Ognuno ha diritto ad avere una casa

Nei giorni scorsi mi ha fatto molto riflettere la notizia che nel capoluogo ormai non sia più garantito il diritto di tutti ad avere un alloggio degno. Nei distretti sociosanitari sono sempre di più infatti i residenti che si recano in cerca di un aiuto perché non più in grado di sostenere le spese condominiali e di affitto. Chi sono queste persone? Si tratta soprattutto di anziani e famiglie monoreddito con minori, ovvero le fasce più deboli del nostro tessuto sociale. E chi sono i proprietari che reclamano quanto loro dovuto? Si tratta naturalmente di privati ma, anche, dello stesso istituto per l’edilizia sociale. Spesso dietro agli sfratti ci sono anche storie di disagio sociale e di utilizzo non adeguato degli immobili in affitto, è vero. Ma certo non è mettendo le persone in strada e incrementando la lista degli indigenti certificati, che si può risolvere il problema della “morosità”. Resta, dunque, la necessità di dare risposta al diritto di poter disporre di un alloggio adeguato alle proprie necessità basilari, un diritto che riguarda ogni cittadino. La nostra Costituzione in realtà non parla in maniera esplicita del diritto ad “abitare”, ma resta chiaro il riferimento al secondo comma dell’articolo 3 della carta fondamentale che stabilisce come sia “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. E che sviluppo possono avere le persone se non riescono a permettersi un’abitazione?
Com’è noto con gli anni i prezzi degli alloggi sono progressivamente divenuti proibitivi, nel nostro territorio, persino per il ceto medio. Figuriamoci per le altre fasce della popolazione. è evidente quindi che necessiti, ora, una revisione rapida e sostanziale delle politiche pubbliche per la casa. L’attuale meccanismo dei contributi provinciali per l’affitto, com’è noto, da tempo non ha più l’efficacia necessaria, quindi urge una rifondazione del concetto stesso di edilizia sociale per l’intero territorio altoatesino, ma in particolare per le aree più intensamente urbanizzate, ovvero per il capoluogo e i suoi dintorni. In buona sostanza si tratta di una questione di ridistribuzione delle risorse. La nostra provincia resta benestante ma non si può continuare a pensare che il problema dell’alloggio sia in buona sostanza solo un problema personale di chi un appartamento fa fatica a trovarlo, gestirlo, e sostenerne le spese. A tutti noi per un motivo o per l’altro sta a cuore la salvaguardia del nostro tessuto sociale. E il diritto di tutti a poter disporre di un alloggio dignitoso non può che essere rilanciato. Sta diventando una priorità assoluta. In caso contrario il declino della nostra “isola felice” sarà inevitabile.

Autore: Luca Sticcotti Direttore

Beati (noi) poveri. Una giornata per cambiare prospettiva

La Giornata dei poveri si celebra in tutto il mondo questa domenica. Istituita da papa Francesco nel 2016, essa serve a ricordare che “fino a quando Lazzaro – ovvero il povero – giace alla porta della nostra casa, non potrà esserci giustizia né pace sociale”. Una verifica di fine anno che può portare a scelte di cambiamento.

Papa Francesco mette in guardia rispetto all’abitudine di considerare i “poveri” come semplice oggetto della beneficenza dei “ricchi”. “Non pensiamo ai poveri solo come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana, o tanto meno di gesti estemporanei di buona volontà per mettere in pace la coscienza. Queste esperienze, pur valide e utili a sensibilizzare alle necessità di tanti fratelli e alle ingiustizie che spesso ne sono causa, dovrebbero introdurre a un vero incontro con i poveri e dare luogo a una condivisione che diventi stile di vita”.

