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Mese: Aprile 2022
Interesse pubblico
In Alto Adige il periodo che stiamo vivendo è quantomeno convulso, dal punto di vista della politica locale. Al punto da surclassare come effetto deflagrante sia il precedente scandalo Sel che quello sui cosiddetti “vitalizi”. Il sommovimento è tuttora in corso e i colpi di scena si susseguono, a cadenza quasi giornaliera. Una sola cosa è certa: il locale sistema dei partiti per la prima volta viene messo in discussione in maniera radicale. Forse uno dei motivi è la consapevolezza, da parte dei politici, che negli ultimi mesi stava venendo meno il “patto” con l’elettorato.
Questo aspetto viene fotografato in maniera impietosa dalla recente indagine dell’Astat (Istituto Statistico della Provincia), dedicato a “Priorità politiche e coesione sociale”. Sui temi segnalati dagli intervistati avremo modo di tornarci. Nell’indagine quello che ci interessa evidenziare è invece proprio l’evidente calo della fiducia da parte dei cittadini residenti nei confronti delle istituzioni politiche locali (Comuni, Provincia, Regione). Tra il 2018 e il 2022 la perdita è stata dell’8% per i comuni e del 6% per Provincia e Regione. E questo a fronte di un’inaspettata crescita del gradimento nei confronti di Stato Italiano (+5%) e Unione Europea (+6%).
La democrazia rappresentativa in provincia di Bolzano è dunque in una vera e propria crisi di sistema, che non risparmia nessuno. Che fare?
Forse a tutti, politici, giornalisti ed elettori, a questo punto farebbe bene il ripasso di un concetto base, quello di “interesse pubblico”. Per interesse pubblico in diritto si intende l’interesse proprio della pluralità o collettività di individui che è la comunità costitutiva dell’ordinamento giuridico di riferimento, considerata come unità. Pluralità, collettività, comunità, unità. Queste parole fanno tutte riferimento alla priorità che dovrebbe essere una stella polare per tutti, politici ed elettori.
Sia ben chiaro, non vogliamo in questo modo demonizzare gli interessi privati che, nei modi previsti dalla legge, possono e anzi devono poter essere rivendicati e perseguiti.
Ma ci permettiamo però di osservare che il “bene comune”, l’onestà e la coerenza, debbano comunque prevalere. Sempre. E questa è una responsabilità che tocca ognuno di noi, senza eccezioni.
Autore: Luca Sticcotti
Storia di una “radio a colori”
Chi ha superato gli “anta” se la ricorda bene: negli anni in cui l’offerta in FM non era esattamente ricchissima, un gruppo di meranesi gettò le basi per la prima radio libera in lingua italiana, “Radio Maia”. Ecco la sua genesi, raccontata in prima persona da uno dei pionieri dell’epoca.
C’è stato un periodo, che definire pionieristico è ancora poco, in cui si fece il grande salto nel buio di quelle che venivano chiamate le “radio libere” e – ancora prima che la legge lo consentisse – “radio pirata”.
A Merano il primo che ci provò, era più o meno il 1976, fu Christian Chindamo che fondò la “Freie Südtiroler Welle” (Fsw). Ma in un fienile nella “profonda” Maia Bassa, in via Fink, una coppia di “visionari”, Alberto Ansoldi e Franz De Bertoldi, già tramavano per provare a mettere in piedi una radio privata che trasmettesse in lingua italiana.
Nacque così “Radio Maia”. Le dotazioni tecniche erano una malconcia antenna sul tetto, che irradiava malamente il proprio segnale nemmeno a tutta la città, un mixer, due giradischi, un microfono e un registratore. Quando arrivò un mitico “Revox” (registratore ad alta fedeltà dell’epoca), fu grande festa. Con le sue bobinone poteva mandava musica h24, o meglio fino a quando… il nastro non finiva.
Il tutto era nel fienile di un maso, sotto di noi le mucche.
In quel fienile entrai per la prima volta, insieme all’amico Renzo Gatti, per trasmettere un programma che mandava canzoni dei Beatles con i nostri commenti.
Da lì in poi fu tutto un crescere, anche se in mezzo a molte difficoltà.

DAL FIENILE AL CASTELLO
La radio traslocò in una sede più degna, ma non ottimale, in via Schaffer, e grazie ad un tecnico competente come Luciano Cirolini piazzammo l’antenna a Castel Verruca da dove finalmente il segnale di “Radio Maia 100,100 Megaherz” arrivava a tutta la città. Si acquistarono alcune apparecchiature per costruire una sala di regia con “di là dal vetro” lo studio per le dirette, e arrivò soprattutto un team affiatato di ragazzi che iniziò a fare trasmissioni di notiziari, rubriche, programmi di approfondimento con ospiti in studio e telecronache dirette dall’ippodromo e dallo stadio del ghiaccio, e più tardi anche dai campi di calcio. Ci coordinava Pino Rossi, che poi sarebbe stato anche sindaco della città.
Molti ovviamente i programmi musicali e anche i quiz con premi in palio per il pubblico affezionato che ci seguiva. C’era un team di amici che si riuniva a casa di uno di loro e ci sfidava azzeccando sempre tutte le risposte: si riconosceranno senz’altro in questa citazione perché molti di loro sono ancora a Merano.
