Un gradito ritorno: i misteri di Scandalo e Redenzione

Da qualche settimana ha fatto a sua comparsa in rete sotto forma di download gratuito il nuovo disco di un duo particolarmente underground, nato da ben due costole dei famigerati Klakson, band bolzanina dalle molteplici potenzialità e dalla genialità mai sufficientemente decantata, nonostante negli anni novanta abbiano ricevuto apprezzamenti sulla stampa nazionale di serie A, approdando persino sulle pagine di una nota rivista musicale americana.

Due costole, si diceva, visto che Scandalo e Redenzione altro non sono che BG e PS (non necessariamente in quest’ordine). 

Postcards of The Hangin’ – che come tradizione del gruppo madre ruba il titolo al verso di una canzone di Bob Dylan – è un piccolo delizioso affresco di musica acustica composto quasi nella sua totalità di brani firmati da PS nel suo inconfondibile stile ben radicato nelle molteplici forme della musica d’oltreoceano che Scandalo e Redenzione hanno ben masticato, assaporato, deglutito e digerito, tanto che i brani di questo disco potrebbero provenire benissimo da una produzione d’oltreoceano.

“Le varie influenze del genere Americana – ci racconta PS, che abbiamo raggiunto telematicamente nel suo eremo di Notthingham, la poco ridente città britannica in cui risiede da una ventina d’anni – sono ben evidenti in Postcards Of The Hangin’, come d’altronde erano evidenti in molti dei pezzi con i Klakson: bluegrass, outlaw country, tex mex. E quindi tutta la tradizione della frontiera, che ci tiriamo dietro almeno dai tempi in cui abbiamo registrato Cinco de Mayo, a fine anni ottanta.” 

Comunque, a parte la matrice borderline, nel disco non vanno dimenticati pezzi come Day After Day, Head in the Clouds, o When I Am Done With Working, perché non si tratta solo di occasionali omaggi al genere di una volta, addirittura quasi dei primi inizi, ma anche di prospettive diverse a tutto quello che sta loro attorno. Se esistono western swing o Seldom Scene (band bluegrass particolarmente cara al PS, n.d.r.), per dire, è solo perché, in quel momento, erano tasselli di quello che qualcuno, probabilmente uno di noi, ha definito stile Klakson.”

A differenziare un disco come questo dai tanti di genere che circolano sulle due sponde dell’Oceano Atlantico è poi la particolare poetica di PS, assolutamente caratteristica e spesso illuminata da rime genialmente inarrivabili, “You’re eating enchilada, I say niente, You say nada, it’s all about tostada and guacamole, I drive the autostrada while you’re talkin’ yadda yadda, I cry inside and I’m looking for ravioli” cantano i nostri in All the Way To Yucatan, svelando così uno sense of humor degno del miglior Frank Zappa sposato con sapienza alla musica della frontiera.

“Le sortite di Scandalo e Redenzione – prosegue PS – si sono fatte più frequenti, anche se non ci siamo mai esibiti in pubblico con questo nome, da quando Matita, il chitarrista dei Klakson, si è trasferito in Val di Non. Solitamente Scandalo e Redenzione facevano cover e infatti c’è un omaggio inconscio a questa vena nelle tre bonus track poste alla fine del disco, anche se in due casi si tratta di cover dei Klakson. Comunque, dopo la trasformazione del chitarrista Matita in gnomo della Val di Non, Scandalo e Redenzione sono rimasti l’unico sbocco per la creatività sia di Scandalo che di Redenzione, anche se, è giusto dirlo nessuno sa chi, tra me e BG sia Scandalo e chi Redenzione. Io vorrei che, come nella storia di Spartacus, ciascuno dei nostri ascoltatori si alzasse in piedi dichiarando: ‘Io sono Scandalo, io sono Redenzione!’ Perché il linguaggio sarà anche la casa dell’essere, ma il linciaggio (evidente il riferimento al titolo del disco, n.d.r.) è lo sgabuzzino del malessere.”

