Maschere, crostoli e Krapfen: un giovedì grasso all’insegna della leggerezza e dell’allegria per gli “over” del Soggiorno per Anziani Pitsch e il Centro di Degenza S. Antonio. Un gruppo di residenti si è impegnato con le collaboratrici e i volontari alla preparazione delle decorazioni. A colorare l’iniziativa si sono aggiunti i bimbi della scuola materna Regina Elena di Sinigo.
“Le donne ucraine sono colpite in questi giorni da una violenza inattesa, crudele, assurda”, ha ricordato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna. Mattarella ha sottolineato che “tante, troppe sono le donne cadute in questo ingiustificabile conflitto”, ricordando che “nelle guerre le donne pagano sempre prezzi altissimi, come donne, come madri, come compagne di vita”. Il presidente Mattarella ha ricordato le donne “vittime dell’insensatezza della guerra, vittime spesso di brutali violenze”, ma di loro ha anche ricordato “la forza nel dolore e la dignità che si sono sempre rivelate energie insostituibili di resistenza, di coesione, di pacificazione, di ricostruzione”. In queste prime due settimane di guerra anch’io sono stato personalmente colpito dai volti e dalle testimonianze delle donne ucraine, strappate dai loro affetti e costrette alla fuga, a nascondersi, ad imbracciare le armi. In televisione e nelle cronache giornalistiche veicolate dal web, tragicamente penalizzate dalla propaganda, queste donne sono apparse, al contrario degli uomini. Si è trattato di donne tutte e per forza di cose in secondo piano, rispetto ad una guerra proclamata da maschi, gestita da maschi, combattuta da maschi. Tutti noi abbiamo presente il volto del presidente russo, del suo gabinetto di guerra, dei generali, dei negoziatori. Questo ritorno della guerra in Europa sembra aver riportato le lancette della civiltà indietro di un secolo, o forse più. E seconda vittima, annunciata, di questi giorni è l’ONU, messa in secondo piano da anni e ora definitivamente resa irrilevante. Un misfatto – questo – compiuto ahinoi proprio dagli stessi cinque stati che l’ONU l’avevano costituito, divenendone membri permanenti nel consiglio di sicurezza. Non ci resta che consolarci con la solidarietà che in questi giorni sta prendendo piede nella nostra piccola terra tra i monti. Stringendoci alle donne e ai bambini ucraini che stanno giungendo, per chiederci aiuto.
Finito febbraio, è terminato un altro inverno meteorologico secco e mite. I dati finali di questa catastrofe climatica sono disponibili presso l’Ufficio Meteorologico della Provincia e sono ben visibili se osserviamo attentamente i versanti esposti a sud della Val Venosta, della Val d’Ultimo, Wipptal e del Burgraviato, zone, queste, sotto l’influenza costante del foehn e avare di precipitazioni durante quasi l’intero arco della stagione invernale, fatta eccezione per quelle dorsali favorevoli agli sfondamenti da NW. Per non parlare dei ghiacciai, gli anfitrioni per eccellenza dell’alta quota, sempre più ridotti all’osso; il livello dei laghi, di Monticolo, ma soprattutto di Caldaro, con le passerelle di legno sorprendentemente sporgenti dal pelo dell’acqua è l’immagine più eloquente di questo periodo; questa grande siccità la si avverte anche nel colore dei boschi di latifoglie e di larici dall’aspetto rosso marziano. Nel mio ultimo giretto, rigorosamente a piedi da casa fino all’imbocco della Val di Nova, in compagnia del fotografo Paolo Tosi dell’AFNI (Associazione Fotografi Naturalisti Italiani) abbiamo notato flebili sentori del risveglio della natura. Tanta polvere sulle scarpe e foglie secche attaccate ovunque; nel tepore dei vigneti assolati per ritrarre gli Occhi della Madonna, simpatici fiorellini blu già bottinati dalle prime api in cerca di polline; nel silenzio del sottobosco, interrotto da correnti impetuose, che dalle Alpi rincorrevano la bassa pressione presente sul Centro Italia (responsabile delle abbondanti nevicate in Abruzzo) non sono mancate esclamazioni del tipo “ahia”, a causa dei ricci dei castagni che pungevano braccia e gambe dopo ogni tentativo di realizzare una fotografia macro completamente sdraiati. Presenti, seppur in misura meno numerosa del solito, gli esemplari di Hepatica nobilis (fegatelle o erba trinità) e qualche sporadico falso bucaneve, i famosi campanellini. Nei dintorni, più precisamente sulla collina di Tarces, ma in quasi l’intera Val Venosta, come conclusione del carnevale i residenti hanno celebrato lo “Scheibenschlagen”, antichissima tradizione già presente in Assia ed in Austria a partire dal XI secolo. Il rituale del lancio dei dischi ardenti, accompagnato da una preghiera, è una sfida contro l’oscurità per liberarsi dai demoni ed arridersi la fortuna. I dischi di legno realizzati a mano hanno un piccolo foro al centro e vengono infilzati da un lungo ramo; lasciati tra i tizzoni ardenti vengono ripresi e fatti roteare, infine sbattuti contro una pedana per essere liberati nel vuoto. Con il fieno si assembla e tramite dei cavi si issa la Strega, un totem alto una decina di metri a cui, alla fine della cerimonia dei dischi, si darà fuoco per dare il benvenuto alla primavera.
