Un impresario americano a Merano

L’impresario teatrale statunitense che aveva fatto calcare i palcoscenici americani a molti importanti attori italiani, approdò con moglie e figlia, come turista di cura, in riva al Passirio nel giugno del 1925 per non andarsene mai più. Nel 1932 commissionò la propria villa che finì per essere un fulgido esempio di architettura moderna. 

Josef Mandelkern era nato il 17 gennaio 1863 a Bialjstock in Podlachia, una regione della Polonia orientale, figlio di Jsrael e di Francesca Delugatz, ed era coniugato con Teresa Jung dalla quale aveva avuto una figlia, Tea che, come spesso accadeva nelle famiglie ebree statunitensi, aveva mantenuto i cognomi di entrambi i genitori: Jung – Mandelkern. Josef Mandelkern era assai conosciuto come impresario dell’attrice Eleonora Duse che – come è noto – era morta proprio durante la tournée statunitense, a Pittsburgh, nell’aprile del 1924. L’anno seguente Mandelkern era giunto a Merano con la sua famiglia e quello che sarebbe dovuto essere solo un soggiorno si trasformò in una residenza stabile ma purtroppo, come vedremo, anche una trappola. 

Fin da subito l’impresario si era inserito a pieno titolo nella società cittadina partecipando a raccolte fondi per le famiglie più disagiate, iscrivendosi all’Associazione Protezione Animali – creata in città da Nahida Ruth Lazarus – diventando, col passare degli anni, noto ai giornalisti che spesso scrivevano di lui o gli chiedevano un’opinione oppure lo menzionavano in articoli di costume definendolo sempre “uno dei nostri più vecchi ospiti di cura residenti”, oppure “Il signor Mandelker è un vero self-made-man e un globetrotter, ha girato proprio tutto il mondo e conosciuto gli angoli della terra più belli ma ha scelto Merano – la perla – come dimora”. 

Decisi infatti a restare, i coniugi Mandelkern commissionarono all’architetto Franz Lottersberger quella che sarebbe divenuta la loro villa: Villa Dux / Duse. La costruzione appartiene a quel filone stilistico del Razionalismo tedesco che ebbe sviluppo in Germania con espressioni diverse quali “Deutscher Werkbund”, “Bauhaus”, ma tutte riconducibili al “Movimento Moderno” che aveva fatto della purezza delle linee, delle forme cubiche elementari e della mancanza di ornamenti il nuovo linguaggio rivoluzionario dell’architettura. 

A partire dall’estate del 1938 le cose però precipitarono e il 22 agosto del 1938 Josef Mandelkern fu aggiunto all’elenco degli “Appartenenti alla razza ebraica” di Merano. Il documento lo classifica come “residente stabile”. In quanto cittadino americano, il rimpatrio negli Stati Uniti non avrebbe dovuto costituire una difficoltà eppure Josef rimase, e il 7 dicembre 1939 alle ore 14.30 morì nella sua residenza di via Maia, all’età di 76 anni per “paralisi del cuore”. 

Fu sepolto nel cimitero ebraico di Merano. L’Alpenzeitung che aveva seguito molto spesso la sua vita meranese annunciò la sua morte nonostante le Leggi razziali lo vietassero: “A Maia Bassa è morto Mandelkern il noto impresario americano che era in contatto con i più grandi attori italiani”. La villa fu messa all’asta il 31 ottobre del 1941.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Capire le persone

Andreas Marmsoler è nato nel 1952 in una famiglia numerosa (8 figli). Da piccolo gli piacevano i lavori manuali, a 13 anni si è autocostruito il suo primo basso elettrico. Ha svolto vari mestieri ma in fondo è sempre stato soprattutto un musicista, autodidatta ed eclettico.

La cosa di me che più mi piace di me. 

La calma.

Il mio principale difetto. 

Procrastinare.

Da bambino sognavo di diventare…

Musicista o falegname.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Studiare musica.

Il mio piatto preferito. 

Canederli di ogni tipo.

Non sopporto…

L’arroganza.

Nel mio frigorifero non manca mai…

La Weizen.

Se fossi un animale sarei…

Un delfino.

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Finii di costruire chitarre a amplificatori.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Ancora qui a suonare.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Litigando con un collega musicista.

La prima cosa che faccio al mattino.

Colazione.

Il superpotere che vorrei avere.

Capire le persone.

Il mio sogno ricorrente. 