Nonostante l’uso di qualche aiutino tecnologico, per altro mai invadente o eccessivo, Postcards Of The Hangin’ si fa apprezzare per i suoni acustici cristallini che PS può sviscerare mentre BG lo sostiene con la sua acustica ritmica che suona come una batteria: “Ci sono chitarre e anche un mandolino – spiega PS –. Ho suonato un paio di chitarre economiche, inclusa una affidabilissima Squier Telecaster da circa 100 euro. Ma la mia preferita è stata una Ibanez acustica, anche quella economicissima alla quale poi ho limato molto a caso il ponte.” Il disco è scaricabile all’indirizzo web:
stefanopredelli.wixsite.com/klakson

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Termeno, dagli euganei ai logobardi

Dopo il nome di Termeno/Tramin, soleggiato paese della Bassa Atesina noto fin dall’antichità per l’aromatico Gewürztraminer, ci riporta in epoche remote e dense di mistero. Le prime tracce di insediamenti ai piedi della Mendola sono state individuate nei campi e vigneti tra Ronchi/Rungg e Cortaccia, dove tra l’altro è venuto alla luce nel 1880 il noto megalite o menhir risalente all’età del rame (circa 5000 anni fa, epoca di Ötzi) e ora esposto al museo Ferdinandeum di Innsbruck.

Al pari di testimonianze significative come il menhir, che ci catapultano nell’oscuro mondo spirituale di quei primi coloni, anche i collegamenti, per quanto impercettibili, tra le loro antiche lingue ormai estinte e le nostre ci permettono di conoscere, almeno in parte, i popoli insediati in queste terre. 

Tracce di queste lingue, preromane o italiche che dir si voglia, dal retico-etrusco al venetico, si trovano soprattutto in numerosi toponimi, a riprova del fatto che qui convissero e transitarono, fin dalla preistoria, genti di varia origine. Il problema principale è rappresentato dalla distinzione tra nomi romanici, anche questi assai frequenti nella zona alpina occupata per 500 anni dall’impero romano, e preromani, dato che questi, pur conservando la propria radice antica, sono stati prima romanizzati e successivamente germanizzati. 

Termeno fa sicuramente parte di questi “tesori” linguistici e da decenni si cerca di attribuirlo a questa o quella lingua del passato. Senza addentrarci nei dettagli delle varie interpretazioni, la più attendibile ci sembra quella di Diether Schürr, che riconduce questo nome, ripulito della sua “forma” romanica poi germanizzata in Tramin, ad una lingua che egli definisce “euganea”, diffusa soprattutto in Val Camonica. 

Nella famosa lettera di S. Vigilio dell’XI secolo sono citati numerosi toponimi della parrocchia di “Caldar” e Termeno appare, di volta in volta, come Trominno, Traminno, Triminno, Treminno e Tremino – con una radice “trmìnno”. La radice “trem-“, suggerisce Schürr, riconduce anche ad altri due toponimi quali Termon in Val di Non e Tremosine sul Garda, la cui origine, come quella di Termeno, sarebbe da ricercare nel nome proprio “euganeo” TRIVMO, da cui appunto triuminn e, nel IX secolo, Tr(e)minno.

Termeno, come Caldaro, è noto anche per la sua lunga appartenenza al ducato longobardo, succeduto, dopo la parentesi ostrogota di Dietrich/Teodorico, al dominio romano. Scrive infatti Paul Tschurtschenthaler: “Ancora nell’anno 870 a Termeno era insediato il conte Enrico, che applicava la legge longobarda”. Al di là del confine, peraltro assai mobile in Bassa Atesina, nel comune di Appiano, si erano invece insediati i Baiuvari, altro popolo di stirpe germanica. Insomma, la Bassa Atesina divenne, a periodi alterni, terreno di scontro e di incontro tra questi due popoli “barbari”. 

La valle dell’Adige fino a Bolzano era di pertinenza baiuvara ma nell’VIII secolo il re longobardo Liutprando, che sposò Guntrada, figlia del conte baiuvaro Grimoaldo, la strappò al suocero con la scusa di una dote insufficiente e occupò temporaneamente Bolzano e il meranese. In quel periodo, Caldaro e Termeno divennero roccaforti longobarde in terra baiuvara, tanto che ancora nel XVII secolo gli era riconosciuto il diritto di vivere secondo usanze e leggi longobarde.

La tradizione longobarda venne ripresa dai principi-vescovi trentini, nelle cui mani il paese rimase, dopo una parentesi nel XIII secolo, quando se ne impossessò il “fondatore” del Tirolo Mainardo II, per quasi 800 anni fino al XVIII secolo. In un documento del 1200, “Tremeno” viene citata come proprietà del principe-vescovo trentino, amministrata per suo conto da un gastaldo (Gastaldio Tremeni), tipica figura di borgomastro-giudice longobardo. Accanto al gastaldo, viene nominato anche uno “scario de Termeno”, insomma uno sgherro. 