La guerra in Ucraina, ai confini dell’Europa, ha impressionato e impressiona molto. È un conflitto relativamente vicino e questo fa paura. Ma c’è anche una grande solidarietà verso chi fugge. In tutto il continente, anche in Italia e in Alto Adige, ci si organizza per accogliere i profughi che stanno varcando le frontiere.
La crisi Ucraina ci mostra un lato bello delle nostre società. Ovunque nascono iniziative per raccogliere fondi e materiali a favore delle popolazioni colpite della guerra. Persone private e istituzioni mettono a disposizione alloggi per famiglie in fuga. L’Unione Europea è disposta a cambiare i regolamenti in tema di migrazioni e Stati che finora avevano eretto muri e reticolati manifestano la disponibilità ad aprire le porte a chi fugge dalla guerra di Putin. Il lato meno bello sul quale questa crisi ci costringe a riflettere è che, come è stato fatto osservare in questi giorni, sembra che per l’Europa dei diritti umani universalmente riconosciuti esistano uomini di serie A e uomini di serie B. Profughi di serie A e profughi di serie B. Negli anni passati si è potuto verificare più volte, sia a livello globale, che in Europa, che nelle nostre città e paesi, come anche solo un diverso colore della pelle, oppure una diversa appartenenza religiosa abbiano reso a persone, famiglie, lavoratori, profughi difficile e a volte impossibile trovare accoglienza adeguata. Non parliamo di privilegi, ma dello stretto indispensabile. È forse vero che la vicinanza culturale favorisce la comunicazione e l’integrazione. Però il vero fondamento su cui si costruisce la convivenza tra lingue, culture, popoli non è la comunanza culturale ma la consapevolezza di una comune intangibile dignità. Il riconoscersi, direbbe papa Francesco, “Fratelli tutti”. È un tema su cui riflettere fra qualche giorno, quando si aprirà la “Settimana d’azione contro il razzismo”, che culminerà il 21 marzo con la “Giornata per l’eliminazione delle discriminazioni razziali”. “Siamo sempre lo straniero di qualcun altro. Imparare a vivere insieme è lottare contro il razzismo” (Tahar Ben Jelloun). L’accoglienza ai profughi ucraini può essere l’occasione di sperimentare il senso dell’accoglienza alle persone in quanto sorelle e fratelli e a rendere la nostra società più autenticamente solidale.
