L’intelligenza artificiale non è ancora tra noi

Stiamo assistendo ad una nuova ondata di articoli sensazionalistici sul tema dell’intelligenza artificiale generale (in inglese AGI: “ artificial general intelligence”), con cui si descrivono sistemi informatici capaci di mostrare intelligenza a livello umano in campi diversi. Il termine “generale” indica proprio la capacità di questi sistemi di competere con gli umani non su uno specifico compito (come ad esempio giocare a scacchi o a Go, dove i computer sono ormai campioni indiscussi), ma su un qualunque compito che, in termini umani, richiede di esibire una qualche forma di intelligenza. Una delle più complesse palestre per l’AGI è quella del linguaggio naturale. È proprio sul tema del linguaggio naturale (in inglese NLP: “natural language processing”) che si concentrano molti articoli sensazionalistici, principalmente focalizzandosi sul fatto che una recente generazione di algoritmi per reti neurali (in termini tecnici, chiamate “transformer”) mostra incredibili capacità di generazione del testo, anche in risposta a domande formulate da umani. Famosissime ormai sono le reti transformer BERT e GPT-3, ma nei quotidiani di questi giorni l’enfasi è il loro successore LaMDA, di Google, che avrebbe addirittura portato al licenziamento di un ingegnere di Google. Il motivo? L’ingegnere avrebbe violato le politiche di privatezza dell’azienda, dichiarando che LaMDA è a tutti gli effetti una intelligenza senziente. Al di là degli aspetti di marketing e pubblicità che ormai permeano l’intelligenza artificiale, è importante ricordare come funzionano questi sistemi: secondo principi statistici, applicati all’immensa quantità di testi disponibili su web. Vengono infatti allenati su una moltitudine di testi imparando, data una frase incompleta, distribuzioni di probabilità su quale parola successiva aggiungere per continuare la frase in modo compiuto. I risultati sono stupefacenti e in molti casi rendono queste reti capaci di generare testi complessi, di senso compiuto, e diversi da quelli su cui si sono allenate, ma altrettanto spesso li portano a generare testi senza senso. Queste reti falliscono, ad esempio, quando il tema del discorso è quello del “ragionamento di senso comune”. Questo non dovrebbe stupire: imparare distribuzioni di probabilità non ha nulla a che fare con imparare come funziona il mondo che ci circonda e quali leggi lo governano (ad esempio, banalmente, che se un oggetto viene messo in una scatola non può magicamente sparire da essa a meno che non succeda qualcosa). Riconoscere la differenza tra un essere in grado di utilizzare il linguaggio per parlare del mondo, e questi sistemi che sono a tutti gli effetti dei “pappagalli stocastici”, richiede arguzia, mentre superficialmente si può essere in effetti ingannati. Meglio ricordarcelo ancora una volta, in questo mondo di fuochi (più che di intelligenze) artificiali.

Autore: Marco Montali

Come la brace sotto la cenere

In questi giorni trent’anni fa si concludeva una delle fasi di sviluppo della (pacifica) convivenza tra i gruppi linguistici dell’Alto Adige. Il Governo austriaco (l’11 giugno del 1992) rilasciava la cosiddetta “quietanza liberatoria” con la quale prendeva atto dell’attuazione dell’Accordo di Parigi da parte dello Stato italiano.

L’autonomia altoatesina si fonda su due pilastri giuridici importanti quasi contemporanei. Il primo è l’Accordo di Parigi del 1946, che impegna l’Italia a garantire i diritti culturali delle minoranze linguistiche altoatesine, in modo specifico di quella di lingua tedesca. Il secondo è l’articolo 6 della Costituzione (approvato nel 1947): “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”.
Quando nel 1960 l’Austria ritenne che lo Statuto di autonomia del 1948 e in particolare la sua attuazione avessero tradito lo spirito dell’Accordo di Parigi, la questione fu portata davanti alle Nazioni Unite, le quali esortarono i due Stati a trovare una soluzione condivisa. Il percorso fu irto di ostacoli poiché si confrontavano due nazionalismi con i loro pregiudizi e le loro riserve mentali (che sussistono ancora oggi). Però nel 1969 fu raggiunto il consenso che portò al secondo Statuto di autonomia, la cui attuazione non fu breve. Da quel 1960 passarono dunque 32 anni finché i due Governi poterono dichiarare chiusa la vertenza.
A trent’anni di distanza da quella stretta di mano la “via altoatesina” è indicata come modello per analoghe situazioni. Michelle Bachelet, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, nel suo intervento di qualche giorno fa ha detto che l’Alto Adige è “un esempio di come la tutela del patrimonio linguistico e culturale e la pacifica convivenza tra le minoranze siano traguardi possibili per risolvere i conflitti”, sottolineando “l’importanza di un’azione politica tempestiva per individuare i problemi nel contesto dei diritti umani”.
Chi vive l’Alto Adige sa che la pacifica convivenza nel rispetto dei diritti di tutti non è affatto un dato acquisito una volta per tutte. Pensare e affermare che il problema sia definitivamente risolto è il modo più sicuro per tenerlo vivo come la brace sotto la cenere.

