Insegnanti

L’anno scolastico 2025-2026 si è aperto con un’inedita agitazione da parte degli insegnanti che in diversi istituti rischia di paralizzare tutte le attività che normalmente si svolgono parallelamente alle canoniche ore di lezione. 

La protesta in corso ha delle caratteristiche singolari, anche rispetto al passato. Forse la più evidente risiede nel fatto che viene condivisa, seppur con sfumature diverse, tra le scuole di lingua tedesca e quelle di lingua italiana. 

Gli insegnanti lamentano un peso sempre crescente della burocrazia che per forza di cose ricade su di loro anche per le croniche carenze di organico negli uffici amministrativi degli istituti. Ma è forte e chiaro anche il grido d’aiuto rivolto alla società tutta e alla politica: il ruolo dell’insegnante – lamentano i docenti – è sempre meno considerato nella società, e questo a fronte di un impegno che invece non diminuisce affatto. Le inquietudini crescenti nel nostro tessuto sociale e gli squilibri generazionali si ripercuotono, infatti e per forza di cose, anche sul compito educativo prima ancora che formativo, svolto dalla scuola a contatto con le fasce più giovani della popolazione, costituite da individui spesso disorientati.

Di tale complessa richiesta da parte degli insegnanti e del dibattito che si è avviato con la politica – che, lo ricordiamo, sovrintende all’organizzazione della scuola, nonché del reperimento e della gestione del suo personale – spesso si è evidenziata sui media quasi esclusivamente la richiesta di un adeguamento considerato ormai irrinunciabile dei salari al costo della vita. 

Non è solo una questione di soldi, lo abbiamo già detto. Ma anche gli stipendi hanno la loro importanza in un mondo in cui la professione dell’insegnante perde sempre più appeal. I laureati che guadagnano meno sono senz’altro i docenti, non vi è dubbio, anche se in Alto Adige rispetto al resto d’Italia la Provincia interviene da anni con un contributo integrativo. Ma resta il fatto che il costo della vita non consente più deroghe a un ripensamento del sistema dei salari. Gli insegnanti delle scuole di lingua tedesca hanno poi davanti ai loro occhi il sistema austriaco, con i loro colleghi che vengono pagati significativamente di più.  

L’auspicio è che non solo la politica ma la società tutta sia in grado di responsabilizzarsi in questo senso. Il prossimo passo sarà – poi – fare in modo che la scuola funzioni meglio di ora. Ma per parlarne bisogna fare in modo di arginare la fuga degli insegnanti. All’estero ma non solo.

Autore: Luca Sticcotti

Da Norimberga a Venezia sulle tracce di Dürer

Tanto fiato, gambe allenate e sorriso sul volto. Appare così Bogi Nagy, un’artista che nel suo singolare viaggio a piedi è passata per la Bassa Atesina: prima al Klosterle, San Floriano, per poi scendere nella vicina Laghetti e quindi arrivare ai Pochi, frazione del comune di Salorno. Successivamente è arrivata a Venezia, così come fece Albrecht Dürer  tanti e tanti anni fa.

Lei si chiama Bogi Nagy, è un’artista d’origine ungherese e a maggio è partita da Norimberga, dove lavora nel proprio atelier, per intraprendere questo tour sul sentiero di un grande ed immortale artista. Da sola, a piedi, assaporando la dolcezza e le difficoltà che un viaggio simile può comportare. “Sono un’artista molto versatile, mi muovo tra pittura e scultura”, dice. 

Bogi Nagy, da dove nasce l’idea di percorrere la via di Dürer?

Quando ho partecipato alla Biennale di Venezia ho deciso di collegare due idee: il mio progetto artistico e il cammino storico che Dürer fece verso Venezia. Anche lui aveva un grande sogno legato a questa città, così come ce l’ho io oggi. E poi non dimentichiamo il legame personale, perché il padre di Dürer era ungherese, come me. 

Cosa le sta lasciando questa avventura? 

Camminando lentamente, come si faceva una volta, ho imparato a vivere profondamente ciò che vedo e ciò che sento. Ho incontrato persone che mi hanno accolto, cucinato per me, che mi hanno donato tempo ed energia. Questo viaggio è come un pellegrinaggio: un momento meditativo ma anche intensamente artistico. Ogni giorno mi regala stimoli per nuove opere, emozioni forti, momenti in cui rido, altri in cui piango. È anche un allontanamento dal caos della città, un ritorno a me stessa, alle radici.

