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Mese: Novembre 2023
Storia della posta nella valle dell’Adige
Accanto al fiorente servizio di trasporto fluviale sull’Adige gestito da alcune famiglie di Sacco presso Rovereto, a partire dal XVI secolo il servizio postale tirolese era stato affidato dall’amministrazione asburgica alla famiglia dei Taxis Bordogna. Questa famiglia lo gestì come autentico feudo per tre secoli, ricavandone enormi guadagni e titoli nobiliari a non finire: dalla baronia iniziale fino al principato del Sacro Romano Impero.
Ma quali erano le origini della famiglia dei Taxis (più tardi e fino ad oggi Thurn und Taxis) che svolse un ruolo fondamentale nell’istituzione del sistema postale europeo in generale (erano stati membri della Compagnia dei corrieri della Serenissima di Venezia che già prima dell’anno 1000 percorreva le strade d’Europa) e del Tirolo per quanto ci riguarda?
Essi provenivano dalla Val Brembana e si chiamavano, prima di tedeschizzare il loro cognome, Tasso. Della famiglia facevano parte anche i poeti Bernardo e Torquato, quest’ultimo autore della notissima Gerusalemme Liberata.
Un tale Jannetto de Tassis, discendente della famiglia bergamasca, fu nominato Kuriermeister, maestro corriere, da Massimiliano I d’Asburgo. In breve tempo, i fratelli Tasso ottennero le gestione dei servizi postali di mezza Europa. Una sorella dei Tasso, Elisabetta, sposò Bonus Bordogna, con il quale diede vita al ramo trentino-tirolese dei Postmeister o mastri di posta di Trento, Bolzano e Innbruck. Essi mantennero il feudo fino all’incameramento decretato da Vienna nel novembre 1769, che trasformò il redditizio servizio postale in servizio pubblico statale. Di fatto i Taxis-Bordogna continuarono a gestire le poste ma dovettero versare i redditi all’erario camerale.
Era dunque questa potentissima famiglia a gestire anche le stazioni di posta lungo la valle dell’Adige, i vari corrieri e portalettere che le collegavano alle vallate e ai paesi più remoti. La corrispondenza, soprattutto mercantile, poteva essere trasportata da staffette (più veloci e onerose) o corrieri: prima a piedi, poi a cavallo e, infine, con l’intensificarsi dell’attiva commerciale, che richiedeva anche il trasporto di pacchi, per mezzo di diligenze.
Nella valle dell’Adige tra Bolzano e Trento operavano le stazioni postali di Bronzolo, Egna e San Michele, facenti parti dell’ufficio centrale di Trento. Ad un certo punto, i dissidi tra fratelli portarono al distacco delle poste di Bolzano e Bronzolo da Trento, che mantenne il controllo su Egna e San Michele. Nel XVIII secolo, sia Bolzano che Trento furono sottoposte a Innsbruck.
A Egna l’albergo Posta era molto noto tra i viaggiatori e turisti tedeschi e inglesi che nel frattempo avevano iniziato a frequentare la zona dolomitica. Una diligenza postale percorreva la strada per Cavalese per due volte al giorno. Accanto alla posta viaggiavano i turisti, che pagavano 1 Gulden e 30 Kreuzer per un posto in coupé, 1 Gulden e 10 Kreuzer per un posto normale. La diligenza impiegava cinque ore per raggiungere Cavalese, per il ritorno erano sufficienti 3 ore e mezza. Un’altra carrozza portava a Primiero per 40 Gulden. Dopo l’apertura di Passo Carezza, questi viaggi terminarono e rimase solo il collegamento per la Val di Fiemme.