UNO SPOT VINCENTE
Un giorno mi venne in mente di dire durante un programma di intrattenimento musicale, che “Radio Maia era la prima emittente a trasmettere a colori” e da allora fu sempre così. L’idea era quella che la vivacità e l’inventiva che ci caratterizzavano dovessero far uscire dall’altoparlante delle radio voci e musica delle quali si potessero percepire i colori, appunto.
In quella radio ho fatto di tutto: dalle pulizie fino al redattore e conduttore del Giornale radio, passando per il dj, il promoter di pubblicità e realizzatore dei jingle. Ore e ore di lavoro, fino a notte fonda e l’indomani via al lavoro per poi tornare il prima possibile alla radio.
Citare nomi e cognomi di chi ha vissuto quella fantastica esperienza è impossibile perché così tanta gente è passata dentro a quelle mura che ricordarla tutta è impresa titanica. Mi perdoneranno quindi tutti, se cito solo quelli con i quali ho avuto più “vicinanza”. Nella redazione giornalistica c’erano Mariano Moser, Stefano Job, Luciano Vincenzi, Giampiero Garozzo, Nerio Zaccaria, Maurizio Visintin.
Nei programmi di intrattenimento Onorio e Susy Satto, Gianni Elsner divenuto poi famoso a Roma con la sua Radio Luna, Verena Giovanazzi e Walter Sorrenti, Daniela Moscorelli e in tempi successivi l’indimenticabile Medy Vinci e Franco Maranghi, e chissà quanti altri ne dimentico…

DALLA FUSIONE AL TRAMONTO
La radio visse alterne vicende fino ad arrivare alla fusione con Radio Telenord del mitico Tullo Guiglia con i suoi figli e la signora Margherita Toscano, acerrimi nostri rivali per molti anni e poi entrati nella stessa famiglia, dopo la scomparsa del “signor Tullo”, come tutti lo chiamavano. Dalla fusione nacque “Radio 69” che poi lasciò Merano per stabilirsi a Bolzano e diventare “Radio Vox”.
Si era ormai negli anni ’90 e così il nome di “Radio Maia 100.100 Mhz” scomparve nel nulla. Il ricordo del quale vado più orgoglioso è la redazione: la gente ci ascoltava, facevamo informazione vera e avevamo in studio ospiti che ci tenevano a parlare dai nostri microfoni, perché eravamo bravi, competenti. Per il Gr facevamo collegamenti telefonici dai luoghi che la cronaca giornaliera ci suggeriva, dagli stadi facevamo le dirette prima con i mitici telefoni a gettone con le linee che cadevano sempre mentre si era in onda.
Poi vennero i collegamenti fissi fatti con le linee della Sip, la Telecom di allora. Per parlare con la regia, prima di andare in onda, usavamo dei telefoni a manovella, quelli da campo! Altri tempi, altra tecnologia, altro spirito e tanta nostalgia.
Di tutto quel lavoro pionieristico non rimane traccia purtroppo, se non nei cassetti di qualche ex: scarsissime le foto, nessuna registrazione. Da uno di quei cassetti è emerso l’adesivo, raro cimelio, testimonianza di un’impresa pionieristica.
LE RADIO LIBERE IN ITALIA
In Italia fino al 1974 i privati non potevano aprire una stazione radio, la legge riservava allo Stato l’esercizio esclusivo della radiodiffusione circolare. Le uniche eccezioni, dopo la caduta del regime fascista, erano state Radio Sardegna (1943-1952) e Radio Ferrara (per alcuni mesi del 1946). Si ascoltava la radio pubblica (Radio Rai) e si guardava la televisione pubblica (Rai TV). Solo nel Nord Italia potevano essere ricevute in FM le tre emittenti estere che trasmettevano in lingua italiana: Radio Capodistria, Radio Monte Carlo e Radio Svizzera Italiana.
Nei primi anni ’70 sull’esempio del Regno Unito, nacquero le prime radio pirata. Nel 1974 intanto la Corte Costituzionale concesse ai privati la facoltà di trasmettere via cavo in ambito locale: fu la prima storica sentenza contro il monopolio statale. La trasmissione via etere però rimaneva interdetta ai privati, ma sentendo che i tempi stavano cambiando, alcuni pensarono che prima o poi sarebbero state liberalizzate anche le trasmissioni via etere. Senza aspettare un successivo pronunciamento, furono aperte in alcune città italiane radio private via etere.
Gli apparecchi che gli italiani avevano in casa erano in grado di ricevere sia la modulazione di ampiezza (AM) che la modulazione di frequenza (FM). Però gli italiani erano abituati ad ascoltare la sola AM. Le radio private sfruttarono le potenzialità dell’FM, che presentava pregi e difetti. Un limite era l’ampiezza geografica: difficilmente un’emittente poteva coprire un’intera provincia. Le radio libere trasformarono questo limite in punto di forza: nacquero programmi indirizzati a pubblici facilmente individuabili. I punti di forza delle radio libere erano invece la possibilità di utilizzare tecnologie nuove come la stereofonia (in questo precedettero la stessa Rai) e l’interattività con gli ascoltatori, che vennero coinvolti direttamente dando loro la possibilità di telefonare nel corso dei programmi fornendo opinioni e commenti, oppure dando loro la possibilità di scegliere brani musicali di loro gradimento. Nel 1976 arrivò una seconda, decisiva, sentenza della Corte Costituzionale: venne liberalizzata la trasmissione via etere in ambito locale. Le radio libere ebbero così copertura legale; da allora poterono moltiplicarsi su tutto il territorio nazionale.