Al centro non c’è la condizione di povertà, ma la persona che si incontra. Nell’incontro autentico entrambi, quelli che definiremmo il donatore e il beneficiario, si riconoscono “poveri”. Toccano con mano una grande verità: nessuno basta a se stesso. Ognuno ha bisogno degli altri. Se la povertà è una realtà condivisa, allora anche la ricchezza di doni porta naturalmente alla condivisione.
“Siamo chiamati, pertanto, a tendere la mano ai poveri, a incontrarli, guardarli negli occhi, abbracciarli, per far sentire loro il calore dell’amore che spezza il cerchio della solitudine. La loro mano tesa verso di noi è anche un invito ad uscire dalle nostre certezze e comodità, e a riconoscere il valore che la povertà in sé stessa costituisce”. Uscire dalle certezze e comodità. “Non distogliere lo sguardo dal povero”.
Che la povertà sia un valore è un’affermazione che potrà far sorridere (o irritare) chi non sa o non vuole guardare le cose in profondità. Ma lo è, un valore: è la chiave necessaria a riprendere in mano la nostra vita e a vederla come un dono. Un dono da condividere.
Beati i poveri.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Lise Meitner

Dalla lunga via Galvani si può ad un certo punto accedere ad una via più corta, parallela alle vie Gobetti e Caproni: è via Lise Meitner. Nata a Vienna il 27 novembre 1878, abolito nel 1903 il divieto per le donne austriache di frequentare il liceo e l’università, poté diplomarsi e a 23 anni iniziare gli studi in fisica, matematica e filosofia. Interessata sin da 15 anni allo studio della natura, dopo aver seguito le lezioni di Ludwig Boltzmann, si trasferì a Berlino, dove rimase per trent’anni. Alla Friedrich Wilhelm Universität seguì i corsi del noto scienziato Max Planck, divenendone l’assistente. L’incontro che segnò la sua vita fu quello che ebbe nei laboratori di fisica con Otto Hahn, un chimico esperto in radioattività. Ne nacque una collaborazione, durata decenni, di ricerca e scoperte. Nel settembre 1909 incontrò a Salisburgo Albert Einstein, venendo a sapere le novità sulla teoria della relatività e della relazione tra massa ed energia. Lo incontrò anche frequentando con altri ospiti la casa di Max Planck. Nella Prima Guerra Mondiale l’attività di Crocerossina fece crescere il suo atteggiamento negativo verso la guerra. Tornata nel 1917 al suo ruolo di scienziata, scoprì il novantunesimo elemento della tavola periodica, il Protoattinio. Divenuta nel 1919 la prima docente della Germania, fu incaricata di creare un nuovo Istituto di Fisica. Faceva fronte ai vari impegni di scienziata con la massima serietà; nel 1938, in pieno regime nazista, dovette lasciare Berlino. A Stoccolma collaborò con l’Istituto Nobel di tale città. Era in Svezia quando Otto Hahn la informò sullo straordinario impatto di neutroni su atomi di uranio. Era in vacanza in campagna quando seppe del lancio, il 6 agosto 1945, di un ordigno nucleare su Hiroshima. A fine guerra la Meitner, ormai svedese, si dedicò ad attività civili e sociali per la pace e in difesa dei diritti delle donne. Dal 1952 si dedicò all’insegnamento. Fino alla sua morte si impegnò per l’uso pacifico della fissione nucleare. Morì il 27 ottobre 1968.

Autore: Leone Sticcotti

Le offerte creative del (gruppo o collettivo) Supermarket

A chi segue le vicende della scena musicale bolzanina non può essere sfuggito che nonostante l’offerta sia ostentatamente ricca, per un buon ottanta percento le produzioni dei nostri artisti, soprattutto quelli più giovani, sono storie solitarie, costruite spesso davanti allo schermo di un computer, con l’ausilio di mezzi modernissimi e accessibilissimi che rendono sempre più semplice la realizzazione di un brano arrangiato e pronto ad essere consumato.