Quando verso gli anni cinquanta dell’ottocento venne inaugurata la linea ferroviaria tra Bolzano e Verona, gli osti e artigiani delle stazioni postali della Val d’Adige compresero che era terminato il loro periodo d’oro. Molti di loro si erano arricchiti e tenevano fino a sessanta cavalli in stalla, ospitavano viaggiatori e corrieri, fornivano fieno e biada per i cavalli, impiegavano fabbri e maniscalchi. Ovviamente continuarono a sperare che l’epopea del cavallo di ferro durasse poco e potesse presto ristabilirsi la situazione precedente ma alla fine si rassegnarono ai tempi e alla tecnologia moderni. Tornò il silenzio nelle strade di Bronzolo e Egna e l’ultima carrozza da Salorno a Lavis fu condotta da tale Peter Gerstgrasser, rigorosamente nella leggendaria livrea nera dai risvolti giallo-arancioni dei Taxis. Poi la vecchia stazione postale presso l’albergo Engel chiuse definitivamente i battenti.
Autore: Reinahrd Christanell
La nuova piazza è già (quasi) realtà
Desiderata e sognata dai residenti da anni, poi progettata e infine pronta per la consegna alla popolazione della frazione di San Giacomo dopo lavori proceduti in modo spedito, la nuova piazza di San Giacomo è pronta a dar vita al centro del borgo.
Che la frazione di San Giacomo – così come la stessa Laives – patisse la mancanza di una piazza che fungesse da catalizzatore per la popolazione residente, era problema discusso ormai da decenni.
Finalmente, con la consegna alla fine di novembre, il sogno dei residenti si è trasformato in realtà, non senza difficoltà e polemiche, ma si tratta sicuramente un progresso per questo piccolo centro. Abbiamo raccolto le primissime impressioni della popolazione, prima dell’effettiva inaugurazione della piazza e delle attività che qui apriranno.
Molti dei residenti del moderno complesso Amonn si sono trasferiti già nei primi mesi d’estate nei palazzi più a ridosso della ferrovia, dove è stato anche realizzato un nuovo parcheggio ed è in via di ultimazione il parco giochi. Per gli ultimi appartamenti, la piazza stessa e le attività commerciali affacciate su di essa, si è appunto dovuta attendere la fine di novembre. Si è trattato di settimane di fibrillazione, divise tra l’aspettativa del nuovo e i disagi che lavori di questo tipo necessariamente comportano, dal traffico all’eliminazione temporanea dei passaggi pedonali.
Ora che è ormai tutto pronto, si attende il test della quotidianità, visto che un numero decisamente più elevato di residenti si sposterà nelle ore di punta verso i luoghi di studio e lavoro e le nuove attività commerciali porteranno più movimento. Per queste è stato realizzato un importante parcheggio sotterraneo, che dovrebbe quindi risolvere i problemi di posteggio per i residenti.
A proposito delle attività, abbiamo quindi raccolto le impressioni e le aspettative di Andrea, titolare del piccolo negozio di ortofrutta “L’orto in cassetta”, pronto al trasferimento nel nuovo spazio di circa 100mq dove verranno proposti anche rosticceria, gastronomia e, dopo tanti anni, nuovamente la macelleria.
Andrea, proveniente dal sud ma ormai da tempo con la famiglia proprio a San Giacomo, riporta con entusiasmo il calore della gente e la gioia di poter nuovamente – come un tempo – poter contare sui negozi di vicinato che propongano prodotti di qualità e quattro chiacchiere piacevoli insieme ad essi.
Raccogliamo infatti entusiasmo anche tra le signore sedute al bar e i lavoratori in pausa caffè nel centro di San Giacomo. Si prevede di poter contare sulle botteghe come un tempo e sulla confidenza, così come su un’offerta di prodotti più variegata rispetto a ora – aprirà infatti anche un nuovo supermercato su una superficie di 800mq – si tratta di uno dei punti visti con maggior positività dai residenti.
Riscuote meno apprezzamento invece l’estetica della piazza, con molte persone perplesse di fronte a un complesso così moderno inserito in un contesto tradizionalmente paesano così come è San Giacomo. C’è chi avrebbe desiderato meno cemento e più verde e chi proprio non riesce a digerire l’architettura futuristica della cosiddetta “Amonn tower”.
