Delladio e Rossetto: è solo rock’n’roll ma continua a piacerci

Marco Delladio e Matteo Rossetto recentemente hanno dato alle stampe un EP solido di puro rock venato di blues, il cui titolo è Underwater Blues.

Per molti il rock’n’roll (in senso lato) è un genere musicale alla frutta, senza nulla da dire; basti pensare che Sting già nel 1990 o giù di lì lo aveva dichiarato definitivamente morto. Il DJ trentino Agostino Carollo, nello stesso periodo andava predicando che il nuovo rock era diventato la techno. Sono trascorsi trent’anni, eppure il rock’n’roll non accenna a spirare. Altre correnti musicali hanno smesso di esistere e – se non sono proprio morte – sono senz’altro cadute nel dimenticatoio, perdendo smalto e credibilità. Il rock’n’roll no, perché per lì è una questione di spirito; finché ci saranno ragazzi che avranno voglia di imbracciare una chitarra elettrica e rullare sui tamburi, il rock continuerà ad esserci. Chiaramente mancherà lo spirito di ribellione che era stato alla base della sua nascita, ma quello probabilmente si era affievolito già quando Elvis Presley finì sotto le sgrinfie del pessimo colonnello Parker, firmando il contratto con la major RCA.

Due che se ne infischiano totalmente delle dichiarazioni sulla presunta morte del rock’n’roll sono sicuramente Marco Delladio e Matteo Rossetto, distanti anagraficamente circa una generazione, ma vicini nella scelta della musica da suonare. Devoto al verbo rock il primo, fin da quando coi fratelli e altri tre amici aveva dato vita a una cover band dei Rolling Stones, rivelatosi poi talentuoso autore di canzoni pop-rock in anni recenti, più vicino alle sonorità del rock sudista il secondo. I due hanno dato alle stampe nelle scorse settimane un EP solido di puro rock venato di blues. Il sodalizio tra Rossetto e Delladio è di lunga data, Matteo aveva suonato nei due dischi solisti di Marco, fungendo anche da direttore artistico, ora per la prima volta Rossetto diventa primattore o quantomeno appare in copertina alla pari dell’amico e socio. “Non è stato semplice – ci racconta Marco Delladio –, Matteo ha sempre preferito fare il comprimario ed ho dovuto faticare per convincerlo a entrare in prima persona nella nuova denominazione. Ora siamo la Delladio & Rossetto Band, a tutti gli effetti. Lui preferiva stare in secondo piano, così gli ho detto che ero stufo di essere solo io a figurare in cartellone o sulle copertine. È un musicista conosciuto ed apprezzato, era giusto che avesse il meritato riconoscimento: il fatto di stare sempre nelle retrovie era un po’ un autogol. Poi lui è determinante nella fase di arrangiamento delle canzoni. Prendi questo disco, è composto di cinque brani, tre dei quali erano già apparsi nei miei due dischi da solo, ma la veste è cambiata, il blues ha preso il posto del pop-rock originale, il suono si è fatto più americano, e di questo va reso merito a Matteo”.

Ed effettivamente, ascoltando Underwater Blues – questo il titolo dell’EP – la cosa si avverte pienamente. Il brano più riconoscibile è Take Me To The Station, nonostante il ritmo più rallentato: probabilmente i Rolling Stones venderebbero nuovamente l’anima al diavolo per avere un riff ed una canzone così. In altre parti del disco, come l’iniziale You Are Clearly Not A Saint e soprattutto l’unico inedito del disco, We Left Our Troubles Behind, il rock-blues assume caratteristiche degne della miglior scuola sudista. L’unica cover del disco è un brano tradizionale mutuato, guarda caso, dalla versione che ne facevano i Rolling Stones ad inizio carriera. “Per registralo ci siamo recati in uno studio veronese – prosegue Delladio – la band doveva essere quella con cui suoniamo dal vivo, Andreas Marmsoler al basso e Federico Groff alla batteria. Il giorno prima però Andreas ha avuto un imprevisto e, con lo studio prenotato non potevamo permetterci di annullare tutto, così per l’occasione gli è subentrato Flavio Zanon, che ha fatto un ottimo lavoro. Quello che ci interessava era fare un disco live, in studio certo, ma suonato come fosse dal vivo. Avevamo prenotato solo due giornate, e la mattinata della prima è andata via solo per sistemare gli strumenti e fare i suoni, poi abbiamo registrato i cinque brani uno dopo l’altro. Il secondo giorno io ho sovrainciso le parti vocali e Matteo quelle di chitarra solista. Ti assicuro che per fare cinque brani con questa tempistica bisogna davvero pedalare. Doveva essere quasi sempre buona la prima take. E il risultato è quello che alla fine volevamo, una cosa immediata, diretta, senza fronzoli”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

