Intelligenza artificiale superstar #2

Ne avevamo parlato già su queste pagine, ma il tema delle frontiere e soprattutto dei pericoli dell’intelligenza artificiale nelle ultime settimane è diventato ancor più di strettissima attualità. Torniamo allora ad occuparcene, sempre con il supporto del prof. Marco Montali al quale chiediamo quali sono i principali quesiti che gli vengono posti a questo proposito nell’ambito degli incontri pubblici sul tema, che vedono sempre più protagonista il grande pubblico, al di là degli addetti ai lavori.

C’è molta curiosità sul funzionamento di queste tecnologie. La prima cosa che noi accademici cerchiamo di spiegare è che non esiste una sola intelligenza artificiale. Esistono infatti in particolare due grandi famiglie. La prima è quella del ragionamento automatico in cui siamo noi a dare la conoscenza alla macchina e poi lei ragiona sulle regole ricevute. La seconda è quella dell’apprendimento automatico, in cui io non fornisco le regole, ma solo degli esempi e dei dati che vengono automaticamente digeriti dall’algoritmo, che dunque in qualche modo impara le regole in modo implicito. Sembra solo una questione tecnica ma in realtà tra l’uno e l’altro concetto cambia davvero tutto. Se io per esempio ho un chatbot (software progettato per simulare una conversazione con un essere umano) che funziona con delle regole prestabilite, quando io gli chiedo una cosa lui mi risponde sulla base di quelle regole. Se invece io ho Chatgpt che ha appreso delle regole implicite su come generare il testo – “digerendosi” tutta la biblioteca di Babilonia che abbiamo sul web – come risultato mi ritrovo senz’altro con delle risposte molto sofisticate, però di fatto non so quali regole il sistema sta utilizzando, perché restano “nascoste”. 

Il quesito è allora: l’intelligenza artificiale in questo caso sta generando delle informazioni “plausibili” secondo dei parametri statistici oppure va a prendere queste informazioni da un’altra parte? 

Risponderei in due fasi. Per prima cosa: focalizziamoci su ChatGPT nella versione nuda e cruda che si può utilizzare sul sito di openai. In questo contesto, ricordiamo che GPT è un acronimo. “G” sta per “generativo” (a indicare che genera del testo mai prodotto), “P” sta per “pretrained” ovvero che la fase in cui lui ha digerito i testi è fatta e finita e non vengono più aggiunti altri testi. “T” invece sta per “trasformer”, che è l’architettura di rete neurale che il programma utilizza per l’apprendimento. La “P” qui indica proprio che il chatbot non va a recuperare informazioni in tempo reale da nessuna fonte, ma utilizza in modo statistico i testi che si è “predigerito”, senza quindi nessuna garanzia di correttezza. Se sappiamo questo allora non ci può stupire il fatto che il sistema possa generare informazioni false. O, meglio, plausibili ma non necessariamente vere, come detto. 

C’è però una “seconda fase”: ChatGPT viene sempre più spesso mescolato con altre tecnologie, rendendo sempre più difficile capire cosa stia davvero succedendo dietro le quinte. Un esempio per tutti: la versione di ChatGPT (o, meglio, l’ulteriore evoluzione chiamata GPT-4) che è integrata in Bing, integra in un unico software le capacità conversazionali di GPT-4 con quelle di recupero di informazioni dal web fornite da Bing. La correttezza fattuale di quello che viene prodotto cambia qui, e di molto.

Art of freedom in carcere

Quando pensiamo al penitenziario di Bolzano la prima cosa che ci viene in mente è il degrado della struttura,  vera e propria vergogna per una provincia che da sempre si trova ai primi posti nelle classifiche della qualità della vita. Sta di fatto che, però, la casa circondariale del capoluogo si distingue per essere in Italia una delle strutture in cui ai detenuti viene riservata la maggiore attenzione, nell’ottica del reinserimento sociale. Lo dimostra il progetto innovativo Art of Freedom che coinvolge numerose realtà culturali del territorio e diversi volontari.

Il progetto Art of Freedom parte dalla difficoltà di fondo che vivono gli ex detenuti nel tentativo di abituarsi alla vita oltre le sbarre, poiché spesso durante la detenzione perdono ogni tipo di contatto con il mondo esterno, oltre che la propria capacità di interazione sociale e lavorativa. 
Chi vuole provare a ricostruirsi un futuro deve inoltre fare i conti con uno stigma sociale difficilmente cancellabile.
Mauro di Vieste della Biblioteca Culture del Mondo spiega: “Il partner principale con il quale condividiamo  questo percorso è Alpha Beta, che lavora principalmente con il carcere. La nostra biblioteca invece lavora soprattutto con Odós, il progetto per il reinserimento sociale di detenuti ed ex-detenuti della Caritas. Odós dà sicurezza a molti ragazzi che escono dal carcere, evita loro di finire per strada, dà loro un tetto e dei pasti, la possibilità di lavarsi, di formarsi, di mandare curriculum, e per loro piano piano riparte la vita.”