La permanenza trentina di Termeno termina il 4 maggio 1777, quando i vescovi cedono il paese a Maria Teresa in cambio di Castello in Val di Fiemme. Un breve ritorno “alle origini” si ebbe in epoca fascista, quando Termeno fu aggregato alla circoscrizione di Cavalese: ma questa è un’altra storia.

Autore: Reinhard Christanell

Un salornese premiato a Venezia

C’era anche un po’ di “Bassa” all’ultimo Festival del Cinema di Venezia. Si perché alla kermesse internazionale, che richiama divi e dive da tutto il mondo al Lido della città Lagunare, è stato premiato il regista Massimo Nardin, nativo di Salorno e insignito del premio “Bulli ed Eroi. Festival internazionale del Fim per ragazzi.”
Il Festival del film per ragazzi della Val di Chiana senese, giunto alla quinta edizione, è approdato infatti al Lido per la Mostra d’arte cinematografica ed è stato presentato in un evento all’Hotel Excelsior.
La manifestazione si svolgerà poi in Val di Chiana dal 28 settembre al 2 ottobre. Il Festival internazionale del Film dei ragazzi è stato ideato da Paola Dei, che in una nota ne ha spiegato gli intenti. “Il fenomeno del bullismo – spiega – purtroppo evidenzia una crescita esponenziale di episodi violenti e aggressivi. Il festival è nato di proposito con l’intento di offrire percorsi di formazione sociale, filosofica, educativa, per stimolare i ragazzi a cogliere la bellezza intorno a sé, diventando sia spettatori sia produttori e attori di opere cinematografiche, fotografiche, artistiche”.
Tornando a Massimo Nardin, ricordiamo la sua brillante carriera: docente universitario alla LUMSA e Roma 3, giornalista pubblicista e critico cinematografico, Nardin è cresciuto a Salorno, dove ha frequentato le scuole elementari e medie, per proseguire gli studi liceali a Trento e quindi a Roma, dove nel 2005 ha conseguito il dottorato di ricerca in scienze della comunicazione. È noto al pubblico anche per i suoi interventi nelle trasmissioni televisive condotte da Marzullo.
Oltre a Nardin sono stati assegnati dei premi anche ad altre due critiche di fama internazionale, Cristiana Paternò, presidente del Sindacato nazionale critici cinematografici italiani, e Beatrice Fiorentino, critico e delegata nazionale della Settimana della critica veneziana.

Autrice: Caterina Longo

Lettera 7 visita il bosco incantato

È un’esperienza magica tra arte e natura il “Giardino delle sculture” creato dall’artista Sieglinde Tatz Borgogno a Pochi, frazione del Comune di Salorno.
Qui oltre 500 opere d’arte tra sculture in bronzo, marmo e ceramica, ed alcune installazioni, abitano il bosco. In questa atmosfera da fiaba, l’associazione letteraria “Lettera 7” propone una serie di letture libere, concepite come incontro ed omaggio all’artista Sieglinde Tatz Borgogno.
L’appuntamento, la cui partecipazione è gratuita, è in programma per sabato 24 settembre alle ore 15. Il giardino si trova a pochi minuti a piedi dal centro di Pochi ed è un vero e proprio museo a cielo aperto, che unisce la libertà con l’arte, l’armonia e la natura. Attraversandolo, vedremo mani enormi sbucare dal terreno o singole figure in bronzo o in coppia nel bosco e tavole che ricordano la parità tra uomo, donna e bambino. Tra i temi ricorrenti e frequenti nella ricca e prolifica produzione scultorea dell’artista c’è la figura femminile, sia arcaica che contemporanea, talvolta capace di librarsi in forme snelle e sottili verso la libertà – in altre opere raffigurata invece seduta, legata alla Madre terra.
Un’esperienza veramente particolare, in cui l’incidenza della luce e l’ora del giorno creano suggestioni molto diverse. Lungo il sentiero, che porta attraverso il piccolo tratto di bosco, alcune panchine invitano a soffermarsi; l’esperienza è completata da una bella vista panoramica sulla Valle dell’Adige.
Il giardino delle sculture di Pochi (Skulpturengarten Buchholz) è una collaborazione tra il comune di Salorno e la talentuosa artista, che mette a disposizione le sculture, mentre il comune si occupa della manutenzione del giardino e della segnaletica. Infine, questo è un anno speciale per l’artista, che ha compiuto 80 anni ed è stata omaggiata nel febbraio scorso con una mostra personale presso il Südtiroler Künstlerbund a Bolzano.