LA FESTA DELLA LIBERAZIONE

Martedì 25 aprile la musica dal vivo ha fatto la gioia dei bolzanini di tutte le età. Alcune realtà bolzanine sensibili alla tematica hanno organizzato una grande festa al Talvera (Piazzale delle Feste). La musica è stata intervallata da pensieri resistenti. In questi scatti di Niccolò Dametto di COOLtour riviviamo assieme la manifestazione.

Torta Mimosa

Ingredienti

Dosi per uno stampo da 24 cm
Ingredienti pan di spagna
6 uova
250 gr di zucchero
300 gr di farina 00
6 cucchiai di acqua bollente
1 bustina di lievito per dolci

Ingredienti per la farcia
4 tuorli
40 gr di farina
5 cucchiai di zucchero
400 ml di latte
250 ml di panna per dolci

Ingredienti per la bagna
200 ml di acqua calda
2 cucchiai di zucchero
2 cucchiai di limoncello

Preparazione

Preparate il pan di spagna. Separate i tuorli dagli albumi e montate questi ultimi a neve.
Montate i 6 tuorli con 6 cucchiai di acqua bollente, poi aggiungete lo zucchero montando il tutto a velocità massima finché il composto non risulti spumoso.
Incorporate gli albumi montati a neve. Infine aggiungete la farina e il lievito setacciati e mescolate con un cucchiaio delicatamente per non smontare il composto.
In uno stampo imburrato ed infarinato versateci il composto. Ora potete infornare a 180°C in modalità statica per 40 minuti. (Un consiglio, il forno deve essere già caldo quando infornerete la torta).
Una volta cotta, sfornatela e lasciatela raffreddare.

Preparate ora la crema. Incidete una stecca di vaniglia e fatela sobbollire nel latte per 5 minuti, così che sprigioni tutto il suo aroma.
Mescolate poi i tuorli con lo zucchero.
Unite la farina fino ad ottenere un composto omogeneo.
In fine aggiungete il latte a filo, mescolate, mettete in un pentolino e cuocete la crema pasticcera fino a farla addensare.
Lasciate raffreddare la crema, poi trasferitela in una ciotola e aggiungete la panna (precedentemente montata).

Ora assembliamo la torta. Tagliate orizzontalmente la parte superiore del pan di Spagna asportando la calotta. Poi tagliate un disco dall’interno incidendo internamente un cerchio ed asportandolo delicatamente. Con uno scavino svuotate il pan di spagna della sua mollica come a voler formare un contenitore. La mollica tolta va messa da parte per decorare la torta.
Preparate ora una bagna facendo sciogliere un paio di cucchiai di zucchero in un po’ d’acqua calda e aggiungendo poi il limoncello.
Bagnate il pan di spagna poi farcitelo con la crema diplomatica tenendone da parte 1/4 per ricoprire la parte superiore.
Chiudete la torta con il cerchio asportato all’inizio, bagnandolo con un po’ di sciroppo, quindi farcite con altra crema.
Poi chiudete con la calotta bagnata con un po’ di sciroppo. Ricoprite tutta la torta con la crema che avevate messo da parte.
Decorate tutta la superficie della torta mimosa facendo aderire la mollica di Pan di Spagna.
Ponete la torta mimosa in frigorifero per almeno 1 ora prima di servirla.

Lettera 7: poesia e scrittura sono di casa

Un’amicizia fresca. Un incontro informale. La condivisione di un interesse in comune e poi l’idea. Questa la sintesi dei tre semplici passaggi, che il 7 luglio 2015 hanno portato alla fondazione di quella che dal 2020 si è evoluta in associazione Lettera 7, nata in origine come gruppo che si proponeva di divenire un punto di riferimento per chi nutriva interesse nei confronti della poesia e della sottile arte della narrazione.

“Avevo un leggero rapporto d’amicizia con la scrittrice tedesca d’origine, ma residente a Bolzano, Simone Dark, come si fa chiamare artisticamente. Ci siamo incontrati, in piazza Walter, e condividendo la passione per la poesia e la scrittura abbiamo pensato che poteva essere una buona idea formare un gruppetto con altri appassionati come noi”. 

