Strategie miopi rendono sterile l’autonomia

La grande frammentazione delle forze politiche nel nuovo Consiglio provinciale si accompagna allo squilibrio nella presenza dei gruppi linguistici. Potrebbe non essere un problema se lo Statuto non prevedesse che la composizione della Giunta “deve adeguarsi alla consistenza dei gruppi linguistici quali sono rappresentati nel Consiglio”.

È compito delle istituzioni autonomistiche e di chi le governa fare in modo che i gruppi linguistici, in base ai quali è stata creata l’Autonomia, siano efficacemente rappresentati nel Consiglio provinciale. Altrimenti le norme che regolano la composizione della Giunta sono parole vuote e non se ne rispetta lo spirito originario.

La convivenza tra gruppi linguistici, culturali, religiosi o altro in un contesto democratico non può non fondarsi sulla partecipazione effettiva di tutti alla costruzione del bene comune. Del resto si tratta di un principio costituzionale: “È compito della Repubblica [nel nostro caso della Provincia ecc.] rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Invece negli ultimi decenni la classe dirigente provinciale ha lavorato da un lato alla separazione dei gruppi linguistici (divide et impera), dall’altro all’indebolimento del gruppo italiano e a un’assimilazione (politica) del gruppo ladino. Come partner di coalizione non sono state cercate le persone maggiormente rispondenti a una strategia di sviluppo virtuoso dell’autonomia, ma piuttosto chi sembrava non voler intralciare la spartizione della torta nelle dinamiche del “sistema Alto Adige”. Questa strategia politica però è miope e a lungo andare mina l’Autonomia alle fondamenta.

La debolezza politica del gruppo italiano è forse il maggior elemento di criticità del nuovo Consiglio provinciale, della maggioranza che ne uscirà e del futuro della stessa Autonomia.

Autore: Paolo Bill Valente

Uno scenario nuovo

Le recenti elezioni provinciali del 22 ottobre hanno aperto prospetive inedite per la politica altoatesina. Per la prima volta la giunta provinciale dovrà essere basata su una vera coalizione, composta da almeno tre partiti. Ne abbiamo parlato con il politologo nativo di Bronzolo Günther Pallaver.

A grandi linee i risultati del voto del 22 ottobre erano stati ampiamente previsti dai sondaggi ma,  lo sappiamo, una cosa è paventare nuovi scenari anche per forzare gli elettori nelle loro scelte dell’ultima ora, e un’altra è invece confrontarsi con il nuovo panorama  degli eletti in consiglio, prossimamente impegnati a dare un nuovo governo alla nostra provincia, 

Le novità sono molte, naturalmente tutte volute dagli elettori direttamente attraverso le loro scelte di voto oppure indirettamente attraverso la decisione di disertare le urne. Su tutte spicca un passaggio epocale, ovvero la necessità per la SVP di allearsi per la prima volta anche con un partito “di lingua tedesca”. è la fine di un’epoca, quella della rappresentanza esclusiva del gruppo linguistico (etnico) tedesco. Un vero e proprio cambio di paradigma per l’autonomia altoatesina.

L’INTERVISTA

Davvero è cambiato tutto, ora?

Direi di sì. Non c’è stata infatti solo la discesa della SVP più o meno al 35% dei consensi complessivi. La grande novità è che la Volskpartei non ha più l’esclusiva della rappresentanza dei gruppi linguistici tedesco e ladino. Oggi rappresenta infatti solo il 45% della “minoranza”; il restante 55% di elettori di madrelingua tedesca ha votato altri partiti. Ora la Stella Alpina a Roma, Vienna e Bruxelles non può più dire “noi rappresentiamo le minoranze linguistiche”. In secondo luogo, diretta conseguenza di questo, la SVP ha ora bisogno di un partito partner di giunta anche di lingua tedesca. è la prima volta questo accade dal 1948, si tratta davvero di un momento storico. In sostanza: la SVP non è più un “partito di raccolta”.

Si ragiona molto sull’emorragia di voti della SVP. Cos’è davvero successo al suo tradizionale elettorato?

Ha pesato molto la rissosità all’interno del partito tra le varie fazioni, che evidentemente all’elettorato non sono piaciute. Non sono riusciti a trovare un consenso tra le varie anime interne. La SVP era diventata il partito delle lobby dei contadini e degli albergatori. Ci sono poi tutta una serie di questioni politiche che sono rimaste irrisolte. Basti pensare alla questione del limite dei posti letto da mettere a disposizione per il turismo, oppure ai problemi legati all’urbanistica o alla gestione delle risorse energetiche. Si è poi verificata anche una certa discrepanza tra l’obiettivo della sostenibilità ambientale per il territorio indicata dal presidente Kompatscher come importante obiettivo da raggiungere, e quello che si è riusciti concretamente a realizzare. Il freno, com’è noto, è giunto appunto dalle lobby interne. C’è poi anche un altro aspetto, particolarmente interessante che va considerato. 