Autore: Enzo Coco
Ecco i narcisi!
A pochi chilometri da Merano c’è un posto davvero incantevole, una nicchia fiorita assolutamente imperdibile. Dalla città del Passirio la si può raggiungere con l’autobus 201, quello diretto a Bolzano, o viceversa dal capoluogo altoatesino verso Merano, scendendo a Postal, alla fermata dell’Associazione Turistica, proprio in prossimità dell’Hotel/Ristorante Muchele. Da lì si imbocca la stradina che sale verso la montagna, vicolo Maier; percorsa interamente, si incrocia via della Chiesa e si gira a sinistra; si prosegue per poco meno di 500m fino a raggiungere la parrocchia Santa Croce; subito dopo gli alti cipressi che la delimitano si gira ancora a destra e ci si mantiene su via della Chiesa per altri 45-50 minuti circa di cammino fino a raggiungere il Wieslerhof.
Naturalmente, si può anche salire in auto, perché la strada, seppur stretta e piuttosto ripida in certi tratti, è asfaltata: ma giunti alla meta ci accorgeremmo che i posti auto sono limitati, pertanto sarebbe opportuno scegliere un mezzo di trasporto alternativo e più ecologico come le nostre gambe. Questo è davvero il periodo ideale per progettare ed organizzare questo giretto e presto… saprete il perché!
Per chi ama la natura, i colori caldi, i profumi e l’irrefrenabile gioia che la primavera sa regalarci – e non solo per chi è appassionato di cromoterapia – resterà sbalordito dal mare di onde gialle, proprio in prossimità del maso Wiesler. La storia – reperibile su internet – narra che il proprietario Johann Laimer, ex giardiniere, dal 1999 gestisce e cura circa 200 castagni sparpagliati su 3 ettari di terreno adiacenti al maso e vicini ad alcuni filari di viti ; ma quello che non si legge fra le righe è che non si è accontentato delle castagne; è andato oltre, con sensibilità verso la natura, creatività ed ingegno di un’anima nobile. In un mondo ormai dalla deriva, in cui anche gli insetti impollinatori sono a rischio di estinzione, è davvero incredibile imbattersi in 18000 bulbi di narcisi, che sono approssimativamente centoquarantamila fiori, posti a dimora sotto ai suoi castagni. Bulbi che proprio in questo periodo sono all’apice della fioritura. Si tratta di narcisi della varietà Dutch master ovvero narciso a trombetta. Per non parlare poi che tutto il materiale di scarto degli alberi, quali rami, foglie e ricci vengono trinciati e sparpagliati nel sottobosco lungo le varie stradine di questo angolo fiorito, come i contadini fanno con le andane nei campi, e mentre si cammina, attratti dal giallo dilagante, i nostri passi accarezzano un terreno soffice e morbido; quindi niente più bruciature di scarti vegetali che appestano l’aria, che producono co2 e alimentano l’inesorabile riscaldamento climatico ormai irreversibile. Per innaffiare cotanta bellezza ci sono degli irrigatori a pioggia posti nel castagneto e qua e là si incontrano api e soprattutto bombi visitare le antere di ogni fiore e caricarsi di polline. Il luogo è apprezzato anche da fotografi, semplici curiosi, ciclisti e amanti della natura e della cucina tradizionale sudtirolese.
Autore: Donatello Vallotta
La convivenza tra i gruppi è un tema? Sì. E un tabù.
L’Istituto provinciale di statistica (ASTAT) ha creato quest’anno un “panel probabilistico” dal titolo “Così pensa l’Alto Adige”, per rispondere “alle esigenze di un’informazione rapida su diverse tematiche, mantenendola affidabile e imparziale”. Dalla rilevazione dello scorso febbraio emergono considerazioni interessanti.
I risultati sono stati pubblicati la settimana scorsa in un documento dal titolo “Priorità politiche e coesione sociale”. Lo studio affronta le questioni da diversi punti di vista. Cerca di misurare la soddisfazione dei cittadini nei confronti dei servizi e la fiducia nelle istituzioni e nelle persone con compiti di interesse comune. Con numeri che devono far riflettere.
Merita considerazione l’elenco dei temi che le persone considerano importanti. Ai primi posti troviamo la salute, l’ambiente e i cambiamenti climatici, il sistema pensionistico, l’istruzione, le disuguaglianze sociali e il traffico. La sicurezza, tema molto gettonato negli anni passati, è oggi solo al settimo posto.
Un’attenzione particolare va data al fatto che oltre due terzi dei cittadini considerino la convivenza etnica un tema molto o abbastanza importante. Tra tutti gli intervistati solo il 6 per cento sostiene che la convivenza tra i gruppi linguistici non sia una questione di rilievo. Il 47 per cento ritiene che “per questo in Alto Adige si è già fatto molto”, il 40 per cento è convinto che “su questo la politica locale dovrebbe impegnarsi maggiormente” e il 7 per cento pensa che il tema c’è ma va affrontato a livello nazionale o internazionale.
Questi dati stonano non poco con il fatto che questa dimensione – le relazioni tra gruppi, lingue e culture – sia quasi scomparsa dall’agenda delle istituzioni che organizzano e animano la vita della popolazione altoatesina. In certi casi la “questione etnica” è vissuta come un tabù, è perciò negata con stizza e chi la solleva considerato un turbatore dell’ordine costituito.