Questo è il ricordo di Roberto Marino, attuale presidente dell’associazione Lettera 7, residente a Vadena ma operativa su tutta la regione. “Però ci serviva un logo – rivela – e la scrittrice lo ha realizzato simboleggiando una piuma di piccione che scrive. Io mi sono occupato del manifesto che inivitava chi si voleva aggregare e man mano si sono aggiunte molte firme, sia altoatesine, sia trentine”.

Presidente Marino, in questi anni l’associazione è cresciuta ed ha iniziato a farsi conoscere anche sul territorio. Partiamo con il raccontare qual è la proposta.

Siamo 47 soci in totale, ed essendo appassionati di letteratura proponiamo presentazioni di libri, varie conferenze a tema letterario e alcuni di noi fanno anche quadri, per cui abbiamo inaugurato delle mostre. Poi abbiamo due cantautori e dunque abbiamo organizzato qualche concerto. Ma il nostro punto forte è la formula che noi definiamo “Letture libere”.

Che cosa sono?

Le chiamiamo così perché nei luoghi in cui ci invitano ci esibiamo leggendo testi di nostra creazione, ma anche tratti da libri classici. E su questo aspetto vorrei dire che ci avvaliamo molto della voce dell’attrice Maria Pia Zanetti, che fa parte anche del nostro gruppo. Il pubblico si mostra sempre molto interessato.

Dove venite invitati? 

In molte località della provincia di Bolzano e di quella di Trento, però non siamo mai usciti dalla regione, eccezion fatta per l’escursione culturale di sabato 29 aprile a Basano del Grappa. L’abbiamo chiamata “Il treno dei poeti” perché ci andiamo appunto con il treno. Un’esperienza simile l’abbiamo fatta qualche anno fa recandoci a Vipiteno.

Vista la passione nei confronti della scrittura e del comporre, avete prodotto dei libri? 

Sì, quattro antologie riassuntive di diversi autori. A maggio pubblicheremo la quinta antologia per parlare di quello che noi chiamamiamo alberismo. ovvero un movimento ideato da noi dove cerchiamo di coniugare l’amore per l’arte e la letteratura, in particolare con l’amore nei confronti della natura. Siamo in diciotto autori che hanno inserito i propri testi per creare questo abbinamento.

Altri progetti?

Una nostra idea, se mai andrà in porto, riguarda la possibilità di proporre qualche programma radiofonico a tema. Ciò oltre a portare avanti le nostre collaborazioni, in particolare con il comune di Vadena con cui abbiamo un ottimo rapporto.

Autore: Daniele Bebber

Il falegname di Egna e la morale pubblica

La morale, si sa, è come la moda. Non si capisce chi la ispiri e perché tutti la seguano. Inoltre, cambia a seconda dei luoghi e, soprattutto, dei tempi. Ciò che ai nostri nonni sembrava peccato mortale ai nostri nipoti sembra la norma, e ciò che in certi paesi risulta intollerabile in altri è pratica quotidiana.

Un caso eclatante in tal senso è capitato a Egna nei primi anni del ‘900. Un giovane falegname, originario della Carinzia, si era stabilito in paese con la sua compagna. Un alloggio modesto ma una vita felice. Il giovane aveva trovato lavoro e nulla lasciava presagire quanto sarebbe successo di lì a poco. Per loro disgrazia, i due furono notati dal prete del luogo che evidentemente aveva della morale pubblica un concetto ben preciso e diverso dal loro, in base al quale la convivenza more uxorio di due giovani era intollerabile agli occhi del Signore e, quindi, anche dei suoi luogotenenti terreni. Sollecitò quindi l’intervento riparatore della pubblica amministrazione che, infatti, intervenne sollecitamente.La pubblica opinione venne a conoscenza dell’episodio grazie ad un articolo in prima pagina della “Volkszeitung” di Innsbruck, nota per il suo anticlericalismo. Il titolo del pezzo pubblicato il 5 agosto1913 era più che esplicito: “Der liberale Sittenrichter von Neumarkt” (il liberale giudice dei costumi di Egna). Raccontò il giornale: “Il giovane S.G., falegname originario della Carinzia, si era appena stabilito a Egna e aveva preso in affitto un appartamento; aveva deciso di non sposarsi perché non aveva un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e inoltre non disponeva del capitale necessario per acquistare l’arredamento completo. Ogni settimana acquistava qualche nuovo mobile e alcuni riuscì a fabbricarseli personalmente. La sua vita si svolgeva in modo discreto e senza destare scandalo.” Poi, un giorno, ricevette dall’autorità comunale la seguente missiva: “La invitiamo a presentarsi entro tre giorni all’ufficio comunale per comunicare i suoi dati personali e quelli della sua concubina, pena l’espulsione dal territorio comunale di Egna.” Benché il falegname si fosse regolarmente registrato al suo arrivo, egli si recò nuovamente in Comune. Gli fu fatto presente senza giri di parole che avrebbe dovuto sposarsi entro il 1. giugno, in caso contrario sarebbe stato espulso dal comune. Poiché il falegname si era recato in comune il 26 o 27 maggio, gli venivano lasciati non più di tre giorni per “regolarizzare” la sua posizione. Era evidentemente impossibile compiere tutti i passi necessari per un matrimonio e inoltre il falegname non aveva nessuna intenzione di sottostare all’imposizione del sindaco. Infatti nessuna legge dell’impero asburgico imponeva ai conviventi di sposarsi pena la perdita della residenza in un comune. “è’ un atto terroristico”, scrisse il giornale, “che equivale alla distruzione dell’esistenza di una persona.” Puntualmente il 1. giugno i due giovani ricevettero una seconda lettera con la quale, “visto il suo rifiuto e quello della sua concubina di unirsi in matrimonio con il presente decreto disponiamo la sua immediata espulsione dal Comune di Egna”.