Quale?

La SVP è stata sempre il partito di grande successo, in grado di portare sicurezza alla minoranza grazie all’autonomia che tutti ci invidiano. L’autonomia è quindi diventata quasi… ovvia ed è venuto meno il collante etnico che alimentava il consenso del partito di raccolta. Il tradizionale appello all’unità perché la minoranza sarebbe sempre sotto attacco, in sostanza è stato superato dalla normalizzazione. E quindi ora gli elettori di lingua tedesca si sentono nelle condizioni di uscire dall’alveo della difesa rappresentato dalla SVP. Possiamo dire che la Volkspartei in qualche modo è vittima del successo da lei ottenuto. 

A questo proposito si parla molto degli “italiani” in consiglio provinciale e degli “italiani” in giunta. Le categorie etniche della politica quanto sono ancora attuali dopo questo voto?

Sì e no. Durante il voto sono meno attuali, ma poi quando si va alla formazione del governo ovviamente i gruppi esistono eccome. Lo vediamo dalle lacrime del gruppo italiano che è rappresentato da soli cinque consiglieri. In realtà è la seconda volta che questo succede, erano stati cinque già nelle elezioni del 2013. Ma in una democrazia consociativa, come quella di cui facciamo parte (* cfr box a fondo pagina) una delle logiche è l’inclusione massima di tutti i gruppi sociali e nel nostro specifico i gruppi linguistici. Dal punto di vista formale oggi puoi senz’altro dire che se in consiglio provinciale gli italiani sono cinque, poi in giunta ce ne sarà uno. Ma quell’uno andrà quindi a rappresenta solo una minima parte della popolazione di lingua italiana. E questo dal punto di vista politico diventa un problema. Questo meccanismo è uno dei motivi di quello che abbiamo chiamato disagio di italiani: mano a mano si sono sentiti sempre più estromessi. Certo che chi non va a votare… Basti vedere che nella maggior parte dei 116 comuni la percentuale di voto è stata più o meno dell’80%. A Bolzano, Merano e Laives, invece siamo andati sotto il 60%. La differenza è notevole. 

I prossimi passi sono l’insediamento del consiglio, l’elezione dell’ufficio di presidenza e poi le trattative per la giunta per le quali ci sono a disposizione 90 giorni. Cosa succederà? Quanto peseranno Roma e i risultati delle elezioni in Trentino?

La SVP è combattuta al suo interno. Ma per capire cosa succederà è utile partire da una serie di precondizioni. Innanzitutto per avere una maggioranza solida ci vogliono 19 consiglieri su 35, 18 sono pochi. 19 erano anche all’inizio della scorsa legislatura. Vanno rispettati poi la proporzionale etnica e la quota riservata alle donne. C’è poi anche la questione della vicinanza o distanza politica rispetto alla SVP. Nell’ultimo periodo Fratelli d’Italia ha assunto una posizione molto moderata su autonomia e proporzionale, con lo scopo di accreditarsi per entrare in giunta. Ma dal punto di vista ideologico sappiamo che a Roma nel partito ci sono ancora molti rappresentanti nostalgici del fascismo. Sta di fatto che nella SVP c’è un’ala conservatrice che vuole allearsi con Fratelli d’Italia per avere un collegamento con Roma, e un’altra metà che invece non lo vuole. Si parla anche dell’intenzione della Volkspartei di fare un sondaggio tra i suoi iscritti, prima di fare eventualmente questo passo. A mio avviso la Volkspartei non può poi fare una coalizione con un partito che vuole l’autodeterminazione al posto dell’autonomia, come Südtiroler Freiheit. Un’altra questione è la posizione o meno a favore dell’Europa sovranazionale oppure il sovranismo. Sappiamo che la Lega è un partito antieuropeo e che a questo proposito la Meloni è meno rigida. Poi: può la SVP fare un’alleanza con un partito come la Lega che ha appena aperto un contenzioso a livello europeo contro le limitazioni al traffico commerciale introdotte dall’Austria che, lo ricordiamo, è la potenza tutrice dei sudtirolesi? 
In definitiva: fare una coalizione con Fratelli d’Italia è difficile. Ma avere un contatto con Roma è importante e la SVP con le sue coalizioni ha sempre rispecchiato il governo nazionale, a parte il periodo di Berlusconi. Secondo me allora la Stella Alpina cercherà comunque di fare una coalizione con la Lega. Con questo partito ha già governato negli ultimi cinque anni e già allora nel programma di coalizione insieme avevano sottoscritto un preambolo a favore anche dell’Europa. Va poi detto che  Christian Bianchi è stato eletto nella lista della Lega, ma in realtà è un indipendente candidato in rappresentanza della sua lista civica Uniti per Laives. Bianchi è quindi autonomo e ha governato per anni in grande sintonia con la SVP a Laives. Poi la SVP ha bisogno di un partito tedesco e qui in pole position a mio avviso c’è il Team K. Il diciannovesimo consigliere potrebbe quindi essere Gennaccaro. 