Che tipo di supporto date attraverso Art of Freedom?

L’idea di fondo è stata quella di avere un approccio prevalentemente culturale per il reinserimento di queste persone che presentano una fragilità sociale oggettiva. È così che, oltre alle esperienze su come si coltiva un orto o come si lavora in una ciclo officina, noi li accompagniamo in questo percorso, favorendo la loro partecipazione a spettacoli teatrali o a concerti  di musica classica, ma anche a workshop che fanno loro capire le professioni tecniche che stanno dietro allo spettacolo dal vivo.” 

Per loro non deve essere facile farsi accettare..

Molta della nostra attività si basa sulla mediazione culturale ultra decennale svolta sia in carcere che fuori. Grazie a questo lavoro – svolto in parte da Erjon Zeqo, in parte da altri colleghi – siamo riusciti ad abbattere questo muro iniziale di diffidenza, non ultimo attraverso la musica popolare suonata, che spesso è in grado di aprire porte e creare dialogo.  Non va dimenticato infatti che ci presentiamo a persone che non ci conoscono e che vivono una situazione pesante.”

Come vede il ruolo della biblioteca in questo progetto?

Mi piace l’idea della biblioteca come luogo con più funzioni, in cui si realizzano relazioni che altrove non sarebbero possibili. L’idea che sta dietro ad Art of Freedom è quella di una biblioteca che collabora sia con il mondo della cultura che con il sistema della giustizia… Non è una cosa banale.

Per capire come funzionano i progetti teatrali dentro al carcere, abbiamo intervistato anche l’attrice Chiara Visca.
Qual è il suo ruolo all’interno di Art of Freedom?

Da gennaio tengo un laboratorio teatrale all’interno della casa circondariale di Bolzano. Ma ho anche avuto la fortuna di accompagnare i detenuti che si sono iscritti ai vari corsi offerti in collaborazione con il Teatro Stabile di Bolzano e quindi anche al laboratorio teatrale tenuto da Babilonia Teatri e a un corso di illuminotecnica tenuto da Denis Frisanco. Ero anche presente agli incontri significativi e importanti che i detenuti hanno avuto con attori famosi quali Stefano Accorsi e Rocco Papaleo.

Quali sono i vantaggi che ha un detenuto se partecipa a dei laboratori teatrali?

Il teatro aiuta sempre a esprimersi meglio, a conoscersi, a capire quali sono i propri punti di forza e le proprie debolezze e quindi a migliorare in termini di comunicazione. Può e deve anche divenire una sfida a lavorare in gruppo ascoltando gli altri, che è una cosa che forse in carcere non è così facile da provare tutti i giorni, nonostante la “pesante vicinanza” con altre persone. Grazie al teatro ognuno può scoprire un proprio talento a cui non ha mai dato peso, perché la vita di tutti i giorni non ci fa vedere queste piccole luci che abbiamo dentro, e invece il palcoscenico è un luogo giusto per farle brillare.

Che cosa si prova a lavorare nella casa circondariale?

Di recente sono state aperte delle aule in cui si può lavorare e in cui chi fa parte del corso viene accompagnato e poi la porta si chiude. Nel periodo precedente abbiamo invece lavorato nella chiesa, che si trova nella sezione delle celle, per cui succedeva che anche altri detenuti venivano a buttare un occhio, a salutare e anche a osservare quello che facevano i compagni.
Quando tu entri, accedi un po’ nell’intimità dei detenuti, perché quando percorri il corridoio, passi davanti alle celle che spesso sono aperte, ed è lì dove tutti trascorrono gran parte del loro tempo. Per cui secondo me ci vuole attenzione, rispetto, forse il sorriso e comunque la voglia di portar dentro qualcosa di diverso, di pulito e di bello. C’è anche la possibilità di stare ad ascoltare, ma chiaramente è un ambiente chiuso in cui i problemi pesano moltissimo sull’umore di tutti ed è facilissimo… contagiarsi. A volte si cambia l’energia, proponendo qualcosa di totalmente diverso che può essere una canzone o una lettura. Insomma: uno spunto ad andare per un momento, chiudendo gli occhi, da… un’altra parte.

Se la sente di tracciare un bilancio di quella che è stata la sua esperienza? Pensa che il progetto proseguirà?

Lo spero caldamente. Anzi spero che oltre a un seguito ci sia anche una crescita in questa direzione, perché per me è stato molto arricchente e ho visto veramente alcune cose cambiare. Ho ricevuto tanto nell’ascoltare solo alcune frasi o nel leggere quello che è stato scritto nei corsi di scrittura creativa come commento ad alcune cose che sono successe. Quello che è entrato in carcere quest’anno è stato un seme che potrebbe portare veramente a una grande crescita o un grande cambiamento nella vita delle persone.