Una grande percentuale delle perplessità e delle preoccupazioni deriva poi dal possibile aumento del traffico sull’attualmente già trafficata statale – e della possibilità che le nuove strutture possano attrarre atti di vandalismo ormai troppo frequenti nelle aree pubbliche. In ogni caso, per il verdetto definitivo sulla nuova piazza e l’agglomerato cresciuto intorno a essa, si deve attendere la prova dei fatti. La speranza è quella che la piazza e le nuove attività che sorgeranno anche in futuro portino più movimento e vivacità a un centro fino a oggi sviluppatosi semplicemente lungo la statale. C’è anche chi prospetta attività che attirino i giovani dando loro un luogo di aggregazione che vada oltre i parchetti per bambini, spesso vandalizzati proprio per banale noia.
Affinché tutto cominci a procedere in modo fluido serviranno probabilmente altre settimane di pazienza, tra il trasloco dei nuovi residenti e l’occhio che si adatti infine a un’architettura decisamente più moderna e razionalistica della maggioranza degli edifici.
Inevitabilmente i pareri non potevano essere tutti positivi ma la nuova piazza porterà sicuramente una ventata di novità nella ormai non più così piccola frazione di San Giacomo.
Autrice: Raffaella Trimarchi
I gioielli: preziosi particolari nei ritratti del Settecento
I ritratti del passato, con il loro fascino evocativo racchiudono in sé informazioni importanti sugli usi e costumi, mode e manie di una società che riteneva comunque opportuno tramandare le proprie sembianze. I ritratti riscuotono a tutt’oggi molto interesse e, grazie anche alla ricchezza e all’accuratezza del dettaglio, essi possono farsi antologia degli stili tanto degli abiti che dei preziosi accessori: i gioielli.
Le fonti iconografiche documentano l’evoluzione stessa dei gioielli siano essi anelli, bracciali, orecchini, collier, vezzi o spille. Nella ritrattistica settecentesca il gioiello è il simbolo degli sfarzi, anche smodati, dell’aristocrazia ed esemplificano inequivocabilmente il divario fra le classi sociali.
È la Francia e la sua corte ad imporre al resto del mondo il gusto e l’esigenza che tutto fosse “prezioso” dalle bottigliette per i sali, alle tabacchiere, dai pomoli da bastone, alle fibbie da scarpe e cinture fino ai fermagli per i capelli. È nel secolo dei lumi che il diamante divenne di gran moda soprattutto nel nuovo stile di sfaccettatura a brillante.
Le pietre provenienti dal Brasile venivano inviate ad Amsterdam – il maggior centro del taglio – per essere lavorate e quindi rimesse sul mercato per essere incastonate. Per un lungo periodo essi vennero montati sull’argento giacché non si conosceva ancora la lavorazione dell’oro bianco, mentre le pietre preziose colorate trovavano spazio in castoni d’oro giallo.
Montati su orecchini a girandoles, i brillanti erano particolarmente apprezzati per il loro chiarore intermittente nelle serate danzanti al lume di innumerevoli candele.
Anche nell’area tirolese le linee moda si erano sviluppate nel segno della semplificazione da un lato e della diversificazione tra zona rurale e urbana e tra ceti sociali dall’altra. I pittori tirolesi ne diedero un autentico saggio e con maestria restituirono insieme ai tratti somatici i gioielli di quelle donne e di quegli uomini che avevano voluto tramandare ai posteri il loro essere e il loro status. Efficace in proposito è il ritratto di Maria Johanna Scolastica Strellin, dipinto nel 1776 da Franz Anton Zeiler. La dama ritratta incarna lo stile di metà Settecento, i gioielli che indossa ricalcano la moda delle maggiori città d’Europa; splendida la châtelaine con l’orologio che, fissata alla cintura, fa mostra di sé trasformandosi da curioso strumento scientifico a preziosa decorazione per donne e uomini.