Il “ventennio” trasformò radicalmente il paesino uscito dalla secolare appartenenza all’impero asburgico. In breve tempo la popolazione aumentò di un terzo sfiorando le 5000 unità. In campo economico, la nuova zona industriale divenne il principale polo occupazionale della “grande Bolzano” fascista. Perfino nel settore agricolo il regime volle svolgere un ruolo da protagonista: sempre un po’ sopra le righe come suo costume. A tal proposito leggiamo sulla “Alpenzeitung” del 16 giugno 1934 un corposo articolo riguardante la bonifica di terreni agricoli a Laives. La “Alpenzeitung” era, detto per inciso, il giornale ufficiale in lingua tedesca delle camice nere e ovviamente celebrava le gloriose imprese della nuova era. “S.E. Marescalchi a Laives” titolò nella rubrica “Aus Bolzano (sic!) Stadt und Land”. Ancora più esplicito il sottotitolo: “La premiazione di benemeriti agricoltori – Visita alle nuove opere di Bolzano.” Quella delle “opere” era evidentemente una vera e propria fissazione dei gerarchi. Non si perdeva occasione di celebrarne la realizzazione. Scrive ancora il giornale: “La distribuzione dei premi agli agricoltori che con duro lavoro sono riusciti a bonificare alcune centinaia di ettari di terreno paludoso non è importante solo per i premiati stessi ma per l’intera popolazione di Laives.” Non dubitiamo di quest’ultima considerazione. Piuttosto, ci chiediamo dove esattamente si trovassero queste “centinaia di ettari” di palude. L’articolista, purtroppo, non ce lo rivela. È comunque evidente che non poteva trattarsi di “centinaia” di ettari di palude dato che tutta la vecchia “Leiferer Au” a suo tempo assegnata al comune di Laives, dal Vurza alla stazione, copriva un’area di circa 100 ettari. A quell’epoca, in cui già il tram attraversava le Part, è noto che lavori di risanamento sono stati eseguiti presso le cosiddette “buse del tram” in zona Galizia e in alcuni terreni adiacenti. Qui c’è stato un riempimento di parecchii metri con fascine e altro materiale per consolidare il terreno. Ma non poteva trattarsi che di alcuni ettari, ai quali sicuramento si aggiunsero altri terreni paludosi sparsi sul territorio. Probabilmente anche dei campi in zona “Costa” sono stati interessati alla bonifica, ma complessivamente la “grande opera” magnificata, se pur meritevole di plauso, doveva riguardare un’area meno estesa di quella annunciata. A meno che l’ettaro fascista non fosse diverso da quello a noi noto. A fine articolo, dopo aver descritto dettagliatamente le altre visite di S. E. Marescalchi in quel di Bolzano, ci viene fornito l’elenco dei premiati: Hafner Carlo, Zanotti Luigi, Pfeifer Giovanni, Villotti Guido, Prezzi Arturo, Ferrari Alberto, Moser Carlo, Heisl Antonio, Hafner Engilberto, Detassis Maria, Prezzi Giuseppe, Bologna Lino, Visintainer Daniele, Erstbaumer Federico, Hafner Ervino, Salvadore Ambrogio, Gruber Carlo, Frasnelli Angelo, Sartori Davide.
Tra le mamme e le nonne che portano i bimbi a giocare al Parco Rosegger, in via Marconi, vicino al Ponte Druso, parco che ospita anche il monumento a Salvo D’Acquisto (vd. Qui Bolzano 24.1.2019), qualcuna si chiederà chi era e cosa fece la persona a cui è dedicato il parco. Diamo qualche notizia. Peter Rosegger, primo dei sette figli di un povero contadino di montagna, era nato il 31 luglio 1843 in Stiria (Austria). Ben presto Peter dovette badare ai fratelli, con vari lavori in casa e nel campo. Riuscì comunque, grazie al maestro Michel Patterer, a imparare a leggere. L’adolescente Peter venne mandato dal maestro sarto Ignaz Orthofer; come apprendista sarto non mostrò gran talento, ma gradualmente Peter Rosegger rivelò talento poetico. Tramite persone bendisposte poté frequentare come uditore straordinario l’Accademia del commercio e dell’industria di Graz, mostrando molto interesse per varie materie, acquisendo molte conoscenze. Pur con poche entrate, iniziò ad acquistare libri, specie su storie di paese. Ben presto iniziò lui stesso a scrivere. Fu nel 1869 che Peter Rosegger iniziò a pubblicare i suoi racconti. Nel 1873 si sposò con Anna Pichler, che nel 1875 morì dopo aver partorito la figlia Anna. Dal secondo matrimonio nel 1879 con Anna Knaur nacquero tre figli. Fu nel 1883 che apparve il romanzo “Der Gottsucher” (Il cercatore di Dio), una delle più importanti opere di Rosegger, che nel 1926 giunse alla 76ma edizione. Non mancarono riconoscimenti e onorificenze, per le numerose opere, tre raccolte di poesie, undici romanzi, dodici racconti, quattro scritti autobiografici. A lui si dedicarono musei, scuole, strade, monumenti, persino un asteroide. Va ricordato il deciso pacifismo di Rosegger, che si richiamava a quanto propugnava il filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804), l’abolizione della guerra come strumento della politica. Peter Rosegger morì nel paese natale, Krieglach, il 26 giugno 1918.
