Pasta broccoli e alici

INGREDIENTI

Per 2 persone:

200 g di pasta orecchiette 

75 g di filetti di alici 

(metà vasettino circa)

2 broccoli

2 spicchi d’aglio

4 cucchiai di olio di oliva

Formaggio Grana q.b.

PREPARAZIONE

Pulite e lavate i broccoli sotto acqua corrente.

Mettete dell’acqua in una pentola, abbastanza grande, sul fuoco e quando arriverà a bollore buttateci il sale grosso e i broccoli. 

Lasciateli lessare per circa 5 minuti e aggiungeteci anche la pasta che cuocerà per il tempo indicato sulla confezione insieme ai broccoli.

Nel mentre che i broccoli e la pasta cuociono, tagliate finemente 2 spicchi d’aglio e metteteli in una padella con 4 cucchiai di olio e le alici. 

Posizionate la padella sul fuoco molto basso e lasciate che le alici si sciolgano del tutto, attenzione però a non bruciarle, dovrete mescolarle di tanto in tanto come anche la pasta con i broccoli.

Una volta passato il tempo di cottura della pasta, scolate il tutto e buttate la pasta e i broccoli nella padella dove ci sono l’olio,l’aglio e le alici.

Mescolate il tutto e impiattate con un po’ di parmigiano.

Ecco il ritorno degli esami “completi”

Prenderanno il via mercoledì 22 giugno gli Esami di Maturità 2022. Così come per le scuole superiori, anche per le scuole medie ci sarà un ritorno al modello d’esame precedente alla pandemia, avente come protagonista le prove scritte. A livello locale è arrivata la decisione di conformarsi pienamente alle indicazioni nazionali che, come negli anni passati, sono arrivate mentre l’anno era già in corso d’opera e, questo, non ha certo facilitato la vita a studenti e docenti.

CORREGGERE IL TIRO

Per quanto riguarda la prima prova non si sono presentate grandi novità rispetto alla Maturità 2019, al contrario di ciò che è avvenuto con la seconda prova che differisce per ogni indirizzo. “Nel periodo delle lezioni – spiega Silvia Vergani, docente di Scienze Umane al Liceo Pascoli – ci troviamo a lavorare in assenza di informazioni complete. Quest’anno abbiamo avuto solo pochi mesi per correggere il tiro circa i temi da affrontare.” Il caso esemplare riguarda appunto la seconda prova che avrà una traccia sorteggiata tra le 3 proposte dai docenti della materia d’indirizzo. “Insieme abbiamo delineato le macro tematiche trattate da tutti, necessarie per affrontare la prova. Personalmente – sottolinea Vergani – credo sarebbe stato preferibile seguire il modello degli ultimi 2 anni, caratterizzato dalla creazione di un elaborato che consentiva di mettere in evidenza gli interessi dei singoli studenti.”

PER GLI STUDENTI IL TIMORE NON MANCA

Tra i ragazzi della Consulta Provinciale degli Studenti – che, avendo avuto l’occasione di dialogare direttamente con il Ministro dell’Istruzione Bianchi, hanno spinto per aumentare a 50 punti i crediti assegnati al triennio (ne erano previsti 40) – c’è Emily Saccani, studentessa del Liceo Linguistico Marcelline che prevede un percorso scolastico quadriennale. “Con il senno di poi, non opterei più per fare solo 4 anni di Liceo: avendone dovuti svolgere la metà in DaD, i programmi sono stati affrontanti in maniera spesso frettolosa e forse superficiale. Ora – dice Saccani, riportando le istanze condivise anche dai compagni – il rischio è quello di non essere pronti al 100%.” Anche in questo caso, i maggiori dubbi vertono sulla seconda prova in quanto, per gli studenti, non c’è stato il tempo di esercitare in modo adeguato lo scritto delle materie d’indirizzo e i vari collegamenti concettuali che porta con sé. “Specie durante la DaD – continua Saccani – si è privilegiata la forma orale. Adesso dovremo affrontare due scritti da 6 ore ciascuno, non sarà facile.”