Autore: Paolo Bill Valente

La “schmutzige Laives” e “Großbolzano”

Se le vie del Signore sono – a quanto si dice – infinite, quelle del duce erano quantomeno lastricate. E non di buone intenzioni ma, per quanto riguarda la sopravvivenza del comune di Laives, di tinte fosche. Ci salvò, in un certo senso, la sciagura bellica.
Ma andiamo con ordine. “Systemierung der Straßen” titola un articolo dell'”Alpenzeitung” (giornale fascista in lingua tedesca) del 29 agosto 1941 – anno XIX della “nuova era”. Laives era un paesino rurale di antiche tradizioni ma, da sempre, aveva nelle strade il suo punto debole: perfino la gloriosa “imperial-regia strada postale” era tutta una buca, polverosa e, soprattutto, pericolosa per via della gentaglia che vi trovava rifugio. Non parliamo delle altre vie, che con questa formavano la nota “crosara”: quella verso Pietralba e quella verso la stazione. Tutte strade colabrodo, imbiancate di polvere, spesso intransitabili. Laives, “das schmutzige Dorf di una volta”, scrive l’articolista”, “avvertì l’impellente bisogno di sistemare le proprie vie comunali.” E fin qui nessuna obiezione. Prosegue poi il pezzo: “La sua (di Laives – NdR) pessima fama non è un mistero per nessuno, le centinaia di migliaia di pellegrini che ogni anno si recano a Pietralba sono testimoni involontari dell’arretratezza di questo villaggio ai piedi della montagna sacra, su cui la Madonna da quattro secoli ha eretto il proprio trono”. Madonna o non Madonna, qui il colpo mira dritto al cuore. Infatti, poche righe dopo, il cronista arriva al punto: “Basta parlare di schmutziges Laives – ora Laives sarà una bella cittadina, anche se questo nome non gli è certo stampato in fronte e non appare in nessun documento ufficiale.” Che vorrà dire? Ce lo spiega subito, l’ispirato autore: “Siamo convinti che Laives non sarà mai una città autonoma. Le toccherà la sorte della rinomata località di cura Gries, con la quale formerà la Grossbolzano del futuro”.
Hai capito! Un futuro che, a ben vedere, riporta al passato, quando Laives, Dodiciville e Gries facevano parte del “grande” municipio di Bolzano. E in attesa del “trapasso”, ci si era rimboccati le maniche per tirare a lucido il paesino. “Vorremmo che Laives, villaggio immerso nei suoi vigenti e nei frutteti in fiore, si preparasse in modo adeguato a questo appuntamento con la storia!” Giusto. Ad ogni cerimonia il suo abito. All’appuntamento con la storia non si va certo in “grembial” e scarpe impolverate. Neanche nella schmutzige Laives.
Detto questo – e non ci pare poco – il cronista torna al suo selciato. “La sistemazione delle strade non è stata eseguita per ragioni estetiche (e ci mancherebbe altro) ma per ragioni di pubblica utilità. Nessuno poteva immaginare che i lavori sarebbero stati eseguiti con questa celerità in un periodo bellico come questo, in cui il raggiungimento di traguardi ben più elevati assorbe tutti i nostri sforzi. Ma con gioia abbiamo potuto assistere alla posa dei cubetti di porfido sullo sfondo sabbioso, e sembrava che i cubetti stessi volessero a loro volta rendersi utili al progresso e al raggiungimento di traguardi storici della nostra nazione”.
Conclude infine il giornale: “Chi ora percorre via Damiano Chiesa, o via Roma (oggi Kennedy), non può che ammirare lo splendore dell’opera eseguita. E la via Pietralba, che ora sale maestosa fino al “Grüner Baum? Ora le migliaia di visitatori del nostro paese potranno finalmente esclamare: “Laives ist nicht wieder zu erkennen – Laives non è più la stessa”. Considerazione, questa, che peraltro facciamo nostra, ogni volta che torniamo nel nostro paese.

Autore: Reinhard Christanell

Laives si prepara per una “pazza estate”

Dopo due anni di restrizioni e limitazioni finalmente anche Laives è pronta a tornare in piazza per trascorrere in compagnia e divertimento i prossimi caldi mesi estivi. Il Comune ha ideato e preparato un programma di eventi facenti parte della rassegna denominata “Pazza Estate”. 