È un po’ sparito il concetto di musica d’insieme, di gruppo, non vogliamo fare riferimento all’epoca dei complessi beat, ma il fare musica è sempre stato un affare collettivo, anche per i cantautori.
Nel nuovo mondo sembra che ci sia sempre meno spazio per le band, soprattutto, come si notava poc’anzi nell’ambito dei giovanissimi.
Tra coloro che fanno eccezione ci vengono in mente Shanti Powa e Polemici, che pur non essendo più ragazzini, fanno una musica indirizzata ad un pubblico che conta anche teenager.
E poi c’è il Supermarket. O se preferite ci sono i Supermarket: a seconda che vogliamo considerare la formazione un gruppo o un collettivo aperto.
L’idea è saltata fuori poco più di un anno fa, anche se le basi sono state gettate al termine della pandemia e i due padri fondatori sono Marco Di Stasio e Thomas Traversa.
“Diciamo che i primi passi li abbiamo fatti una volta calmatasi l’emergenza – ci racconta Di Stasio –, eravamo stati costretti in casa troppo a lungo e avevamo voglia di socialità. A me e Thomas piaceva fare musica e ci siamo riproposti di fare qualcosa insieme, nella sua saletta. In più abbiamo una certa familiarità con i computer. Ognuno di noi sapeva delle cose diverse e abbiamo cercato di mettere insieme le nostre conoscenze. Poi, sentendo di pari passo anche il bisogno di fare aggregazione, ci siamo messi in cerca di altri ragazzi con le stesse esigenze”.
“L’idea era di mettere insieme un gruppo di persone accomunate dall’interesse e dall’amore per la musica, senza per forza essere una band – aggiunge Traversa –. Un gruppo di appassionati di musica per intenderci, con cui trovarci, condividere ascolti ed esperienze e, perché no, fare anche musica insieme”.
Nel giro di un mese il collettivo era già bell’e che formato, Thomas, Marco e gli amici che erano riusciti a raccogliere per il loro progetto hanno cominciato a trovarsi, grazie all’associazione Be Young hanno potuto avere a disposizione degli spazi più capienti rispetto alla saletta di Traversa; hanno cominciato a scrivere le proprie canzoni, per lo più in italiano e, secondo un cliché abbastanza comune, nello stile parlato derivato dai rapper, con la differenza però che la musica è tutta suonata dal vivo, con l’aiuto delle tecnologie soprattutto per creare i suoni, certo, ma comunque destinata ad essere eseguita con l’aiuto di una band, come accade nei loro concerti e con l’obiettivo di essere in tanti sul palco.
“Anche se alla base per ogni brano c’è comunque un autore principale – prosegue Traversa –, nell’esecuzione cerchiamo di avere una persona che si occupa della strofa, un’altra che canta il ritornello e via dicendo, nell’intensa stagione live che abbiamo trascorso prima di realizzare il nostro disco, abbiamo strutturato gli spettacoli lasciando all’inizio a ciascuno lo spazio per proporre tre brani, cercando poi di concentrare il resto dello show sulle collaborazioni”.
Alla fine dell’estate è infatti stato pubblicato on line il primo disco del Supermarket, una raccolta di otto brani originali in cui ciascuno contribuisce con la propria cifra artistica, chi cantando, chi scrivendo, chi anche solo sedendo in regia a produrre. Sempre senza perdere di vista l’obiettivo di divertirsi passando del tempo assieme.
“Un esempio di come funzioni il nostro modo di lavorare – è di nuovo Di Stasio a parlare – è verificabile in un brano come Maniche larghe, che è stato prodotto da Thomas, si tratta di un pezzo elettronico, quasi house, ovvero di un genere con cui prima Thomas ha davvero avuto poco a che fare: la frequentazione del collettivo, Fanta, Iando e gli altri hanno reso naturale il suo cimentarsi con una cosa diversa da quelle che aveva fatto fino ad ora”.
Il messaggio è chiaro, Supermarket (Supermarket vol.1 è il significativo titolo del disco e un carrello per la spesa è il simbolo di questi ragazzi) è un gruppo di amici che ama passare tempo insieme facendo musica.
Il nome poi è quanto mai esplicito e indica un contenitore capace di avere dentro di sé tutti i vari prodotti musicali scaturiti da ogni componente, proprio come lo scaffale di un supermercato.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Capitale degrado