UN PRIMO APPUNTAMENTO IMPORTANTE

Ad essere ottimista sugli Esami, in particolare quelli di terza media, è Marco Fontana, Dirigente Scolastico delle scuole Alfieri. “Avere la commissione interna, composta da insegnanti consapevoli dei trascorsi dei singoli alunni, è un fattore confortante per gli studenti, questi ultimi vedono gli esami come un appuntamento importante e, in molti, desiderano fare bene. Quest’anno si è tornati a un modello d’esame simile a quello degli anni passati, ma con due prove in meno: inglese e tedesco” spiega Fontana. Infatti, così come per le scuole medie, anche per le superiori le lingue saranno oggetto di valutazione durante il colloquio orale. Sugli scritti, Fontana rassicura: “La scelta era prevedibile. Sebbene l’esercitazione della forma scritta da parte degli studenti ha subito momenti buchi, alle scuole medie c’è stato comunque il tempo sufficiente per fare pratica, nell’ultimo periodo come in DaD”. A rimanere escluse dalla valutazione, come nel periodo pre-covid, sono le prove INVALSI, somministrate alle classi già in aprile.

Autore: Andrea Dalla Serra

Eureka: il concorso per giovani inventori

Al via la seconda edizione del bando per promuovere le discipline scientifiche a tutti i livelli. Iscrizioni fino al 30 giugno 2022. Vettorato: “Promuovere una cultura scientifica tra i giovani”.

La prima edizione di “Eureka!” ha visto la partecipazione di oltre 50 ragazze e ragazzi. Un percorso rivolto a nuovi inventori, tra gli 8 e 18 anni, ideato per promuovere le discipline scientifiche tra i giovani. Il progetto si rinnova anche quest’anno, in concomitanza con l’avvio dell’edizione 2022 di “Le mille e una scienza” (milleeunascienza.com), il programma di attività di divulgazione scientifica rivolto a ragazzi, ragazze e a tutta la cittadinanza di Arciragazzi Bolzano – Teslab. “È grazie alla scienza e alla ricerca che la società progredisce” sottolinea l’assessore alla cultura italiana Giuliano Vettorato. “Pensiamo semplicemente al fondamentale ruolo svolto dagli scienziati durante la pandemia che stiamo attraversando. Ritengo fondamentale promuovere una cultura scientifica tra le giovani generazioni. Eureka, il concorso per giovani appassionati dell’ufficio politiche giovanili, è uno strumento azzeccato, che vuole valorizzare in maniera semplice, e non puramente scolastica, le passioni delle ragazze e dei ragazzi della nostra provincia”.

UN CONCORSO,  PIU’ COLLABORAZIONI

Eureka!” è organizzato dall’Ufficio politiche giovanili della Ripartizione cultura italiana della Provincia, con la collaborazione dell’Ufficio Ricerca scientifica della Provincia, dell’intendenza scolastica italiana e della Facoltà di scienze e tecnologie informatiche della Libera università di Bolzano. “Il premio nasce per “stanare” quei giovani che magari non vanno benissimo a scuola, ma in realtà stanno coltivando, nelle loro camerette, importanti passioni in ambito scientifico e tecnologico” sottolinea il direttore dell’Ufficio politiche giovanili Claudio Andolfo. “L’obiettivo è valorizzarli agli occhi dell’opinione pubblica e farli diventare testimonial di passioni che devono diventare “cool”, tanto quanto siamo riusciti a fare con la musica e il teatro” conclude Andolfo. Il bando “Eureka” scade il 30 giugno 2022: la premiazione avverrà durante il festival della scienza “Le mille e una scienza” che si terrà a Bolzano in autunno 2022. È possibile partecipare singolarmente o in gruppo. 

Per tutte le informazioni gli interessati possono visitare il sito dedicato al bando Eureka (bit.ly/3tt724N ) e per ricevere supporto nella partecipazione al concorso e nella realizzazione del proprio lavoro, scrivere all’indirizzo eureka.concorso@gmail.com

La stagione del traffico

È tornata la stagione del traffico a Bolzano, la città che punta sul turismo dei giorni di pioggia. Ogni volta che il meteo della Provincia segnala brutto tempo, fiumane di turisti in automobile cercano in tutti i modi di raggiungere il centro storico, unendosi ai pendolari abituali e a quelli idrorepellenti, che solitamente si spostano in bicicletta. “Fra vent’anni con l’areale ferroviario sistemeremo tutto” comunicano dal Comune. Da vent’anni. Buone notizie anche dalla Provincia: “abbiamo capito che la situazione è veramente drammatica, per risolverla realizzeremo subito la nuova circonvallazione di Sluderno”.