Da queste elezioni Kompatscher come ne esce? C’è chi lo indica come corresponsabile della “sconfitta” e chi invece lo ritiene colui che è riuscito a contenere la perdita di consenso della SVP.

La SVP ha diminuito i consensi ma all’interno del suo partito Kompascher ne è uscito rafforzato. Nel 2018 il 57% dell’elettorato della SVP aveva dato la preferenza a Kompatscher, nel 2023 la percentuale è stata invece del 60%. Molti hanno detto di aver votato SVP, questa volta, “per dare man forte a Kompatscher”. E senza la ricandidatura di Kompatscher a Landeshauptmann probabilmente il partito avrebbe perso ancora di più. Inoltre ora in consiglio provinciale Kompatscher ha con sé la maggioranza del gruppo consigliare, cosa che prima non c’era. Invece molto  indebolita è la figura di Achammer, che secondo me prima o poi durante la legislatura verrà sostituito nel ruolo di Obmann del partito. Trovarne uno nuovo non sarà facile, a causa del compito davvero ingrato. Quindi forse potrà anche rimanere…

Sì, ma non più con le percentuali bulgare di consenso degli scorsi anni…

Eh già. E anche questo è un grande cambiamento.

Autore: Luca Sticcotti

La strada dedicata a Luigi Negrelli

Tra le vie delimitanti la Zona Artigianale di Bolzano, oltre a via Kravogl e via Galvani, vi è via Luigi Negrelli. Nato a Fiera di Primiero (TN) il 23 gennaio 1795, Luigi Negrelli mostrò presto di avere spiccate doti intellettuali; nel Ginnasio vescovile di Feltre si rivelarono le capacità nella progettazione del disegno. Con una borsa di studio poté continuare gli studi a Padova, Vicenza, Innsbruck. A ventuno anni divenne membro della Direzione distrettuale del Tirolo; si occupò con l’ingegnere Joseph Duile della regolazione del corso del Reno; intervenne anche per sistemare gli argini di Adige e Inn.   A Negrelli si deve anche la costruzione di tre chiese nel Vorarlberg. Nel 1835 fu incaricato dalla Svizzera di sovrintendere alla realizzazione della nuova rete stradale del Cantone San Gallo; si occupò anche di nuove strade montane, regolazione di torrenti, pianificazione della viabilità fluviale. Ebbe incarichi anche dal Cantone di Zurigo. A Negrelli si deve la prima ferrovia elvetica, Zurigo-Basilea. All’opera di Negrelli in campo ferroviario si affidò anche l’Austria. Fu chiamato anche in Prussia e nel Württemberg, ma anche nella Repubblica Ceca. Nel 1848,  trasferito a Verona, divenne Commissario imperiale per la ricostruzione e riorganizzazione di ferrovie, strade, ponti.  Fu nominato anche Direttore delle Pubbliche Costruzioni del Lombardo Veneto. Il Feldmaresciallo Radetzky intervenne  perché Negrelli potesse dedicarsi al progetto del Canale di Suez; dopo i vari tentativi da parte di egizi, romani, ottomani, il progetto di Negrelli, basato sugli studi scientifici partiti dal Settecento, fu  considerato a Parigi il migliore dalla “Commissione internazionale”; era migliore l’idea di un canale diretto fra Mediterraneo e Mar Rosso, senza chiuse e che sfruttava i lagni interni. I lavori iniziarono dopo la morte precoce, il 1° ottobre 1858, di Negrelli. Fu sepolto nel cimitero monumentale di Vienna.

Autore: Leone Sticcotti

Quando l’orto crea l’inclusività

I giovani protagonisti della propria comunità attraverso l’agricoltura: è lo scopo del progetto “Cultivate your culture” proposto da un membro del Gruppo Giovani Flowers Jugendgruppe Odv di Bronzolo-Vadena, che a novembre vedrà la sua fase conclusiva, almeno per il momento.