Ce n’é davvero per tutti i gusti e per tutte le età: dalla grande musica con i concerti in strada, agli spettacoli di danza e teatro, dal cabaret agli sketch comici e tanto altro. Un mix di dieci appuntamenti che da giugno a settembre è pronto ad animare Laives, San Giacomo e Pineta in maniera gratuita. Tanta la soddisfazione dell’assessora al sociale Claudia Furlani e del sindaco Christian Bianchi: “Queste serate e iniziative ci mancavano. Dopo due anni, vogliamo proprio che queste belle cose tornino a riempirci la vita”, spiegano.
La rassegna si aprirà sabato 18 giugno con lo spettacolo delle scuole di ballo locali in piazzetta Municipio che coinvolgerà adulti e bambini. Parallelamente, lungo la vicina via Kennedy, spazio alla musica dal vivo e a laboratori “di strada” condotti da artisti che disegnano sull’asfalto e che saranno a disposizione dei curiosi per spiegare e mostrare loro come realizzano le opere con questa tecnica particolare e molto scenografica.
A luglio le danze si apriranno venerdì 1 con uno degli appuntamenti più attesi e principali della rassegna: al Black Box in zona Galizia sarà ospite la famosa cantante Alexia, “regina” della musica dance internazionale anni 90 e vincitrice a Sanremo 2003 con il brano “Per dire no”, che farà cantare a squarciagola e ballare tutti i presenti.
Due settimane dopo, il 15 luglio sempre in piazzetta Municipio, le attenzioni saranno rivolte al duo comico Franz&Bepi. Per l’occasione verrà dato spazio anche alle associazioni sportive del territorio che avranno la possibilità di far conoscere le proprie attività alla cittadinanza. Anche in questo caso, non serve nemmeno dirlo, tanta musica da vivo e stand per bere e mangiare.
Il calendario di luglio si chiuderà sabato 23 luglio a Pineta con la sfilata dei carri del gruppo carnevalesco che presenterà il carnevale estivo, un remake del classico appuntamento di febbraio che è stato però cancellato causa Covid. Il corteo si sposterà lungo via Brennero e in piazzetta don Domenico Penner.
Il mese più caldo dell’anno, agosto, si aprirà con l’appuntamento di venerdì 5 dedicato soprattutto ai più piccoli. A Pineta verrà installata la cupola della scienza dove con oltre trenta postazioni si potranno toccare con mano i giochi di un tempo per mostrare alle nuovissime generazioni cosa si faceva quando non esisteva ancora il cellulare.
Il giorno dopo, sabato 6 agosto, si torna al Black Box con lo spettacolo di cabaret dell’artista Claudia Penoni, nota per la sua partecipazione sul palco di Zelig.
Sabato 13 agosto spazio alla musica dance con il tradizionale appuntamento al Lido di Laives, dove i ragazzi potranno cantare e ballare a bordo piscina tra un tuffo e l’altro.
Venerdì 19 serata dedicata al cabaret con la coppia “Prantl & Prantl”, mentre sabato 27, a San Giacomo, appuntamento con la magia della danza acrobatica, tessuti aerei e cerchi.
La rassegna si chiuderà venerdì 2 settembre con un super ospite: Paolo Hendel, attore, comico e campione della più pungente satira della realtà sociale e politica del nostro paese. Non possiamo quindi che augurare una buona estate e buon divertimento a tutti!

Autore: Alexander Ginestous

Tre noir in salsa bolzanina

Forse parlare di una scuola bolzanina del genere poliziesco è prematuro rispetto alle consolidate scuole di genere di altre regioni e province (pensiamo a Milano, a Bologna, alla Sicilia, al Veneto), ma non si può negare che anche l’Alto Adige, nel suo piccolo abbia il suo valido manipolo di autori: pensiamo ai gialli di Lenz Koppelstätter ambientati in un Sudtirolo a metà strada tra il dark e la promozione da cartolina (tipo le produzioni della Film Commission Altoatesina), a quelli ben educati e non privi di humor del compianto Umberto Gandini (di cui è stata annunciata una raccolta di inediti) o a quelli mozzafiato di Luca D’Andrea.
Negli ultimi mesi hanno fatto la loro comparsa in libreria ben tre romanzi noir degni di nota e ambientati nella nostra regione, tutti rigorosamente scritti da autori nostri, anche se trapiantati altrove.