Autore: Roberto Tubaro

Casa gioco: i bambini diventano “visibili”

Laura e Jasmin, le due responsabili della Spielhaus del VKE in via Parma ci raccontano il grande lavoro che svolgono nel quartiere.

Che cos’è la Spielhaus?
La Casa gioco è uno spazio dell’associazione VKE. Il nostro scopo è rendere visibile la presenza infantile e far comprendere agli adulti che è una presenza che fa bene a tutti noi. Laddove si è verificata la necessità di creare, animare e sostenere l’idea che giocare sia qualcosa di grande valore per le persone che vivono il quartiere, lì siamo riusciti a portare avanti la mission dell’associazione: giocando si impara a conoscere il mondo a tanti livelli, motorio, sensoriale, cognitivo, emozionale; tutto messo assieme con i bambini che si divertono ci ha permesso di entrare in contatto con le famiglie e le persone che vivono qui e rispondere ai loro bisogni.

Quali sono le attività che svolgete con i bambini? 
Ci sono attività che sostengono la mobilità dei bambini e attività manuali. Nessuna è fine a se stessa, lo scopo è spesso creare rete nel quartiere creando oggetti per le altre realtà, come la casa di riposo. C’è sempre l’aspetto della casa gioco che si rivolge al quartiere, alle mamme, alle famiglie per stimolare l’inclusione e la convivenza oltre che imparare sempre qualcosa di nuovo.
D’estate viviamo del materiale che raccogliamo dal giardino, in primis i petali dei fiori con cui facciamo sacchettini profumati. Abbiamo l’orto da circa sette – otto anni, di cui ci prendiamo cura con i bimbi, tutti i prodotti li usiamo poi in cucina qui alla Spielhaus.

Quanto è importante la partecipazione dei bambini?
È importantissima. I bambini hanno voglia di partecipare alla vita, di essere anche orgogliosi e mostrarlo a noi adulti. Il loro contributo per il quartiere ci deve essere. Il fatto che facciano loro aiuta nel tempo: creano un bene comune che continueranno a proteggere.

L’azione verso il quartiere in che direzione va? 
Abbiamo avuto in mano una pubblicazione degli anni 2000 in cui si parlava della sicurezza nel quartiere, oggi lavoriamo a un progetto e ci rendiamo conto che il tema maggiore ora è la convivenza: si è compreso che si può vivere in sicurezza vivendo bene insieme. Vogliamo riuscire ad arginare l’intolleranza del quartiere e di creare pace sociale per vivere bene insieme.
La nostra attività si è concentrata negli ultimi 8 anni sul tema della creatività e della partecipazione per usare in maniera costruttiva e divertente tutto quello che avevamo a disposizione. Abbiamo ad esempio rivalutato i muri del parchetto pulendoli e ridipingendoli.

Autrice: Anna Michelazzi COOltour

Intarsiare l’arte: la passione di Ivo

Ivo Calamari non è solo un ex infermiere in pensione ma anche un artista. La sua passione è fatta di piccolissimi ritagli di legno che uniti creano un mosaico incredibile e unico nel suo genere.

Buongiorno Ivo, ho potuto vedere che Lei realizza opere in legno, come è nata questa sua passione?
Ho iniziato a realizzare le mie opere una volta andato in pensione. Dopo essere stato infermiere durante il servizio militare ho lavorato in ospedale, ma da giovane avevo iniziato come falegname. Sono andato in pensione abbastanza presto e mi sono ritrovato ad avere molto tempo libero. Non amo guardare la televisione o andare al bar, per cui ho iniziato a realizzare dei quadri con il legno come passatempo. Solitamente ascolto della musica mentre lavoro, ho uno scaffale con moltissimi cd di musica classica e opere liriche. Questo mi permette di rilassarmi, trovo che la vita sia troppo frenetica a volte. 