Autore: Till Antonio Mola

Lavoro flessibile: pro, contro e una domanda

Dopo la stagione acuta del Covid, il cosiddetto “lavoro flessibile” è rimasto nelle amministrazioni pubbliche come uno degli effetti di lungo periodo. Arge Alp ha raccolto le esperienze dei suoi territori, tra cui quello altoatesino, basate su indagini svolte tra i dipendenti. “Lavoro flessibile”. Ma per chi?

La Provincia di Bolzano ha mantenuto per il suo personale lo “smart working”, quella forma di “lavoro agile” che era già stata inserita nel contratto collettivo intercompartimentale nel 2020. Sulla base di accordi individuali con il datore di lavoro, attualmente più di tremila dipendenti provinciali svolgono parte del loro orario d’ufficio da casa.

Secondo il Direttore generale della Provincia, Alexander Steiner, “il lavoro agile, in emergenza, è stato uno strumento cruciale a garanzia della sopravvivenza del nostro sistema economico, sociale e sanitario. Ora, però, dopo esserci lasciati alle spalle due anni straordinariamente complessi, può rappresentare un elemento chiave per portare aria nuova nelle nostre organizzazioni, rimettere le persone al centro della struttura del lavoro e finanche ristabilire il necessario equilibrio tra uomo e natura”.

Due indagini svolte tra i dipendenti provinciali hanno provato a verificare pro e contro del lavoro a distanza. Sarebbero principalmente due gli aspetti nei quali è stato riconosciuto il beneficio dello smart working: nelle maggiori possibilità di conciliazione vita-lavoro e nel risparmio di tempo per gli spostamenti. Gli aspetti percepiti come più problematici si sono rivelati essere l’isolamento e la carenza di informazioni rispetto a quanto accade in ufficio, la dotazione tecnologica e la comunicazione coi colleghi. I partecipanti all’indagine hanno in generale espresso il proprio interesse a proseguire l’esperienza di smart working anche in futuro, preferibilmente per un paio di giorni a settimana.

Sembra evidente, dalle indagini e dall’esperienza, che il lavoro “da casa” piace a molti dipendenti. I motivi profondi e le conseguenze nel tempo dovranno forse essere messi a verifica con indagini più strutturate. Certamente ci si può domandare fin d’ora che cosa pensano gli altri cittadini, che sono utenti e destinatari del lavoro dei dipendenti pubblici: sono anch’essi soddisfatti e a loro agio nella flessibilità del nuovo modello organizzativo?

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Peter Mitterhofer

Al limite sud della città e della zona industriale vi è, vicina a via Einstein, via Mitterhofer Peter.  Nato il 20 settembre 1822 a Parcines, in Val Venosta, imparato il mestiere del padre, falegname e carpentiere, Peter si mise a viaggiare, toccando vari paesi europei, per completare la sua formazione. A quarant’anni tornò al paese natale, si sposò con la vedova Maria Steidl, figlia di un carpentiere. 

Di gioioso temperamento, Peter fu in paese punto di riferimento; nel suo ambiente sviluppò alcune doti, come imitare le voci di animali, o quella del mimo, o nel far versacci; si aggiunga il ventriloquio. Ma era anche musicista:  padroneggiava la chitarra e la viola da gamba. Alcuni strumenti se li costruì da sé.  Annunciava con appositi manifesti le serate di intrattenimento,  a Parcines, a Merano e altrove. La sua creatività lo spingeva a escogitare migliorie e invenzioni e a metterle alla prova, per aiutare i contadini, o le casalinghe.Volò ancor più alto con la fantasia e la creatività, decidendo di por mano alla costruzione di una macchina per scrivere. Di tale macchina, inventata nel 1864, sviluppò man mano cinque modelli, due dei quali in legno con caratteri che  a punte di aghi perforavano la carta, e tre modelli in metallo per la battitura dei caratteri. Per far sviluppare la sua invenzione, presentato nel 1866 il primo modello in metallo, il 25 febbraio 1867 fu sovvenzionato con 200 fiorini dall’imperatore Francesco Giuseppe. Costruiti altri due modelli, si presentò a Vienna con il quinto modello; l’imperatore acquistò la macchina per 150 fiorini. Nel 1873, colpo di scena, la ditta americana Remington lanciò sul mercato una macchina da scrivere prodotta in metallo, corrispondente esattamente al sistema elaborato da Mitterhofer. Fu per lui un duro colpo dover vedere che i propri sforzi intellettuali non avessero prodotto il sia pur minimo successo materiale. 

Amareggiato, si ritirò nella semplicità della sua vita professionale d’origine. Morì senza eredi il 27 agosto 1893; fu sepolto nel cimitero del suo paese natale, accanto alla chiesa.