L’ultima madre
Autore: Alex Boschetti
Alphabeta

Alex Boschetti, bolzanino di stanza a Bologna, con L’ultima madre è giunto al suo terzo romanzo e – rispetto alle black comedy che lo avevano preceduto – mette sul piatto un noir a tinte forti, ambientato nella zona popolare di Bolzano e in Val Sarentino. Un noir psicologico con al centro una figura femminile dal destino tragicamente segnato e una storia di tremenda attualità che arriva a toccare argomenti drammatici come la violenza domestica e la xenofobia, senza dimenticare un certo disagio giovanile. La storia è ben architettata e ben localizzata: Boschetti, pur abitando a Bologna da molti anni torna spesso a Bolzano e prima della scrittura di questo romanzo ha fatto una full immersion totale nella Bolzano popolare. La trama si svolge tutta sotto gli occhi di un antipatico commissario di polizia che sembra più uno spettatore esterno impotente che non un attore della vicenda.

La parola amore uccide
Autori: Jadel Andreetto e Guglielmo Pispisa
Rizzoli

Bolognese di lungo corso è anche un altro bolzanino, Jadel Andreetto, per anni una delle colonne del collettivo di scrittura Kai Zen insieme al compare Guglielmo Pispisa: i due, dopo una prima notevole uscita sotto il nome de plume di Marco Felder sono tornati in libreria coi loro nomi di battesimo e con un avvincente romanzo intitolato La parola amore uccide. La scrittura dei due è molto fluida, la storia mette sul piatto due indagini differenti seguite dai due protagonisti, mai perfetti e sempre sopra le righe: l’ispettore Rottensteiner (consumato e disilluso, oltre che profondo conoscitore della propria terra) e l’agente scelto Tanino Barcellona (pivello dal cuore grande e bolzanino di recente acquisizione). La chimica che si sviluppa tra i due è ottima, così come lo sono i comprimari, tutti coinvolti in una storia che pur toccando marginalmente temi scottanti e non da poco come l’estremismo di stampo nazista, il traffico d’armi e la mafia, è incentrata piuttosto – come nel libro di Boschetti – su xenofobia, femminicidi e momenti di debolezza delle forze dell’ordine con un episodio in cui il poliziotto Barcellona si ritrova a mettersi sullo stesso piano dei poliziotti americani che negli ultimi anni hanno scatenato sdegno da un polo all’altro del globo.

Il morto nella roccia
Autore: Kurt Landthaler
Alfabeta

Per finire, Il morto nella roccia, non proprio una novità visto che in lingua tedesca era uscito negli anni novanta: grazie alla traduzione di Stefano Zangrando ora è finalmente tradotto in italiano il primo romanzo del bolzanino Kurt Lanthaler, personaggio chiave della letteratura altoatesina. L’autore, dopo aver abitato per anni a Berlino si è da tempo trasferito a Zurigo e questo suo romanzo d’esordio, pubblicato a dapprima a puntate sul “Extra”, supplemento in lingua tedesca del defunto quotidiano “Il mattino”, vede il debutto di Tschonnie Tschenett, protagonista di una cinquina di opere d’orientamento hard boiled: Tschenett non è un poliziotto, anzi è un personaggio sempre al limite, spesso assillato da problemi con la polizia, per quanto il suo migliore amico sia Totò, uno sbirro mistilingue di frontiera (la storia si svolge tra Bolzano, Colle Isarco e Vipiteno durante gli scavi del tunnel di base, molto attuale dunque). Un giallo anomalo, di denuncia contro le lobby che decidono tutto (proprio come adesso), senza lieto fine, senza casi risolti, nel miglior stile delle storie di Tschonnie Tschenett.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il “largo” dedicato a Giovanni Palatucci

Sono in molti – tra cittadini e stranieri, transitando per il “Largo Giovanni Palatucci” per accedere agli uffici della Questura di Bolzano – a chiedersi chi era e cosa fece. Diamo qualche notizia.
Giovanni Palatucci era nato il 31 maggio 1909 a Montella (Avellino). Laureatosi in Giurisprudenza a Torino, superò anche gli esami per procuratore legale. Il 16 settembre 1936 prese servizio a Genova come Vicecommissario aggiunto di Pubblica Sicurezza, ma fu presto trasferito; dal 15 novembre 1937 fu in servizio alla Questura di Fiume, prima come Commissario e poi Questore reggente. Ebbe modo di mettere in pratica quanto credeva in fatto di dignità umana; erano principi e valori trasmessi dalla famiglia. “Salvare vite umane” fu proprio ciò che si prefisse Giovanni Palatucci nel suo lavoro all’Ufficio Stranieri di Fiume, città che dal 1937 al 1944 rappresentò la via di salvezza e libertà per numerose persone: profughi e perseguitati di religione ebraica — ebrei italiani, istriani, slavi, austriaci ecc. ma anche molti dissidenti politici antifascisti, giornalisti e sacerdoti scomodi per il regime, minoranze etniche, serbi, zingari, croati.
Anche tramite preziose collaborazioni, creò una rete di soccorso e salvataggio, un efficiente sistema di protezione; lo stesso Palatucci fu protagonista di salvataggi rischiosi, piani di fuga talvolta rocamboleschi.
L’azione divenne sempre più difficile e rischiosa dopo 1’8 settembre 1943, con l’occupazione di Fiume da parte delle truppe tedesche.
Palatucci, aderente alla Resistenza, fu arrestato in casa nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1944 e condotto al Comando generale, poi al Lager di San Sabba; altra tappa al carcere triestino, dove fu torturato; fu infine deportato nel Lager di Dachau, dove gli fu dato il numero di matricola 117295, posto sopra un triangolo rosso.
Giovanni Palatucci, dopo aver subito con serenità tutte le angherie contro la sua persona, morì di peste petecchiale il 10 febbraio 1945.