Come ha organizzato il viaggio? 

Non ho orari né tappe fisse. Mi sono lasciata guidare dalle emozioni del giorno. Se sentivo che dovevo fermarmi, mi fermavo. Se invece avevo l’energia per proseguire, continuavo. Sono partita a maggio e ogni giorno è stato diverso.

Quando è iniziato il suo rapporto con l’arte? 

Sento l’arte scorrere dentro di me, da sempre. Poi l’ho studiata e  ho frequentato l’università d’arte a Norimberga, dove adesso ho il mio atelier. Ma penso che certe doti o le hai o non le hai, io ho solo cercato di farle crescere con il tempo.

Ha mai affrontato delle difficoltà lungo il percorso? 

Sì, molte! Anche solo nel tratto che mi ha portata in Bassa Atesina ho avuto momenti difficili. Ma li ho superati tutti, anche grazie all’energia che mi arriva da ciò che mi circonda.

Che cos’è per lei l’arte, cosa le ha dato? 

Mi ha dato tutto. Mi ha fatto crescere come persona e come artista. Io ritraggo e scolpisco ciò che vivo. Ogni luogo ha una sua energia e se lo sento, allora forse riesco a trasformarlo in arte. Anche qui, nel Bosco delle Sculture, sento l’energia di chi ha creato prima di me, sento ciò che portate voi. E da lì nasce qualcosa, nella mia mente.

E per il futuro, cosa sogna? 

Vorrei continuare a viaggiare così, per trovare ispirazione vera. Il mio sogno è realizzare tante nuove opere, ma soprattutto avere il tempo per farlo. Da questo viaggio nascerà anche un libro, che uscirà nel 2028 proprio in occasione dell’anniversario della morte di Dürer. Sto già pensando a mostre, convegni… magari anche una presentazione a Salorno. Dürer è ancora vivo, perché in più paesi e lingue si parla ancora di lui e si continua a creare grazie alla sua eredità. E questo, per me, è davvero straordinario. 

Autore: Daniele Bebber

Correre a un passo dal Polo Nord

Paolo Venturin – 66 anni, nato e vissuto da sempre a Bolzano – è amante dei viaggi e dello sport. Sport da vedere – come l’hockey e l’atletica – ma anche da praticare, come la corsa, in merito alla quale ci racconta di una sua esperienza davvero mozzafiato.

“Il 14 giugno 2025 ho corso la maratona più a nord del mondo, una delle corse più affascinanti e insolite: la Spitsbergen Marathon alle isole Svalbard. Immersi in uno scenario surreale, oltre il Circolo Polare Artico, atleti provenienti da tutto il mondo si sono dati appuntamento in questo arcipelago norvegese, tra paesaggi artici mozzafiato, luce perenne e un clima che mette alla prova corpo e spirito. Le Svalbard, con i loro ghiacciai maestosi, montagne spoglie e un silenzio ovattato, offrono un contesto che va ben oltre quello della corsa. Correre qui non significa soltanto macinare chilometri, ma vivere un’esperienza profonda di contatto con una natura ancora selvaggia e incontaminata. La maratona delle Svalbard non è solo una competizione, ma un’avventura; un viaggio ai confini del mondo, dove ogni passo è un ricordo indelebile.”

L’INTERVISTA

Com’è nata l’idea di partecipare a questa maratona?

Ne sono venuto a conoscenza sui social e l’idea mi ha stuzzicato. Avevo già partecipato a maratone nordiche come quelle di Tromsø, Copenaghen, Stoccolma, Reykjavik… Lì mi piacciono il clima fresco e l’organizzazione sempre ottima,  oltre ai paesaggi incredibili. 

Come si è preparato?

Come per ogni maratona, anche in questi casi è necessario un allenamento serio. Almeno un mese e mezzo prima bisogna iniziare a correre tratti lunghi da 25-30 km una volta a settimana, più altre 2-3 uscite di corsa. Serve inoltre tener conto del clima: anche se era giugno, alle Svalbard c’erano circa 5°C. Ho guardato i filmati degli anni precedenti per informarmi e prepararmi al meglio; mi sono munito di guanti, cappello, maglia tecnica, pantaloni lunghi e una giacca antivento. Non è come correre alle Canarie!

Esattamente la maratona dove si svolge?