Volare.

La mia occupazione preferita. 

Dormire e suonare.

Il mio ultimo acquisto.

Un ukulele che non ho mai suonato.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo? 

Le persone, l’ambiente, il clima.

Amo il mio lavoro perché…

Sono in pensione.

L’errore che non rifarei.

L’elenco sarebbe lungo.

La persona che ammiro di più.

Mia madre.

L’ultima volta che ho pianto. 

In occasione di un lutto.

Il mio motto. 

Rispetto, calma e fiducia.

La massima stravaganza della mia vita.

Suonare con i capelli rasati, occhiali neri e guanti bianchi.

L’oggetto a cui sono più legato. 

I miei strumenti.

Del mio aspetto non mi piace…

La pancia, sta crescendo.

La mia maggiore paura. 

Niente paura.

Il mio colore preferito. 

Il blu marino.

Nardo Dee: il nuovo album è “Roba Vecchia”

Il rapper bolzanino torna con un nuovo album “Roba Vecchia EP” e ci racconta un po’ di sé. Come hai intrapreso la carriera da rapper a Bolzano?  

È nato tutto un pomeriggio estivo del 2007. Ero di ritorno verso casa dopo una giornata al campetto di basket, ho visto un gruppetto di ragazzi sotto casa mia che facevano freestyle e fino ad allora non avevo mai conosciuto altri coetanei con il mio stesso interesse. Se dovessi dare una precisa collocazione temporale dell’inizio della mia carriera, quel pomeriggio estivo nel quartiere Don Bosco è stato il giorno 1 di Nardo Dee. 

Chi o cosa ti ispira a fare musica e scrivere canzoni?

Una volta in un brano ho scritto: “Il rap è musica per disagiati fatta da poeti mezzi pazzi”. Ovviamente è il mio punto di vista, però penso che saper fare liriche, sfogarsi e creare allo stesso tempo del buon rap, sia un toccasana per la mente. Nel mio percorso artistico ho trovato ispirazione ascoltando dischi di rapper come Bassi Maestro, Zampa e Ghemon.

Questo nuovo album di cosa tratta?  

È un Album in collaborazione con Dj fede, storico produttore e dj di rap italiano, composto da 4 tracce dal suono inconfondibilmente “classico”, con ritornelli e strofe, senza autotune per intenderci. Ogni canzone all’interno dell’Ep ha una sua storia e un suo preciso messaggio. Le atmosfere variano di brano in brano, così come le collaborazioni, che sono molte, ma indispensabili per confezionare un prodotto unico. 

Il titolo “Roba Vecchia EP” da cosa è nato? 

Il titolo è una provocazione, ma allo stesso tempo una meravigliosa etichetta sulla musica che produciamo. Per certi versi viviamo in un momento storico dove anche la musica è “fast-food”. Se un brano non diventa un tormentone, può durare anche solo un giorno. Gli album tendenzialmente non si fanno più, perché una volta usciti hanno una data di scadenza molto corta. “Roba Vecchia Ep” è decisamente contro corrente, essendo un disco che non è stato fatto per entrare in questa logica, ma anzi, la sua realizzazione è stata dettata solo dal piacere di fare musica come piace a noi. 

Di questo album c’è una canzone alla quale sei particolarmente legato? 

Ovviamente tutte, ma se devo sceglierne una in particolare scelgo “capo di sto gioco” perché finalmente posso dire di aver fatto una canzone con il mio rapper preferito di sempre. 

Qual è un posto dove ti piacerebbe esibirti?

Mi piacerebbe esibirmi in piazza Tribunale, dove anni fa si teneva “Playground”, il festival del rap regionale per eccellenza. Vorrei vedere un festival simile, ma nuovo allo stesso tempo; organizzato da giovani con entusiasmo. Un festival dove i locals che si esibiscono parlino solo attraverso la propria musica, il proprio talento e soprattutto che portino avanti i valori della cultura hip-hop.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

Manuel Randi e la chitarra, storia di un amore

Il bolzanino Manuel Randi è uno dei chitarristi più talentuosi nati a queste latitudini. Il suo estro lo rende un musicista a 360 gradi, a suo agio nei tantissimi generi che esplora sia quando si esibisce con lo Herbert Pixner Project che quando suona da solo o in trio. La tecnica al fulmicotone con cui affronta le parti più concitate e il tocco inconfondibile con cui cesella quelle più intimistiche sono due facce di una versatilità assoluta che lo rende in grado di passare senza soluzione di continuità dal Gypsy Jazz alle atmosfere più mediterranee del flamenco, dal blues all’hard rock neoclassico. Gli abbiamo chiesto di aprire il cassetto dei ricordi e di raccontarci come si è avvicinato alla chitarra, strumento di cui è considerato un virtuoso.