Autore: Leone Sticcotti

Il solido ritornodi Frederick Helmut Pinggera

Col suo disco di debutto, all’età di quasi sessant’anni, Frederick Helmut Pinggera, venostano di nascita ma pusterese d’adozione, si era guadagnato la palma di rivelazione dell’anno nel 2018, come ospite applauditissimo al Tom Keller Show di Rai 3 Sender Bozen e poi organizzatore di un riuscito festival per cantautori nella suggestiva Dobbiaco, per non dire degli applauditi concerti in supporto al disco. Cantautore rock a tutto tondo, con modelli del calibro di Springsteen e Zucchero, Pinggera ha creato un genere tutto suo, complice una voce unica e vincente, in cui le lingue si mescolano nell’ambito della stessa canzone, in particolare nel nuovo disco, intitolato Fred 22, in cui oltre a tedesco e inglese troviamo anche ladino e italiano, trattati con eguale competenza linguistica.

Oltretutto, con l’alternanza del tedesco all’inglese e al dialetto sudtirolese si crea, nelle liriche una sorta di gramelot che vince su tutti i fronti, quando solitamente, con un paio di eccezioni, le asperità della lingua germanica mal si adattano al rock e suoi derivati.

“In un primo momento – ci racconta Pinggera –, il disco avrebbe dovuto avere un titolo diverso, poi il grafico ha creato questa scritta scambiando per titolo un appunto che gli avevo lasciato, ed è venuto fuori con questa scritta, che suonava un po’ come l’autostrada A22. Ci è sembrato funzionasse benissimo, così l’altro titolo me lo tengo buono per la prossima volta. Le registrazioni sono state fatte da Marc Giugni, Magoman, come mi piace chiamarlo, nella sua cantina.”

Il modo di lavorare è sempre lo stesso, Pinggera porta le sue idee e le butta giù con la chitarra acustica, le canzoni vengono registrate e poi Giugni ci lavora su suonando da solo chitarre, basso, batteria e tastiere.

“I brani – ci spiega il cantautore rocker – sono come un’ossatura intorno a cui Magoman mette la carne, o più poeticamente, come dei bimbi a cui cuce addosso un cappottino. Lascio tutto a lui il lavoro di sartoria: a volte li veste con pantaloncini corti e maglia a righe, altre con il giubbotto di pelle da rocker. Poi lasciamo tutto lì un po’ per riascoltarlo a distanza e capire se suona bene. Va sempre a finire che mi affeziono a tutti i bambini e a tutti i vestiti.”

E quanto a suonare, suonano indubbiamente bene. Pinggera ha una vena creativa molto felice, sembra che per lui scrivere canzoni sia la cosa più naturale del mondo”. Giugni da parte sua dimostra un eccellente gusto musicale, molto rock quando c’è da esserlo. Il brano iniziale, Il falco, suona come un potenziale hit radiofonico, la conclusiva Fliach me hoam ha i toni della ballad da titoli di coda, le chitarre sono sempre al posto giusto, il suono dell’organo convince. Il blues di I spiel in blues firr diar ha il suono del blues più verace, lontano da essere una citazione di qualcosa di già ascoltato. Partigiano e partigiana suona come un folk rock in stile Gang e il brano in ladino Tucela por Diana, pare una delicata ninnananna impreziosita dal controcanto della cantante di madrelingua Maria Craffonara.

“Spesso le canzoni nascono di notte – ci confida Frederick –, mi sveglio di colpo con delle immagini che mi girano attorno. Prendo appunti sul cellulare per non perdere gli spunti. Al mattino poi li trascrivo, e magari nella trascrizione qualcosa muta o si perde. Dopo qualche giorno li rileggo e sento che c’è qualcosa che non è come vorrei, magari una parola che suona troppo comunemente, allora riprendo gli appunti e scopro che lì c’era la parola giusta e che nella lucidità del giorno l’avevo cambiata, perdendone l’effetto. Il brano Il falco ha avuto una genesi particolare, la prima volta che si è manifestato è successo nel 2020, quando Reinhold Giovanett mi è venuto a intervistare a casa, mi dava la sensazione di essere di passaggio, un po’ come il falco. Quando è presente, è presente, ma non vuole essere presente più di tanto. Ma c’è anche un’altra cosa cui il brano è legato, mi trovavo a Fez, in Marocco, dove ci sono i falchi che volano sui monti dell’Atlante e si dice che portino l’anima dei morti; mentre ero lì ho ricevuto una telefonata da mia mamma che voleva dirmi che era stanca, ma di non preoccuparmi, di godermi il viaggio. Il giorno dopo mi ha chiamato mio fratello per dirmi che la mamma non c’era più. La canzone parla anche di questo”.

Oltre a Pinggera e Giugni, nel disco si possono ascoltare la già citata Maria Craffonara al canto, il gardene Tommy Vinatzer e la sua pedal steel guitar, che pennella col suo suono allungato un paio di brani. Ci sarebbe anche la bella voce di Annika Borsetto in ben tre brani ma, unica nota negativa, per qualche inspiegabile ragione è rimasta sepolta nel missaggio e la si percepisce appena.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

A Caldaro due giorni per le finali

Il Maia Alta Obermais vince il titolo provinciale U15 e quello U17, il  Velturno quello U19, il Lagundo la Falkensteiner Cup, il Laives l’U15B, l’Appiano l’U17A eil Cadipietra la  Forst Cup. Sono i risultati della due giorni di finali Provinciali e di Coppa del calcio provinciale Figc – Lnd, manifestazione organizzata dal Cpa di Bolzano e dalla società Kalterer Fussball.