L’associazione Flowers – oggi “Gruppo Giovani Odv Flowers Jugendgruppe Eo”, nasce nell’ormai lontano gennaio del 1986 con lo scopo di offrire ai ragazzi delle comunità di Bronzolo e Vadena la possibilità di svolgere attività ludiche, culturali e educative per favorire lo sviluppo integrale della persona e renderla parte attiva della comunità.
Dal “Centro aperto” per trascorrere insieme il tempo ai lavori di gruppo, gite, feste e campeggi, sono tantissime e variegate le proposte che l’associazione ha promosso per i giovani fino ai 30 anni di età nel corso di tutti questi anni di attività. Fondamentale, all’interno del gruppo, è promuovere l’impegno dei giovani nell’essere parte attiva dei progetti che nascono e vengono sviluppati. E su questa scia, proprio dall’idea di uno dei giovani frequentatori dell’associazione, è nato il progetto “Cultivate your culture”, ufficialmente iniziato il 20 maggio di quest’anno e che si avvia, nel mese di novembre, ad una – prima – parte conclusiva.

Un luogo d’incontro per tutta la comunità
Si tratta di un progetto di agricoltura sociale che ha come obiettivo primario l’inclusione di tutti attraverso la creazione e la gestione di un orto inclusivo che divenga luogo di incontro e punto di ritrovo. Questo non solo per i giovani e non solo per le comunità di Bronzolo e Vadena, ma veramente per tutti, giovani e anziani, residenti e non, per poter tramandare i valori dell’associazionismo tra generazioni, persone e trasversalmente alle due culture italiana e tedesca (e non solo).
Nel concreto, il progetto ha visto due macrofasi: per prima cosa, chiunque desiderasse partecipare si è dato appuntamento ogni sabato mattina presso il maso Gerwies di Christoph Pizzini che, con le sue conoscenze e quelle del suo team, ha permesso al gruppo di apprendere le tecniche dell’agricoltura e le fondamentali nozioni teoriche per dare il via ai lavori.
Nella seconda fase si sono dovute naturalmente trasportare nel concreto le nozioni apprese dando vita all’orto sinergico situato in uno spazio tra i comuni di Bronzolo e Vadena, presso la rotonda dove si trovano le panchine del progetto Sente-Mente. La concretizzazione dell’orto si è potuta raggiungere anche grazie al supporto del Comune di Bronzolo.

“Negli ultimi cinque mesi
i partecipanti hanno seguito diversi corsi di agricoltura teorica
e pratica tenuti da esperti”

Dallo studio della terra alla cucina sana
Nel corso dei mesi di lavoro, non ci si è limitati a zappare e seminare: i partecipanti hanno seguito un corso di agricoltura sinergica (un metodo di coltivazione che promuove l’auto-fertilità del suolo) con la docente Anna Fanto. Nel mese di luglio, esperti della Libera Scuola di Agricoltura Sinergica “Emilia Hazelip“ di Roma hanno quindi fornito un ulteriore corso base teorico che ha poi consentito di passare alla fase pratica a tutto tondo, realizzando ciò che ora è visibile a tutti. Durante i tanti giorni di lavoro, l’orto ha dimostrato di poter rappresentare davvero ciò che i giovani del gruppo si erano prefissati. Tantissimi sono stati gli interventi di persone di ogni genere e età, dai bambini alla signora anziana che ha deliziato tutti – e fornito energie per proseguire i lavori – con le sue polpettine alle ortiche. Molti sono gli aneddoti come questo che i partecipanti potrebbero raccontare, a dimostrazione che l’obiettivo è stato raggiunto. E mentre i terreni ingrigiscono, i protagonisti dell’orto non restano con le mani in mano: a metà novembre, a conclusione ufficiale – per il momento – del progetto, si terrà un workshop culinario con l’uso, dove possibile, dei prodotti dell’orto stesso. Obiettivi del workshop: sperimentare la creatività in cucina, trasformare i doni della terra, unire prodotti, sapori e culture, scoprire nuovi gusti e sapori sostenendo una cucina sana. Si tratta di obiettivi ambiziosi, che potranno essere raggiunnti con l’aiuto della chef Laura Tinti. Il workshop chiuderà il progetto per questo 2023, ma si può star certi che l’orto inclusivo del Gruppo Giovani Odv Flowers Jugendgruppe Eo riserverà sorprese anche per il prossimo anno.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Il sogno di Elisabeth Oberrauch: un atelier nel bosco per gli artisti