Naturalmente non c’è nulla di più efficace per coltivare (e un domani far scoppiare) una bomba che negarne l’esistenza.
Autore: Paolo Bill Valente
“Le guerre non scoppiano all’improvviso”
Per molti lo scoppio della guerra in Ucraina è stato un fulmine a ciel sereno, ovvero un doversi confrontare, ancora una volta, con morte e distruzione provocate da uomini contro uomini, stati contro stati. Per cercare di capire quello che sta succedendo abbiamo intervistato il prof. Stefano Petrungaro, un bolzanino che insegna all’Università di Venezia e che da sempre si occupa a livello storico dell’Est Europa e delle sue inquietudini geopolitiche, su cui ha scritto diversi libri.
Lei insegna storia dell’Europa Orientale. Si è occupato di rivolte contadine asburgiche, di marginali sociali, ma soprattutto dei numerosi conflitti e nazionalismi che caratterizzano i Balcani e l’Est Europa. Che idea si è fatta dei motivi che hanno portato all’invasione russa in Ucraina? Molti si sono detti sorpresi, ma è davvero così?
Le guerre non scoppiano mai dal giorno alla notte, perché richiedono lunghi e attenti preparativi, a partire dalla predisposizione degli armamenti e dell’opinione pubblica. È questo anche il caso del conflitto in corso: sono anni che Putin lancia segnali in tal senso, a parole, come nei fatti. Il progetto è quello di autocelebrarsi come colui che ha riparato il torto subito dalla Russia al momento della dissoluzione dell’Unione sovietica, quando perse il controllo sugli ampi territori di alcuni ex paesi satelliti. L’Ucraina, poi, occupa tradizionalmente un posto particolare nel pensiero nazionalista russo.
Ciononostante, che Putin si sarebbe deciso a portare un attacco militare proprio con queste modalità, non era scontato. Così come non lo era l’andamento del conflitto. D’altronde, la conoscenza del contesto aiuta senz’altro a capire, ma non deve portare a un approccio deterministico, che spiega tutto come conseguenze automatiche delle premesse. Occorre piuttosto lasciar spazio alle congiunture, all’imprevisto, al caso, e anche alle sorprese. E chissà quali ci riserverà il prossimo futuro.
Quando dall’Italia pensiamo all’Europa dell’Est facciamo ancora fatica a definirne i contorni. Le divisioni che hanno caratterizzato la guerra fredda pesano ancora, evidentemente. Specie per quanto riguarda il confine orientale, che è sempre apparso “mobile”. Storicamente qual è il vero rapporto dell’Ucraina con l’Europa?
L’Ucraina è parte integrante di quello spazio che si usa definire europeo. Che sia difficile tracciarne i confini, come giustamente notava, è del tutto inevitabile, perché quei confini non esistono in natura, non vanno semplicemente individuati e riconosciuti, ma sono mere costruzioni sociali. È per questo che i confini, quello europeo-orientale incluso, sono “mobili”: perché dipendono dai mutevoli rapporti di forza politici, nonché dalle mappe mentali e culturali che alimentano e legittimano quei rapporti. Da un punto di vista storico, non è particolarmente originale far presente che i legami culturali, commerciali, economici di lungo periodo delle regioni ucraine sono strettissimi non solo con l’impero zarista, ma anche con quello ottomano, asburgico, con il mondo mediterraneo e oltre. Forse è più interessante ragionare sul piano delle rappresentazioni e dei discorsi: gli ucraini vengono percepiti come europei, la guerra che lì ha luogo è avvertita come qualcosa che ci riguarda, e non solo a causa di una prossimità geografica e nemmeno solo per via della possibilità (quanto realistica, sarebbe da discutere) di un allargamento del conflitto. In gioco ci sono proprio quelle mappe mentali che costituiscono le identità collettive, un “noi” che include gli ucraini, e che sta determinando anche i modi della reazione al conflitto e dell’accoglienza ai profughi, dimostrando ancora una volta l’eurocentrismo e il razzismo che connota gli atteggiamenti delle società europee nei riguardi di altri conflitti e flussi di profughi.
Quando gli analisti cercano di spiegarci quanto sta avvenendo in Ucraina, un elemento chiave è sempre rappresentato dai nazionalismi. è un meccanismo che in Alto Adige conosciamo, ma in un grande paese come l’Ucraina naturalmente la situazione anche da questo punto di vista è molto più complessa. è possibile spiegare, in poche parole, in cosa differiscono i nazionalismi dell’Europa dell’Est da quelli “nostri”, ovvero italiano e sudtirolese?
In poche parole: in nulla. Ma la domanda è importante, perché rimanda a una tradizione di pensiero che individua una presunta dicotomia tra i nazionalismi europeo-occidentali e quelli europeo-orientali, “civici” (ossia democratici, inclusivi e in una parola: “buoni”) gli uni, “etnici” (e violenti e intolleranti; in una parola: “cattivi”) gli altri. Ma non è così. Uno sguardo attento e privo di pregiudizi noterà elementi “civici” ed “etnici” in ogni forma di patriottismo e nazionalismo.
La Russia è un macrocosmo con il quale negli ultimi tre decenni l’Europa e l’Occidente hanno avviato un dialogo e una collaborazione, che in gran parte ha anche dato frutti positivi, soprattutto dal punto di vista economico. In che misura e a quali condizioni secondo lei la Russia nel prossimo futuro troverà il modo di relazionarsi con la propria parte di anima intrinsecamente e storicamente europea?