Fra le classi agiate di area urbana, infatti, più ampio fu l’assortimento dei modelli, dei materiali e delle tipologie e non mancarono esempi d’alta oreficeria e dell’uso non solo di gioielli abbinati ma anche di vere e proprie parure.
Nel resto delle zone tirolesi, come nel resto dell’arco alpino, si privilegiarono i granati e i coralli e si portavano soprattutto orecchini, collane ed anelli e spille mentre più limitata era la richiesta di bracciali. Ricco inoltre era l’assortimento di pettini e spilloni da acconciatura creati in osso, ferro, argento e a filigrana. I gioielli, fossero essi di grande o di modesto valore venale, molto spesso segnavano le tappe della vita e le diverse gradazioni di status, così il metallo veniva accostato all’oro di bassa lega, agli strass, alla marcassite o alla pasta di vetro, ai coralli, al granato o alle pietre dure.
Autrice: Rosanna Pruccoli
Fabio Concato, il “Musico ambulante”
Teatro Puccini pieno a Merano, per il concerto di Fabio Concato svoltosi lo scorso 15 Novembre. Un ritorno per un cantautore che ha scritto alcuni dei brani più poetici degli anni Settanta e Ottanta.
Lo incontriamo nel camerino del Teatro Puccini, a Merano, dopo un brevissimo sound check con il suo collaudatissimo gruppo. Giusto un accenno ad un paio di brani per verificare i livelli del suono: dopo centinaia di repliche in giro per tutta l’Italia, l’affiatamento e tale per cui non serve proprio di più. È Fabio Concato, il “Musico ambulante” come egli stesso si è descritto e che è anche il titolo dell’ultima fatica in sala d’incisione prima di tramutarla in una serie ormai infinita di concerti che hanno riempito le sale dal Nord al Sud della Penisola.
Fabio, quando è cominciata la tua avventura canora?
A dire il vero prima di dedicarmi alla musica attorno al 1977, avevo già esordito in pubblico con un trio di “cabarettari” che era considerato molto in gamba, almeno così dicevano i nostri colleghi dell’epoca e il pubblico che veniva a sentirci.
Ma le radici sono nel jazz la cui impronta si percepisce chiaramente nella tua produzione…
Forzatamente direi perché quella era la musica che si sentiva a casa mia alla fine degli anni Cinquanta. C’erano dei pezzi bellissimi che mio padre ascoltava e suonava tutti. Io sono cresciuto in quell’atmosfera. Erano gli anni di Natalino Otto che ai più non dirà nulla oggi, ma è stato un gigante della sua epoca.
Attribuendoti il Premio Tenco hanno detto che negli anni Trenta c’era il filone dell’allegria e che Concato negli anni Settanta e Ottanta ne è stato la versione aggiornata. È una definizione che condividi?
Ricordo che quando me la diedero come motivazione rimasi un po’ sorpreso ma poi devo dire che è stato esattamente così. Io facevo delle cose che erano un po’ particolari, anche se poi ho cambiato leggermente strada, ma potevo in effetti essere un Natalino Otto della mia epoca.
“Musico Ambulante” nasce nel 2021. Un ritorno per un Fabio Concato che era rimasto un po’ nascosto?
Si devo dire di si. La storia è abbastanza curiosa. Quel lavoro non era nato per diventare un disco. Era semplicemente un mio desiderio di tornare in sala d’incisione per una versione aggiornata e più acustica, quasi solo voce e chitarra, dei miei brani. Ma era una cosa che io volevo solamente mettere vicino alla mia discografia, solo per me, per il piacere di averla. Poi riascoltandola, quasi casualmente, alcuni amici mi hanno detto, ma perché devi tenertela solo per te? E così ci ho ripensato.
Stai riempiendo i teatri nazionali da tre anni a questa parte. Che effetto ti fa?
Molto bello, direi ed è una cosa che non mi aspettavo. Dipende molto anche dal mio management che sa fare una promozione con gli strumenti moderni dei social dove “smanettano” per bene facendo quelle cose che bisogna fare se vuoi avere un minimo di seguito ai giorni nostri.