Il titolo provinciale U15 A finisce nella bacheca del Maia Alta Obermais, che a Caldaro, nella sfida inaugurale delle finali organizzate dal Comitato Provinciale Autonomo di Bolzano e dall’Asv Kalterer Fussball, piega 2-0 il Bozner. E dopo questo titolo, il Maia Alta Obermais a Caldaro strappa anche la vittoria nella finale provinciale U17 B, battendo 3 – 1 il Neugries B. 

Il Velturno Feldthurns conquista il titolo provinciale U19: dopo aver vinto lo spareggio contro il Latzfons Verdings, la formazione in maglia gialloblù, formata dai ragazzi del Velturno e del Barbian Villanders, si impone di misura a Caldaro sul Tscherms Marling e alza al cielo la coppa.

Servono invece i supplementari per assegnare la Coppa Terza Categoria Falkensteiner Cup, e alla fine dei 120 minuti, a Caldaro ad alzare al cielo il trofeo è l’Algund Raiffeisen, che piega 1 – 0 il Dietenheim Aufhofen. A decidere la finale è un gol di Angelillo, che regala il trofeo alla squadra di mister Avancini. Dopo aver vinto il girone A di campionato, la squadra porta a casa anche la coppa. 

Il Voran Leifers riesce ad aggiudicarsi il titolo provinciale U15 B al termine di una sfida bella e combattuta contro la Virtus Bolzano B. 

E nella finale del Campionato Provinciale U17 A, al termine di una bella e combattuta partita a fare festa è l’Eppan, che conquista il titolo provinciale vincendo contro il Campo di Trens Freienfeld.


Nell’epilogo di questa bella e intensa due giorni di Caldaro, con l’organizzazione del Cpa di Bolzano e del Kalterer Fussball, il Sav Steinhaus Cadipietra supera ai rigori il Plose e alza al cielo la Coppa Seconda Categoria Forst Cup. Davanti a un pubblico calorosissimo, in una partita pazzesca, in cui succede di tutto, i pusteresi conquistano il trofeo e volano agli spareggi con le seconde classificate del campionato. Il sorteggio, svolto al termine della finalissima, metterà di fronte proprio Plose e Steinhaus in questa sfida infinita, mentre l’altro accoppiamento è Auer Ora-Malles Mals.
Per lo Steinhaus una dedica particolare a Erich Lechner, tifosissimo della squadra e tragicamente scomparso nei giorni scorsi. Prima della partita si è tenuto un minuto di silenzio in sua memoria.

È andata dunque in archivio la due giorni delle finali provinciali e di Coppa. Le premiazioni sono state effettuate dal presidente del Cpa di Bolzano Klaus Schuster con il vice presidente vicario Guenther Pfoestl e i consiglieri Andreas Canal, Andrea Oberjakober e Veleo Sgarbi, il segretario Roberto Mion e il vice segretario Stefan Campregher.

Le “arimannie”: obolo per il vescovo

Nel 1004 venne costituito il Principato vescovile di Trento. L’imperatore Enrico II di Baviera donò al vescovo di Trento Udalrico I il comitatus trentino, corrispondente più o meno all’attuale provincia di Trento e parte della Bassa Atesina e dell’Oltradige. Il sovrano volle in tal modo ricompensare il fedele alleato per l’aiuto nel conflitto contro il re d’Italia Arduino di Ivrea. Insieme a quello di Trento, anche il vescovo di Bressanone soccorse l’imperatore.

Scrisse a tal proposito l’arcidiacono della basilica di Trento Joseph Kögl: “Il 9 aprile 1004 l’imperatore Enrico II il Santo (…) sostava a Trento, e, validamente appoggiato dal Vescovo di Trento e da quelli dei dintorni (Bressanone), trovava modo di aggirare Arduino d’Ivrea, che gli aveva ostruito la strada imperiale lungo l’Adige verso Verona”.

Qualche anno dopo, nel 1027, la donazione fu in certo qual modo ripetuta o forse formalizzata: il 31 maggio e il 1. giugno, infatti, l’imperatore Corrado II donò alla chiesa di Trento le contee di Venosta e di Bolzano, oltre a quella di Trento. Il territorio, assegnato “in proprium jus et dominium” rimaneva tuttavia saldamente incorporato nel Sacro Romano Impero e il vescovo continuava a dipendere dall’imperatore. Aveva l’obbligo, oltre a quello di amministrare la giustizia e di incamerare le tasse, di assistere militarmente l’imperatore quando se ne ravvisasse il bisogno. In particolare, era responsabile della sicurezza dell’importante strada di collegamento tra Roma e la Germania nel tratto di sua competenza.