Effettivamente, prima di parlare russo l’aristocrazia dell’Impero zarista parlava francese. Successivamente, nel corso dell’Ottocento, sono sorti dei filoni di pensiero contrapposti rispetto al rapporto che la Russia moderna avrebbe dovuto intrattenere con l’Europa occidentale: secondo gli uni, detti “occidentalisti”, ci si poteva e doveva ispirare a certi sviluppi sociali e politici occidentali, mentre altri, detti “slavofili”, erano piuttosto rivolti al recupero dell’“originaria” anima e cultura russa. Arricchisce il quadro il fatto che già l’impero zarista, poi anche l’URSS e oggi la Russia post-sovietica, contemplino amplissimi territori asiatici, e non è un caso se si sia sviluppato un ulteriore filone di pensiero, identitario e politico-economico, detto “eurasiatico”, che complica il quadro dei rapporti tra Russia e paesi occidentali. Cosa succederà di preciso in futuro non lo sappiamo, ma la società russa, le sue istituzioni culturali e quelle economiche, non vogliono e non possono isolarsi dall’Europa. Anche per questo è necessario porre fine al conflitto e ragionare in termini radicalmente diversi, ossia nei termini del rispetto reciproco e della convivenza. L’alternativa è quella della distruzione reciproca, come drammaticamente testimoniano le immagini delle rovine, del passato come quelle attuali.
Autore: Luca Sticcotti
Vite a cavallo di un secolo
Raccontare le piccole grandi storie di uomini e donne: con questo intento è nato il progetto “Un secolo di vita ad Ora”. Anche se non sono quelle di persone celebri e famose, queste storie tracciano trame vivaci, che da Ora si espandono all’Alto Adige per toccare le grandi vicende storiche del Novecento.
L’iniziativa, che ha preso il via un paio di anni fa, ha già raccolto 15 biografie di personaggi che hanno abitato a Ora o sono stati comunque strettamente legati al paese. Le biografie hanno trovato spazio nel bollettino comunale, in forma ridotta, come estratti, ma prossimamente verranno pubblicati per intero, corredati di documentazione fotografica.
Come accennato, le storie raccontate da “Un secolo di vita a Ora” non sono quelle di celebrità, ma di “persone di tutte le età, appartenenti a diversi gruppi linguistici e provenienti dai più disparati ceti sociali” spiegano gli organizzatori del progetto della Bildungsausschuss di Ora. A proposito: al progetto collaborano Martin Crepaz, Donatella Vivian, Thomas Winnischhofer e Christian Pernter. Irene Hager, mediatrice culturale, è invece la coordinatrice, insieme alla storica Adina Guarnieri. Ci siamo fatti raccontare da Hager come ha avuto l’idea e quali saranno i passi futuri.

L’INTERVISTA
Come nasce “Un secolo di vita ad Ora”?
Qualche anno fa sono tornata a vivere ad Ora, paese natale di mia mamma, e ho sentito l’esigenza di saperne di più sul paese; per me è importante conoscere la storia del posto in cui vivo – come dice lo studioso Sven Lindquist, conoscere la storia “locale” aiuta a capire anche quella del mondo, e fenomeni più ampi. E poi fa parte della mia formazione personale.
In che senso?
Come mediatrice culturale ho lavorato per molti musei locali e mi piace scovare le storie racchiuse dentro gli oggetti, i luoghi e le persone. A Ora manca un museo e del resto i musei sono costosi. Ma volevo comunque “scavare” nella storia e quindi ho pensato a questo progetto, che ho presentato alla Bildungsausschuss di Ora.
E come è stato accolto?
Sono stati subito d’accordo! Si è formato un team di lavoro di persone di Ora e abbiamo coinvolto anche una storica, Adina Guarnieri, per noi era importante. Abbiamo deciso di concentrarci sugli ultimi cento anni, per restringere il campo delle ricerche storiche – arrivare fino al medioevo sarebbe stato interessante, ma anche molto impegnativo. Abbiamo poi definito un ampio spettro dei settori da cui “pescare” le storie: mestieri, famiglie, turismo, religiosità, trasporti…

Come vi siete messe sulle tracce delle storie?
Anche se non si tratta di un progetto di “oral history” è stato importante parlare con molte persone, poi la pandemia ha reso tutto più difficile perché per questo tipo di storie ci vuole il dialogo di persona e al telefono non era semplice.
Quali sono le storie che vi hanno colpito di più?
Grazie al progetto, lo scorso gennaio abbiamo messo in luce i destini di Martin Krebs e Ida Kaufmann, vittime della Shoah, deportati e assassinati a Auschwitz e gli abbiamo dedicato le due pietre d’inciampo a Ora. Questo è un grande risultato, che non ci aspettavamo quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto (abbiamo parlato di questa storia nel nr.2 del 27 gennaio scorso, ndr).
Un’altra storia è quella di Heinrich “Heindl” Ritsch, classe 1923, che gestiva un’officina di bici a Ora. Negli anni ’60 fu coinvolto, con altri uomini della Bassa nel gruppo della BAS; Befreiungsausschuss Südtirol (BAS), ma non fece mai esplodere nulla. Grazie alle ricerche su Ritsch è stato possibile rintracciare un deposito di materiale esplosivo che non si conosceva a Montanerbachl.