Tranchant fu il commento del giornale: “È sorprendente con quanta celerità lavorino i giudici della morale di Egna. Dopo soli tre giorni, e senza calcolare che il 1. giugno cadeva di domenica, avevano già pronto il decreto di espulsione del falegname e della sua compagna.  Ma chi è il zelante sindaco servo della chiesa che siede sulla poltrona di Egna? Perfino nel nostro “nero Tirolo” non è frequente un tale zelo di un sindaco nel “ripulire” il comune dalla presenza di un uomo che non accetta un’imposizione illegale o addirittura di abbandonare la propria compagna. Meraviglia delle meraviglie, cari lettori, il zelante lustrascarpe del prete di Egna è nientepopodimeno il liberale Barone Longo, che onora della sua presenza anche il consiglio provinciale del Tirolo. Qualora in Austria avesse più valenza la legge della volontà dei preti, una severa punizione dovrebbe colpire il liberale Barone Longo per il suo vile ricatto nei confronti di un onesto cittadino.” 

Il danno arrecato al povero falegname e alla sua compagna fu notevole. Per tre settimane rimase disoccupato e inoltre dovette cedere a poco prezzo i suoi mobili.

Autore: Reinhard Christanell

Il “Made in Italy” del ventennio

Di recente sono tornate di moda certe idee “autartiche” (o sovraniste, come si chiamano adesso) in vari settori della vita pubblica: dalla lingua, che si pretende pura e priva di espressioni prese in prestito da altre lingue, all’alimentazione, rigorosamente made in Italy (o “fatta in Italia”, per usare l’italiano), dal lavoro alle questioni per così dire “demografiche”.  Senza voler trarre in alcun modo conclusioni affrettate, la memoria storica ci riporta inevitabilmente ai tempi in cui simili “parole d’ordine” andavano per la maggiore.

In questa sede ci limitiamo a parlare di agricoltura, anzi di verdura. Il territorio del comune di Laives è stato formato dall’opera di tre corsi d’acqua: i due fiumi, Adige e Isarco, che nei millenni hanno dato vita all’enorme palude tra il Monte di Mezzo e il conoide su cui sorge il paese e il Rio Vallarsa, che dopo l’ultima glaciazione ha trascinato a valle il materiale che ha formato il conoide stesso. Come si sa, la zona era nota per le febbri malariche che colpivano la popolazione specialmente nel periodo estivo e non a caso si parlava di “Leiferer Tod”, la morte di Laives. Il primo intervento per migliorare la situazione fu la regolazione del corso del fiume Adige ad opera dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo, che permise il recupero di molti ettari di terreno agricolo e rese più sicura l’intera valle. Successivamente, nel corso dei decenni, molte zone furono sottoposte ad opere di bonifica che a loro volta contribuirono ad aumentare i terreni coltivabili a frutteto o vigneto – e, ovviamente, a verdura.