Verso la fine del 2021 ha fatto capolino nei negozi fisici in formato CD e sulle classiche piattaforme digitali in forma liquida, un disco meranese intitolato Pindaric Flights.
Si tratta di una specie di concept album, nella miglior tradizione del progressive rock, che gira attorno a Marco Pantozzi, non uno dei noti musicisti della città in riva Passirio, ma un appassionato di musica che ha avuto il coraggio di fare ascoltare alcune cose che aveva scritto a dei musicisti di razza che hanno deciso di dargli fiducia e lo hanno aiutato a realizzare questo disco. “Deception Store, l’emporio dell’inganno, – ci spiega Pantozzi – non è nato come gruppo, in principio si trattava piuttosto di un progetto mio per cui i musicisti si sono entusiasmati, il nome deriva dall’ultimo verso di One More Time, uno dei brani portanti del disco, uno dei pericolosi voli pindarici del titolo. Poi il nome del progetto è stato translato alla formazione, dal momento che ci muovevamo in ambito progressive rock, pubblicati da un’etichetta specializzata in quel genere, e una delle caratteristiche del progressive è proprio quella di ruotare attorno a delle band piuttosto che attorno a dei solisti.” L’emporio dell’inganno che denomina la formazione è la sala giochi, luogo in cui si sviluppa uno dei voli pindarici del titolo, quello legato alla ludopatia, cantato da Pantozzi con il tono drammatico che si addice alla situazione. I voli pindarici trattati nel disco sono un po’ i sogni più disparati dell’uomo, dal voler vivere la vita a modo proprio cantato nel secondo brano, I Do It My Way, al quello di coltivare un amore a distanza cantato in Distant Lover. “È un lavoro che guarda molto indietro – prosegue Pantozzi –, io ho amato molto la musica degli anni settanta e ottanta; pur non essendo musicista professionista, mi sono dilettato in gioventù con qualche band scolastica e negli ultimi quindici anni mi sono riavvicinato alla musica, dapprima battendo la via delle cover band poi cominciando a pensare a cose mie. È stato Mike Frajria, che in questo disco mi ha aiutato supervisionando l’inglese dei miei testi, a instradarmi nell’uso dei software per realizzare di demo col computer e mi ha dato consigli a livello di composizione.” A questo punto per Marco Pantozzi è stato evidentemente necessario trovare però dei musicisti veri a cui proporre quello che era riuscito ad abbozzare in proprio, dei musicisti che dessero respiro e forma alle sue canzoni.