Autore: Leone Sticcotti

Al via la Stagione estiva del Teatro Sociale di Trento

Da luglio a settembre tornano gli appuntamenti con il TEATRO CAPOVOLTO. Tanta musica, stili di danza differenti, spettacoli di prosa, poetry slam, incontri letterari, cinema e appuntamenti all’insegna della comicità e del divertimento. Questo e molto altro ancora nel nuovo calendario proposto dal Teatro Capovolto – La città in scena, la nuova Stagione estiva del Teatro Sociale programmata dal Centro Servizi Culturali S. Chiara.

Una ricca offerta che per il terzo anno consecutivo andrà in scena all’interno della splendida cornice offerta dal Teatro Sociale di Trento, con il palco rivolto verso Piazza Cesare Battisti. La Stagione estiva del Teatro Sociale si inserisce all’interno del contenitore “Trento aperta 2022 – Sogna, Pensa, Vive”, promosso dal Comune di Trento.

Il programma racchiude al suo interno un numero di proposte eterogenee e di grande qualità, che dal 1 luglio al 3 settembre animeranno l’estate trentina. 

Ci sarà spazio per alcuni grandi nomi del panorama musicale nazionale e internazionale (Suzanne Vega, Frida Bollani Margoni, Sons of Kemet), per importanti realtà teatrali (Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Metastasio di Prato), per la danza di Aterballetto e per gli spettacoli dedicati all’uomo e al pianeta in collaborazione con il MUSE-Museo delle Scienze. 

E non poteva mancare un’attenzione alle realtà artistiche territoriali, con volti amati dal pubblico trentino come Andrea Castelli, Mario Cagol, Lucio Gardin e Loredana Cont, oltre agli innovativi progetti proposti da OHT [Office for a Human Theatre], Miscele d’Aria Factory e Collettivo Palco Verticale, al concerto con l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, fino agli appuntamenti cinematografici in collaborazione con Cineworld Trento.

Infine, grande spazio anche alla poesia con il poetry slam e il premio intitolato a David Wilkinson, e al mondo della letteratura con il piccolo festival letterario “Prometeo Capovolto”.

MUSICA

Si comincia l’1 luglio con un evento che vedrà protagonista il Corpo Musicale Città di Trento in un viaggio musicale sulle orme di Marco Polo (prima assoluta), per tuffarsi il giorno successivo negli anni ’80 con i Radiottanta (entrambi ad ingresso gratuito).

Successivamente, il 9 luglio il palco del Sociale ospiterà la giovanissima pianista Frida Bollani Magoni, mentre il 16 luglio sarà il turno di un grande nome come la statunitense Suzanne Vega. Si proseguirà il 20 luglio con il batterista americano Makaya McCraven ed il 23 luglio con la super band londinese dei Sons of Kemet.

Giovedì 28 luglio spazio all’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento diretta da Beatrice Venezi, mentre il 29 e 30 luglio sono in calendario due serate dedicate ai giovani artisti in collaborazione con UploadSounds che faranno da ideale apertura ai concerti del Summer Festival 2022.

A completare la proposta musicale ci sarà il concerto con la compositrice pakistana Arooj Aftab (4 agosto), per proseguire poi il 5 con Trentin-Country Band, il nuovo progetto musicale di Miscele d’Aria Factory. A concludere, il 6 agosto il musicista sardo Paolo Angeli sarà a Trento per presentare il suo ultimo album: Rade.

PROSA

Mercoledì 6 luglio il Collettivo Palco Verticale (formato da professioniste e professionisti dello spettacolo trentino) proporrà Indagine Viva, un happening teatrale in cui il pubblico sarà grande protagonista. A seguire, il 7 luglio, l’attore comico Claudio Morici salirà sul palco con il divertente Alexo (prodotto dal Teatro Metastasio di Prato). A metà tra teatro e musica è invece Il Passo del respiro, progetto teatrale ispirato ai canti di montagna realizzato da OHT [Office for a Human Theatre], con il sound designer Davide Tomat e con il Coro Sass Maor diretto dal M° Luigi Azzolini. 