Diversi interventi sono avvenuti negli anni trenta del secolo scorso. Spesso queste lodevoli operazioni da parte dei locali agricoltori sono state strumentalizzate a fini propagandistici dal regime fascista allora al potere in Italia. Non mancavano le cerimonie in cui venivano premiati gli umili eroi della verdura, del grano o delle pannocchie di granturco. Il 16 giugno 1934 la “Alpenzeitung” pubblicò un articolo in cui si celebrava la bonifica di “diverse centinaia di ettari di terreno” a Laives. Il 22 novembre 1938 fu invece la volta della premiazione degli agricoltori di Laives che si erano specializzati nella coltivazione di verdura, in questo caso invernale. Non era questa una novità per Laives, poiché da sempre molti agricoltori locali rifornivano la vicina città capoluogo di verdura. Tra le autorità presenti, il giornale cita “S.E. il Prefetto, il Federale, il Podestà di Bolzano, il Presidente dell’Unione Agricoltori On. Miori, il Direttore dell’Unione Agricoltori, il Comandante dei Reali Carabinieri di Laives, il Segretario Provinciale del Dopolavoro”.

Davanti al municipio si erano radunate le organizzazioni giovanili, la banda musicale e la popolazione. Nella sala consigliare si erano invece raccolti gli agricoltori premiati. Il primo discorso fu quello del Dr. Pozzi, direttore dell’Unione Agricoltori. Sottolineò l’importanza della coltivazione della verdura e gli ottimi risultati raggiunti dai coltivatori locali. Anche il Prefetto si congratulò per il lavoro svolto: la verdura coltivata a Laives era di vitale importanza per la vicina città capoluogo e auspicò che sempre più agricoltori di Laives si dedicassero anche in futuro a questa essenziale attività. Scroscianti applausi dei presenti. Si passò quindi alle premiazioni. Un diploma fu consegnato a Ferrari Giulia, Comperini Giulia e Hilpold Giuseppina. 100 Lire furono il premio per Furlani Pietro, Janeselli Ennio e Perathoner Maria.75 Lire andarono a Pfeifer Giuseppina, Mittermaier Maria, Bettini Mario, Gottardi Rosa e Paoli Maria. 50 Lire furono il premio di Curti Mario, Defranceschi Anna, Rizzi Maria, Comper Roberto, Seppi Anna e Vincenzi Stefania. Di 25 Lire dovettero infine accontentarsi Buratti Egidio, Dallago Giovanna, Foppa Giuseppina, Festi Maria, Tezzele Erna, Revolti Maria e Pifferi Stefania. Al termine della cerimonia, il Federale invitò tutti i presenti ad alzarsi per il rituale saluto al Duce.

Autore: Reinhard Christanell

Il piacere di pulire il proprio paese

Fumare fa male a se stessi e agli altri, un concetto che tutti danno per scontato, ma a quanto pare non tutti sanno che non è solo il fumo passivo ad avvelenare il prossimo.
“I filtri di sigarette sono fra gli oggetti più inquinanti del pianeta, ma ad ogni clean – up ne raccogliamo a centinaia, come se nessuno se ne rendesse conto”, spiega Ornella Libardoni, referente di Plastic Free per Laives e Bronzolo.

// Di Luca Masiello

Anche in Bassa Atesina ci sono gruppi di volontari che aderiscono a Plastic Free: nata nel 2019 come realtà digitale, questa associazione ambientalista nel giro di pochi anni ha raggiunto milioni di utenti e oggi, con più di mille referenti in tutta Italia, è divenuta la più importante e concreta associazione su questa tematica. Fra questi mille c’è anche Ornella Libardoni, che da circa un anno guida un gruppo di volontari per rimediare alla negligenza di chi non riesce proprio a fare a meno di sporcare le zone di Laives e Bronzolo.

Signora Libardoni, come è iniziata la sua avventura in Plastic Free?

Per puro caso: un annetto fa avevo letto sul giornale che ci sarebbe stata una raccolta di rifiuti sui prati del Talvera, a Bolzano; mi sono iscritta e lì ho incontrato delle persone motivate che mi sono piaciute. Così ho continuato a partecipare a queste azioni, che noi chiamiamo clean – up, arrivando anche in Trentino, rimanendo ogni volta entusiasta. Infine ho scoperto che Laives e Bronzolo erano scoperte, non avevano alcun referente: mi sono iscritta all’associazione e ho fatto richiesta per guidare i volontari della zona.

Quali sono state le sue prime esperienze come referente?