“Conoscevo bene Joe Chiericati – ci dice –, così ho provato a fargli ascoltare qualcosa. Mi ha detto che secondo lui c’erano delle cose su cui valeva la pena lavorare, così a quel punto mi ha presentato Stefano Nicli che ha coinvolto nell’arrangiamento dei brani e nella produzione delle registrazioni, che abbiamo effettuato a Merano nello studio di Joe. La sezione ritmica è composta dal bassista Teo Ederle, cugino di Joe, e dal batterista Thomas Ebner, in più in, I Do It My Way e nella sua versione in italiano posta a fine disco, c’è la voce di Roberta Staccuneddu”. Il risultato è un disco dalle molte sfaccettature e dalle molte influenze. Su tutte è evidente l’amore del leader per i Pink Floyd di Roger Waters, sia per l’idea del concept che per certi approcci vocali e musicali, però ascoltando con attenzione il disco si rivela molto vario e se da un lato Chiericati ci era già noto per escursioni musicali di questa scuola, con le sue tastiere che si muovono tra psichedelica colta e prog rock, è invece una sorpresa scoprire il poliedrico Nicli emulare David Gilmore e Bryan May, apparentemente distanti anni luce da quel blues che è da sempre la sua casa sicura. “Il disco – conclude Pantozzi – è pubblicato e distribuito dalla Ma.Ra.Cash Records, specializzata in prodotti prog rock. Si tratta di un’etichetta indipendente che ha canali di distribuzione in tutto il mondo: è stata una sorpresa vedere siti russi e giapponesi che parlano del nostro disco, leggere recensioni francesi e americane. Certo non si tratta di un mercato mainstream, ma coloro che lo seguono sono uno zoccolo duro di appassionati che oltretutto sono molto legati al supporto fisico più che alla musica digitale online. Per questo motivo c’è stata anche una certa cura della veste grafica, di cui si è occupato Gigi Cavalli Cocchi, che come musicista è noto per il suo lavoro con Ligabue, ClanDestino e CSI, ma che è anche un grande illustratore. È stato proprio Gigi, tra l’altro, a indirizzarmi alla Ma.RaCash Records, per cui anche lui pubblica anche lui con i Mangala Vallis.” Il disco è stato presentato dal vivo, naturalmente a Merano, al Teatro Puccini, in occasione dell’uscita, ma, sperando che la situazione si normalizzi un po’, con la bella stagione è probabile che i Deception Store possano prendere parte a qualche festival specializzato promosso proprio dalla loro casa discografica.
Il “ventennio” trasformò radicalmente il paesino uscito dalla secolare appartenenza all’impero asburgico. In breve tempo la popolazione aumentò di un terzo sfiorando le 5000 unità. In campo economico, la nuova zona industriale divenne il principale polo occupazionale della “grande Bolzano” fascista. Perfino nel settore agricolo il regime volle svolgere un ruolo da protagonista: sempre un po’ sopra le righe come suo costume. A tal proposito leggiamo sulla “Alpenzeitung” del 16 giugno 1934 un corposo articolo riguardante la bonifica di terreni agricoli a Laives. La “Alpenzeitung” era, detto per inciso, il giornale ufficiale in lingua tedesca delle camice nere e ovviamente celebrava le gloriose imprese della nuova era. “S.E. Marescalchi a Laives” titolò nella rubrica “Aus Bolzano (sic!) Stadt und Land”. Ancora più esplicito il sottotitolo: “La premiazione di benemeriti agricoltori – Visita alle nuove opere di Bolzano.” Quella delle “opere” era evidentemente una vera e propria fissazione dei gerarchi. Non si perdeva occasione di celebrarne la realizzazione. Scrive ancora il giornale: “La distribuzione dei premi agli agricoltori che con duro lavoro sono riusciti a bonificare alcune centinaia di ettari di terreno paludoso non è importante solo per i premiati stessi ma per l’intera popolazione di Laives.” Non dubitiamo di quest’ultima considerazione. Piuttosto, ci chiediamo dove esattamente si trovassero queste “centinaia di ettari” di palude. L’articolista, purtroppo, non ce lo rivela. È comunque evidente che non poteva trattarsi di “centinaia” di ettari di palude dato che tutta la vecchia “Leiferer Au” a suo tempo assegnata al comune di Laives, dal Vurza alla stazione, copriva un’area di circa 100 ettari. A quell’epoca, in cui già il tram attraversava le Part, è noto che lavori di risanamento sono stati eseguiti presso le cosiddette “buse del tram” in zona Galizia e in alcuni terreni adiacenti. Qui c’è stato un riempimento di parecchii metri con fascine e altro materiale per consolidare il terreno. Ma non poteva trattarsi che di alcuni ettari, ai quali sicuramento si aggiunsero altri terreni paludosi sparsi sul territorio. Probabilmente anche dei campi in zona “Costa” sono stati interessati alla bonifica, ma complessivamente la “grande opera” magnificata, se pur meritevole di plauso, doveva riguardare un’area meno estesa di quella annunciata. A meno che l’ettaro fascista non fosse diverso da quello a noi noto. A fine articolo, dopo aver descritto dettagliatamente le altre visite di S. E. Marescalchi in quel di Bolzano, ci viene fornito l’elenco dei premiati: Hafner Carlo, Zanotti Luigi, Pfeifer Giovanni, Villotti Guido, Prezzi Arturo, Ferrari Alberto, Moser Carlo, Heisl Antonio, Hafner Engilberto, Detassis Maria, Prezzi Giuseppe, Bologna Lino, Visintainer Daniele, Erstbaumer Federico, Hafner Ervino, Salvadore Ambrogio, Gruber Carlo, Frasnelli Angelo, Sartori Davide.