Meranese, pittrice, illustratrice di libri per case editrici nazionali e internazionali, creatrice di libri d’artista e di preziosi oggetti di carta, nel corso degli anni Elisabeth Oberrauch è diventata una artista assai nota ed apprezzata a livello internazionale. Ora ha scelto di condividere l’esperienza creativa con altri artisti ma anche con dei musicisti, e così a partire dall’estate 2006 ha messo al servizio dell’arte “l’atelier nel bosco” a San Costantino dove ospita settimane di lavoro interdisciplinari. Sono già più di 100 gli artisti e musicisti che hanno potuto godere di questi soggiorni creativi. Mentre l’idilliaco bosco adiacente è andato arricchendosi delle istallazioni che scaturiscono dal dialogo artistico e che spesso nascono dalla sostanza stessa della foresta fatta di alberi, pietre, terra e che con la natura di questo ambiente sono in dialogo. Land art dunque di ampio respiro e di grande spessore. L’edizione appena conclusasi ha dato vita ad un nuovo percorso nel bosco.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il groove in crescita della Jugendbigband Südtirol

Sono trascorsi dieci anni da quando Helga Plankensteiner, musicista, cantante, insegnante di musica tra le più note nel panorama jazzistico, ha avuto l’idea di mettere insieme una poliedrica formazione con le caratteristiche delle storiche big band a base di fiati. Diciamo subito che il nome del gruppo è riduttivo rispetto a quello che questa band è in realtà, visto e considerato che la partecipazione non è solo limitata e riservata ai ragazzi della provincia di Bolzano.

“L’idea di partenza – ci racconta la Plankensteiner – è stata quella di portare la musica jazz in un ambito in cui non era conosciuta o suonata, con l’intento di diffonderla e possibilmente raggiungere il risultato di farla piacere ai giovani. All’inizio non è stato facile, abbiamo fatto delle audizioni, e il livello non era proprio altissimo, ma si è capito da subito che qualcuno con le giuste doti, c’era. E questo ci ha spinto ad andare avanti”.
In una regione come la nostra, in cui molti ragazzi cominciano da piccoli a suonare uno strumento a fiato, magari per entrare nella banda musicale del paese, ci sono decine di possibili futuri membri di una big band come questa. Con un lavoro meticoloso per trasmettere agli allievi la sua passione, Helga Plankensteiner è riuscita nell’intento di assemblare un numero sufficenti di allievi interessati al jazz e al progetto.
“La nostra orchestra è costantemente in crescita e mutante – prosegue la musicista – dei tre ragazzi più dotati dei nostri albori, due sono ancora con noi, altri se ne sono aggiunti e tra una difficoltà e l’altra siamo riusciti fin dal primo anno a farli suonare in pubblico, nonostante fossero allievi che provenivano da varie zone della regione, con distanze chilometriche notevoli da coprire per poter partecipare a prove e concerti. Devo dire che abbiamo avuto la fortuna che per molti di loro ci fossero anche dei genitori molto disponibili ad accompagnarli.”
In questi giorni è uscito un doppio CD che celebra il decennale della Jugendbigband Südtirol, intitolato significativamente Groove’n’Grow: vi sono raccolte due performance, una registrata nel febbraio scorso in studio a Campo Tures ed una dal vivo presso l’auditorium della RAI nel novembre del 2019. La particolarità del progetto, sia dell’orchestra che del disco, è che oltre a puntare sul talento di questi giovani musicisti, alcuni sono ancora teenager, altri hanno poco più di vent’anni, è il fatto di aver scommesso su un repertorio basato sulle composizioni di musicisti e autori della nostra regione, per valorizzarne il lavoro.
“Per me è stata molto importante questa scelta – precisa Helga –, con una big band di giovani provenienti da Alto Adige e Trentino mi è sembrato naturale valorizzare la musica scritta da autori di queste regioni e del Tirolo. Mi piace molto il concetto di Euregio e ho voluto metterlo alla base del mio lavoro. Non è stato possibile inserire nel disco tutti i compositori di cui la band ha eseguito le musiche in questi dieci anni, ma nel disco ci sono composizioni di Stefano Colpi, di Michl Lösch, Fiorenzo Zeni, Martin Ohrwalder, Demetrio Bonvecchio e altri, inclusa me. Ovviamente ho dovuto fare delle selezioni, ci sono brani che sono composti per formazioni d’altro tipo, come trio, quartetto e via dicendo. Una big band è qualcosa di diverso. Qualcosa è stato composto e arrangiato appositamente per noi, per qualcos’altro ci siamo dovuti adattare. E abbiamo anche avuto la soddisfazione di vincere un concorso indetto dalla SIAE, cosa che ci ha permesso di tenere parecchi concerti quell’anno. Sono ragazzi molto simpatici, umani, bravi; il dilemma è che ora molti sono andati via per studiare e trovarsi per fare i concerti è sempre più difficile”.
Il disco verrà presentato il 24 novembre prossimo, la mattina con un concerto per le scuole, la sera con uno nell’ambito della rassegna del Laurin, a Bolzano: sarà un’occasione per ascoltare una piccola grande realtà della musica regionale.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Le curtes longobarde in Bassa Atesina

Uno dei periodi storici meno documentati e misteriosi della nostra regione è sicuramente quello longobardo. Sembra quasi che quell’esperienza pur così rilevante sia stata volutamente trascurata o cancellata dalla nostra memoria. Non fosse stato per lo storico Paolo Diacono, egli stesso di origine longobarda e vissuto nell’VIII secolo – giusto in tempo per assistere al crollo del regno longobardo nel 774 -, ben poco sarebbe rimasto di quel popolo che ha rappresentò una presenza fondamentale nella nostra terra.