Proprio in quel periodo e nei secoli successivi, nei documenti notarili e ecclesiastici compare spesso il termine “arimannia”, a volte anche modificato in “Rimanien” o “Romanien”. Sappiamo che gli arimanni (da Heermannen) erano guerrieri longobardi (nobili o liberi contadini) a cui tradizionalmente venivano assegnati dei terreni da coltivare sottratti ai vecchi proprietari romani in cambio della salvaguardia del territorio, in particolare lungo le linee di confine. Questi arimanni si riunivano in arimannie, comunità autogestite attorno ad un castello. Anche il territorio trentino, con la Bassa Atesina e la Val di Fiemme da un lato, l’Oltradige e la Val di Non dall’altro erano presidiati da arimannie. Se ne conoscono, per quanto riguarda la Bassa Atesina, a Ora e a Montagna, mentre in Val di Fiemme sono note quelle di Castello e di Trodena. 

Proprio gli abitanti di Trodena, che facevano parte della comunità generale di Fiemme (che arrivava proprio dalla “clussa de Trodena fino al pons de la Costa” presso Moena) nel 1111 sottoscrissero un contratto con il Vescovo di Trento Gebardo (1106-1120) che li esonerava dal pagamento di tutti i dazi e le tasse in cambio di 24 arimannie. In quel periodo, i Longobardi erano spariti dalla scena da secoli ma, stranamente, i tributi dovuti dalla popolazione al Vescovo venivano ancora calcolati in vecchie arimannie. Ciò ci dimostra quanto fossero forti e radicate la tradizioni longobarde in questo territorio di confine. Cos’erano, dunque, le arimannie di Trodena? Ovviamente non più truppe di guerrieri a cavallo che sorvegliavano il territorio del Vescovo trentino ma il controvalore in denaro o i beni necessari per armare e mantenere un arimanno in tempo di guerra. E che questo arimanno fosse in realtà anche un cavaliere è dimostrarlo dalla presenza del termine “fodrum”, la biava per il cavallo. Dunque, gli abitanti di Trodena – che faceva parte della comunità di Castello-Carano-Trodena) si obbligarono a versare nelle casse del Vescovo il corrispondente di 24 arimannie in cambio dell’esenzione da dazi e tasse. Presumibilmente, dato il numero esiguo di abitanti, le arimannie a carico della sola Trodena non superavano le dieci unità. Chi era tenuto a contribuire all’obolo da versare al Vescovo e come era composto? Per quanto riguarda Trodena, erano i proprietari dei masi i titolari dell’imposta, mentre alcune case come quella parrocchiale o le prime ville dei ricchi villeggianti di Egna erano esentati dal pagamento. In un documento del XIV secolo risulta che le arimannie di Trodena erano da versare il giorno di S. Martino e precisamente 6 starioli di orzo e segale, 6 starioli di frumento, 10 Berner (monete) e in maggio ulteriori 10 Berner. In totale, erano probabilmente una cinquantina gli edifici di Trodena, Carano e Castello obbligati al versamento delle arimannie. Per tale motivo venivano anche chiamate – come nella vicina Cavalese – case romane.

Dopo il XIV secolo, le arimannie andarono lentamente scomparendo e al loro posto per il calcolo delle imposte venne introdotto il concetto di focolare, che rimarrà in vigore fino alla fine del principato vescovile di Trento nel 1802.

Autore: Reinhard Christanell

“Strapaes”: una compagnia giovane

Il viaggio nel mondo delle compagnie teatrali amatoriali della Bassa Atesina sta quasi volgendo al termine, ma non senza fare prima una tappa al teatro di San Giacomo per conoscere la filodrammatica “Strapaes”. Si tratta di una compagnia di recente fondazione, avvenuta ufficialmente nel 2000, dopo la scelta di separare, per varie motivazioni, l’attività sul palcoscenico dalle numerose e diverse proposte del Circolo Culturale San Giacomo. 

“All’inizio, del nuovo gruppo che si era formato, recitavano soprattutto i membri del direttivo, presieduto per molti anni da Enzo Martinelli” racconta Linda Franceschini, attuale presidente della compagnia teatrale amatoriale. Personaggio piuttosto conosciuto nella San Giacomo, l’attuale alta incaricata descrive Martinelli come una persona di poche parole, ma molto pratica. “Diciamo che ha lavorato piuttosto bene nel promuovere la nostra filodrammatica”.

Presidente Linda Franceschini, voi recitate in italiano o in dialetto? 

A dire il vero in entrambe. Le commedie le recitiamo sempre solo in dialetto, mentre quando portiamo in scena dei musical li facciamo in italiano. Anche perché i musical ci hanno permesso di raccogliere molte persone nuove che non sanno bene il dialetto. All’interno della nostra compagnia, come credo anche in altre, si tende all’adattamento per correre incontro alle esigenze dei vari attori, facendoli sentire a proprio agio.