Giovedì 14 luglio toccherà all’amato attore trentino Andrea Castelli con Bocinbici, spettacolo prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano. Accompagnato alla chitarra da Emanuele Dell’Aquila, Castelli racconterà il mito della bicicletta per un ragazzino degli anni ’50. Il 21 luglio spazio a Trucioli (Compagnia Gli Omini), mentre il 3 agosto sarà il turno de La grande nevicata dell’85, testo di Pino Loperfido con Mario Cagol e Alessio Zeni (regia di Andrea Brunello). 

Ma ci saranno anche occasioni di sano umorismo con altri due artisti a cui il pubblico trentino è particolarmente affezionato: il 22 luglio Loredana Cont proporrà Dante me fradel, mentre il 31 agosto tocca a Lucio Gardin con Il sorriso è una curva che raddrizza tutto. 

All’interno della proposta di spettacolo del Teatro Capovolto ci sarà spazio anche per “Teatro Antropocene”, l’interessante rassegna proposta in collaborazione con il MUSE-Museo delle Scienze e con la direzione artistica di Andrea Brunello (Compagnia Arditodesìo). Si tratta di un ciclo di quattro spettacoli che cercano di indagare e riflettere sulle attuali condizioni dell’uomo e del pianeta. 

DANZA, CINEMA E LETTERATURA

Venerdì 15 luglio si inizia con La Danza Capovolta, una serata con i migliori talenti provenienti dalle scuole di danza della Provincia (direzione artistica di Donatella Zampiero e Paolo Golser). Ma la proposta di danza animerà anche il Centro Storico con la “Danza Urbana”, due appuntamenti (a ingresso libero) che vedranno protagonisti i vincitori del Bando Danza Urbana XL 2022: il 17 luglio con Room 22 (FUNA) e Manbuhsona-Site Specific (IVONA), mentre il 31 luglio con le performance The Halley Solo (Fabrizio Favale) e Walter (Laura Gazzani). 

Una proposta di danza multiforme che il 24 luglio arriverà fino alle sale del Castello del Buonconsiglio con un evento che vedrà coinvolta la prestigiosa compagnia Aterballetto, che nelle splendide sale del Castello metterà in scena Stanze \Rooms, performance site-specific itinerante.

E per gli appassionati della settima arte, il Sociale ospiterà anche il “Cinema Capovolto”, con otto interessanti titoli in calendario offerti in collaborazione con Cineworld Trento: Belfast, Mamma Roma, Il ritratto del duca, La figlia oscura, The Alpinist-Uno spirito libero, Mullholland Drive, Licorice Pizza, Ennio.

E all’interno del ricco cartellone estivo troveranno collocazione anche alcuni appuntamenti dedicati alla poesia e alla letteratura, come il David Wilkinson Poetry Slam per commemorare l’opera e la figura di David Wilkinson, poeta, letterato e docente scomparso prematuramente la scorsa estate. Ma non finisce qui perché da giovedì 1 a sabato 3 settembre sarà possibile ‘incontrare’ a teatro alcuni protagonisti della cultura italiana e internazionale con “Prometeo Capovolto”, piccolo festival letterario che indaga le relazioni profonde tra letteratura, attualità e teatro attraverso una serie di incontri con gli autori e le loro opere. 

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The Sound: i ricordi beat di Fausto Manfrini

In questo numero facciamo un salto nel tempo di quasi sessant’anni, scandagliando nella memoria di Fausto Manfrini, un bolzanino che negli anni ‘60 fece parte della prima scena rock cittadina.

Tutto, come per una folta generazione di giovani musicisti sparsi per il mondo, cominciò con l’uscita del 45 giri Please Please Me: era il febbraio 1963 e il bolzanino Fausto Manfrini si trovava in collegio a Domodossola. A Natale la nonna gli regalò una chitarra, un suo compagno di scuola ricevette il disco dei Beatles e per il resto dell’anno scolastico è facile immaginare cosa sia successo. La Bolzano del 1965 in cui Fausto tornò, aveva una scena musicale in grande fermento, c’erano i festival studenteschi e c’erano le serate a Villa Boscoverde e quelle sui palchi più ambiti di cinema e piccoli teatri. Non gli ci volle molto per entrare in contatto con altri coetanei desiderosi di mettere insieme un complesso con cui divertirsi, facendo divertire il pubblico. “Giancarlo Bertoni – racconta Manfrini – frequentava il liceo scientifico come me ma era più giovane, lui suonava la batteria mentre io avevo cominciato a dedicarmi al basso; un giorno mi propose di formare un gruppo con un tizio che stava cercando musicisti. Il tizio era Franco Mugliari, che si portò un chitarrista solista di nome Antonio Falezza, un autentico genio che frequentava l’ITI e si era progettato e costruito un dispositivo per ottenere l’effetto di un distorsore. A questo punto i Sound erano nati. Ci mancava una sala prove, però, e i condomini della casa in cui abitava la mia famiglia storsero il naso quando tentammo di provare in cantina”.