I Longobardi entrarono in Italia nel 568 dall’attuale Ungheria ma erano chiaramente di origine scandinava. Si trattava di un popolo seminomade, costantemente alla ricerca di territori adatti alle loro esigenze. Perciò erano anche un popolo di guerrieri, spesso in conflitto con chi occupava i territorio più ambiti ossia quelli destinati all’attività agricolo-pastorale. Ovviamente erano entrati in contatto con il potente impero romano ma avevano vissuto quasi sempre ai suoi margini. Il loro regno terminò quando l’ultimo re longobardo fu sottomesso da Carlo Magno, potentissimo re dei Franchi.
Per quanto riguarda la Bassa Atesina, la loro capitale era Trento, sede di un potente ducato. Da questa città controllavano tutto il territorio trentino e la Bassa Atesina fino alle porte di Bolzano. Periodicamente occuparono anche il Burgraviato e altre zone come la Venosta. Non bisogna immaginare i Longobardi come un popolo incivile e privo di organizzazione sociale. Essi introdussero una sorta di ente locale circoscrizionale denominato curtis. Curtis era denominato anche il centro amministrativo stesso, composto da una torre o casa fortificata, abitazioni, magazzini per le derrate alimentari e alloggi per artigiani e guardie. Le curtes erano sottoposte alla sorveglianza del re e dei suoi gastaldi, che avevano il compito di amministrare il territorio e curare i rapporti con gli arimanni (uomini liberi in armi) e le guide militari. Successivamente queste curtes vennero arricchite anche dalle chiese che divennero di fatto le prime chiese parrocchiali dell’epoca successiva. A questo fatto, secondo lo storico Otto Stolz, dobbiamo la corrispondenza territoriale tra comuni e parrocchie, denominati rispettivamente “in plebis” e curtis. I territori amministrati dalle curtis erano molto vasti, anche se in epoche successive (per quanto ci riguarda di occupazione baiuvara) quasi ogni maso venne chiamato “Hof” o “corte”.
È noto che in quel primo periodo postromano la Bassa Atesina era di fatto una zona militarizzata e scarsamente abitata. È perciò assai probabile che le curtes della Bassa Atesina fossero molto estese. La corte di S. Pietro presso Ora comprendeva anche i comuni di Bronzolo, Ora, Montagna, Egna, Villa, Aldino e Redagno. Successivamente anche la parrocchia di S. Pietro occupò più o meno lo stesso territorio. Il centro amministrativo di questa estesa corte si trovava a Villa presso Egna. Un’ulteriore curtis si trovava tra Salorno, Laghetti, Cortina, Magrè, Cauria e Favogna, corrispondente alla parrocchia di S. Floriano. Si presume che il centro di questa curtis fosse Salorno, citata proprio da Paolo Diacono come sede di una battaglia tra Longobardi e Franchi nel 577. Non è escluso che un ruolo importante in questo senso abbia svolto anche la località di Cortina all’Adige, il cui nome è di chiara derivazione longobarda. I comuni di Cortaccia e Termeno con tutte le frazioni formavano un’altra curtis con sede a Cortaccia. Anche Termeno in seguito sarebbe diventato un importante centro longobardo e gastaldi qui governarono il paese secondo leggi longobarde ancora per molti secoli. Per quanto riguarda Caldaro, che nei secoli successivi assunse un grande rilievo a livello comunale e soprattutto parrocchiale, inglobando anche buona parte del territorio della Bassa Atesina, in origine faceva parte dell’arimannia longobarda di Romeno in Val di Non. Importante anche l’arimannia di Appiano, che si estendeva fino in Val d’Ultimo. In quanto alle figure più significative dell’ordinamento giuridico-amministrativo longobardo, accanto al gastaldo, rappresentante del re, conosciamo altre figure quali il dux militare e il Schuldhaizo, una sorta di sindaco, mentre il successivo conte, che sostituì i dignitari longobardi, è una figura introdotta dai Franchi.