A Longyearbyen. È un posto incredibile: nonostante le piccole dimensioni ha davvero tutto ciò che serve, e anche di più! Pizzerie, un birrificio, l’università, vari locali, una Coop, ha addirittura un ristorante thailandese dove ho potuto seguire la mia dieta vegetariana, cosa non scontata a 1000km dal Polo Nord. Una particolarità, la più caratteristica, è la presenza di orsi polari nella zona. In quella regione la popolazione umana è inferiore rispetto a quella di  questi animali infatti. Lì tutto è legato alla loro presenza, sono il simbolo della zona. Trovi la loro immagine sulle magliette, sulle medaglie della maratona, ovunque. Ciò non esaurisce il pericolo, che resta reale. L’orso bianco è l’unico animale in natura che vede l’uomo come una preda. Per uscire dalla città bisogna essere accompagnati da guardie armate e preparate— solo per spaventare gli animali— e ovunque si vedono i cartelli di avvertenza. Anche durante la maratona c’erano degli addetti che ci seguivano in moto con i fucili. 

Di che tipo di percorso si tratta? 

Si tratta di due giri da 21 km. È una maratona tosta, molto più dura di altre. Ci sono parecchi saliscendi, anche verso le ex miniere di carbone. In certi tratti il vento artico era davvero pungente e abbiamo corso anche controvento per chilometri. Il doppio giro da 21 km non è stato facile da affrontare perché all’inizio del secondo sapevi già cosa ti aspettava e lì è entrata davvero in gioco la preparazione mentale per trovare la motivazione e andare a concludere la corsa.

Come si è sentito al pensiero della presenza degli orsi polari?

Non ho avuto particolare timore perché il percorso era in una zona sicura, però ci si sente ospiti del loro habitat. Sono animali protetti e rispettati moltissimo dalla popolazione locale anche se sono diventati un po’ il loro business. Io comunque non ne ho visto nessuno.

E prima di partire?

Devo ammettere che ero preoccupato, ma una volta arrivato e aver visto il luogo, l’organizzazione, il clima non così estremo mi sono lasciato emozionare e la preoccupazione ha lasciato il posto alla motivazione e alla meraviglia.

Dal punto di vista emotivo l’esperienza com’è stata?

Difficile da spiegare a parole. È un paesaggio infinito, desolato, silenzioso. Uscendo dal centro abitato ci si sente soli. Non ci sono alberi che ti danno sicurezza, solo neve in lontananza e rocce. È un’esperienza che mi porterò dentro tutta la vita. Per me l’importante era arrivare e questo mi ha permesso di contemplare ciò che avevo attorno mentre correvo.

Ha notato segni del riscaldamento globale?

Sì, dov’eravamo noi era molto brullo e i ghiacciai ormai si possono vedere solo più a nord. 

E ora che si fa?

Bella domanda! Ci sono varie maratone interessanti come quella sulla neve in Groenlandia… Adesso sto preparando la maratona di Lisbona e ad aprile andrò a Bergen. Il mio modo di viaggiare è questo: scelgo una città, ci resto qualche giorno, la esploro… e corro una maratona.

Ci offre qualche altra curiosità in merito a Longyearbyen, capitale delle Svalbard?

A Longyearbyen ogni cosa è la “più al nord del mondo”, dal pub alla maratona. È un luogo ricco di carbone e legato al lavoro minerario, infatti negli hotel c’è ancora la regola di dover lasciare le scarpe all’ingresso per non portare il carbone all’interno. Longyearbyen si trova a 78˚ di latitudine nord, a soli 1.316 km dal Polo Nord ed è uno degli insediamenti permanenti più settentrionali del mondo. Per raggiungerlo ci vogliono tre voli intervallati da lunghi scali. La vita a Longyearbyen è diversa da qualsiasi altra parte della Terra. Qui la vita quotidiana è dettata dalle stagioni. Si alternano la Notte Polare, in cui per quattro mesi il giorno inizia e finisce con una perenne e affascinante luce blu, e l’estate polare, dominata dal Sole di Mezzanotte. Il clima e la posizione delle isole danno vita a una serie di particolarità. Alle Svalbard ad esempio non si può né nascere né morire. Non ci sono reparti maternità, e non è possibile essere seppelliti lì, per via del permafrost. Se sei malato cronico, ti consigliano di trasferirti a Tromsø. La fauna locale, oltre agli orsi polari, è composta da una moltitudine di uccelli che nidificano ovunque, anche a terra, per questo motivo lì – ad esempio – non esistono gatti.