Il primo evento che ho organizzato è stato un successone: a febbraio a Bronzolo ha partecipato una quarantina di persone. Pochi giorni dopo ne ho organizzato un altro a Laives, e lì la situazione si è rivelata alquanto deludente: a parte noi quattro referenti altoatesini si era presentata una sola persona. Errore mio: avevo organizzato la raccolta in un giorno infrasettimanale, in un orario non compatibile con la vita di chi lavora o ha famiglia, e oltretutto faceva anche freddo. Ho imparato e ne ho organizzata subito un’altra per un sabato mattina, e in quel caso la risposta c’è stata. Il fatto più importante è che proprio in quell’occasione ho conosciuto delle persone che fanno parte di altre associazioni, e che ci hanno permesso di ampliare la nostra rete. Sono sicura che al prossimo clean – up saremo in molti di più. 

Come ci si sente ad essere un volontario di Plastic Free?

Mi sento utile, e poi a me non piace stare con le mani in mano e brontolare, voglio agire. E poi la mia mamma, che oggi ha 91 anni, mi ha educato molto bene, da questo punto di vista: da lei ho imparato a riciclare, ad usare l’acqua con parsimonia, di non sprecare mai il cibo, a rispettare sempre la natura. Per fare parte di Plastic free ci vuole impegno, e bisogna anche – come si dice – metterci la faccia. Assieme alla collega Martina Puentes abbiamo coinvolto un bel numero di volontari mettendo manifesti, andando nei negozi e impegnandoci sui social. Quello che ho capito partecipando a queste azioni è che molte persone si vergognano a raccogliere le immondizie, non si vergognano a buttarle, ma a raccoglierle sì: io lo trovo assurdo.

Quali sono i prossimi passi?

Il 26 e 27 maggio a Laives verrà il meteorologo e climatologo Luca Mercalli, che terrà una conferenza al teatro di San Giacomo; in quell’occasione verrà presentato pubblicamente il nostro gruppo, e noi annunceremo il prossimo clean – up, che sarà il giorno successivo e sarà dedicato esclusivamente alla raccolta dei mozziconi di sigarette. 

Sono il rifiuto più abbandonato?

Esattamente, ne raccogliamo a chili. Un filtro ci mette fino a 15 anni per degradarsi, e rilascia nell’ambiente una quantità incredibile di veleni.  I fumatori sembra che non ci pensino, alcuni addirittura li gettano nei tombini, così vanno direttamente dentro l’acqua. Poi ci sono le bottiglie di plastica e, fatto che ha dell’incredibile, le deiezioni canine imbustate: raccolgono l’escremento, lo mettono nella busta e poi lo abbandonano ai lati della strada.

Autore: Luca Masiello

Prima guerra mondiale: il poeta ebreo Hugo Zuckermann fra i caduti meranesi

Avvocato, poeta, sionista, Hugo Zucckermann scrisse fra l’altro l’“Österreichisches Reiterlied” che, per ironia della sorte, fu musicata da Franz Lehar e cantata molti anni dopo dagli ignari membri della Hitlerjugend. Morì sul fronte russo e la moglie, incapace di reggere al dolore, si suicidò sulla sua tomba.

Alla vigilia della Prima guerra mondiale il gruppo ebraico che faceva capo alla sinagoga di Merano era composto da 114 capifamiglia per un totale di 270 persone. Fra loro, vi erano venti medici, sei albergatori, ventuno commercianti. In città potevano contare su tutta una serie di infrastrutture necessarie alla vita religiosa come il cimitero, il sanatorio per i non abbienti e la sinagoga, che erano state via via create grazie alla generosità dei correligionari. In questi anni a Merano viveva anche Hugo Zuckermann, un giovane boemo che aveva da poco compiuto i propri studi a Vienna e aveva scelto la città sul Passirio per iniziare la propria carriera professionale. Sposò una giovane non ebrea, Ida, che si rivelò la compagna ideale, capace di condividere tanto gli aspetti religiosi che il sionismo.  Nel mondo ebraico, Hugo Zuckermann, è considerato uno fra i più importanti poeti sionisti, mentre per gli esperti della cultura mitteleuropea egli è l’autore della popolare Österreichisches Reiterlied, che, musicata da Franz Lehar divenne famosa durante la Prima guerra mondiale e, anni dopo, anni dopo, sarebbe stata cantata dalla Hitlerjugend. 