Quale la commedia più bella? 

È difficile definire la “più bella commedia”, perché credo che la scelta sia sempre molto personale. La commedia più recitata è senza dubbio “D…come donna, danno, divorzio”, 43 repliche dal 2005 al 2007, un grande successo, oltre che per gli attori storici della compagnia, anche per l’impegno organizzativo del presidente storico Enzo Martinelli. 
Mentre la piece più emozionante per la gran parte della compagnia è sicuramente “Storia di un uomo”, che prevedeva un mix tra “Mistero buffo” di Dario Fo e “La buona novella” di Fabrizio De André, con canzoni cantate e suonate dal vivo. È stato un gran traguardo unire così tante persone e proporre un lavoro così complesso. Ed è stato sicuramente un valore aggiunto avere musicisti dal vivo sul palco.

Avete ottenuto qualche riconoscimento in questi anni? 

Ci siamo classificati come secondi alla diciannovesima rassegna “Isidoro Trentin” di Povo (2006 / 2007) con “D…come donna, danno, divorzio”. Prima ancora, nel 2001 abbiamo ottenuto il secondo posto come gradimento del pubblico al “Teatro in castello”, svolto al Castel Mareccio di Bolzano, con “Sartor da dona”.

In apertura si accennava a nuovi arrivi: Quanti siete? 

Al momento, oltre i 34 soci, abbiamo una decina di volontari in più per l’allestimento della ripresa di “Forza venite gente”. In più abbiamo altri volontari che occasionalmente si prestano per sostituzioni, supporto tecnico luci / audio e trucco.

State lavorando a qualcosa di nuovo? 

Abbiamo molto in cantiere: oltre il riportare in vita il musical “Forza venite gente”, abbiamo una nuova commedia dialettale e un altro musical scritto dalla nostra regista.

Autore: Daniele Bebber

La voglia di leggere non si ferma in estate

In spiaggia sotto l’ombrellone o all’ombra di un albero in montagna o, ancora, per allietare le calde ore estive di chi resterà in città. Sarà in ogni caso un’estate all’insegna della lettura quella dei frequentatori della Bibliothek Branzoll, la biblioteca in lingua tedesca del paese, che il prossimo ottobre festeggerà il suo 25esimo anniversario sotto la guida della presidente Margot Pizzini. E proprio la presidente si è riunita pochi giorni fa con le volontarie della biblioteca, per discutere le attività dei prossimi mesi.

Due sono le iniziative che verranno proposte per tutta l’estate, la prima unicamente in lingua tedesca rivolta ai bambini delle primarie e l’altra – a livello provinciale e bilingue – rivolta a ragazzi e adulti a partire dagli 11 anni. Sebbene in lingua tedesca, l’iniziativa per i bambini delle primarie “Mit 3 bist du dabei!” è sicuramente interessante anche per i bambini di madrelingua italiana o straniera – sottolinea Adele Daum, da 2 anni volontaria molto attiva della biblioteca – per stimolare alla lettura in seconda lingua, sia con titoli suggeriti dagli insegnanti di L2 sia con la scelta di letture libere. Questa iniziativa, che consiste nel prendere in prestito almeno 3 libri durante l’estate, è promossa da tutte le biblioteche di lingua tedesca della Bassa Atesina e ha luogo dal 1 giugno fino al 31 agosto. I prestiti verranno segnati su un segnalibro e a settembre, dimostrato il numero minimo di 3, i bambini riceveranno una piccola sorpresa.

L’iniziativa rivolta invece ai più grandi e agli adulti, “Liesmich-Leggimi 2023”, promossa dalle Ripartizioni Cultura italiana e tedesca, è volta a creare una rete che stimoli la lettura: 80 in totale – 40 in lingua tedesca e 40 in lingua italiana – sono i titoli tra cui lettrici e lettori potranno scegliere, per poi rispondere a un quiz o lasciare un commento online sulla propria esperienza di lettura. Il culmine dell’iniziativa sarà in ottobre, con il sorteggio di ben 200 vincitori. 

L’iniziativa, attiva dal 1 maggio al 30 settembre, è supportata naturalmente anche dalle biblioteche in lingua italiana, dalla Vivaldi quindi per quanto riguarda Bronzolo. 

Non bisogna mai smettere di leggere, per questo è importante continuare a avviare attività di promozione della lettura, sostiene Adele che, da mamma di due bambini in età scolare oltre che volontaria della biblioteca e grande appassionata di lettura, è molto sensibile al tema. In questo senso, il gruppo di 10 volontarie della Bibliothek Branzoll, tutto al femminile, è molto attivo sui social, in particolare Facebook e Instagram. Non solo promuovendo le iniziative proposte dalla biblioteca, ma mostrando anche il “dietro le quinte“ di questa preziosa attività di volontariato. I post e le interazioni sui social mirano tra il resto ad avvicinare anche la popolazione più giovane, spesso la più restia alla lettura.