Autrice: Caterina Longo

Schiavon, un vulcano di energia gentile

Giancarlo Schiavon è un vulcano di energie: maresciallo dei Carabinieri in pensione, presidente del Centro Don Bosco di Laives, è impegnato senza sosta in mille attività di volontariato con giovani e meno giovani. Ovvero quelli che lui non chiama mai anziani, ma “le mie ragazze e i miei ragazzi” e che sa coinvolgere con un entusiasmo irresistibile, al ritmo di musica, come insegnante di ballo liscio, balli di gruppo e disco fox.

Lo incontriamo per un caffè al volo tra un impegno e l’altro. Nonostante l’energia – e ne ha da vendere- Schiavon è una di quelle poche persone ancora capaci di fermarsi e guardare negli occhi l’interlocutore, capaci insomma di capire  al volo chi hanno davanti.

Da dove viene tutta questa energia?

Dalle persone con cui mi trovo a collaborare, dal fare le cose insieme e dal condividere le emozioni: quando vedi un sorriso, la gioia per un momento inaspettato, una battuta… tutti abbiamo energia ma a volte ce ne dimentichiamo. È vero che sul divano ci riposiamo, ma le batterie si ricaricano alzandoci, muovendosi…

Insomma, una passione per gli altri, per le persone…

Il volontariato non ti stanca mai ed è mosso dalla stessa spinta verso l’aiutare gli altri che avevo nella mia professione come carabiniere.

Certo nonostante la pensione lei è giovanissimo.

Pochi anni fa ho scoperto quasi per caso che potevo andare in pensione perché ho iniziato a lavorare che non avevo ancora 14 anni. Alla fine delle scuole medie volevo iniziare a studiare da geometra, ma una sera mia madre mi ha detto che la famiglia aveva bisogno… e quindi ho lavorato in una falegnameria e nel frattempo mi sono iscritto alla scuola serale per geometri.

Ma la pensione non significa certo riposo per lei!

No, avevo un sacco di progetti in mente e ho iniziato offrendomi volontario al Don Bosco per dare lezioni di ballo agli anziani. Facevo parte del direttivo quando purtroppo è venuto a mancare il Presidente Giovannini nel marzo scorso e quando mi è stato chiesto di mettermi ulteriormente in gioco non mi sono tirato indietro.

E come va al Centro Don Bosco ?

Viene dagli anni non facili dalla pandemia: il centro vive di attività e se non si possono fare soffre… è un po’ come togliere la corrente ad un negozio che vende lampadari.

Cosa si aspetta per il futuro, per il Don Bosco?

Aprirci il più possibile, anche alle altre associazioni, ad esempio mettendo a disposizione i nostri spazi a chi fa attività sociali, in linea con lo statuto. Ad esempio stiamo aiutando una compagnia teatrale a cui stanno ristrutturando la palestra in cui provava; a breve ripartiamo con un corso di taglio e cucito, e altro ancora.

Ma è attivo nel volontariato anche  oltre Laives…

Si, oltre al Don Bosco e al circolo di Pineta di Laives, quest’estate ho portato musica e balli anche al parco Mignone a Bolzano. La prima volta eravamo una ventina di persone, poi appena partiva la musica si avvicinava altra gente, anche bambini, e siamo arrivati ad essere una cinquantina. Uscire, ballare insieme aiuta a sentirsi parte di qualcosa e toglierci dall’isolamento forzato e comodo di questi anni.

Lei lavora anche a contatto con i giovani, come li trova? 

Non sono poi tanto diversi dai ragazzi di ieri, hanno solo un mezzo più veloce per comunicare tra di loro eppure perdono il valore della comunicazione. Hanno a disposizione delle potenzialità incredibili, ma ne sfruttano pochissime. Noi dovremmo fermarci di più ad ascoltarli ma senza imporci né giudicare, aspettare che siano loro ad avvicinarsi. E lasciamoli sbagliare, non dico non andarli a ripescare se sono sull’orlo del burrone, ma qualche semplice caduta a terra…  non fa male

Lei sembra molto accogliente, ma c’è qualcosa che la fa spazientire? 