Forse non solo i social, ma anche il segno che tu hai lasciato nel panorama musicale italiano…
Si, sì, certamente non voglio piangermi addosso né sminuire quello che è stato. è sicuramente anche questo.
La tua “M’innamoro davvero” è colonna sonora del bellissimo film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi”. Come è nata questa collaborazione?
Non me l’aspettavo proprio. È arrivata la richiesta ed è chiaro che il mio è stato subito un sì. Non immaginavo di entrare a far parte di una colonna sonora per un film importantissimo. Appena la intono nei teatri, tutti subito sussurrano “questa è quella del film” ed è fantastico.
Autore: Enzo Coco
Merano unita per dire no alla violenza
Sono state molte le iniziative che Merano ha dedicato al 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne. Venerdì 24 le vie del centro sono state illuminate dalla fiaccolata per dire no alla violenza di genere, una lunga scia di persone che si sono riunite per dare voce alle donne che non ne hanno più , e manifestare contro questa strage che è necessario fermare con una vera e propria rivoluzione culturale.
La fiaccolata, partita dalla scalinata di Corso Libertà superiore, ha visto centinaia di partecipanti, tra cui anche due classi scolastiche: la 3a TSA delle FOS e la 4a LSU A del Gandhi con la presentazione finale di un progetto svolto in collaborazione con la Rete Antiviolenza.
Il sabato mattina invece è stato dedicato a una campagna di sensibilizzazione attraverso la distribuzione di cartoline realizzate dalle classi 5D/Ku e 5K/Ku dell’istituto Gymme: un progetto ideato e creato graficamente dagli studenti, rivolto agli uomini. Sulle cartoline infatti, appaiono messaggi in cui vengono evidenziati alcuni comportamenti della violenza psicologica di genere, invitando tutti a una riflessione sugli atteggiamenti che assumiamo nella nostra quotidianità nei confronti delle donne.
Inoltre, grazie all’iniziativa delle Poste in cui il 25 novembre è stato rilasciato un francobollo con l’immagine della panchina rossa, Merano ha partecipato con un annullo postale apposito, che potrà essere applicato sulle cartoline della campagna.
Anche la Biblioteca civica, in collaborazione con Soroptimist Merano, ha contribuito a questa giornata inaugurando “Uno scaffale tutto per sé”, un progetto dedicato al mondo femminile che mette a disposizione una raccolta libraria con l’obiettivo di diffondere la cultura della parità di genere e incentivare un cambiamento culturale e sociale.
Ad entrambe le giornate è stata presente la Rete Antiviolenza con un infostand in cui distribuiva materiale informativo per tutte coloro che hanno bisogno di aiuto, che si trovano in condizioni di pericolo o che sono a conoscenza di situazioni di violenza e vogliono aiutare un’amica, una sorella, una collega.
“Il centro antiviolenza dell’Associazione Donne contro la violenza – Frauen gegen Gewalt, che quest’anno ha compiuto 30 anni, è un luogo che definiamo sicuro – afferma Sigrid Pisanu, coordinatrice del centro – Il centro dispone di una consulenza telefonica personale e gratuita al numero 800 014008 h24 per informazioni, consulenza legale e per interventi in situazioni di crisi.
Per allontanare le donne e i loro figli da condizioni pericolose e violente, il centro mette a disposizione degli alloggi protetti in cui vengono assistite e accompagnate in seguito in un processo di reinserimento dopo le dimissioni.
“Come centro antiviolenza ci occupiamo anche di sensibilizzazione e formazione: due dei nostri pilastri che vanno assieme al lavoro politico e di cultura – spiega Pisanu e continua – L’obiettivo principale è quello di continuare a richiamare l’attenzione sul fenomeno e i bisogni delle donne promuovendo una cultura della non violenza. Sviluppiamo molti progetti grazie al sostegno del Comune di Merano, in particolar modo nelle scuole. Un progetto che ha riscontrato maggiore successo è quello denominato “Io dico no”: un’iniziativa rivolta alle ragazze che tramite laboratori e brochure informative vengono sensibilizzate sui vari tipi di violenza, con un focus particolare su quello sessuale, offrendo loro consigli concreti di approccio in relazione a situazioni di difficoltà”.