Manuel Randi, quando ha deciso di imbracciare la sei corde? 

Già a sei anni ero affascinato dal mondo della musica. Passavo le ore a sfogliare libri che ritraevano strumenti e orchestre. Mio padre era molto appassionato e ascoltava di tutto: da Bach al flamenco fino ai Pink Floyd. Questa varietà di stili ha sicuramente lasciato un’impronta importante sulla mia formazione musicale. Iniziai a suonare la tastiera a orecchio, una classica pianola bontempi. Poi è venuto il momento in cui avrei voluto suonare il sax ma, essendo piccolo, mi consigliarono il clarinetto, lo strumento che studiai per diversi anni, anche al conservatorio. Intanto, dai sette anni, avevo cominciato a strimpellare qualche accordo sulla chitarra e andai avanti così fino a quando venni folgorato da una musica che mi elettrizzava e che era in sintonia con la voglia di ribellione che si ha nella prima adolescenza. Avevo cominciato ad ascoltare hard rock ed heavy metal: Scorpions e Iron Maiden, band in cui la chitarra elettrica la faceva da padrona e capii cosa volevo veramente suonare: pezzi che, ovviamente, col clarinetto non era possibile eseguire. La chitarra mi ha offerto nuove possibilità espressive.

Qual è stata la sua prima chitarra?  

La prima chitarra che ho avuto è stata una classica, prestatami da mio zio Antonio. Poi ho dovuto ridargliela e allora, visto che non avevo mezzi economici, per comprarne una nuova e i miei mi avevano già comprato un clarinetto, io e il mio amico Valerio De Paola – oggi musicista, produttore e arrangiatore – abbiamo letteralmente raccattato due chitarre acustiche Eko dalla strada, vicino a un cassonetto. Le abbiamo ripulite e sistemate affinché potessero essere suonabili e con quelle abbiamo cominciato. Io avevo personalizzato la mia, appiccicando sulla cassa un adesivo con il dito medio, che le dava un aspetto molto punk. Abbiamo imparato su strumenti di qualità discutibile ed è stato forse un bene. Teniamo presente che, all’epoca, nella seconda metà degli anni ’80, strumenti come le Fender Stratocaster USA erano oggetti esotici, inarrivabili.

Poi è arrivata una chitarra elettrica vera e propria? 

Sì, verso gli 11 anni. Me la comprò mio padre da un suo cugino. Era una Squier giapponese dell’81 che ho poi ho rivenduto. Non l’avessi mai fatto. I giapponesi all’epoca riuscivano a riprodurre i modelli che avevano fatto la storia della casa americana. Era un’ottima chitarra, color crema, del tutto simile a quella usata da Hendrix nel concerto a Woodstock e oggi ne ho una americana uguale, replica della Strato del ’54. All’epoca ero attratto dal metal e quindi avvertivo il bisogno di una chitarra diversa, più aggressiva. Quindi ho avuto una Washburn e subito dopo una Charvel, altra classica marca di strumenti di quegli anni, color rosa, su cui mi sono fatto le ossa e che ho rivenduto in seguito. Era l’epoca dei chitarristi super veloci come Yngwie Malmsteen, Steve Vai o Eddie Van Halen e mi lasciavo ispirare e influenzare dal loro suono. 

Si è pentito di essersi disfatto di alcune chitarre?  

Certo. Mi sono separato da molti strumenti e, ora, me ne pento. Ad esempio una Les Paul del 1971 o anche amplificatori Marshall che adesso costerebbero una fortuna. O, ancora, una Heritage da jazz. Purtroppo allora non avevo i soldi per potermi permettere tante chitarre e ogni volta che volevo cambiare suono, dovevo per forza vendere qualcosa. Adesso avrei voglia di riavere alcuni strumenti del passato ma al tempo non avevo alternative.

Lei è conosciuto per la sua bravura anche con la chitarra flamenco. Quando avvenne il passaggio alle corde di nylon?    