Sono già passati 20 anni dall’abbandono del cantiere del Waltherpark e, senza dubbio, nessuno a quel tempo avrebbe mai detto che Bolzano sarebbe riuscita ad ottenere l’ambito riconoscimento di “Capitale Mondiale del Degrado UNESCO”. Da quando lo scheletro dell’edificio multifunzionale è stato occupato da migliaia di senzatetto provenienti da tutto il mondo, la sua destinazione d’uso è decisamente cambiata, diventando meta di migliaia di turisti affascinati da questo perfetto connubio tra uomo e natura. Non ci resta che festeggiare, in attesa dell’inizio dei lavori dell’areale ferroviario e delle circonvallazioni, previsti non prima della primavera del 2123.

Autore: Roberto Tubaro

La creatività di Mike Fedrizzi

Creatività senza regole. O, per meglio dire: dettata dalle regole emozionali della musica nel trasmettere messaggi concreti sulla base di un lavoro improvvisato e in continuo divenire. Si tratta di un concetto forse complesso, ma in grado di rispecchiare l’essenza di Mike Fedrizzi e dei messaggi contenuti nella mostra d’arte “Gif – Generic Identity Format”, recentemente allestita a Vadena.

In questi ultimi anni Gif è stata portata in diversi comuni sudtirolesi. “L’essenza più profonda sembra non interessare poi molto, il nostro Essere sostituito dal nostro Avere, con un Formato di Identità Generica” è stata l’affermazione dell’artista, durante la presentazione a Vadena, nell’ottobre scorso con il Kuka Museum di Lukas Zanotti, con cui si pone di avvisare lo spettatore a guardare meno all’apparenza dettata dal mondo moderno e più alla sostanza.
“Una serie di tavole su carta, in cui le figure rappresentate racchiudono una sagoma umana, prigioniera di un’estetica insostenibile, che immobilizza, appiattisce e rende tutto simile”, è la definizione scelta dall’artista per quei fogli realizzati con pennarello e rapidograph durante un viaggio in Vietnam. Opere che a Vadena hanno riscosso un ottimo successo: “La prima volta ho presentato questa mostra a Laives in occasione dell’Identiti Motion Festival – rivela Fedrizzi – poi alla mediateca multilingue di Merano nel 2021, entrambe grazie all’associazione lasecondaluna di Laives”.

Mike Fedrizzi, parlava d’un viaggio in Vietnam, ma da dove sono arrivati gli stimoli per realizzare queste particolari opere?
Su questo genere lavoravo già da diversi anni: il viaggio è stato un caso, si è rotto il mio e-book e ho scelto di tenermi in esercizio cominciando a disegnare dei primi piani, ma sono lavori fatti nei ritagli di tempo del viaggio e poi conclusi a casa. Poi ho iniziato a fotografarli e a farne delle Gif, delle Grafic Interchange Format. Ho visto che potevano funzionare, così mi sono messo al computer sviluppando l’animazione, che è il cuore della mostra. Considerata la stagione, mi piaceva l’idea di appendere le opere, anche per dare un senso di precarietà, come nella poesia di Ungaretti “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”.

Da quanti anni si occupa di arte?
Ho la passione del disegno fin da bambino, ma d’altronde l’artista è un bambino sopravvissuto all’età. Ho frequentato l’istituto d’arte di Trento e dopo la qualifica dei tre anni ho iniziato a lavorare in uno studio grafico. Allora si usava il fotolito, le camere oscure, il rapidograph (strumento per il disegno tecnico) e via dicendo. Mi sono sempre occupato di grafica, ma l’avvento delle nuove tecnologie ha stravolto il mio lavoro, portandomi nella decorazione pubblicitaria, imparando varie tecniche con l’aerografo. Ma la musica è cambiata anche qui: il digitale consente di stampare un adesivo da progetto grafico e anch’io mi sono dovuto adattare, nonostante ami molto più lavorare a mano.