L’INTERVISTA
Dottoressa Pisanu, quali sono le misure che bisognerebbe intraprendere?
Adesso c’è una percezione emergenziale sul tema della violenza, ma in realtà è sempre esistita. Spero che l’energia che sento adesso e la volontà di fare non si interrompa, ma diventi qualcosa di maggiormente strutturato e integrato. Nelle scuole non ci possono essere solo workshop o progetti di breve durata, ma abbiamo bisogno di più tempo da dedicare ai ragazzi, offrendo loro un percorso di continuità e progettazione. Inoltre, non possiamo chiedere loro un cambiamento senza che noi adulti facciamo da esempio. È necessaria una riflessione su come noi ci poniamo nelle relazioni, su quali sono gli atteggiamenti e i comportamenti che intraprendiamo nelle situazioni più comuni di tutti i giorni, sul posto di lavoro, in famiglia o nell’associazione di cui facciamo parte. Non penso che sia un cambiamento dall’oggi al domani, voglio pensare che ci sia una prospettiva e che gli adulti inizino ad andare oltre gli stereotipi e i pregiudizi con cui sono cresciuti, in modo da superarli.
Come ognuno di noi potrebbe contribuire contro questo fenomeno?
È necessario uscire dall’immaginario dell’individualismo rispetto alla violenza. Ogni nostro comportamento si rispecchia nella società, in quanto non viviamo isolati, ma bensì in una comunità. È essenziale prendere posizione verso quegli uomini che usano qualsiasi tipo di violenza o un linguaggio sessista e irrispettoso, discuterne, farlo notare. È doverosa un’assunzione di coscienza da parte di tutti gli uomini, perché se è assolutamente vero che non tutti gli uomini sono violenti, è altrettanto vero che sono ancora pochi coloro che escono da questo individualismo affermando che così non può andar bene ed è necessario intervenire, mettendo da parte privilegi che la nostra società riserva loro senza nemmeno che essi ne siano consapevoli.
Autrice: Chiara Caobelli
L’arte come stile di vita
Katherina Zöggeler appartiene ad una famiglia cosmopolita e assai impegnata sul piano culturale. La sua vita è stata da sempre improntata al grande amore per le arti visive, musicali e letterarie oltre che ad una speciale attenzione per le lingue straniere. La si potrebbe definire una “donna ponte” capace di sentirsi a casa negli sfaccettati ambienti della nostra provincia e non solo. La sua arte è ricca e variegata come la sua personalità. Dominata da un forte senso di curiosità e da una inesausta ricerca, sa intrecciare tecniche e materiali, spaziando dal bidimensionale al tridimensionale, dalla stoffa alla ceramica, senza mai rinunciare ad esiti preziosi.
La cosa che mi piace di me.
La capacità di generare idee.
Il mio principale difetto.
Una buona memoria.
Il mio momento più felice.
Tornare a casa e sdraiarmi sul divano con cane e gatto.
Le persone che ammiro di più.
I miei genitori.
Un libro sull’isola deserta.
“Gita al faro”.
La mia occupazione preferita.
Lavorare l’argilla.
Il paese dove vorrei vivere.
In Provenza, Francia.
Il mio piatto preferito.
Il budino greco con la cannella.
Non sopporto…
Il troppo rumore.
Per un giorno vorrei essere.
Un mago.
La mia paura maggiore.
Le vespe.
Nel mio frigo non manca mai…
Il latte.
Se fossi un animale sarei.
Un gatto.
Mi sono sentita orgogliosa…
Quando sono nati i miei figli.
Il mio motto.