Quale tecnica utilizza nella realizzazione delle sue opere?
La tecnica è quella dell’intarsio e l’ho conosciuta durante l’apprendistato come falegname. Nessuno mi ha mai veramente insegnato, ho imparato osservando cosa faceva il proprietario. Realizzare un quadro con questa tecnica non è per niente facile e può tenermi occupato più mesi lavorando una o due ore al giorno. È un lavoro estremamente minuzioso in cui ogni particolare deve essere curato. 
Il processo consiste nell’iniziare scegliendo una fotografia o un dipinto e per poi assemblare su un foglio i vari pezzi di legno unendoli con il nastro adesivo. Una volta finito questo passaggio giro il quadro in modo da riuscire a vederlo nell’insieme e individuare eventuali difetti. È in questo momento che risultano essenziali gli scarti di legno non utilizzati precedentemente: ogni singolo pezzo è unico e non ce ne sarà mai uno uguale. Dopo aver finito l’assemblaggio incollo il risultato su un pannello e il quadro è pronto. 

Tra i suoi soggetti sono presenti masi, ma anche quadri famosi: su cosa basa la sua scelta?
Non ho una vera e proprio preferenza, ricreo con il legno tutto quello che mi sembra possibile. Ho a disposizione come colori l’azzurro, il rosa e il grigio, oltre a moltissime sfumature di marrone ovviamente. Questi purtroppo non sono indicati per la realizzazione di tutti i tipi di paesaggio, mi mancherebbero il verde e il blu, per cui devo trovare un modo per adattare i soggetti. Per quanto riguarda i masi avevo pensato di rappresentare tutti gli 82 masi sotto la protezione delle belle arti presenti sul territorio altoatesino, ma poi mi sono concentrato anche su altri soggetti come quadri, in particolare quelli del Segantini.  La cosa incredibile è che sono tutte opere uniche, non ce ne saranno mai due uguali e questo le rende ancora più belle. Non sono quadri facili, bisogna capirli, ma una volta che lo si ha fatto si rimane incantati. 

Autrice: Anna Cavallari COOLtour

Hermann, l’artista del centro storico

Oggi vi presentiamo un artista che da anni ritrae le persone che incontra per le strade di Bolzano. Si chiama Hermann Perkmann ed ha una interessante storia da raccontare.

Quando ho cominciato a scrivere per QuiBolzano, volevo raccontare anche alcune storie di personaggi tipici del centro di Bolzano. L’idea era di intervistare quel signore di cui non sapevo il nome, che da anni gira in centro con in mano un libro grande, dei fogli e delle matite da disegno. Ho idea di conoscerlo da quando ero ragazzo. Ogni volta che ci si incontrava, ci scambiavamo alcune impressioni. Ricordo di averlo incontrato qualche tempo prima dei lockdown, era seduto vicino alla fontanella di Piazza Walther e stava disegnando. Il tutto avveniva mentre in piazza andava in scena una edizione di Art May Sound, il festival dedicato ai fumetti e al disegno urbano (graffiti & Co). Ricordo che abbiamo parlato della differenza tra la profondità, anche emozionale, che lui cerca di raggiungere con i suoi disegni e l’arte urbana, tanto lontana dai suoi canoni.
Non lo vedevo da quella volta. Un giorno di maggio – stavo per andare a provare la postazione di Bike Sharing in viale Stazione – lo ho visto seduto ai tavolini esterni del Café am Dom, all’inizio di Via Alto Adige. Dopo i primi convenevoli, ho preso posto accanto a lui, spiegandogli di essere veramente contento di averlo finalmente incontrato; sul tavolino, oltre ad un voluminoso libro d’arte dal grande formato, alcuni fogli con degli studi di persone, e le matite da disegno, c’era un bicchiere di vino bianco.
Si chiama Hermann Perkmann (“una volta che ti dico il mio nome, non lo dimentichi”). Mi fa vedere i suoi schizzi, spiegandomi che gli piace cogliere gli elementi caratteriali delle persone. E capisci subito che conosce molto bene le vie del centro e la popolazione che vive la strada, uno che sa come rapportarsi a chi è meno fortunato, anche disperato. Mi sono trovato di fronte un uomo semplice, modesto, di cui ho percepito subito la sensibilità di chi coglie l’essenza delle persone. Lo vedi dai suoi schizzi e lo intuisci dal modo appassionato con cui parla di arte e di storia, per la cultura che sfoggia, anche quando parla delle opere di altri artisti locali, soprattutto pittori e disegnatori. Scopro che possiede una enorme biblioteca di quasi 2000 volumi e apprendo, non senza stupore, che i libri voluminosi che porta in giro, servono non tanto per il loro contenuto, quanto come supporto su cui disegnare.
Quando gli ho chiesto di fargli una foto, ha esitato. “preferirei me la facessi quando non me ne accorgo. Le foto inscenate sono senz’anima, fammela pure un giorno che mi vedi.” Ma nel frattempo gli avevo scattato “di nascosto” la foto che vedete: “si, questa mi piace molto, la puoi usare. Mi piace la mano destra in primo piano, più grande, con le matite… ritengo che simboleggi molto ciò che sono.”
Al termine della chiacchierata mi invita a guardare le pareti all’interno del bar, moltissimi quadri, di cui molti ritratti, sono opera sua; si percepisce anche il rapporto speciale che lo lega ai gestori del locale. Prima che mi congedassi, mi ha accennato alla possibilità di ricevere una committenza per un affresco in una casa. L’uomo non smette di stupire. Glielo auguro, di cuore.