C’è stato il momento in cui fare assoli lunghi e complicati era fuori moda, quasi “sconveniente”. Erano gli anni in cui era esploso il grunge e i Nirvana erano il gruppo più amato (e che adoro anche io, tra l’altro). Andai un po’ in crisi e scoprii un altro tipo di chitarra: la chitarra flamenco. Si trattava di un genere che già mi era familiare e che mi permetteva di lasciare correre le dita, com’ero abituato a fare. Io sono un amante della corda in nylon e la chitarra flamenco mi permette di esprimermi al 100% mentre con l’elettrica penso di non raggiungere la stessa libertà. Amo il flamenco, anche quello ibridato con altri generi musicali: è un genere cui mi sento molto affine. Non ho mai sognato la California, musicalmente.

Quante chitarre ha attualmente o ha avuto nel corso degli anni?  

È difficile quantificare il numero degli strumenti che mi sono passati per le mani. Adesso ho 30 chitarre ma ne uso otto, che porto con me quando suono in tour. Due per sorta: due flamenco, due acustiche che uso per le accordature aperte, due elettriche, e due chitarre per gipsy jazz alla Django Reinhard.

Ci sono marchi storici a cui è particolarmente devoto?

Non direi. Non sono un feticista dello strumento. Ho imparato a ricercare accuratamente il mio strumento, quello che più si avvicina al suono che ho in testa. Quando sono in tour mi sveglio la mattina e vado a provare strumenti nei negozi locali, soprattutto in Germania. Nella mia vita da musicista, agli inizi ho avuto spesso strumenti “sotto tono” per via dei soldi, per cui ho imparato a raffinare le mie capacità di riconoscimento dello strumento. Mi intendo un po’ di liuteria per cui se una chitarra suona bene ma ha bisogno di un intervento, ci lavoro finché non la riporto alla sua condizione migliore. Come detto, non mi interessa la marca, non sono un collezionista.

Ha una chitarra dei sogni? Quella per cui farebbe una follia?   

La chitarra dei miei sogni devo dire che l’ho comprata poco tempo fa, grazie alla gentilezza di un fan che me l’ha ceduta a un prezzo da amico. Si tratta di una chitarra da flamenco, una Conde Hermanos, una chitarra di liuteria molto rara, quella di Paco de Lucia per intenderci, e che uso dal vivo. Recentemente mi sono comprato una nuova chitarra che è la replica della Red Special di Brian May, il chitarrista dei Queen. Sono andato a comprarla in Toscana e la impiego maggiormente in studio, mentre dal vivo uso più la Stratocaster. In studio uso anche molto la Fender Telecaster che è l’elettrica più vicina alla chitarra acustica: essenziale, senza fronzoli. La Strato, invece, è la chitarra che puoi suonare se impari sull’acustica: imbattibile sui suoni puliti, è difficile da domare.

È anche testimonial di un laboratorio di liuteria locale, Thomas Guitars, che ha creato chitarre appositamente per lei. 

Con il liutaio bolzanino Thomas Orgler abbiamo un rapporto di amicizia e fiducia costruito 15 anni fa, quando feci un esame di chitarra classica al Conservatorio usando una loro chitarra. Mi sono innamorato dei loro strumenti e ho un po’ contribuito a un concetto e suono di chitarra acustica che loro volevano realizzare. Oggi, in acustico suono solo i loro strumenti che sono i più belli che si possa comprare. 

Come vede il futuro della chitarra? Si dice che i Maneskin abbiano rilanciato lo strumento tra i più giovani.  

Il futuro della chitarra è legato al futuro della musica. È uno strumento primordiale, quello più diffuso nelle sue diverse vesti storiche e nelle differenti culture in cui è stata reinterpretata: come liuto, oud o altro. Oggigiorno ci sono chitarristi fantastici ma penso che l’attenzione debba sempre essere concentrata sulle canzoni. Sono quelle che rimangono, la chitarra è uno “strumento”, ovvero un oggetto che serve per fare affiorare sentimenti, stati d’animo, atmosfere, idee. Io sono un chitarrista e amo la chitarra perché è il mio strumento, che mi offre possibilità espressive più di altri, ma lo strumento forse, a un certo punto, passa in secondo piano, cedendo il passo alla musica in sé e per sé. 

Dopo le parole, lasciamo spazio alle note. Quando sarà possibile ascoltare Lei e le sue chitarre a Bolzano?   