“Vivi e lascia vivere”.
Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Un viaggio in Svezia.
Il giocattolo che ho amato di più.
La casa delle bambole.
I miei poeti preferiti.
Hermann Hesse, Aldous Huxley.
I miei pittori preferiti.
Picasso, Chagall, Klee, Basquiat.
Il dono di natura che vorrei avere.
Saper cantare.
Dico bugie solo…
Quando scherzo.
Dove mi vedo fra dieci anni.
In un casale in mezzo agli ulivi.
Il colore che preferisco.
Il turchese.
L’ultima volta che ho perso la calma.
Non la perdo mai.
Da bambina sognavo…
Di diventare una pittrice.
Autrice: Rosanna Pruccoli
Undicesimo comandamento: non sprecare
Quanti di noi possono sostenere di non essersi mai sentiti dire dai genitori, o di non avere mai detto a loro volta: “Il cibo non si butta! Con tutte le persone che muoiono di fame!”. È infatti un vero peccato anche se, tra il dire e il fare, ci sono di mezzo la buona volontà e il senso civico. Lo sanno i 167 volontari dei Cacciatori di briciole Volontarius, che quotidianamente visitano bar, supermercati, panifici, pasticcerie; lo sanno gli 80 esercizi che aderiscono all’iniziativa consegnando ai “Briciolari” il cibo invenduto a fine giornata; lo sanno gli enti che, credendo in questa idea, generosamente sponsorizzano i Cacciatori, consentendo così l’acquisto di biciclette cargo, di un furgoncino, di materiali di consumo.
Quattro volontari per sera, due coppie che percorrono le vie del centro città incrociandosi di tanto in tanto per le strade affollate di turisti e di visitatori, i quali non di rado commentano: “Guarda! Consegnano le pizze in bici!”. E infatti le pizze, come pure i panini, i dolci e persino la frutta e la verdura, vengono consegnate, ma al camper di Volontarius, alla casa di accoglienza Forni, all’associazione San Vincenzo, alle famiglie locali indigenti che si affidano al buon cuore di chi ha più fortuna di loro. E alla buona volontà di chi è disposto a dedicare un po’ di tempo e di energia a una causa in cui crede.
Nessuna vergogna nel percorrere le strade con quelle strane bici cargo, né nel raccogliere gli alimenti invenduti dai supermercati.
La vera vergogna è lo spreco ingiustificato di risorse preziose, la vera vergogna sarebbe il negare aiuto per pigrizia o inedia a chi ne necessita.
La caccia allo spreco è aperta tutto l’anno, peccato non partecipare!
(rubrica realizzata in collaborazione con i “Cacciatori di Briciole” di Volontarius)
La meranese Milanovic, talento Forbes 2022
Di meranesi che si sono fatti valere nel panorama internazionale ne abbiamo qualcuno, ma è la prima volta che la città del Passirio può fregiarsi di aver dato i natali ad una scienziata, Selena Milanovic, 28 anni di vitalità, voglia di vivere, voglia di lavorare, voglia di lasciare un segno. Secondo Forbes, una tra le cento menti più influenti under 30 nel 2022. Le sue ricerche all’università di Oxford le sono valse il privilegio di illustrarle al Parlamento britannico e ha girato già il mondo per presentarle.
Dottoressa, in pratica di che si tratta?
E’ uno studio matematico che ho sviluppato in quattro anni di lavoro ad Oxford che ci da la possibilità concreta di prevenire e curare la demenza senile e l’Alzheimer intervenendo a supporto delle indagini con gli strumenti. Un algoritmo che può aiutare la medicina a comprendere meglio la circolazione del sangue nel cervello, scendendo ad un livello di dettaglio che nemmeno le più sofisticate macchine di risonanza magnetica possono raggiungere.
Come è arrivata a questo livello?