Mescolate tutti gli ingredienti del craquelin con la spatola in una bastardella. Quando il composto è omogeneo stendete la pasta con il mattarello a uno spessore di 2 mm tra 2 fogli di carta forno. Conservate in frigorifero.
Preparate la crema pasticcera: in una bastardella montate i tuorli con lo zucchero e aggiungete la maizena. Mettete il latte nella casseruola, versate metà del latte sul composto di tuorli, zucchero e maizena e lavorate con la frusta. Mettete il composto nalla casseruola e scaldate a fuoco vivace, sempre mescolando energicamente. Quando il composto si addensa, continuate a mescolare. A partire dall’ebollizione calcolate 3 min di cottura per litro di latte. Fermate la cottura e incorporate il burro fuori dal fuoco. A fine cottura aggiungete la pasta di pistacchio. Trasferite il tutto in un recipiente, coprite con la pellicola a contatto e mettete in frigorifero.
Predisponete una teglia rivestita di carta forno. Preparate la pasta per bignè: scaldate il forno a 230 °C. Mettete in una casseruola latte, acqua, sale, zucchero e burro. Portate ad ebollizione facendo sciogliere bene il burro. Quando il composto inizia a montare, togliete la casseruola dal fuoco, versate la farina tutta in una volta e mescolate con la spatola. Questo primo composto si chiama Panade. Quando la panade è omogenea, livellatela sul fondo della casseruola e rimettete sul fuoco senza mescolare. Appena sentirete sfrigolare, muovete la casseruola per osservare il fondo: se si forma una pellicola sottile e uniforme l’impasto è sufficentemente asciutto.
Mettetela in una tasca da pasticcere (bocchetta n. 10) e modellate 20-25 bignè del diametro di 4 cm distanziandoli bene. Dorate con l’uovo.
Estraete il craquelin dal frigo, staccate il primo foglio, girate e togliete anche l’altro. Con un tagliapasta da 3 cm di diametro ricavate dei dischi e disponeteli sui bignè.
Scaldate il forno a 230 °C. Riducete il calore a 170 °C e infornate. Aprite brevemente il forno dopo 20 min. Fate raffreddare i bignè su una gratella.
Emulsionate la crema pasticcera con la frusta per qualche min. Con una bocchetta scanalata, forate la base dei bignè. Riempite di crema una tasca da pasticcere (bocchetta n.6) e farcite i bignè con i due terzi della crema. Il bignè è ben farcito quando si gonfia nella mano. Usate la crema rimasta per decorare la sommità dei bignè con la tasca dotata di una bocchetta scanalata. Terminate con un pistacchio.
INGREDIENTI
Per 20-25 Bignè
Pasta per Bignè 100g di acqua 100g di latte 90g di burro 2g di sale, 2g di zucchero 110g di farina 200g di uova (4 uova)
Doratura 1 uovo sbattuto
Craquelin 35g di burro a pomata 45g di cassonade 45g di farina
Crema pasticcera 1 litro di latte 200g di tuorli 240g di zucchero 100g di maizea 125g di burro 40g di pasta di pistacchio
In provincia di Bolzano la preoccupazione per la situazione internazionale è stemperata dalla grande operosità di amministrazioni locali, associazioni di volontariato e semplici cittadini, impegnati a favore delle donne e dei bambini ucraini, che stanno cominciando ad arrivare.