A trarre d’impaccio la neonata formazione, arrivò Carlo Allitto Bonanno, coetaneo appassionato di musica, che offrì ai Sound la cantina di via Fago, dove abitava la sua famiglia. Bonanno poi, era in grado di dare agli amici delle belle dritte riguardo alla pronuncia del repertorio in inglese.

“Quello che suonavamo – racconta Manfrini – era un misto tra quel che si ascoltava in quel periodo, c’era il beat italiano dei Rokes e dell’Equipe 84, soprattutto tanto materiale dei Beatles, che cantava Franco, e tanto dei Rolling Stones, che cantavo io. I Rolling Stones erano i miei preferiti, anche se suonavo un basso Hofner come quello di Paul McCartney. Trovare degli ingaggi era fondamentale per poterci comprare strumenti e attrezzature. Era Franco a fungere un po’ anche da nostro manager”.

Grazie all’intraprendenza del giovane Mugliari, i Sound finirono per esibirsi sul palco del cinema Corso come spalla dell’Equipe 84 e dei Rokes (con Full, Dedy Cemm e Satellites) e la notte di capo d’anno all’Hotel Osvaldo a Selva di Val Gardena, guadagnando l’ingaggio stagionale presso un’altra struttura alberghiera, per l’estate 1966. Memorabile anche la partecipazione al festival beat di Merano, vinto dai Dedy Cemm: i Sound riscossero però un buon successo, la sede RAI locale filmò un passaggio della loro performance, trasmessa anche a livello nazionale, ma purtroppo quel frammento televisivo è andato perduto.

Su input di Mugliari, che conosceva una magliaia in Via della Roggia, i Sound ad un certo punto adottarono come divisa – un must per i complessini beat – una giacca turchese dai bordi neri con le iniziali del componente del gruppo ricamate sul taschino basso. “Nel 1967 – conclude Manfrini – Franco decise di percorrere altre strade musicali e noi, su suggerimento di Giancarlo, al suo posto arruolammo Piero Messina, dotato chitarrista con tanto di studi di chitarra classica. Da un po’ avevamo anche mutato il nome in Sound System, ma nella primavera del 1967 la storia del nostro gruppo finì, complici gli esami di maturità imminenti e l’abbandono di Giancarlo, rubatoci dagli We, per sostituire Luciano Casagrande partito per il servizio militare. Piero seguì Giancarlo nel nuovo gruppo e negli anni ‘70 suonò addirittura in un disco degli ex Van Der Graaf Generator. Io misi insieme un gruppo con ragazzi di tutte le classi e al festival studentesco vincemmo con un adattamento di Vecchio Scarpone sulla musica di The Under Assistant West Coast Promotion Man, una canzone dei Rolling Stones!”.