Autrice: Anna Michelazzi

(In)formare coscienze capaci di scelte consapevoli

Ricorre in questi giorni la memoria di Josef Mayr-Nusser, che la Chiesa cattolica ha proclamato beato nel 2017. Il 4 ottobre del 1944 Josef dichiarava davanti ai suoi commilitoni ammutoliti che non avrebbe pronunciato il giuramento di fedeltà a Adolf Hitler. La cerimonia era prevista per il giorno dopo.

Fare memoria non significa semplicemente ricordare. Nemmeno ritualizzare una ricorrenza. Non si tratta di organizzare eventi e fare discorsi di circostanza, ma di declinare il messaggio di una vita nella realtà di oggi. L’oggi è il prodotto del passato e il futuro dipende dalle scelte del presente.

Tra i molteplici temi che Mayr-Nusser ci ha lasciato in eredità, c’è quello del sapersi informare per formare la propria coscienza, allo scopo di compiere la scelta giusta anche, come nel suo caso, a costo della vita. L’informazione libera e completa viene meno in situazioni come le dittature e la guerra. Due realtà che hanno accompagnato la vita di Josef e che, drammaticamente, si mostrano anche i giorni nostri. 

Le dittature sopprimono la libertà di pensiero e nascondono la verità. La guerra usa le notizie come armi, strumentalizza il lavoro dei giornalisti e diffonde senza alcuno scrupolo bugie e mezze verità. 

Sappiamo che attraverso i social media, ma non solo, la disinformazione tattica è particolarmente facile. Tanto più che i fruitori dei social in gran parte non sono più in grado di distinguere il falso dal vero.

Che cosa sappiamo veramente di quanto accade in Ucraina, in Russia, in Israele e Palestina, negli altri oltre cinquanta scenari di guerra? Poco. Nulla. Soprattutto quando siamo convinti di sapere tutto, siamo stati forse abilmente manipolati.

Josef Mayr-Nusser, assieme alla sua comunità, è stato capace, malgrado due dittature, di raccogliere gli elementi necessari a sviluppare un giudizio e a formare la propria coscienza.

Ci vedeva chiaro. Ad esempio, quando scrisse (parole che suonano di una qualche attualità): “Osserviamo oggi con quanto entusiasmo, anzi spesso con quale cieca passione e dedizione incondizionata le masse si consegnano ai capi (Führer). Ci tocca oggi assistere a un culto del capo che rasenta l’idolatria. Tanto più può meravigliare questa fede appassionata nei leader, dal momento che siamo in un’epoca piena delle più straordinarie realizzazioni dello spirito umano in tutti i campi della scienza e della tecnica, in un’epoca piena di scetticismo in cui il singolo non vale niente, ma conta solo la massa, il numero”.

Autore: Paolo Bill Valente

Il blues del Trinciato Forte, sapido e robusto come il tabacco

C’era una volta il Trinciato Forte, una band dalle connotazioni ben precise, nata all’estrema periferia della regione, che nelle intenzioni dei suoi fondatori – Gianni Ghirardini, Haifisch Heidegger e Rainer Hüller – doveva farsi portavoce di un blues che fosse anche una miscela di contaminazioni e avesse un sapore deciso, proprio come il tabacco dei monopoli di stato da cui aveva preso il nome.

Era l’inizio degli anni ottanta, un tempo che ci pare oggi lontanissimo, in cui il mondo della musica girava in modo del tutto diverso da oggi: non c’erano i tutorial di youtube innanzitutto e le canzoni le si imparava suonando assieme, non c’erano social, ragion per cui la fama e la diffusione della musica dei gruppi girava di bocca in bocca e non grazie a sterili like e mi piace.

“Non ci è voluto molto affinché il trio si evolvesse in una formazione più articolata – racconta oggi Gianni Ghirardini, organizzatore di una storica riunione del Trinciato Forte che si terrà a Vipiteno l’11 ottobre prossimo –, c’era bisogno di un frontman, visto che nessuno di noi era un cantante. È stato così che abbiamo presto arruolato il brissinese Moreno Facen, che aveva la presenza scenica di un Robert Plant, e subito dopo aver trasferito la sala prove a Varna anche il percussionista Josè Russo e il chitarrista Paolo Gabos. Il repertorio includeva qualche brano originale, come lo strumentale Pispisalla, e naturalmente cover blues che andavano da Frank Marino ai Rufus, passando per Tom Scott. In breve il nostro nome cominciò a girare, erano gli anni dei festival all’aperto, giornate intere di musica con vari gruppi in cartellone. Ogni tanto accadeva che ci imbarcassimo in brevi tour che ci portavano a suonare in Austria e Germania, così, avendo anche un consistente numero di fan che ci seguivano, giravamo su un pullman da quaranta posti e al posto dei sedili avevamo messo dei materassi! Vicino a Salisburgo, dopo un Open Air ci fu anche una partita di calcio tra gli organizzatori austriaci e il Trinciato Forte con i suoi fan.”