Autore: Reinhard Christanell

Foto principale: foto: David Kruk

Bici e mezzi pubblici contro il traffico

Quello del traffico è uno dei problemi di più complessa risoluzione nella società moderna. Si trattadi un tema che tocca molto da vicino anche la comunità di Laives, la cui amministrazione sta lavorando a stretto contatto con la Provincia per porvi rimedio. E la soluzione potrebbe trovarsi nella sostenibilità.

Laives guarda al futuro nel rivalutare il traffico, incentivando la mobilità tramite mezzi pubblici e bici nel migliorare i collegamenti con il capoluogo e pure l’offerta turistica. Questi, in estrema sintesi, i punti contenuti nel Piano di Mobilità Sostenibile 2023 elaborato dalla Provincia, approvato, sostenuto ed illustrato dall’amministrazione ed esteso anche ai vicini comuni di Bronzolo e Vadena, che ancora non hanno espresso un loro parere.
“Per noi era importante presentare il documento e rafforzare i contenuti per ridefinire il concetto di mobilità – afferma Giovanni Seppi, vicesindaco di Laives – Entro il 16 ottobre, cittadini, associazioni ed enti privati potevano avanzare osservazioni e prospettive”.

Vicesindaco, avete già proposto o state pensando di proporre una serata pubblica per illustrare il tutto ai cittadini?
Ne stiamo organizzando una per gli inizi di novembre, soprattutto per presentare il progetto della nuova fermata ferroviaria di San Giacomo, i cui lavori sono iniziati da poco. È uno dei progetti previsti nel piano di mobilità sostenibile 2035.

Quali sono gli obiettivi definiti per questo vertice sulla mobilità?
Ho iniziato parlando della ferrovia perché è il settore in cui sono previste più risorse. C’è poi il progetto della circonvallazione per Bolzano, il cui obiettivo è portare il trasporto delle merci in galleria diminuendo il traffico lungo l’autostrada. Poi vorremmo far arrivare il “Metrobus” in paese. Ma l’opera su cui abbiamo prestato maggiore attenzione in quest’ultimo periodo è il collegamento alla rete delle ciclopedonali sovracomunali, per il quale c’è la possibilità di attingere a fondi nazionali ed europei.

Quali sono le novità rispetto alla convenzione attualmente in essere fra Laives, Bronzolo e Vadena?
Prima della creazione delle due varianti in galleria, la città di Laives era letteralmente succube del traffico. Adesso il tema del traffico è rimasto, ma si parla di traffico auto-generato. Il progetto di portare il treno a San Giacomo e il Metrobus è iniziato anni fa. L’obiettivo che ci poniamo è molto ambizioso, ma nutro molta fiducia nelle nuove generazioni, penso che sapranno sfruttare maggiormente i mezzi pubblici e la bici.

Quanto si dovrà attendere e quanto verrà a costare la messa in pratica del tutto?
Si dovrà attendere fino al 2035, ma la fermata dei treni sarà terminata nel giro di un paio d’anni. Per la rete ciclabile proseguono gli investimenti, e fra dieci anni calcoliamo di avere una rete capillare per il territorio. Si progetta concretamente, però rimane l’incognita dei finanziamenti, europei e nazionali, per cui servono trattative politiche importanti. Per quanto riguarda il Metrobus si devono aspettare le opere su Bolzano: si parla di un’attesa di una decina di anni.

C’è anche il tema turismo…
Ridurre il traffico potrebbe essere anche un ottimo viatico per incentivare il turismo. A Laives da diversi anni il turista riceve la “Bolzano Card”, che permette di usufruire gratuitamente del trasporto pubblico; è molto apprezzata.

Autore: Daniele Bebber

San Michele Arcangelo: il custode del cimitero civico

Merano, Maia Bassa, Maia Alta e Quarazze avevano i propri cimiteri posti attorno alle chiese. Sin dal 1325 e fino al 1848 il cimitero dei cittadini abbienti di Merano si trovava intorno al Duomo mentre quello delle classi subalterne, dei malviventi e dei viaggiatori si trovava alle spalle della chiesa di Santo spirito e dell’ospedale. Un ossario è documentato nel 1381 e nel 1422 fu costruito nella cappella mortuaria di Santa Barbara posta a lato dell’abside del Duomo.

