presenti in una vera e propria “aula virtuale”) e di streaming (per inviare l’audio e il video ai partecipanti). Alcuni software di base per realizzare questo servizio sono gli ormai famosi Zoom, Teams, e Meet. Offrono tutti simili funzionalità: oltre alla possibilità di seguire la lezione, quella di intervenire (via messaggio o con il proprio audio e video) con meccanismi di gestione del turno che cercano di ricalcare quelle delle aule virtuali (vedi la classica “alzata di mano”), di condividere una presentazione preparata al computer o lo schermo, di attivare lavagne virtuali e collaborative, e così via. Spesso questi software vengono utilizzati o assieme ad altri programmi (come ad esempio “Mentimeter”, per inviare questionari in tempo reale, raccogliere le risposte e visualizzare statistiche), o nel contesto di più ampie piattaforme per la gestione delle classi. Un esempio in tal senso è Meet di Google, spesso utilizzato all’interno di Google Classroom, che supporta l’erogazione di materiale didattico, la consegna dei compiti, e così via. Non abbiamo fin qui però parlato di due aspetti fondamentali. Da un lato il fatto che la DAD apre opportunità e sfide che vanno molto al di là della erogazione di didattica a distanza in tempo reale. Dall’altro lato il fattore umano, pedagogico e di gestione dei gruppi, per far sì che lo strumento tecnologico si trasformi in un vero e proprio servizio. Ne parleremo nei prossimi numeri della nostra rubrica.