Anche la storia di Fritz von Fioreschy è interessante perché spiega molto del nostro paesaggio agricolo e della sua organizzazione; Fioreschy nasce come viticoltore, ma dopo la crisi della prima guerra mondiale decide di “riconvertirsi” e dedicarsi alla coltivazione delle mele e al commercio frutticolo.
Altre curiosità?
Cambiando settore, c’è Robert Ladurner, acconciatore di Ora, che aveva lasciato il Sudtirolo con la sua famiglia a 14 anni come optante. Dopo una giovinezza travagliata, sposò una parrucchiera irlandese e aprì un salone nell’Irlanda del Nord, a Belfast, con il nome altisonante di “Antonio de Paris”. Ebbe un successo immediato e mise addirittura mano alla chioma della divina Elizabeth Taylor. E poi c’è Antonia Bertoluzza.
Chi era?
È stata maestra ad Ora, dove era un personaggio noto: i vecchi abitanti la ricordano come una signora anziana, con il casco in testa, sfrecciare in sella al vecchio motorino tra le vie.
Sembra un personaggio molto “particolare”…
Si! Donatella Vivian, che ha ricostruito la sua storia racconta che Antonia Bertoluzza era una dei tanti figli della prima guerra, forse figlia di un graduato dell’esercito asburgico e di Stefania Bertoluzza, figlia dell’ostetrica del paese. Aveva avuto un’infanzia serena, le zie, soprattutto la zia Alice, infermiera e la nonna, che le dedicavano attenzioni e cure. Mentre Antonia cresceva in questo piccolo ambiente di paese, affidata alle amorevoli cure delle zie e della nonna, sua madre si era trasferita in Sicilia. Di qui inizierà per Antonia una giovinezza tra Nord e Sud perché la mamma ad un certo punto decide di portarla con sé in Sicilia.
Dopo le iniziali difficoltà, Antonia si adatta alla nuova lingua e al cibo in seguito studia come maestra. Da maggiorenne coglie però l’occasione di andare a studiare in Austria e tornare in Alto Adige. Insegnerà a Olmi, a Fontanefredde e anche a Ora. È morta nel 2006 a Ora, e viveva da sola, dopo la pensione si era ritirata in una grande casa con giardino. Non essendo una grande cuoca, andava spesso a pranzo al ristorante “Turmwirt”. Molti la ricordano come persona autonoma, che amava raccontare della sua giovinezza intercalando vocaboli in siciliano.
A proposito, la lingua non era un problema…
Qui a Ora ci sono sempre state famiglie bilingui da generazioni, in cui era naturale parlare italiano e tedesco, perché in molti avevano legami in Val di Non, Trento, Valsugana. La lingua non è mai stata considerata un elemento di divisione, fino all’avvento del nazionalismo. Inoltre, abbiamo dedicato una ricerca ad hoc agli “italiani di Ora” (su cui torneremo prossimamente, ndr).
E come prosegue il progetto?
Abbiamo raccolto 15 biografie e continueremo ad ampliare l’archivio con una biografia all’anno. Al momento stiamo lavorando alla pubblicazione delle storie sul sito internet www.auerora.it corredate da ricerche fotografiche d’archivio.
Non resta che augurare buon lavoro e aspettare le prossime “singole storie a cavallo della grande storia”, come le definiscono alla Bildungsausschuss di Ora.
Autrice: Caterina Longo
La piazza dedicata all’artista Maria Delago
è dal 29 marzo 2010 che, all’incrocio tra Via Weggenstein, Via Vintola e Via Andreas Hofer, esiste la piazzetta Maria Delago. Chi era e cosa fece? Nata l’11 gennaio 1902 a S. Leonardo in Passiria, trasferita a Merano nel 1910, vi frequentò la “Bürgerschule”, scuola femminile privata delle Dame Inglesi. Nel 1920 si diplomò al Liceo pubblico femminile Prosl. Sentendo sempre forte la sua passione di artista, frequentò dal 1924 al 1926 la Scuola d’arte e mestieri del Museo Austriaco per l’arte e l’industria di Vienna: poté così dedicarsi alla professione di ceramista e scultrice, e lo fece a Bolzano, dove si trasferì nella Villa Perathoner, con la madre la sorella Frieda. Rilevata la fornace della ditta Pichl in via Museo, vi allestì un piccolo atelier. Con i suoi lavori si fece conoscere a Bolzano e in altre località dell’Alto Adige, ma ben presto anche all’estero. Nel 1931, lavorando in una fabbrica di ceramica a Maastricht, allestì figure di profeti e altri plastici, e una Via Crucis in ceramica per la chiesa conventuale di Schiedam presso Rotterdam. Con un altro lavoro a rilievo, del 1933, raffigurante Gesù che cammina sulle acque, abbellì la Villa Scherin a Schwabing presso Monaco di Baviera, città dove Maria Delago frequentò per due semestri l’Accademia di Arti Figurative. Morta la madre nel 1945, Maria Delago considerò come sua famiglia il “Südtiroler Künstlerbund”, istituito anche grazie al suo aiuto nel 1947, e con cui collaborò fruttuosamente. Nel dopoguerra installò una fornace moderna in uno spazioso atelier nella Heinrichstrasse; fu ammirata in patria e all’estero per le ciotole, i vasi, le statuine e le acqueforti, creò plastici in ceramica e bronzo anche per chiese e cappelle, scuole e case private. Nel 1964 le fu conferito il Premio Walther von der Vogelweide. Per il suo lavoro viaggiò molto; fu il 10 febbraio 1979 che, dopo visite in Pusteria e a Bressanone, nel viaggio di ritorno si ferì mortalmente nello scontro con un’altra macchina. Fu sepolta nel cimitero di Oltrisarco.