L’ultimo concerto l’ho fatto in trio il 9 giugno ai prati del Talvera nell’ambito del Festival gipsy. Il prossimo 28 giugno suonerò invece a Merano con il Jemm Music Project di Max Castlunger.  

Autore: Nilo Ruggeri

Il diabete non impedisce una vita piena di esperienze

Dopo alcuni anni di pausa forzata, domenica 11 giugno è tornata l’annuale festa campestre dell’associazione Diabetes Union Alto Adige Südtirol (che ha sede a Bolzano in Via Montecassino), arricchita dal torneo di calcio “Mettiamoci in gioco”. Con l’occasione, abbiamo intervistato il presidente di Diabetes Union, Gianluca Salvadori. Nato a Bolzano nel 1984, Salvadori lavora come Head of Quality Assurance in un’azienda di alimentazione clinica e collabora come docente con un liceo di Bolzano. È appassionato di viaggi (“soprattutto negli Stati Uniti”), di letteratura (“in particolare dei libri di Irvine Welsh e Stephen King”), di tatuaggi, è molto legato alla famiglia e innamorato dei propri cani. Gli abbiamo fatto alcune domande a proposito del diabete e del suo percorso nell’associazione.

Quando hai scoperto di essere diabetico? Com’è stato il tuo esordio?

Ho scoperto di essere diabetico il 29 gennaio 1993 grazie all’attenzione dei miei genitori, che riconobbero subito i sintomi della patologia (tanta sete, tanta pipì, grande stanchezza). Del mio esordio ricordo ogni singolo istante: cosa ho fatto quel pomeriggio, a che ora sono stato ricoverato, persino il mio valore glicemico. Ricordo le domande che feci alla compianta dottoressa Franca Drei, la leggendaria “zia Franca”, e ricordo la festa nel reparto di Pediatria per il mio nono compleanno. Rispetto agli anni ‘90 le terapie sono cambiate, sono nate tecnologie che poi si sono evolute, ma le sensazioni restano le stesse. La consapevolezza si acquisisce con l’età: ma i bambini sono molto più forti e coraggiosi di noi adulti, superano tutti gli ostacoli. Forza e supporto da parte dei genitori sin dai primi momenti sono la ricetta vincente. Vietato abbattersi.

Come sei arrivato all’associazione?

Nel 1993 l’associazione, con a capo la dottoressa Franca Drei, si chiamava AGD (Associazione Giovani Diabetici, ndr), ed era una necessità: senza AGD la vita quotidiana sarebbe stata ancora più complicata. Una volta cresciuto me ne sono allontanato, per poi tornare come volontario nel 2015, con l’intento di restituire agli altri un po’ del supporto che era stato dato a me e alla mia famiglia. Ora sono al terzo mandato da Presidente. Nel frattempo, AGD si è unita ad ADAA (Associazione Diabetici Alto Adige), diventando Diabetes Union che, tra le realtà italiane, è l’unica a occuparsi di tutte le anime del diabete (cioè sia di diabete di tipo 1, che diabete di tipo 2, che di diabete di tipo gestazionale). Collaboriamo con l’Azienda sanitaria, la Provincia, la scuola. Grazie allo spirito dei volontari, negli anni abbiamo fatto grandi passi avanti. Aiutare gli altri non implica necessariamente ricevere qualcosa in cambio: è questo il punto cardine dell’associazionismo.

Cosa ha significato, per te, il ritorno della Festa campestre di Diabetes Union?

Tornare alla normalità. Una felicissima normalità. Socialità, sport, aria aperta, divertimento, emozioni, prevenzione e informazione: questo è stata la festa di Diabetes Union. Il messaggio è stato e deve essere che vivere con il diabete non significa rinunciare a una vita piena e soddisfacente. Con le giuste accortezze, l’attenzione alla terapia, un po’ di movimento e un’alimentazione sana e bilanciata (quella che in realtà dovrebbero seguire tutti) è possibile condurre una vita serena, ricca di belle esperienze.

Obiettivi per il futuro?

Come membro di Diabetes Union, l’obiettivo è contribuire a far sì che in tutti i comprensori il percorso delle persone con diabete sia uniforme; collaborare alla creazione di un team diabetologico itinerante, un progetto sul tavolo da qualche anno e che purtroppo è stato rallentato dalla pandemia; e aumentare la visibilità e la capillarità dell’associazione, affinché sia ancora più vicina alle persone con diabete, ai loro familiari e ai nuovi esordi. Come Gianluca, invece, vorrei visitare l’Alaska e le Hawaii in un solo viaggio, un viaggio che ho programmato insieme alla mia compagna per il 2024. Il mio grande sogno, però, è aprire un ristorante in California. Ma c’è tempo: dopotutto sono ancora giovanissimo, no?