Scrisse numerose poesie di tematica ebraica e fu uno dei più appassionati traduttori della poesia yiddish. Quando la guerra iniziò. Hugo Zuckermann, come capitano della Riserva nell’imperial-regio esercito, fu fra i primi ad essere richiamato e nell’autunno 1914 venne a trovarsi sul fronte russo.  Era stato nominato comandante della III Compagnia di fanteria della Milizia territoriale (k.k. Landwehr-Infanterie), Proprio nel giorno di Channuckà (la festa delle luci che cade in dicembre), nel giorno cioè della vittoria dei Maccabei sui Greci invasori, alla redazione dello “Jüdische Zeitung” giunse, quasi illeggibile, il suo ultimo messaggio, la sua ultima poesia, intitolata Makkabäer 5675 (il 5675 nel calendario ebraico corrisponde al 1915). Durante l’assalto sferrato dall’esercito austroungarico sull’altura di Dania nei Carpazi egli riportò ferite gravissime e, trasportato ad Eger, vi morì il 23 dicembre 1914. L’amatissima moglie Ida non resse al dolore e si suicidò sulla sua tomba. Il sacrificio del trentatreenne Zuckermann per la patria gli procurò una croce al merito di terza classe e oggi il suo nome compare sulla lastra marmorea nella chiesa cimiteriale di Merano insieme a quello di altri caduti meranesi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Insieme per una Merano pulita”

“Il mondo non è il nostro bidone dell’immondizia, né tantomeno un posacenere. E credo che grazie al nostro operato le persone riescano a comprenderlo meglio”: Petra Laner, referente assieme a Sonia Milanese della sezione meranese di Plastic Free, non usa mezzi termini quando si tratta di salvaguardia dell’ambiente. E quando c’è da “scendere in campo” lo fa in maniera combattiva.

// Di Luca Masiello

Nata nel 2019 come realtà digitale, nel giro di pochi anni l’associazione Plastic Free ha raggiunto milioni di utenti e oggi, con più di mille referenti in tutt’Italia, è divenuta la più importante e concreta associazione attiva su questa tematica. Fra questi mille ci sono anche Sonia Milanese e Petra Laner, che da circa tra anni guidano un folto gruppo di volontari per rimediare alla negligenza di chi non riesce proprio a fare a meno di sporcare la città in Riva al Passirio.

Petra Laner, come è iniziata la sua avventura in Plastic Free? 

Circa tre anni fa: avevo seguito la signora Melanie Plattner nella sua iniziativa “Merano senza rifiuti- ein müllfreies Meran”, lanciata su Facebook per organizzare incontri spontanei per ripulire la città organizzando eventi pubblici aperti alla cittadinanza. È stato anche grazie a lei e a queste sue iniziative se sono entrata a far parte del team di Plastic Free.

Da allora quante uscite avete organizzato?

Difficile da dire: decine e decine. Ultimamente siamo riusciti a coinvolgere le scuole, quindi ci sono dei periodi in cui organizziamo fino a tre uscite a settimana. Fra le più grandi soddisfazioni c’è la collaborazione  con le elementari di Goldrano, in Val Venosta. Nei giorni scorsi abbiamo partecipato con gli alunni ad un evento molto carino: nell’ambito di un progetto nato per premiare le scuole che si adoperano per la sensibilizzazione dei temi ambientali, abbiamo piantato un ciliegio.

In quanti siete?

Siamo 250 mila volontari in Italia, a Merano il nostro gruppo è di una quarantina di persone. Ci sono soci molto attivi, quelli che non si perdono un appuntamento, e quelli che partecipano soprattutto ai grossi eventi, come quello a cui abbiamo preso parte nel rione Santa Maria Assunta.

Come è andata?

Molto bene: abbiamo raccolto quasi 200 chili di rifiuti in due ore. L’evento era stato organizzato in collaborazione con il Comitato di quartiere e all’azione hanno preso parte altre realtà, quali la parrocchia di Santa Maria Assunta, la Cooperativa Ginko, il centro giovani Jungle, il Gruppo Volontarius, l’Unione Ciclistica Meranese, la Missione anglicana. C’erano volontari  di tutti i tipi e di tutte le età, è stato bello, le persone passavano e ci facevano i complimenti, e questo ci fa doppiamente piacere, perché anche questa è sensibilizzazione: noi non vogliamo puntare il dito contro gli altri, né sentirci meglio di loro: noi chiediamo collaborazione per un mondo più pulito.

Prossimi progetti?

Coinvolgere il più possibile le scuole, dall’asilo alle superiori: i bambini dell’asilo sono i più entusiasti e questo ci rende felici, perché sono loro il nostro futuro.