Gli anni francesi nell’Unterland

Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, gli equilibri europei furono sconvolti dalle guerre napoleoniche. Il millenario Sacro Romano Impero della nazione germanica conobbe il suo tramonto e, per così dire, nulla fu più come prima. Anche la Bassa Atesina fu coinvolta negli eventi di quel periodo turbolento, trovandosi i suoi territori sulla linea di confine tra le potenze belligeranti.
Nel giro di pochi anni, cambiò “padrone” per ben quattro volte. Il principato ecclesiastico di Trento, istituito nel 1004 da Enrico II a favore del vescovo tridentino Udalrico I e di cui Unterland e Oltradige erano parte integrante, fu soppresso al pari di quello di Bressanone. I trattati di Campoformio (1797) e di Luneville (1801) stabilirono che i principati ecclesiastici sarebbero serviti a indennizzare i principi tedeschi deposti da Napoleone.
Nel 1802 a Francesco II fu attribuita la piena sovranità su entrambi i principati vescovili, che vennero annessi all’Austria e uniti alla provincia del Tirolo.
Il 10 gennaio 1801, le truppe francesi salirono lungo l’Adige da Salorno verso Bolzano. La tregua armata tra le parti reggeva a fatica. Nessuno capiva quale fosse il suo destino e, per non sbagliare, nessuno voleva deporre le armi. I Francesi, che avrebbero dovuto ritirarsi, si fermarono tra Laives e Bronzolo e in quest’ultimo paese, stabilirono il loro quartier generale. Anche tutti gli altri paesi della Bassa furono occupati dai 5000 e più soldati di Napoleone, da Montagna a Magrè, da Aldino a Cortaccia. La linea di confine tra le due potenze correva da Bressanone a Bolzano e da qui a Merano fino in Valtellina. In questo modo, tutto l’argine destro dell’Adige e gran parte della Bassa Atesina vennero a trovarsi all’esterno della linea di demarcazione e rimasero di fatto in mano francese. In altre parole, due mesi di caos totale.
Il generale francese Poully pretese di esser accolto a Bolzano poiché, disse, “non si può pretendere che io soggiorni in paesi come Laives o Bronzolo”. A questo punto, il barone von Auffenberg si recò a Laives e presso l’albergo Grosshaus / Casagrande affrontò il generale nemico.
La parziale e provvisoria ritirata delle truppe francesi in Bassa Atesina si protrasse per alcuni mesi e non avvenne senza problemi: nel paese di Aldino, i contadini catturarono tre soldati sopresi a rubare e un quarto venne massacrato a bastonate. A Bronzolo, le truppe napoleoniche rimasero fino al 26 marzo, causando non pochi disagi e danni alla popolazione. In sostanza, le urgenze belliche impoverirono tutti i paesi e ridussero in miseria gran parte della popolazione. La piccola criminalità prese il sopravvento, raccolti andati in fumo, carestia e epidemie varie fecero il resto.
L’uomo di fiducia dei francesi era il trentino Simon Franz Fidel Mundig, curato del paese dal 1794 al 1818. Redasse, in quei giorni, un singolare e dettagliato elenco delle spese “di guerra” sostenute dal comune e dai singoli cittadini. Le case ossia famiglie erano complessivamente 68. Il comune sborsò di suo 15372 fl. e 37 kr. per il sostentamento delle truppe nemiche. Il curato – primo in lista – lamentò perdite per 89,06 fl. Ben 12 fl. gli costarono le guardie della canonica, il resto se ne andò in vino, fagioli, riso e altri generi di conforto. La compagnia di spedizioni di Sacco, che gestiva il trasporto delle merci sull’Adige, subì perdite per 331,45 fl. Per bottiglie e “bicieri” rotti 2,54 fl., per vino buono 37,30, per caffè e “zuccaro” oltre 20 fl., per 2 pajoli e 2 baccine grandi 35,30 fl. Si passa quindi alle spese sostenuto dal fabbro, dal medico, dal calzolaio eccetera. Il maso di Anton Psenner (casa v. Ferrari), subì “perdite” per 3000 fl.: qui erano alloggiate le truppe napoleoniche. Delle 67 case comprese nell’elenco del curato, a metà del secolo scorso (1950) erano rimaste a Bronzolo solo 7 famiglie: i Della Dio (Delladio), Fedrigotti, Lantschner, Valduga, v. Webern, Wiedenhofer e Wieser. Complessivamente, i danni subiti da Bronzolo ammontarono a 33700 Gulden. Non è noto se i danni siano stati risarciti o se la lista della spesa fosse rimasta, per così dire, lettera morta. Anche perché, fino alla sconfitta di Napoleone e alla restaurazione del 1815, con in mezzo l’insurrezione di Andreas Hofer contro i “liberali” bavaresi, passarono altri 15 terribili anni di guerra e povertà.

Autore: Reinhard Christanell

Una passeggiata ecologica per Salorno

Una passeggiata ecologica partita da Piazza San Giuseppe a Salorno e terminata al biotopo Paludel, con l’obiettivo di rendere la zona più pulita e quindi vivibile per tutti. È quella organizzata lo scorso 5 giugno in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente dalla onlus Plastic Free e dalla sua referente locale Maria Pia Weber, e alla quale hanno partecipato circa una ventina di persone e volontari. E il risultato è stato incredibile: sotto il caldo afoso di inizio estate sono stati raccolti ben 230 kg di rifiuti e materiali vari come plastica, bottiglie, mozziconi, cuscini e persino un piccolo frigorifero. I sacchetti sono stati poi lasciati in determinati punti raccolta prefissati con il Comune per il ritiro. I partecipanti – tra di loro anche due giovanissimi e tre ragazze del Centro di riabilitazione psichiatrica Gelmini – si sono impegnati e hanno lavorato senza sosta uniti dallo stesso scopo: “È un impegno faticoso, però quando ti volti indietro e vedi tutte le magliette blu raccolte sotto la stessa bandiera di Plastic Free capisci che sei sulla strada giusta per aiutare l’ambiente che ci circonda in maniera concreta”, spiega Weber.
L’iniziativa, oltre all’atto pratico di pulizia delle strade, puntava infatti a sensibilizzare la popolazione dimostrando che se si vuole si può aiutare l’ambiente in maniera attiva. La stessa iniziativa verrà replicata sabato 18 giugno a Magrè.

Autore: Alexander Ginestous