Ha fatto altri lavori?
Nel 2001 ho iniziato ad appassionarmi alla video arte e sono arrivato a formarmi digitalmente nello sviluppo di video-scenografie. Con una piccola videocamera riprendevo ciò che mi era intorno: usavo la telecamera come occhio digitale per un gioco con liquidi, cristalli, sabbie. Si tratta di un’idea che ho portato avanti per quattro o cinque anni assieme ad un gruppo musicale.

Quando, e come, ha capito che l’arte era la sua vocazione?
Da bambino sognavo di fare l’artista. L’arte è un linguaggio e io cerco di usare il mio per comunicare il mio punto di vista sulle cose.

Quanto serve, o è servito, per creare un’opera?
Un disegno equivale a mezz’ora, quaranta minuti di lavoro, al massimo un’ora. In esposizione ne porto settantadue, i più belli. In tutto sarebbero centocinquanta.

Sta lavorando a qualcosa di nuovo?
Sempre: ho abbandonato il rapidograph, molto pratico in viaggio, per l’inchiostro e quindi pennino e china, che danno possibilità diverse. Sto lavorando ad una serie di disegni che porterò in mostra. La musica è l’elemento trainante del mio lavoro, soprattutto il jazz sperimentale: mi piace combinare più discipline artistiche.

Autore: Daniele Bebber

Un fiume di eventi contro la violenza

È dal dicembre 1999 che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha istituito “La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne” e ha designato il 25 novembre come data per la ricorrenza. Lo scopo di questa giornata è quello di sensibilizzare in ogni nazione l’opinione pubblica sulla gravità e le proporzioni che questo problema ha assunto. Esso prende vita in numerose forme della violenza e si esplica in modo trasversale a tutte le classi sociali, a tutti i livelli di alfabetizzazione e di istruzione e a tutte le latitudini del mondo. 

La data scelta dà inizio a sedici importantissimi giorni, i “16 giorni di attivismo sulla violenza di genere” che precedono la Giornata Mondiale dei Diritti Umani che ha luogo il 10 dicembre di ogni anno. Questo periodo comprende una serie di altre date di grande rilevanza come il 29 novembre, il Women Human Rights Defenders Day (Whrd), il 1º dicembre, la Giornata mondiale contro l’Aids e il 6 dicembre, anniversario del massacro del Politecnico di Montréal, quando 14 studentesse di ingegneria furono uccise da un venticinquenne che affermò di voler “combattere il femminismo”. 

“Orange the world”

Il colore arancione è utilizzato come colore di identificazione della campagna, ogni anno concentrata su un tema particolare e che dal 2014 ha assunto come slogan “Orange the World”.
Il service club Soroptimist international Merania, il gruppo di donne cioè che opera per le donne, le ragazze e le bambini a livello internazionale, nazionale e locale, aderisce all’intera iniziativa “Orange the world” con un ricco programma. Dal 25 novembre al 10 dicembre viene allestito il “Posto occupato” in numerosi luoghi pubblici come teatro, cinema, impianti sportivi, biblioteca e biblioteche scolastiche.

Una scrittrice in classe

In collaborazione con i licei di lingua tedesca di Merano “Gymme”, è invitata la scrittrice meranese Romina Casagrande a leggere alcuni stralci d’argomento e tratti dalla sua produzione letteraria.
In collaborazione il Comando dei Carabinieri, dove il Soroptimist meranese ha già creato anni or sono “La stanza tutta per sé” dove poter accogliere in un ambiente protetto e confortevole le donne che desiderino denunciare abusi e violenze, e che ha già donato la valigetta “Kit”per le registrazioni audio e video per le denunce in ospedale o altri luoghi, per i 16 giorni verrà illuminata di rosso la caserma.