Autore: Luca Masiello


La grande passione di Daniel per lo spazio

Il premio Eureka ha lo scopo di stimolare le passioni delle ragazze e dei ragazzi che sono attratti dalla scienza. Per anni l’Ufficio Politiche Giovanili della Provincia ha lavorato molto sul tema delle passioni culturali e artistiche, ma da qualche anno si sono volute far emergere anche le passioni scientifiche, sempre più importanti e centrali nel mondo moderno. L’obiettivo è semplice: portarle allo stesso piano di visibilità pubblica. Smontando lo stereotipo dello scienziato gobbo in cantina. Non è così! Sono davvero tanti i bambini e anche i genitori che si gettano a capofitto e con entusiasmo in questo mondo. D’altronde se può essere vero che le generazioni più “anziane“ possono vedere le novità tecnologiche come cose “strane”, questo non vale assolutamente per i giovanissimi che ci crescono insieme e dentro, tutti i giorni. L’idea di Eureka è allora quella di tessere una rete per intercettare queste passioni, focalizzando le “buone pratiche” sul territorio in questo ambito. Ed esemplare in questo senso è la storia di Daniel, dodicenne di Laives.

Ciao Daniel! Perché per te è più interessante la scienza piuttosto che guardare un cartone o giocare a qualcos’altro?

la scienza è senz’altro molto più divertente! Leggere un libro su un argomento che interessa è molto meglio che stare 2 ore fermi davanti alla tv. La stessa cosa vale per fare una ricerca al computer su un argomento. Sono attività che, tra l’altro, sviluppano la capacità di concentrazione che è fondamentale, specialmente quando si lavora su una propria idea, come nel caso del concorso Eureka. 

C’è un ambito delle scienze che ti piace di più degli altri?

Mi piace tutto quello che riguarda lo spazio e l’informatica. 

Da grande ti piacerebbe allora lavorare in questo ambito? O fare l’astronauta?

Mah, forse non l’astronauta ma qualcosa di simile. Magari lavorare in quell’ambito, a livello di progettazione. 

Proprio nei giorni scorsi alcuni progetti spaziali sono andati incontro a problemi tecnici…

Erano prove. E le prove servono proprio per imparare dagli errori.

Quando è nata questa tua passione?

Anche quando ero piccolo lo spazio mi piaceva tantissimo. In quarta elementare, quando ne abbiamo parlato in classe, io e un mio compagno ci siamo davvero coinvolti tantissimo raccontando quello che già sapevamo in materia. 

Tu hai già partecipato alle prime due edizioni del concorso. Com’è andata?

Del concorso me ne aveva parlato mia mamma. Nelle prime due edizioni non c’era un tema e quindi si poteva andare a ruota libera. A ogni partecipante si chiedeva: presenta la tua idea con un disegno o un testo. Il secondo anno ho coinvolto anche un amico e in realtà fuori concorso ha partecipato anche mia sorella Isabel. Quest’anno il tema è proprio quello dello spazio, quindi non vedo l’ora di partecipare di nuovo! 

Qual è stata l’idea che hai presentato lo scorso anno?

Una macchina che convertiva l’anidride carbonica in idrogeno ed energia elettrica. Questa idea l’ho progettata insieme al mio migliore amico mentre eravamo al mare in spiaggia. Ci siamo davvero divertiti ed è stata una bella esperienza. La nostra macchina una volta avviata non aveva nessun consumo, si alimentava dai suoi stessi scarichi. Anzi: puliva l’ambiente. 

Alla premiazione del concorso avete anche potuto osservare le proposte e le idee degli altri ragazzi partecipanti…

Sì, perché facevano vedere alcune immagini e raccontavano la loro idea. Ho visto progetti molto belli e anche alcuni molto semplici, ma perfettamente funzionanti. Ad esempio quello del vincitore che aveva preso due cucchiai, una molletta e degli elastici, da utilizzare con le uova sode. Il presentatore ha detto che lo aveva provato e che funzionava. Alcune volte le idee più semplici sono anche le migliori. 

Questa cosa di avere delle idee e inventare la pratichi anche nella tua quotidiana?

In realtà succede raramente: preferisco leggere per approfondire gli argomenti che mi interessano. Così poi posso sviluppare progetti migliori. 

Anche la tua scuola ti sta aiutando a diventare piano piano uno studente di materie scientifiche o magari uno scienziato futuro?

Io faccio le medie Filzi a Laives. Lì c’è un telescopio e ogni tanto organizzano delle serate in cui ci fanno  vedere come funziona.