Nessuna scusa quindi, quest’estate, per non infilare un bel libro in valigia!

Autrice: Raffaella Trimarchi

“L’Algido” di scena al teatro delle Muse

Hanno trascorso una settimana assieme lavorando ad una produzione teatrale. Ma l’esperienza che li ha uniti, seppur iper così poco tempo, li ha portati a intraprendere un nuovo progetto artistico dal titolo “L’Algido”, che verrà portato in scena sabato 17 Giugno alle ore 20.30 al Teatro delle Muse di Pineta di Laives. Protagonisti della pièce, i membri del neonato gruppo artistico BoNa, che gravita attorno all’estro letterario di Gennaro Carrano.

La storia è affascinante, e non solo quella che verrà narrata sul palcoscenico del Teatro delle Muse; è la storia di un gruppetto di persone, chi più chi meno abituato a calcare il palco, che si ritrova per caso e si lascia trasportare da quelle affinità elettive che li porterà a creare qualcosa assieme, qualcosa di grande, qualcosa di artistico. E così nel giro di un annetto, questo gruppo di amici riesce a trovare le forze e la capacità di organizzare uno spettacolo e guardare addirittura subito al futuro, con un’altra rappresentazione che verrà portata in scena in ottobre.

Gennaro Carrano, come è nato questo sodalizio?

Un anno fa ho partecipato ad un laboratorio teatrale durato il tempo di una settimana, al quale aveva partecipato una decina di persone; ma in quel poco tempo siamo riusciti a stare così bene assieme che abbiamo deciso da subito di andare avanti, creare una compagnia teatrale nostra. Ed è così che è nato il gruppo artistico “BoNa”. Siamo un gruppo di amici che cerca di creare arte per sé stessi e per il prossimo. Facciamo tutto da soli e ci autofinanziamo pure. Infatti al teatro di San Giacomo l’entrata è libera, ma è benvenuto chiunque voglia lasciare un’offerta per sostenerci. 

“BoNa”: è una sigla?

Esattamente: sta per Bolzano incontra Napoli, ed è un po’ come una strada che collega Bolzano – che mi ha adottato – e Napoli, la mia città natale. Si tratta di un collegamento che non deve eliminare le differenze culturali ma anzi sottolinearle, nel bene e nel male, affinché le unicità e le diversità siano punti di forza per stringere uno stretto legame che possa portare a creare qualcosa di speciale, umanamente e artisticamente.

Lo spettacolo si intitola “L’Algido”. A cosa si riferisce, qual è la sua trama?

È un dramma che ho voluto scrivere pensando ad ognuno degli attori singolarmente, alle loro specificità, ai loro movimenti, a quel personaggio che si cela dietro la loro identità di persona. Parla di arte, di artisti, che non son altro che ladri mossi dall’ambizione della vita eterna e che cercano un senso e scopo per la loro esistenza, appropriandosi delle vite altrui pur di creare le proprie opere. Parla della storia di uno di essi che sta per terminare il suo viaggio su questa terra, e la Morte viene a reclamare la sua anima. Mossa a compassione però la Morte gli dà tempo fino al tramonto per dipingere il suo ultimo quadro. Proprio in questo momento la fiamma dell’Ispirazione, indispettita con l’artista per il suo impossessarsi e sventolare ai quattro venti la vita, l’anima, e l’intimità degli uomini, si vendica sigillandogli l’estro. E cos’è un artista senza ispirazione? Semplicemente Algido.

Come crede si evolverà questa amicizia? Avete già pensato a qualcosa, per il futuro?

Certo, anzi: abbiamo già due date: sabato 7 ottobre ci sarà la premiere di un altro mio pezzo, “Francesco”, al teatro di Gries, e lo stesso spettacolo verrà poi proposto in replica al Teatro Cristallo di Bolzano. È con questo spettacolo che ho vinto il festival “Futura”, riservato agli autori emergenti della provincia di Bolzano. Vi avevo partecipato quasi per gioco, presentandola mia opera  pochi giorni prima della scadenza del bando. 
Narra la storia del piccolo Francesco, appunto, nato in una famiglia come tante, impegnata ad affrontare le difficoltà quotidiane in un mondo che sembra quasi perfetto: il papà Salvo, bottegaio, innamorato della mamma Annarella, che si occupa della casa e del figlio. Ostacoli e debiti trasformano però la vita di questa famiglia felice portando dolore, bugie ed una solitudine da cui Francesco resta indelebilmente segnato.

I nomi dei personaggi emanano atmosfere partenopee..

Effettivamente la prima stesura era in dialetto napoletano, poi ho voluto stravolgere il tutto, adattandolo, anche in questo caso alle personalità degli attori, che provengono tutti da zona diverse. Così ci saranno due  napoletani, un avellinese, una lucana una trentina ed un veneto. È anche questo che è piaciuto alla giuria del festival, ed è così, con questo melting pot  di dialetti italiani che saliremo sul palco.

Autore: Luca Masiello