Autore: Till Antonio Mola

Buonanotte Fiorellino

Qui Intervista a Andrea Pizzini, nato a Salorno nel 1977 e diplomato alla scuola di cinema ZELIG di Bolzano. Dal 2001 al 2010 ha lavorato come documentarista realizzando vari lavori in Sudamerica, Africa e Australia. Dal 2011 al 2020 ha vissuto ad Anversa lavorando come fotografo. Nel 2021 è tornato a vivere in Alto Adige. Durante la pandemia ha realizzato il progetto “Wellenbrecher” all’interno della terapia intensiva di Bolzano.

La cosa di me che mi piace di più.
Non mollare mai.

Il mio principale difetto.
Non mollare le cose che dovrei mollare 🙂

Il mio momento più felice.
La prima volta che i miei due bimbi hanno giocato assieme.

Da bambino sognavo di diventare…
Astronauta. 

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Mangiare la cioccolata.

Per un giorno vorrei essere…
Uno scienziato di fisica quantistica.

Sono stato fiero di me quella volta che…
… a 29 anni ho mollato tutto e tutti per ricostruire la mia vita da zero.

La prima cosa che faccio al mattino.
Mi faccio un cappuccino.

I miei film preferiti.
Interstellar, Arrival e Contact.

Il superpotere che vorrei avere.
Viaggiare attraverso l’universo. 

Il mio sogno ricorrente.
Una volta all’anno rivivo gli esami a scuola. Un orrore!

La mia occupazione preferita.
Leggere, leggere e leggere.

Il mio ultimo acquisto.
Una mountain bike. 

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?
Che ogni stagione è bella. 

Amo il mio lavoro perché…
… mi permette di conoscere mondi nuovi.

L’errore che non rifarei.
Comunicare troppo sui social network.

L’ultima volta che ho pianto.
Quando ho avuto un burn-out tremendo.

Il mio motto.
Non credere in nulla, ma provare tutto!

La massima stravaganza della mia vita.
Licenziarmi da un lavoro ben pagato per andare a camminare in Amazzonia.

L’oggetto a cui sono più legato.
Nessuno, non ho niente a cui sono legato.

Il mio primo ricordo.
La canzone “Buonanotte Fiorellino” sentita in una stanza d’albergo a Venezia.