Autore: Leone Sticcotti
Aspettando la “Ringpromenade”
Piano piano il progetto di connessione delle passeggiate intorno alla conca di Bolzano sta prendendo forma. Vi proponiamo il punto della situazione, presentandovi la mappa del percorso e sentendo l’assessora comunale all’ambiente.
A metà marzo il consiglio comunale ha approvato il Piano del Verde del Comune di Bolzano: un programma che punta ad un aumento del verde pubblico fruibile in città per una Bolzano più green e più attenta all’ambiente e alla biodiversità.
Il Piano, in capo al vicesindaco e assessore ai lavori pubblici Luis Walcher e all’assessora all’ambiente Chiara Rabini, rappresenta gli obiettivi di sviluppo sostenibile in una sorta di guida verso il 2030. Nella lista degli interventi suggeriti nel Piano, spicca la proposta di realizzare una “Ringpromenade”, una passeggiata pedonale continua di 33 km attorno alla città. Si tratta di un progetto di grande attrattiva per i turisti, ma soprattutto per i bolzanini, presentando un percorso circolare intorno alla conca del capoluogo. Immaginiamo solo quale valvola di sfogo avrebbe potuto rappresentare nei lockdown trascorsi, durante i periodi di confinamento nel comune di residenza!
Incuriositi da questa proposta, abbiamo incontrato l’assessora all’ambiente Chiara Rabini. All’incontro hanno partecipato anche il dott. Paolo Bellenzier, direttore della ripartizione pianificazione e sviluppo territoriale, e l’architetto Esther March dell’ufficio pianificazione territoriale.

L’INTERVISTA
Come nasce il progetto Ringpromenade?
Nasce dal Piano del Verde, commissionato allo studio Land di Milano – diretto dall’architetto e paesaggista Andreas Kipar – una società esperta anche a livello internazionale oltre che nazionale, che ha realizzato moltissimi piani verdi per altre città.
Ci preme sottolineare che il Piano è frutto del processo di partecipazione che abbiamo attivato e che è stato organizzato e gestito da Sabina Frei, una professionista che si occupa di sviluppo organizzativo e di comunità. Sotto la sua guida siamo andati nei quartieri, abbiamo organizzato dei workshop a cui, oltre ai consiglieri di quartiere, hanno partecipato anche gli stakeholder (i soggetti portatori di un interesse specifico nei quartieri, ndr). Da questi incontri è emersa la necessità dei cittadini di voler fruire del verde intorno alla città e sono arrivate delle proposte specifiche per ogni quartiere.
Dalle idee e dalle proposte emerse, lo studio Land ha fatto le opportune verifiche geografiche e geologiche ed elaborato un possibile percorso. Sono anche stati individuati dei possibili collegamenti, che permettano di accedere dai singoli quartieri alla Ringpromenade.
Un altro elemento centrale, emerso da diverse discussioni con i cittadini, è la necessità di avere un maggiore contatto con l’acqua. Lo studio ne ha tenuto conto, cercando di fare proposte per aprire le rogge che ancora passano in città, e di metterle di nuovo a disposizione della cittadinanza. Anche per la Ringpromenade sono previsti dei passaggi vicino ai corsi d’acqua, ove possibile.
Importante sarà anche l’uso temporaneo delle aree dismesse, come l’areale ferroviario, quando inizieranno i lavori. Il Piano ci consente di essere preparati quando dovremo affrontare queste questioni.

Con il passaggio sotto la A22 che collega il Ponte Briscola alla zona Salewa, il municipio è riuscito a trovare un accordo con la Fercam dell’imprenditore Thomas Baumgartner. Ma per chiudere il circuito della Ringpromenade, il Comune dovrà trovare un accordo con i contadini e – a giudicare per esempio dall’annoso problema del passaggio, chiuso, in via della Vigna o dalla recente comparsa di un cancello al parco del Katzenbach in prossimità del Rio Rivellone a Rencio – la questione non si prospetta così rosea.
La maggior parte dei tratti già esiste. Molti sul fondovalle già sono pedociclabili e per collegare la località Cactus, dopo San Maurizio su via Merano, al percorso all’altezza di Ponte Adige, ci sono delle strade consorziali e lì si tratta di trovare una soluzione di compatibilità tra pedoni ed attività agricola. I percorsi tratteggiati sulla mappa indicano che la situazione è da verificare con i consorzi.
Ci sono indicazioni sui tempi? Quando potremo avere una Ringpromenade completa?
In sede di approvazione, il sindaco ci ha promesso che anche per i prossimi anni ci avrebbe concesso i finanziamenti per poter mettere in opera i lavori. Sono previsti moltissimi interventi che si possono realizzare in più anni, e molto dipenderà dalle risorse che avremo a disposizione. Un elemento da non trascurare è che il Piano del Verde è un documento che ci mette nelle condizioni di partecipare a progetti importanti, non ultimo quelli per attingere a fondi europei e internazionali per la rigenerazione del verde e la rigenerazione urbana.