Uno scaffale per le donne

In collaborazione con la Biblioteca civica di Merano, il 25 novembre alle ore 11 sarà inaugurato “Uno scaffale tutto per sé”. Lo scaffale dipinto di arancione mostrerà libri dalle tematiche femminili, altri scritti da donne. Ogni anno si sceglierà un diverso tema e lo scaffale ospiterà nuovi volumi. Il Soroptimist Club Merania si augura che lo scaffale diventi un punto di informazioni per gli studenti ma anche per i cittadini meranesi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La genesi di un sogno: il Kurhaus, centro della mondanità

Ben trentotto anni dopo la consacrazione di Merano come Luftkurort (1836), in città mancavano ancora quelle tipologie di edificio necessarie per le diverse terapie ma anche per l’intrattenimento e lo svago, sempre presenti, nelle città di cura Mitteleuropee. Di impedimento alla realizzazione dei differenti stabili erano sì carenze economiche ma soprattutto l’ostinata opposizione dei politici conservatori. Il dibattito sull’opportunità di costruire un Kurhaus era iniziato nel 1846, quando, sotto la spinta di un primo afflusso turistico già consistente, l’allora sindaco Valentin Haller aveva invitato i cittadini a fondare una società per la costruzione del Kurhaus (Kurhausaktiengesellschaft).

Fu solo nel 1874 che la città poté inaugurare il suo Kurhaus. Il progetto e la realizzazione stessa dell’edificio apparve sobrio ed elegante nelle sue linee architettoniche neorinascimentali, con una struttura semplice, un corpo centrale, con atrio e scale, e due ali laterali ripartite in diversi locali adibiti alle molteplici attività con una lunghezza totale dell’edificio di settantaquattro metri. 

Qui si sarebbero concentrate le attività culturali, di svago e quelle più propriamente terapiche, secondo un modello già molto diffuso fra i centri di cura dell’impero e non solo. 

I bagni di cura trovavano posto al pian terreno del lato nord che si affacciava sulla Habsburgerstrasse. 

Nella sala posta nella zona mediana del corpo di fabbrica avevano luogo i balli, le feste, i concerti ecc. 

C’erano inoltre la Konversationsal, la sala di lettura, la sala giochi provvista di tavoli da biliardo, la sala da fumo, gli uffici della Azienda di cura e un salone per le signore. 

Il 14 novembre 1874 si ebbero i festeggiamenti di inaugurazione che non lasciarono a desiderare: centocinquanta gli invitati d’onore al banchetto, la sala della cerimonia era illuminata da centodue lampade a gas, eleganti decorazioni floreali impreziosivano l’ambiente e due busti dei coniugi imperiali davano un tono di ufficialità all’evento, sottolineato dalle note armoniose dell’orchestra di cura.  Il Kurhaus era ora il fulcro delle attività e degli incontri della società vacanziera. La sala di lettura, dall’ingresso gratuito, era aperta dalle otto del mattino per chiudere, oltre che nella breve pausa del mezzogiorno, alle nove di sera. 

Era l’Azienda di cura e soggiorno ad occuparsi dell’organizzazione delle singole attività e delle manifestazioni, quali concerti, balli e persino pezzi teatrali nonostante il progetto non prevedesse una sala teatrale o un palcoscenico. Si rimediò con un palco smontabile lungo tredici metri e profondo otto. 

Vista la concorrenza data dal gran numero di città di cura in tutto il territorio dell’impero e d’Europa, le attrezzature andavano continuamente aggiornate e rinnovate, così a pochi anni di distanza, nel 1880, lo stabilimento venne rinnovato e dotato di apparecchiature all’avanguardia. Negli anni Novanta però l’edificio denunciava la sua inadeguatezza data dagli spazi ormai divenuti angusti per un così cospicuo flusso di turisti. 

Nel 1899 dunque le autorità preposte si ritrovavano nuovamente nel vortice del dibattito sulle soluzioni possibili, in bilico fra l’ipotesi di una ulteriore ristrutturazione e quella di una definitiva ricostruzione. 