3 maggio 1945

Recentemente è stato presentato un bel volume, scritto da Carlo Romeo e Mario Rizza, dedicato al 3 maggio 1945 a Bolzano. Si trattò di una giornata tragica che fece 36 morti e quasi 60 feriti tra partigiani e civili, donne e bambini compresi. Molti anziani se lo ricordano ancora oggi, quel terribile giorno. In particolare la mattinata di sparatorie, rappresaglie e rastrellamenti, quartiere per quartiere, strada per strada, in alcuni momenti anche casa per casa. Tra i numerosi episodi che insanguinarono la nostra regione nei giorni di fine guerra, tra mobilitazione partigiana e aggressiva ritirata tedesca, quello del Tre Maggio a Bolzano (e in parte Merano) fu poi da subito uno dei più controversi. E il libro edito dall’Archivio Storico del Comune di Bolzano – la cui direttrice intervistiamo su QuiBolzano e QuiBassaAtesina (ndr per il lettori di QuiMerano l’articolo è visibile su quimedia.it) – mira a ricostruirlo, presentandolo nei suoi vari aspetti. Dopo l’8 settembre 1943 a confrontarsi spesso in maniera violenta furono le due diverse anime della nostra terra. Ma nella lettura del libro di Romeo e Rizza a colpire oggi sono altri aspetti.
Innanzitutto i nomi delle vittime, dei feriti, dei partigiani. Tra essi molti di noi scorgono successivi volti noti della città come il futuro sindaco Luciano Bonvicini, Cesare Lettieri, Bruno Zanoni, ma sono anche identificabili cognomi noti come vicini di casa, amici di famiglia, in alcuni casi anche parenti. Insomma: quelli eravamo noi, non altri. La nostra vita, vita reale.
In secondo luogo nel libro colpisce la descrizione della guerriglia urbana e dei rastrellamenti compiuti dall’esercito tedesco in ritirata, con tanto di carri armati, riguardante le strade e le vie dove noi normalmente oggi abitiamo, lavoriamo, andiamo a fare la spesa. Particolare impressione a me in particolare ha suscitato leggere e ricordare che uno dei principali teatri degli scontri fu l’asse di Via Volta in zona industriale a Bolzano, il luogo dove si trovano gli uffici di questo giornale. A 80 metri da dove sono state scritte queste righe ad un certo punto di quel tragico 3 maggio vennero fucilate (dal mitragliatore di un’autoblindo) 20 persone, di cui ne morirono 11. Leggendo di quei fatti inevitabilmente il pensiero va alle città ucraine che in questi giorni stanno vivendo lo stesso destino, non per un giorno ma per mesi interi.
Furono anni a dir poco intensi, quelli. 13 mesi dopo era il 2 giugno e di nuovo finalmente si poté votare, ma non in Alto Adige il cui destino non era stato ancora definito. Le prime elezioni politiche nazionali che ci videro protagonisti furono il 18 e 19 aprile del 1948. E da lì a poco arrivarono le prime elezioni comunali e provinciali.

Autore: Luca Sticcotti

Giovani, termometro della società

Oliver Schrott ha vinto il Premio Solidarietà del Comune di Merano per il suo impegno nel mondo del sociale e dell’associazionismo. Direttore dello Jugenddienst, lavora a contatto con i ragazzi tutti i giorni dando vita a numerosi progetti e attività. Ci ha raccontato il suo punto di vista sul rapporto tra i giovani e la città.

“Ha dedicato la sua vita ai bisogni e alle preoccupazioni dei bambini e dei giovani, svolgendo il suo lavoro con cuore, convinzione e anima, prestando servizio anche come volontario. È sempre in prima linea per reagire alle ingiustizie sociali, cercando non solo di parlarne, ma anche di dare segnali visibili o di incoraggiare nuovi progetti. Con il suo impegno ha contribuito in modo significativo alla prosperità della nostra comunità”. 

È con queste parole di elogio che il sindaco di Merano Dario Dal Medico ha consegnato, lo scorso 29 marzo, il Premio Solidarietà 2020 a Oliver Schrott, direttore dello Jugenddienst e importante figura nel panorama sociale e associazionistico del Burgraviato. Schrott, meranese classe ‘74, lavora da più di vent’anni a contatto con bambini e ragazzi, e nessuno meglio di lui ha potuto osservare la trasformazione delle nuove generazioni e i nuovi approcci al mondo che gli circonda. “I ragazzi sono il termometro della nostra società: se loro stanno bene, il futuro sarà radioso per tutti”.

Oliver Schrott, quanta emozione c’è stata nel ricevere questo premio?
Tanta, ero sorpreso ed emozionato, non me lo aspettavo affatto. Sono rimasto contento perché non ne avevo mai ricevuto uno ed è stato un bel riconoscimento che ripaga per tutti questi anni d’impegno nel campo sociale. 