IL PERCORSO
Il percorso sarà lungo 33 chilometri e sfrutta anche i sentieri e le vie pedociclabili esistenti: partendo dal centro storico, il percorso passa per la Via S. Osvaldo, imbocca la salita della omonima passeggiata e prosegue fino a Castel Roncolo, poi devia verso sud fino all’altezza del Rio Fago per salire in quota lungo la Passeggiata del Guncina; l’itinerario prosegue a mezza costa fino a sopra l’abitato di S. Maurizio e da lì scende a valle fino a raggiungere la località Cactus (in fondo a Via Merano). Da qui a Ponte Adige il tratto è ancora in via di definizione, ma si sa che poi sfrutta il percorso esistente fino a Ponte Briscola e il sottopassaggio che porta in zona Salewa, fino ad arrivare alla chiesetta di San Giacomo. Da lì il tracciato è quello della passeggiata che, passando da Castel Flavon, porta al Virgolo e poi scende fino alla stazione a valle della funivia del Colle (su questo tratto ci sarà da intervenire). Il percorso poi prosegue attraverso i Piani per portare a Via S. Osvaldo.
Autore: Till Antonio Mola
Albert “Knox” Mair: rock indipendente dalla Val Passiria
All’anagrafe si chiama Albert Mair, ma fin dai tempi della scuola superiore lo hanno chiamato Knox e dopo un paio di dischi classificati come dark-folk alla testa degli Undertaker’s Mom (azzeccatissimo nome considerando il genere musicale e gli argomenti trattati nei testi), visto che tutti lo conoscono così, ora ha deciso di debuttare come solista proprio usando quel nom de plume che gli è rimasto appiccicato addosso per tanti anni.
The Head, The Heart & The Fear è il titolo del disco, uscito nei primi giorni dell’anno ed è una buona prova all’insegna di un indie rock che paga dazio alla musica americana riletta però attraverso un sound molto moderno e coeso.
“Dopo aver terminato il secondo disco con gli Undertaker’s Mon – ci spiega Knox –, si è reso necessario prendere una pausa, il nostro fisarmonicista non era più interessato alla nostra musica, la cantante nel frattempo è diventata mamma e quindi il tempo a disposizione per la musica non era più quello di prima. Anche il bassista ha un bimbo, così è successo che il gruppo si è fermato. Io però avevo tanti brani e non volevo lasciarli nel cassetto”.
Ascoltando il disco risultano evidenti le influenze musicali del nostro, si va dal rock più tipico (con tanto di assoli in stile David Gilmour) ad atmosfere più minimali, a brani strumentali d’impronta country/bluegrass, quello che fa la differenza è la grande coesione sonora, segno della maturità artistica dell’autore, che dimostra di avere le idee ben chiare su come devono suonare le sue canzoni, tutte caratterizzate da testi introspettivi non propriamente d’argomento solare.
“Sì – ci dice –, spesso mi ritrovo a riflettere sulle cose che mi succedono, come credo avvenga a tutti, bisogna spesso fare i conti con argomenti come la morte e la separazione, intesa un po’ in tutti i sensi. Per quanto riguarda le influenze, fin da piccolo mi è piaciuta un sacco la musica americana, ma ho ascoltato anche Pink Floyd e Led Zeppelin, e tra i miei preferiti ci sono anche i Porcupine Tree e credo che un po’ di tutto questo sia andato a finire nella musica che faccio. La chitarra acustica è lo strumento che mi piace di più ma suono anche il basso, il banjo, il mandolino. Mi pace anche l’elettrica, ma con l’acustica sono maggiormente a mio agio. È la mia dimensione. Se ho tempo, fin dalla mattina, quando mi alzo, mi dedico un po’ alla chitarra, prima di colazione, quando tutto è calmo: così la giornata non può che cominciare nel migliore dei modi.”
Il disco è stato registrato nello studio in collina di Markus McMayr, che oltre a suonare la batteria ne è il produttore insieme a Knox stesso. La collaborazione e la stima reciproca tra i due musicisti è di lunga data: Knox ha registrato da McMayr anche i dischi degli Undertaker’s Mom: “Con Markus c’è una bella intesa, mi trovo bene da lui e lui riesce a capire alla perfezione come i brani suonano nella mia testa e quindi come farli suonare anche fuori. Sono rimasto con lui anche per il missaggio e il mastering. È stato lui a suggerirmi di coinvolgere nelle registrazioni Valerio De Paola, in un primo tempo solo come bassista, perché secondo lui se ci fosse stato qualcun altro io avrei potuto concentrarmi maggiormente sulle chitarre. Poi però Valerio ha avuto qualche buona idea da apportare al progetto, così oltre al basso ha suonato qualche tastiera e ha pure aggiunto delle chitarre. L’idea di chiamarlo è stata ottima, una gran scelta di Markus.”
Nel disco c’è anche la voce di Barbara Ladurner, la cantante degli Undertaker’s Mom, che duetta e costruisce ottimi cori alle spalle della voce di Knox, per un brano però il cantante ha voluto come ospite un amico, Paul B Movie (un altro nom de plume) della band meranese Bad bastrads, in cui Knox stesso ha suonato per un anno come mandolinista.
“Quando ho scritto questo brano, My Imaginary Dog – conclude Knox –, sapevo già che avrei voluto la voce di Paul. Ora spero di poter fare un po’ di promozione e già qualcosa si sta muovendo per fare dei concerti in estate. Il disco comunque è disponibile sulle classiche piattaforme in formato download digitale, mentre in forma fisica è distribuito dalla Three Saints Records di Herbert Pixner”.
Autore: Paolo Crazy Carnevale