Autore: Alex Piovan COOLtour

Don Bosco: ecco il cambio di presidenza

Come per quanto avvenuto a Gries San-Quirino, anche a Don Bosco si è recentemente assistito a un cambio di Presidenza del Consiglio di Quartiere. Il 4 maggio, infatti, l’ormai ex Presidente Alex Castellano ha passato il testimone alla collega Francesca Fiori. Da allora, i consiglieri si sono riuniti due volte. La neo-presidente Fiori fa luce sulle principali tematiche legate al rione: dal ghiaccio sintetico della Pista Zero, fino alla programmazione di eventi serali in vista dell’estate. Non mancheranno iniziative rivolte a tutte le generazioni.

Presidente Fiori, è passata qualche settimana e siete già al lavoro…

Assolutamente sì! Le cose da fare sono molte… non si pensi che le Circoscrizioni servano solo a organizzare le feste in Piazza e il cinema all’aperto d’estate. Il nostro compito è quello di avvicinare i servizi pubblici agli abitanti, diminuendo la distanza tra le Istituzioni, la politica e i cittadini.

Temi all’ordine del giorno?

La tematica più calda riguarda l’utilizzo della Pista Zero, una colonna portante della nostra zona. Visto il caro-bollette dell’ultimo periodo, si era deciso di sostituire il ghiaccio naturale con delle piastre di materiale sintetico di alto livello. Nonostante ci siano anche squadre di hockey importanti a livello internazionale che si allenano sul ghiaccio sintetico, a Bolzano non ha riscosso il successo che speravamo. Le entrate stagionali si sono abbassate, ma d’altra parte questo cambio rappresenta una novità, ora ragioniamo insieme al Comune se proseguire nella stessa direzione o apportare dei cambiamenti.

A Don Bosco abitano molte famiglie, avete già programmato qualche evento per l’estate adatto a tutte le fasce d’età?

Tra luglio e agosto ci saranno ben quattro serate di cinema all’aperto: due a Parco Europa e due in Piazza Don Bosco. Un film sarà rivolto ai bambini, due agli adulti e uno sarà in lingua tedesca sottotitolato in italiano. Inoltre, anche quest’anno prenderà vita “Semirurali Social Park”, un evento che coinvolge venti associazioni. È un qualcosa di importante per la vita di chi vive qui e il parco si presta molto bene a questo genere di iniziative culturali e rivolte anche ai giovani.

A proposito di giovani: la sera andranno tutti in Centro o è previsto qualcosa di attrattivo nel quartiere?

Prima dell’inizio della scuola, quindi a fine agosto, organizzeremo una serata di “silent disco” al Casanova, quindi chiunque potrà ballare come fosse in discoteca, ma con la musica nelle cuffie, così da non disturbare il vicinato. 

Per ultimo, qualcosa è riservato agli anziani?

Lavoriamo molto insieme agli altri quartieri per proporre serate informative, spesso sulle nuove tecnologie. Ma non solo: un team del Teatro Stabile ha incontrato gli ospiti delle Rsa per farsi raccontare le loro storie intrecciate con il quartiere. Da questo progetto è nato il “Bolzano Sud Quiz Show”, che verrà presentato nei centri di ritrovo, nelle piazzette e tutti i cittadini potranno prenderne parte, così da scoprire la storia di ciò che li circonda.

Autore: Andrea dalla Serra

Da Bolzano al Texas, con un balzo

Nicola Paletti è uno studente-atleta bolzanino, classe 2001. Al momento si trova negli Stati Uniti per studiare fisioterapia. Oggi grazie alla sua esperienza andremo a scoprire assieme la città in cui vive in Texas e come vive un giovane bolzanino negli Stati Uniti d’America.

Ciao Nicola, dove ti trovi e cosa stai facendo?