Ho frequentato le scuole primarie e secondarie a Merano e, sfruttando borse di studio, sono andata all’estero, in Germania e Irlanda già durante le due ultime classi del liceo scientifico. Poi la scelta di iscrivermi alla Lub e conseguire la laurea in ingegneria meccanica, per poi passare attraverso Vieenna, Brno e Londra a quella in biomedicina conseguendo due masters. Oxford infine, mi ha dato la possibilità di svolgere il lavoro di ricercatrice per quattro anni.
Come è stata l’esperienza al Parlamento britannico?
Il Parlamento londinese ogni anno sceglie un paio di giovani ricercatori che abbiano fatto studi di rilievo e consente loro di presentarli. Per me è stata una grossa emozione.
Lei è stata anche consulente del governo britannico sul Covid. Come è stata questa esperienza?
Direi fondamentale. Per la prima volta la politica si è rivolta alla scienza per sapere cosa fare. Prima erano due mondi molto separati. Oggi dialogano.
Anche lei è una delle menti italiane in fuga…
È un tema delicato. Nel mondo scientifico in Italia si fa una grande fatica e c’è anche una certa predominanza maschile. Il merito viene riconosciuto solo quando ti sei già fatta un nome e a quel punto forse puoi anche tornare in Italia. C’è poi un aspetto non secondario, ossia quello della disponibilità di fondi.
Dal mondo scientifico ora lei ha fatto il salto verso quello dell’industria andando a lavorare in Siemens a Monaco. Quali le ragioni?
La ricerca ha tempi lunghi e le opportunità di fare qualcosa di concreto per il tuo prossimo sono importanti, ma da ricercatore puoi sperare di partecipare nell’arco della tua vita, a pochi studi che possano in qualche modo lasciare il segno. Nell’industria ti viene offerta l’opportunità di fare molto di più.
Di cosa si occupa?
Lavoro molto con i governi per l’introduzione di nuovi processi di gestione del sistema sanitario, con le case farmaceutiche, e con gli ospedali per la fornitura di attrezzature all’avanguardia. In particolare mi occupo della digitalizzazione della medicina, un campo che dopo il Covid si è aperto mostrandoci che molto, soprattutto in luoghi e paesi disagiati, si può fare a distanza.
Cosa accade in questo campo nel mondo?
Ci sono paesi come il Pakistan, dove gli ospedali sono cattedrali nel deserto, difficili da raggiungere per la popolazione, con strutture carenti e senza personale. Ci sono invece stati come l’Arabia Saudita, dove grazie ai finanziamenti possiamo sviluppare al massimo e a beneficio di tutto il mondo, i nostri progetti.
Lei ha sacrificato molto della sua vita privata, della possibilità di divertirsi, per i suoi studi. Non le sembra di aver perso qualcosa?
Non penso. Si fanno sacrifici in giovanissima età e io ho passato quattro anni quasi rinchiusa ad Oxford, ma non si perde il bello della vita che può venire anche dopo essersi sacrificati. A me è successo così e può capitare a tutti, basta volerlo.
Quale è il messaggio che vuole mandare ai giovani?
Voglio dire loro che la creatività del nostro cervello è senza limiti e che impegnarsi per fare qualcosa per il prossimo e per il mondo, è il lavoro più bello che si possa fare, a tutti i livelli. Il talento è solo l’1% del successo, il 99% è solo duro lavoro.
Autore: Enzo Coco
Sinner for president
Il neo eletto presidente della Repubblica Italiana Jannik Sinner ha tenuto ieri il suo primo discorso a reti unificate. Dopo gli ultimi successi sportivi il campione è riuscito nell’impresa di unire tutti gli italiani che, dopo un voto popolare tramite TicToc, hanno deciso di destituire il Presidente Mattarella a favore del tennista altoatesino. Di colpo è aumentato il consumo di carote, prevedendo una perfetta abbronzatura nell’estate 2024. Ci resta da capire cosa sia più incredibile: che il presidente sia sudtirolese, che sia un tennista nella top ten mondiale o che dovrà governare da Montecarlo.
Autore: Roberto Tubaro