Dalla pandemia all’emergenza profughi dall’Ucraina, senza soluzione di continuità. In provincia di Bolzano ci si attrezza per reggere l’impatto dell’esodo che ha portato, finora, già quasi 2 milioni di ucraini a lasciare il loro paese in tutta fretta, quasi sempre portando con sé solo con pochi effetti personali. Finora i profughi, per la stragrande maggioranza donne e bambini, si sono riversati nei paesi confinanti con l’Ucraina, ovvero Polonia, Romania, Slovacchia e Moldavia, ma si prevede un arrivo massiccio anche negli altri paesi europei dove da anni la presenza di immigrati di origine ucraina è massiccia. Per quanto riguarda l’Italia, lo ricordiamo si tratta di circa 230 mila persone di cui 2 mila in Alto Adige. Non si tratta solo di ricongiungimenti familiari, perché la guerra sta portando anche molte altre donne ucraine a lasciare il loro paese, per un tempo più o meno lungo e comunque legato non solo alla durata della guerra ma anche alla situazione più o meno pacifica che si verrà a creare, in caso di caduta dell’attuale governo presieduto da Volodymyr Zelensky. In ogni caso l’Unione europea nei giorni scorsi ha deciso di attivare per la prima volta una direttiva rimasta dormiente per vent’anni, e questo è avvenuto proprio mentre il Parlamento europeo era a un passo dal cancellarla. Si tratta della direttiva 55 del Consiglio dell’Unione europea del 20 luglio 2001, che consente oggi ai profughi di ottenere la cosiddetta protezione temporanea, evitando che le procedure per la tradizionale richiesta di asilo mandino in tilt la burocrazia dell’accoglienza nei singoli paesi. Fino ad oggi lo strumento è sempre stato negato dall’Europa, anche di fronte alle richieste dell’Italia e alla recente crisi afghana. I profughi dall’Ucraina quindi, fin da ora, potranno contare su un riconoscimento immediato del loro status, una misura che ha la durata di un anno ed rinnovabile fino a un massimo di due. Le donne ucraine che arriveranno avranno dunque anche la possibilità di lavorare, mentre i minori che giungeranno con loro o – anche e purtroppo – da soli, frequenteranno le nostre scuole. Nei giorni scorsi a Bolzano si è già riunito il Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, e in tale sede i rappresentanti del governo, delle forze dell’ordine e delle amministrazioni locali, hanno già delineato un piano per la gestione dell’arrivo dei profughi. Mentre in tutta la provincia si stanno cercando strutture da mettere a disposizione, a Bolzano è in corso di predisposizione un Infopoint che verrà realizzato nei pressi della stazione Flixbus, vicino alla Fiera, che fungerà anche da centro di prima accoglienza. Il centro verrà gestito dalla protezione civile che si coordinerà anche con l’Azienza Sanitaria per l’importante passaggio della vaccinazione anticovid dei profughi. Intanto anche le intendenze scolstiche si preparano ad accogliere i minori. Lì un grande sforzo dovrà essere messo in campo anche per attivare in tempi brevi un’imporante task force sotto forma di centri linguistici.
ANCHE MERANO E BASSA ATESINA CI SONO
La gara di solidarietà coinvolgendo tutta la provincia. Ecco quanto sta avvenendo nel Brugraviato e nella zona più meridionale dell’Alto Adige.
La Bassa Atesina fa la sua parte nella gara di solidarietà per aiutare l’Ucraina. Diversi privati e albergatori stanno rispondendo alla richiesta di alloggio per i profughi, mentre grazie al tam tam dei gruppi Facebook tante persone generose si sono messe a disposizione per convogliare la raccolta aiuti. In prima linea c’è anche il Comune di Laives. “Insieme agli altri Comuni della provincia, anche qui a Laives stiamo raccogliendo le informazioni sulle strutture e appartamenti disponibili per accogliere i profughi dall’Ucraina. Già diversi privati si sono offerti, compreso qualche albergatore” ci ha detto il Sindaco di Laives, Christian Bianchi, precisando che “alcuni profughi sono già qui, giunti per vie autonome perché potevano appoggiarsi a parenti e conoscenti”. Chi avesse disponibilità di posto può chiamare il numero 0471 595800 o scrivere all’indirizzo e-mail: sindaco@comune.laives.bz.it. Anche a Merano è il sindaco, Dario Dal Medico, a sintetizzare l’impegno del capoluogo del Burgraviato. “Ci sono due canali: uno che parte dai singoli cittadini e quello ufficiale a cui sta lavorando lo staff del Comune. Per quanto riguarda le iniziative private, che sono sempre notevoli e sono caratterizzate da uno spirito di solidarietà, stiamo raccogliendo un elenco di abitazioni che i cittadini stanno mettendo a disposizione del prossimo: sono già parecchie le persone che offrono un posto per dormire. Nel frattempo il Comune si sta muovendo assieme alla Provincia e alla Prefettura per gestire l’accoglienza dei profughi in strutture che hanno offerto la loro disponibilità: alberghi, strutture gestite da enti che svolgono attività di volontariato, ma anche case di riposo, che sono parzialmente disponibili perché funzionano a metà servizio per mancanza di personale.” Anche a Merano, come a Bolzano, non manca un indirizzo email (helpucraina@comune.merano.bz.it) al quale ci si può rivolgere per chiedere informazioni oppure offrire il proprio aiuto.