Attualmente mi trovo nello stato della stella solitaria (Lone Stare State), il Texas, nel sud degli Stati Uniti. Di preciso sono a San Antonio, una città tranquilla nonostante abbia gli stessi abitanti di Milano. Sono un così detto “student-athlete”, uno studente atleta. Dunque, studio pre-fisioterapia e rappresento l’università facendo parte della squadra di atletica. Come disciplina, all’ interno dell’atletica, ho deciso di fare il decatlon. Una delle discipline più impegnative: consiste nel gareggiare due giorni consecutivi in un totale di dieci discipline diverse. Durante la prima giornata si fanno i 100 metri, salto in lungo, getto del peso, salto in alto e infine i 400 metri (la disciplina che preferisco di meno). Nella seconda giornata invece abbiamo i 110 ostacoli, disco, salto con l’asta, giavellotto e i 1500 metri.

Cosa ti manca di più di Bolzano?

È una domanda davvero difficile, ci sono davvero tante cose che mi mancano di Bolzano e a pensarci mi fa venire un po’ di nostalgia. Le cose che si prendono per scontate e che a volte non si apprezzano nemmeno sono probabilmente quelle che mi mancano di più: il centro tranquillo, le passeggiate, i mezzi pubblici (qui non ce ne sono) e persino le piste ciclabili. Ma se dovessi scegliere tra una lista infinita sceglierei la vista che si ha sulle montagne attorno a Bolzano. Mi manca svegliarsi ogni mattina e vedere lo Sciliar, purtroppo qui non ci sono delle montagne così mozzafiato.

E cosa ti manca di meno?

Sicuramente il traffico, soprattutto quando piove. Senz’altro è la cosa che mi manca meno di Bolzano.

Come mai hai deciso di partire?

Amo l’atletica, gli allenamenti pesanti e ovviamente i risultati che si ottengono; non volevo smettere dopo le superiori. Inoltre, volevo incominciare a studiare fisioterapia. Dunque, ho deciso di cercare università che offrono entrambi le cose. Le università negli Stati Uniti sono famose per questo. Ho deciso di provare nonostante non pensassi seriamente di partire: vivere così lontano da casa mi sembrava assurdo. Ma poi mi sono messo a contatto con varie università ed eccomi qui tre anni dopo… negli Stati Uniti a fare quello che amo.

Come ti trovi all’estero?

L’esperienza all’estero finora è stata davvero positiva. Devo ammettere che però è veramente impegnativa: sono sempre di corsa, corro da una parte del campus all’altra. 
Ma d’altro canto questa esperienza è un arricchimento culturale. Ho avuto l’opportunità di conoscere persone provenienti da tutto il mondo e di imparare da loro (diversi studenti all’interno dell’università sono internazionali). Ma soprattutto, ho migliorato la mia conoscenza della lingua inglese (l’inglese non è mai stato il mio forte alle superiori).

Raccontaci qualcosa che rispetto a Bolzano, lì è normale fare.

Ci sono alcune cose che qui negli Stati Uniti sono normali ma che in Italia o a Bolzano non lo sono. Ad esempio, l’uso eccessivo dell’aria condizionata, che qui è molto comune, mentre in Italia si usa meno. Per assurdo, in estate, in Texas, all’interno degli edifici ci sono circa 18 gradi; la metà dei gradi che ci sono fuori. Inoltre, la cultura del “takeaway” e del “drive-thru” è molto più diffusa qui, mentre a Bolzano si preferisce mangiare al ristorante o a casa.

Autore: Niccolò Dametto COOLtour

Mitologie

“Non potevamo andare avanti senza di lui” ha annunciato Enrico Goliardini, fedele sostenitore del carismatico leader di Forza Italia. “Per questo motivo abbiamo messo insieme tutti i nostri risparmi e, unendo la potenza dell’Intelligenza Artificiale con le tecnologie più innovative, abbiamo creato il cyborg di Silvio Berlusconi”. Ma non è tutto: in questa nuova incarnazione cibernetica, Berlusconi ha ricevuto un tocco femminile. Il cyborg sfoggerà un corpo da donna, con capelli lunghi e tutto il fascino che l’ex Primo Ministro italiano ha sempre incarnato.

Autore: Roberto Tubaro

Radio Comini: l’emittente di strada

Maria Elena Crescentini ci parla di “Radio Comini – La radio di strada”, un progetto del Gruppo Volontarius. In arrivo la terza stagione il prossimo autunno, con un’anticipazione speciale a giugno.

Com’è nata l’idea di questo progetto?