La mancanza di rispetto! Verso gli altri, ma anche verso se stessi. Non riesco a voler bene a chi non si vuole bene; vorrei che ogni persona tenesse a mente quanto vale:  tu ci sei, sei questa terra e ti devi voler bene.

Autrice: Caterina Longo

Un Grest con i pellerossa di padre Chini

Con una festa andata in scena al teatro Kimm si è conclusa la 25esima edizione del Grest dal titolo “L’avventura di Vestenera; tra conchiglie, frecce e stelle, ne vedremo delle belle”. Il Grest organizzato dal Punto d’incontro per giovani Cilla ha visto coinvolte 110 persone fra bambini, ragazzi ed educatori nell’arco di due settimane presso l’ex Dopolavoro di Sinigo.

La festa è stata aperta dalla rappresentazione teatrale dei giovani “gialloni”, che hanno messo in scena la storia di padre Eusebio Chini e la sua esperienza di vita tra i Pima, una tribù di indiani d’America.

“Vestenera” era il soprannome che i Pima – gli abitanti del deserto del Sonora – allora Messico, ora California e Arizona – gli avevano dato per il suo “strano” abbigliamento. 

Padre Chini, “Vestenera”

Segno, un paesino della Val di Non, ha dato i natali nel lontano 1645 a padre Eusebio Chini, sacerdote gesuita, astronomo, cartografo, uomo di fede e di scienza.  Questo  personaggio a noi sconosciuto ma famosissimo in California, partì in quel lontano 1681 alla volta del  Messico ad annunciare il vangelo agli indiani Pima del deserto del Sonora, ad insegnare a coltivare la terra, e a difenderli  dai soprusi degli spagnoli “conquistadores” che volevano schiavizzare le popolazioni locali per i loro interessi economici. 

Padre Chini (in America padre Kino) ancora oggi  è considerato il padre fondatore dell’Arizona  e una sua imponente  statua campeggia all’interno del Campidoglio a Washington. Se oggi andiamo in California troviamo il vino Kino, l’acqua minerale Kino, la carne in scatola Kino e tutte le grandi città portano il nome che Padre Kino aveva dato allora alle 24 missioni fondate  in 24 anni di permanenza con i suoi indiani. 

Così l’ambientazione del Grest è stata improntata sul popolo degli indiani, la loro spiritualità, il loro stupore e rispetto per il creato e l’amicizia e stima che si erano sviluppate tra loro e il “Vestenera”. I bambini del Grest – divisi in 4 tribù: i “pellerossa”, i “Cherokee”, i “Concas Blu” e “La tribù del sole” – hanno dato vita a un vero accampamento indiano con tende, canti e giochi tutti a tema. 

In gita al lago e a Segno

Si sono inoltre svolte due gite: la prima a Molveno con una passeggiata attorno al lago, pranzo al sacco e sfide pomeridiani allo “Scalpo”; la seconda a Segno con visita guidata dal signor Alberto Chini (presidente dell’associazione P. Eusebio Francesco Chini) che ha illustrato la casa natale di padre Chini e  il museo rinnovato e ampliato a lui dedicato, ricco di reperti e documenti della sua intensa attività fra gli indiani d’America. 

La redazione giornalistica del Grest  ha realizzato anche un giornale,  “El Saguaro”, che in un numero unico ha visto cimentarsi,  piccoli e adolescenti, in qualità di aspiranti giornalisti.

Da Merano al tetto del mondo

“Contribuire in maniera attiva a uno sviluppo positivo del mondo e della società”: è il desiderio di Selena Milanovic, meranese di nascita, uno dei nomi da segnare in rosso nel quaderno dei talenti di cui sentiremo parlare in futuro: a soli 27 anni può vantare un curriculum e un’esperienza accademica e professionale degna dei migliori scienziati al mondo, tanto che è stata inserita dal noto magazine economico Forbes nella Top 100 degli under 30 più influenti d’Italia, alla voce “scienza”.

I traguardi raggiunti finora sono davvero tanti, e fra questi Selena ha avuto anche l’onore di presentare di fronte al Parlamento britannico un’importante ricerca sulla circolazione del sangue nel cervello nei casi di demenza. Negli anni la giovane scienziata ha maturato anche una forte sensibilità sociale che l’ha portata a passare dal settore dell’ingegneria a quello biomedico, rientrando nella ristretta cerchia dei giovani rappresentanti il World Economic Forum. 