A tutt’oggi le lapidi più significative di quell’antico cimitero sono visibili sulle pareti esterne del Duomo e sul muro di cinta del sagrato. Nel 1884 il cimitero cittadino fu spostato e ampliato una prima volta. Fu utilizzato lo spazio alle spalle della chiesa di Santo Spirito al quale furono aggiunti nel 1861 ilcimitero protestante e nel 1872 il cimitero ebraico.
Con l’espansione ottocentesca della città e con lo sviluppo turistico oltre che per ragioni di igiene il cimiteri furono spostati in zone limitrofe al centro nel 1907. Mentre nell’area degli antichi cimiteri nel 1938 fu costruito il parco Marconi.
Il cimitero civico di Merano fu quindi posto nell’attuale via San Giuseppe, alle spalle della stazione ferroviaria e al confine con Lagundo.
Ideato, con i suoi 4,5 ettari suddivisi in 22 campi e l’edificio principale dall’architetto boemo Anton Weber (3.12.1858 – 29.3.1942) allievo e collaboratore dell’architetto germanico Josef Schmitz (8 novembre 1860 – 29 marzo 1936). Legato alla corrente storicista e neogotica, Weber fu chiamato più volte nel territorio a sud del Brennero, sia per progettare e costruire nuovi edifici, sia per restaurare costruzioni medievali.
Nel 1881 ad esempio restaurò il Duomo di Merano e la Chiesa di Santo Spirito, nel 1898 costruì ex novo la parrocchiale di Marlengo, fra il 1907 e il 1913 progettò e realizzò appunto il corpo di fabbrica del cimitero che è composto dalla chiesa e dalle due ali di arcate che stanno alla sua destra e alla sua sinistra, dalla casa del custode e dalle arcate poste sul lato sud e ovest del perimetro.
Lo stile scelto dall’architetto Weber è il neo-bizantino riconoscibile nella planimetria della chiesa e soprattutto nel tamburo ottagonale finestrato della cupola. Il cimitero, come per tradizione, è dedicato al San Michele Arcangelo – Mi-ka-El ossia “Chi è come D-o?”.
L’arcangelo è raffigurato nel bassorilievo marmoreo posto a corona dell’ingresso con quelli che sono i suoi attributi tipici quali l’armatura, la spada, la bilancia per procedere alla psicostasia.
Nei due piatti della bilancia sono ben visibili le due anime: la prima, leggera è in piedi e guarda fiduciosa verso il paradiso, la seconda, più pesante a causa dei peccati è seduta e in preda alla disperazione tenendo la faccia fra le mani. San Michele Arcangelo è colui che guidò la milizia.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Una penna in viaggio

Romina Casagrande è meranese e di famiglia mistilingue, insegna alle scuole medie e divide il suo tempo libero fra scrittura e lunghe camminate in montagna. Ha pubblicato un ampio numero di romanzi con case editrici importanti sia italiane che tedesche e si sottopone a lunghi tour di presentazione dei propri libri, ma non si sottrae neppure agli incontri con gli studenti. Scrittrice ormai affermata, non ha perso la sua semplicità e la sua empatia.

La cosa che mi piace di me.
La tenacia.


Il mio principale difetto.
Forse ogni difetto è un pregio fuori tempo o mal indirizzato. La tenacia quando si trasforma in rigidità, ad esempio. Anche l’incapacità di vivere nel presente senza lasciarsi condizionare da ricordi o proiezioni: funziona bene quando scrivo, nella vita invece può complicare le cose.


Il mio momento più felice.
Le vacanze al mare, da bambina, con tutta la mia famiglia. Il senso di libertà quando finiva la scuola.

La persona che ammiro.
Simona Kossak, una biologa che ha dedicato la propria vita alla salvaguardia delle foreste. Attivista, scrittrice, un esempio di vita rivolta a un ideale e alla difesa di chi non ha voce.


Un libro sull’isola deserta.
Uno qualsiasi di Ray Bradbury, partendo da “Il popolo dell’autunno”.


La mia occupazione preferita.
Scrivere.
Il Paese dove vorrei vivere.
Dove è sempre estate o primavera.


Non sopporto…
Le bugie e il narcisismo.


Per un giorno vorrei essere..
Senza ricordi (soltanto per un giorno, però).


La mia paura maggiore.
Perdere le persone che amo.


Se fossi un animale sarei…
Una grande ara blu perché vive in posti bellissimi.


Mi sono sentita orgogliosa…
Quando il mio nipotino ha scoperto che in libreria c’era il libro scritto dalla zia e voleva regalarmelo.


Il mio motto…
Volere è potere (ma solo nei momenti di ottimismo).


Il capriccio che non mi sono tolta.
Un nuovo drone con i sensori.


Il giocattolo che ho amato di più.
Una scimmia di pezza con un pigiama a righe colorate. Ce l’ho da quando sono piccolissima, nonostante abbia subito varie disavventure che l’hanno tutta spelacchiata.


Il dono di natura che vorrei avere.
Essere in più posti nello stesso momento – ma forse non vale…


Dico bugie solo…
Per non ferire gli altri. A patto che la bugia non influenzi le loro scelte.


Dove mi vedo fra dieci anni.
Più o meno qui, con un album pieno di fotografie dei posti che ho visitato.


Da bambina sognavo…
Di fare la veterinaria.