Radio Comini è una web radio interculturale ed intergenerazionale del Gruppo Volontarius realizzata presso il dormitorio di via Comini a Bolzano insieme ad alcuni ospiti del centro e alcuni ragazzi della città.
Il progetto nasce dalla volontà di creare un luogo d’incontro dove far emergere una sfaccettatura della città molte volte invisibile. In questo incontro, i partecipanti trovano uno spazio sicuro in cui potersi conoscere a vicenda, esprimere le proprie idee e condividere le proprie esperienze.

Come vengono preparate le puntate? 

Le puntate nascono all’interno di una piccola stazione radiofonica situata al secondo piano del dormitorio di via Comini gestito dal Gruppo Volontarius. Qui ogni lunedì, allo stesso orario, si danno appuntamento i partecipanti insieme ad uno special guest che cambia ogni settimana. Alla prima fase di presentazione dell’ospite, segue la redazione della puntata che, infine, viene registrata e post-prodotta. 

Quali tematiche trattate?

La redazione della seconda stagione ha progettato e realizzato 8 puntate. Per ciascuna, sono stati invitati in radio ospiti speciali scelti ad hoc: musicisti, atleti, attrici, docenti e artisti! E per sapere i temi della terza stagione… stay tuned!

Come si possono ascoltare le puntate? 

Le puntate della prima e della seconda stagione si possono trovare sul sito www.gruppovolontarius.it e su Spotify. Radio Comini è anche su Instagram con un profilo dedicato, dove viene raccontato il backstage e le iniziative del progetto. La terza stagione verrà pubblicata in autunno. In giugno verrà lanciata in anteprima una puntata speciale: l’ospite è l’artista di strada Jordi Beltramo.

Che riscontri avete avuto con la cittadinanza bolzanina? 

Molti cittadini si sono messi all’ascolto e la partecipazione delle giovani generazioni è stata numerosa e costante. Anche per questo motivo, Radio Comini ha il desiderio di collaborare maggiormente con le scuole: se ci sono studenti o insegnanti interessati a collaborare, le porte della Radio sono aperte.

Ci sono degli stereotipi che andrebbero smentiti rispetto alle persone che orbitano attorno a questa radio?

Spesso si pensa ai servizi di accoglienza e ai loro ospiti come luoghi di deprivazione e marginalità. Radio Comini è la prova che se ci mettiamo in ascolto dell’altro, possiamo scoprire nuovi mondi, tradizioni, storie di vita uniche e spesso nemmeno troppo lontane dalla nostra.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

I viaggi e la libertà

La vita e la vita nella scuola di Luisanna Fiorini sono un’unica cosa. Musicista, professoressa, maestra, dirigente scolastica, direttrice del servizio di valutazione provinciale, ricercatrice, docente universitaria e formatrice; è stata queste cose ogni volta, fino a quando si è divertita. Ha sempre avuto fiducia nei giovani, che sono la sua forza. Ora che è in pensione a mancargli sono loro, le studentesse e gli studenti, e in particolare gli sguardi indomiti dei più difficili, quelli che avevano più bisogno di lei. Cerca il futuro in ognuno dei suoi viaggi. Il presente lo vive.

La cosa che mi piace di più di me stessa.

La perseveranza.

Il mio principale difetto.

L’impulsività.

Da bambina sognavo di diventare…

Ricca.

L’errore che non rifarei.

Nessuno, sono contenta dei miei errori.

La persona che invidio di più.

Chi inizia un viaggio.

La persona che ammiro di più.

Chi dedica totalmente la sua vita a servizio della libertà altrui.

Un libro da portare sull’isola deserta. 

Un manuale su come sopravvivere.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Cerco di assecondare tutti i miei capricci.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Oggi?

La mia occupazione preferita. 

Curare il mio orto e viaggiare.

Il paese dove vorrei vivere. 

Se non l’Italia, l’Argentina.

Non sopporto…

L’ipocrisia.

La qualità che preferisco in un uomo.

Il lato femminile.

La qualità che preferisco in una donna.

L’indipendenza e l’autonomia.

Dico bugie solo…

A chi non stimo.

La mia paura maggiore.

Ho troppa paura per dirlo.

La disgrazia più grande.

La guerra.

L’oggetto a cui sono più legata.

Tutte le mie collane.

La massima stravaganza nella mia vita.

Oh, tante, adoro la stravaganza.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…

Quando da ultra quarantenne ho preso la seconda laurea.

Il mio motto.

Vai avanti!

Il mio più grande rimorso.

Aver smesso di suonare e cantare a livello professionale.