Oggi Selena Milanovic lavora per la Siemens, multinazionale di Monaco di Baviera, parla quattro lingue fluentemente e si impegna ogni giorno per unire la propria sensibilità sociale ad una solida preparazione tecnica e scientifica. 

Selena, sei partita da Merano e sei diventata conosciuta a livello internazionale. È stato un percorso difficile?

Nulla è facile nel mondo del lavoro, quello che mi ha sempre mosso è stato il grande interesse per le scienze e la voglia di contribuire allo sviluppo del mondo. Ho studiato ingegneria all’Università di Bolzano in tre lingue in modo da poter affinare le mie conoscenze tecniche. Questo mi ha permesso successivamente di ottenere una laurea magistrale in ingegneria biomedica sia a Vienna che Brno. Subito dopo ho capito che il mio interesse stava virando sulla modellazione matematica, e per questo ho intrapreso un dottorato, sempre in Ingegneria biomedica all’Università di Oxford, dove ho studiato il flusso del sangue nel cervello.

Essere riconosciuta tra i migliori talenti italiani non ti mette pressione?

Assolutamente no, anzi. Per me essere stata inclusa nella classifica di Forbes ha rappresentato un grande onore ma mi ha fatto avvertire anche una grande responsabilità perché mi rendo conto che con il mio lavoro posso generare un impatto positivo per la nostra società. 
Non lo vedo assolutamente come un punto d’arrivo, anzi, lo vedo come un trampolino di lancio. 

Quanto sono stati importanti i tuoi anni trascorsi in Inghilterra?

Tanto, lì ho vissuto esperienze uniche. Ho fatto parte di un team di scienziati che ogni giorno riassumeva i punti salienti delle ricerche e delle scoperte riguardanti il Covid e li esponeva ai parlamentari inglesi. Tramite questi nostri documenti scientifici venivano decise leggi, lockdown e ordinanze. 
Eravamo di fatto un comitato scientifico, e questo mi ha reso molto orgogliosa. A Oxford ho potuto anche lavorare a un algoritmo capace di mappare il flusso del sangue nel cervello laddove le immagini che otteniamo con le risonanze magnetiche non bastano. 
Si tratta di modelli matematici capaci di riempire i “buchi” che vediamo sulle risonanze. È stato un lavoro lungo e complicato, ma che mi ha ripagato in pieno dato che ho potuto esporlo davanti al Parlamento.Un momento per me davvero emozionante.

In Italia il problema dei cervelli in fuga sembra essere dilagante…

Vero, ma non penso sia una cosa negativa. Viviamo in un mondo globalizzato, serve flessibilità mentale, è necessario conoscere nuove culture, lingue, usanze. Solo così si torna a casa più ricchi d’esperienze. Io voglio imparare il più possibile a livello internazionale perché questo mi permette di diventare versatile culturalmente. Non è una questione di scappare dall’Italia, bensì di potermi arricchire nel mio campo.

Nel mondo scientifico esiste una disparità di genere?

Sì, ed è un problema supportato da dati inconfutabili. Qualcosa però si sta muovendo. Quando studiavo a Bolzano eravamo solo il 3 per cento di ragazze, oggi lo stesso corso conta il 30 per cento. Si tratta di un miglioramento esponenziale. Ci sono sempre più ragazze che entrano nel mondo STEM, ma bisogna iniziare ad aprire le porte anche per le posizioni più alte, che oggi sono ancora ricoperte per la maggior parte da uomini. 
Insomma, c’è tanto lavoro da fare ma rispetto a tanti anni fa c’è anche una maggiore apertura mentale per creare un ambiente più equo.

Che consiglio daresti ai giovani ragazzi emergenti?

Quello di cercare di estrapolare il meglio dai modelli che ognuno segue, cogliendo gli spunti più interessanti, amalgamandoli nel proprio lavoro quotidiano. Ma penso sia anche necessario essere versatili e attivi in più campi possibili. Alla base però ci deve sempre essere la passione in quel che si fa. Solo così è possibile non sentire la fatica.

Qual è la cosa che più ti piace del tuo lavoro?

Il sapere che attraverso una piccola scoperta sono in grado di migliorare la vita a milioni di persone. 
Basta un solo prodotto medico per impattare positivamente in ogni angolo del mondo, dando la possibilità a tante persone di continuare a fare ciò che fanno, migliorando la nostra comunità. Questo è un aspetto che mi affascina molto.