LA CITTA’ DI BOLZANO E’ PRONTA PER ACCOGLIERE
Fin dai primi giorni della guerra in Ucraina il capoluogo si è preparato per l’arrivo dei profughi, segnalando la struttura dei Bagni di Zolfo e sostenendo le iniziative dei cittadini per la pace.
Con il 24 febbraio, giorno d’inizio della guerra in Ucraina, il Comune di Bolzano si è subito attivato nella prospettiva dell’accoglienza dei profughi. Ce lo conferma l’assessore alle politiche sociali Juri Andriollo. “Come prima cosa con Azienda Servizi sociali abbiamo fatto una ricognizione delle strutture di accoglienza. Ci sarà una forte migrazione di persone che vogliono salvarsi la vita, ma bisogna già pensare al fatto che questo esodo con ogni probabilità avrà conseguente stanziali. I profughi ucraini vorranno tornare a casa appena possibile, ma lo faranno solo se le condizioni lo permetteranno. La nostra ricognizione ha riguardato le strutture esistenti, la loro saturazione e una valutazione in merito all’idoneità degli spazi per target previsto, costituito per la quasi totalità da donne e bambini. Com’è noto si stanno muovendo anche Governo e Provincia. Il sistema di accoglienza si basa in sostanza sulla la riapertura dei cosiddetti Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria), già attivati negli scorsi anni durante le precedenti ondate di profughi, da Medio Oriente e Africa. Naturalmente occorre trovare un modello per gestire la situazione. Le nostre verifiche in questi giorni hanno riguardato anche le derrate alimentari di cui disponiamo e altri aspetti, come la riserva di gasolio per riscaldare le case di riposo. Per l’accoglienza il Comune di Bolzano farà tutto quello che è possibile, ma dovremo contare anche sulla disponibilità da parte di privati, disposti sia a mettere a disposizione strutture rientrando nel sostegno economico ad hoc predisposto dallo stato, ma anche a titolo gratuito. A questo proposito è stata predisposta la email support.ukraine@comune.bolzano.it alla quale è possibile segnalare eventuali disponibilità. Anche la scuola dovrà fare la sua parte. Noi come Comune capoluogo abbiamo la competenza solo sugli asili nido, ma faremo tutto quanto è necessario. In ogni caso l’impatto sarà davvero molto grande, è importante che tutte le località della provincia stavolta facciano davvero la loro parte.” Il Comune di Bolzano ospita a cadenza quasi quotidiana presidi e fiaccolate per la pace, nonché raccolte viveri per l’Ucraina. Quando abbiamo chiesto all’assessore Andriollo se l’amministrazione comunale solidarizza con tali iniziative l’assessore ha risposto così. “Noi siamo i cittadini! La libertà e la democrazia sono conquiste quotidiane. Il nostro modello di società non concepiva la guerra neanche più come un elemento e ora invece viene riportata indietro sulla dimensione dell’animalità dell’uomo. è come durante il nazismo: il più forte contro il più debole. Il tessuto sociale della città di Bolzano è estremamente vivace e sano. La città è molto solidale e lo è fino in fondo. Ora lo dimostrerà, come è sempre accaduto. è un segnale della salute della nostra democrazia che ci deve rendere orgogliosi.”