Di che cosa si occupa lo Jugenddienst?
L’associazione compirà l’anno prossimo 40 anni e si occupa di accompagnare e supportare diverse iniziative dedicate al mondo giovanile. Cerchiamo di essere presenti a 360 gradi al fianco dei ragazzi e il nostro lavoro quotidiano spazia su più frangenti. Passiamo dall’occuparci di tutto quello che concerne la burocrazia con i Comuni, alle attività sociali di integrazione dei giovani nel mondo dello studio e del lavoro, con progetti come la cura del giardino Soulgarden o quello della “Tenda di Abramo”, con cui consegniamo alimenti a persone bisognose. Siamo attivi anche nel volontariato e in diversi progetti dedicati alla sostenibilità, mentre con la Kija svolgiamo attività ecclesiastiche. Negli anni abbiamo creato anche una rete forte con i centri giovanili e con gli streetworker, figure chiave che scendono in strada a cercare di aiutare i ragazzi più difficili. Infine, abbiamo una serie di attività estive, tra cui camp e gite.

Merano è stata al centro della cronaca per diversi episodi di bullismo e baby-gang. Da dove nascono questi fenomeni?
Purtroppo sono sempre esistiti, ma internet, i social e la pandemia hanno contribuito a farli degenerare. Lavoriamo ogni giorno con ragazzi che vivono situazioni difficili e molti di loro reputano tali azioni come un vanto, un qualcosa per cui farsi notare e finire sui giornali. Hanno bisogno di sentirsi qualcuno, emulando atteggiamenti che vedono sui social. Gran parte di loro se presi singolarmente sono molto bravi e intelligenti, mentre in gruppo si trasformano e si fanno trascinare. 

Che soluzioni ci sono per arginare il problema?
Bisogna continuare a lavorare con loro, investendo su tempo e persone che stiano al loro fianco e facciano capire loro cosa è bene e cosa è male. Bisogna guidarli lungo nuove vie alternative, mostrando che c’è altro oltre alla violenza. In tal senso gli streetworker stanno facendo un lavoro enorme, sia d’ascolto che di consiglio. Molti psicologi ci hanno avvertito che in futuro il fenomeno potrebbe peggiorare, perciò è necessario intervenire il prima possibile su tutti i fronti per non farci trovare impreparati un domani.

Merano è una città a misura di giovane?
Non ancora, bisogna lavorarci. Offre possibilità sia dal punto di vista lavorativo che di svago, ma entrambe non sono abbastanza valorizzate. In primis bisognerebbe smettere di creare distinzioni tra i gruppi linguistici. Bisogna poi individuare i luoghi adatti in cui far sfogare i ragazzi, senza il rischio di scontri con i residenti che cercano solo quiete. Ma per questo serve anche una mano dalla politica. 

Il rischio non è quello di una ghettizzazione dei giovani?
Certo, ne siamo consapevoli. I ragazzi dovrebbero rappresentare un valore aggiunto per la comunità ed essere integrati al suo interno. Spesso si dà più attenzione alle esigenze dei turisti che vengono da fuori, confinando i gruppi di ragazzi fuori dal centro storico. È un problema diffuso, i tavoli di confronto potrebbe aiutare per cercare nuove soluzioni.

Nell’ultimo periodo avete avuto a che fare anche con giovani ucraini?
Sì, e non è facile perché sono fragili psicologicamente e segnati dal conflitto. Alcuni hanno esternato il desiderio di tornare in patria per combattere, altri non vogliono dividersi dalla madre.Vivono in uno stato di paura ed è una situazione delicata, per questo stiamo cercando di capire quali sono le attività adatte per loro. Ma abbiamo riscontrato anche una forte solidarietà da parte di chi si è già integrato: alcuni ragazzi ucraini già residenti a Merano ci hanno aiutato a mediare con i nuovi arrivati, superando le barriere linguistiche.

Qual è l’aspetto che preferisce del suo lavoro?
Amo la vivacità del mio lavoro, il non essere costretto a rimanere ancorato ad un punto fermo. I giovani sono attivi, hanno tanta energia e da loro si può imparare tanto. È un arricchimento personale. Creare progetti e vederli concretizzati è una gioia perché capisci che i ragazzi che hai di fronte si stanno impegnando per diventare cittadini migliori in futuro.

Autore: Alexander Ginestous