Autore: Alexander Ginestous

Frittata dolce sbriciolata con mirtilli neri

INGREDIENTI

140 g farina
100 ml latte
100 ml panna
4 tuorli d’uovo
½ b. zucchero vanigliato
40 g mandorle sbucciate e grattugiate
1 C liquore al mirtillo nero
4 albumi d’uovo
1 p. sale
40 g zucchero
200 g mirtilli neri
Olio per friggere
burro per saltare
zucchero a velo per spolverizzare

PREPARAZIONE

Mescolate la farina, il latte, la panna, i tuorli, lo zucchero vanigliato, le mandorle e il liquore al mirtillo nero fino ad ottenere una pastella liscia.

Sbattete gli albumi con il sale, montate poi a neve con lo zucchero e amalgamate delicatamente alla pastella.

Riscaldate un po’ d’olio in una padella grande, versatevi la pastella, cospargete con mirtilli neri e dorate la parte inferiore, poi voltate l’omelette e fate altrettanto.

Infine mettete la padella nel forno preriscaldato e terminate la cottura dell’omelette.

Poi fate a pezzetti (strapazzatela) l’omelette con due forchette.

Spolverizzate con un po’ di zucchero a velo, aggiungete un po’ di burro e saltate brevemente sulla piastra cosicché lo zucchero caramellizzi.

Disponete su piatti riscaldati, spolverizzate con lo zucchero a velo e il gioco è fatto.

Cottura: 5 minuti circa, forno statico a 180 gradi circa.

SUGGERIMENTI

Potete accompagnare la omelette ai mirtilli neri anche con una composta di mele, pere, mele cotogne o altre. Al posto della panna potete usare del latte; tuttavia con la panna la omelette sono più raffinate.

Pedalando fino a Capo Nord

È la notte tra il 2 e il 3 luglio e a Capo Nord il sole non tramonta. “Ho scelto di raggiungere la mia meta proprio di notte. A Capo Nord, in Norvegia, durante alcune settimane tra giugno e luglio si può assistere a quello che viene chiamato ‘il sole di mezzanotte’, un momento affascinante in cui non cala mai la notte.” Nicolò Botrugno, 29 anni, di origini romane, quest’estate ha deciso di partire da Piazza Walther a Bolzano e, percorrendo circa 4500 Km sulla sella della sua bicicletta, è arrivato a nord della Norvegia.
Nicolò, sei partito da Bolzano il 1 giugno, avrai vissuto un mese intenso. Hai pedalato sempre da solo?
È stato un mese particolare, andare in Norvegia è sempre stato un sogno per me, è un luogo dove mare e montagna si coniugano. Per arrivarci ho pedalato in media 6/7 ore al giorno, facendo 4 giorni di riposo nei quali ho fatto delle altre escursioni. Non è stato un giro esclusivamente in solitaria, fino a Berlino ho pedalato insieme ad un amico.

Ma facciamo un passo indietro, come sei arrivato a vivere a Bolzano? Quanto ha inciso la passione per lo sport?
Mi sono trasferito da Roma grazie alla mia la passione per le montagne. Qui in Trentino-Alto Adige ho finito i miei studi di Ingegneria e, come regalo di laurea, ho deciso di comprarmi una bici da corsa. Non avevo mai praticato il ciclismo come sport, però trovarsi ad avere le montagne vicino a casa, potendo fare così escursioni e sci alpinismo, ha senz’altro influito.

Hai trovato nella bicicletta un mezzo con cui passare le tue vacanze, com’è stato?
Innanzitutto devo dire di aver avuto fortuna con il meteo. Eccetto un forte temporale in Germania e qualche pioggia in Svezia e sulla costa norvegese, ho sempre trovato bel tempo. Quando ho superato il circolo polare artico ho notato un caldo eccezionale per quelle latitudini, toccando con mano gli effetti del cambiamento climatico. Nonostante fossi focalizzato sui miei obiettivi, ovvero raggiungere Capo Nord e fare delle escursioni nelle isole Lofoten, attraversando diversi Paesi ho osservato molti paesaggi. Essendo un ingegnere energetico, non ho potuto che notare la quantità elevata di pale eoliche e impianti fotovoltaici presenti in Germania, ma anche, in contrapposizione, delle centrali a carbone. E poi quelle meravigliose zone montuose a picco sul mare.