Si dovrà giungere però fino al 1906 per indire un primo concorso di proposte per la ristrutturazione, per arrivare infine ad una soluzione più drastica nel 1911 che prevederà la completa ricostruzione e l’ampliamento verso est lungo la passeggiata dell’edificio.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Pedagogia e pallone

Luca Vanin, 31 anni è insegnante di scienze umane al liceo Gandhi di Merano. Collabora con l’Upad in diversi progetti educativi sul territorio, è un pedagogista presso un asilo nido e offre consulenze per bambini, ragazzi, genitori e famiglie. Oltre al suo ruolo nel mondo dell’educazione, Luca è un portiere in una squadra di calcetto e le sue gioie più grandi sono i suoi bimbi: Riccardo e Leonardo. 

Il tratto principale del mio carattere.

La pazienza.

Il mio principale difetto. 

Fatico a dire di no.

L’incontro che mi ha cambiato la vita.

Quello con mia moglie, scontato, ma vero.

La mia gioia più grande.

La nascita dei miei figli.

Da bambino sognavo di diventare…

Un calciatore.

Non sopporto…

Le persone egoiste.

La volta in cui sono stato più felice.

Il mio primo giorno da insegnante.

E più infelice…

La perdita dei miei nonni.

La qualità preferita in un uomo.

La gentilezza.

… e in una donna.

Anche.

Dico bugie solo…

Quando non voglio ferire eccessivamente.

La mia paura maggiore.

Rimanere solo.

Il mio cantante preferito.

Eminem.

Il pittore che amo.

Amedeo Modigliani.

L’oggetto a cui sono più legato.

La porta da calcio, faccio il portiere.

Mi sono sentito orgoglioso…

Quando mi sono laureato.

Il mio piatto preferito.

La carbonara.

Dove mi vedo tra dieci anni. 

A casa con i miei figli.

Il paese dove vorrei vivere.

Sto bene qui.

La persona che ammiro di più.

Sono due: mio padre e mia madre.

La mia occupazione preferita. 

Insegnare.

Il mio primo ricordo… 

Il secondo giorno di elementari in cui mio fratello scappò dalla scuola.
Nel mio frigo non manca mai…

Lo speck.

L’ultima volta che ho perso la calma…

Ieri sera. A casa quando sono stanco a volte capita.

Un sogno nel cassetto.

Vivere in una casa con un giardino.

L’errore che non rifarei.

Essere uno studente ansioso.

Del mio aspetto non mi piace…

Ormai mi sono accettato.

La persona che invidio più di tutti.

Non mi piace invidiare, ma prendere spunto.

Autrice: Chiara Caobelli

Anna Ferigo: il particolare e l’incanto

Quella di Anna è una storia di passioni brucianti che si sviluppano inanellate l’una nell’altra, dipendenti e capaci di sostanziarsi reciprocamente. Il design, la grafica, la fotografia, l’arte, l’architettura. Da fruitrice e da fotografa ella si misura costantemente con la creatività di cui si circonda tanto nei rapporti amicali che negli oggetti che arredano la sua casa o che indossa. Anna Ferigo è nata a Merano, dove vive e lavora. 

Il suo luogo di lavoro si trasforma spesso in un salotto d’incontro per artisti, fotografi e creativi. 

Adora viaggiare e fotografare, ama visitare i musei e trarne ispirazione.

 Le sue fotografie parlano di ciò che vede, di ciò che in un battito di palpebre ha colto e cercato di fermare. Sono scatti che narrano i suoi gusti, la sua sensibilità, ciò che le riempie gli occhi e i pensieri. 

Le fotografie non sono per lei certo un mezzo per mettersi in scena, anzi:  sono semplicemente un suo bisogno personale. 

Parigi, Berlino, Amsterdam, Marrakech, città dal fascino differente, non sovrapponibile, non confondibile, ma da assaporare fino in fondo, carpendone l’essenza, l’atmosfera, gli afrori, le tonalità. Palazzi, vicoli, mercati, volti, piedi: sono le piccole tessere di un puzzle minuzioso. 

A Merano sono gli artisti di strada ad ammaliarla: i volti truccati, i travestimenti, le movenze, i balzi, le danze, la fatica, il sudore, la stanchezza. 

Autrice: Rosanna Pruccoli