In quei posti ci sei arrivato la notte…
Volevo assistere al ‘sole di mezzanotte’. Poter sperimentare delle intere giornate con il sole sempre in cielo, durante le quali i ritmi normali vengono stravolti, è stata davvero un’esperienza.

Infine, hai fatto ritorno qui in Alto Adige.
Il ritorno è stata la parte più complicata. Avevo prenotato il volo ma sono arrivato a destinazione prima del previsto. In quei giorni c’è stato il picco degli scioperi della compagnia aerea e, come me, tanti passeggeri sono rimasti a terra. Dunque, senza voli, sono stato costretto a smontare la bicicletta, metterla in un cartone, salire prima su un bus, poi su due treni e, infine, sull’aereo che da Stoccolma mi ha portato a Bergamo. Fortunatamente le nazioni del nord d’Europa sono più inclusive dell’Italia quando si parla di biciclette e, quindi, non ho avuto nessun problema con il trasporto del mezzo.

Autore: Andrea Dalla Serra

Spikeball: i giovani bolzanini ai mondiali

Si è qualificata nella top 10 a livello mondiale la Nazionale italiana di Roundnet, lo sport di squadra anche conosciuto come Spikeball nel quale due squadre avversarie composte da due giocatori, posizionate intorno a una rete simile a un trampolino, si scontrano in un continuo scambio di passaggi e schiacciate con una pallina evitando di farla cadere a terra. All’evento, che ha avuto luogo a Park Molenheide, in Belgio, dall’8 all’11 settembre, si sono scontrate 33 nazioni nella categoria maschile e 27 in quella femminile. Altissima la partecipazione degli atleti altoatesini, ben 11 ragazzi e 3 ragazze su un totale di 19 italiani. Parla Michele Berlanda, cofondatore dell’associazione ASD Roundnet Bolzano-Bozen che, ormai da qualche anno, raduna atleti e appassionati intorno alle reti di Spikeball.

Michele, avete iniziato a giocare sui Prati del Talvera nel vicino 2019. Avreste mai pensato di raggiungere questo risultato?

Agli inizi siamo partiti come un gruppo di principianti, ma già dopo un anno avevamo in programma di raggiungere la partecipazione al mondiale 2020, poi posticipato a causa della pandemia. In quel periodo siamo cresciuti molto. Ammetto che, per tutti noi, essere tra le prime 10 squadre al mondo era una grande ambizione. Siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo e ne siamo molto soddisfatti.

Perlomeno a livello locale c’è stata una crescita del movimento: prima un gruppo di amici, poi una società ed ora un nono posto ai mondiali. Quanto vi siete allenati?

Nell’ultimo mese ci siamo allenati tutti i giorni per 6 ore al giorno. Non è mancato neppure un ritiro di 3 giorni a Cavallino. Come numeri non siamo aumentati di molto, ma da quest’anno ci impegneremo anche in tal senso; aver avuto la maggior parte degli atleti della Nazionale provenienti dalla nostra associazione, però, è un bel risultato.

E, in Belgio, vi siete portati dietro anche diversi tifosi…

Assolutamente. Ci hanno affiancati una decina di persone provenienti da Bolzano e dal Veneto, inoltre sono arrivati a sostenerci anche alcuni italiani fuorisede in Olanda.

Il costo per la partecipazione ai mondiali è ammontato a 15 mila euro, come siete riusciti a sostenere questa spesa? Lo Spikeball non è certo tra gli sport più in voga e, di conseguenza, tra quelli più finanziati…

Grazie agli sponsor e a un evento di promozione fatto a Bolzano siamo riusciti a coprire metà delle spese. Ci tengo però a sottolineare che, anche se fosse stato tutto autofinanziato, ne sarebbe lo stesso valsa la pena.

Prima di questi mondiali avete avuto altre occasioni per scontrarvi con atleti di altre nazioni? 

Ogni anno organizziamo un torneo qui a Bolzano, coinvolgendo anche degli atleti austriaci. Quest’anno sarebbe stato in prossimità dei mondiali e quindi le squadre provenienti dall’estero hanno preferito non partecipare, così abbiamo promosso quelle italiane. Nonostante questo, insieme a oltre 140 atleti, abbiamo preso parte per 10 giorni ad un raduno mondiale a Maiorca. Ci siamo posizionati bene anche in uno dei 4 Grandi Slam europei, tenuto in Romania, e pure ai tornei di Parigi e Praga.

Autore: Andrea Dalla Serra