Quando Paolo Gabos partì per il servizio militare, il suo posto fu rilevato da Werner Bauhofer, che portò con sé il sassofonista Sandro Miori, ma a questo punto Moreno aveva cominciato a farsi vedere sempre meno in sala prove e Rainer Hüller aveva fatto ritorno in Germania lasciando libero il posto dietro i tamburi. Provvidenzialmente, tra il pubblico di uno degli ultimi concerti c’era il pusterese Roland Egger, che andò presto a ricoprire i posti vacanti di cantante e batterista.

“In breve tempo però – prosegue Ghirardini – abbiamo perso anche altri componenti e ad un certo punto siamo rimasti in tre, Haifisch, Roland ed io. È stato Roland a proporre di chiamare Sandro Melchiori, che suonava le tastiere, in particolare il piano Fender Rhodes. A lui piaceva Keith Emerson ed era molto funambolico sul palco, oltre a lui in alcune occasioni avevamo anche un percussionista e una corista. In questa seconda vita del Trinciato Forte, i riconoscimenti hanno continuato a non mancare, il circuito degli Open Air era ancora molto in voga, e potevamo sempre contare sui concerti all’estero essendo una band di confine. Nel 1985, a Traunstein, in Germania abbiamo avuto l’onore di aprire un concerto di Stanley Clarke e della sua band.”

L’idea di una riunione estemporanea del Trinciato Forte, viene fuori a Vipiteno lo scorso anno, in occasione del concerto per i 70 di Gianni: detto, fatto. A poco più di un anno di distanza il concerto viene pensato e allestito, tanto che dei dodici musicisti che hanno fatto parte della storica formazione, ben sette si ritroveranno sul palco di CasArci, la nuova sede dell’Arci di Vipiteno, la città dove tutto ebbe inizio. Qualcuno se n’è andato prematuramente come il cantante Moreno Facen, di qualcuno si sono perse le tracce, qualcun altro ha smesso di suonare: la sera di sabato 11 ottobre, alle 20.30 i sette musicisti si riuniranno dando vita ad un concentrato di musica, ricordi e aneddoti che si preannuncia emozionante e interessante, incentrata più sulla buona musica che sull’effetto nostalgia.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Un treno diretto da Merano a San Pietroburgo

Il trend positivo dell’afflusso turistico nelle zone di cura e villeggiatura dell’Antico Tirolo come Gries, Arco, Levico, subì una notevole accelerazione quando, nel 1867, fu inaugurata la ferrovia del Brennero.

L’inaugurazione, il 24 agosto1867, della ferrovia del Brennero fu il felice esito di annose trattative per convincere il governo viennese dell’importanza di estendere anche al Tirolo la linea ferroviaria. Nell’ottica di Vienna, infatti, non era prioritario servire con la ferrovia questa regione fra le montagne, all’estremità occidentale dell’Impero. Fu grazie all’intervento del feldmaresciallo conte Radetzky e al soccorso di capitale privato che si giunse alla realizzazione di questa tratta ferroviaria che presentava indubbie difficoltà tecniche. 

Per Merano fu invece determinante l’apertura, nel 1881, della tratta Bolzano-Merano: essa non solo accorciava vistosamente i tempi ma soprattutto poneva la città in comunicazione diretta con le più importanti capitali europee e con il vasto impero russo. In riva al Passirio presero così ad aumentare ulteriormente le presenze dei turisti di cura e, fin dalla stagione 1884/85, i clienti russi guadagnarono il terzo posto per numero di presenze con 1023 ospiti rispetto ai 2600 austriaci e 3413 tedeschi. Solamente cinquantaquattro ore di treno, elegante e confortevole ma soprattutto diretto, dividevano San Pietroburgo da Merano. Un’invitante opportunità per la nobiltà zarista che amava trascorrere i miti inverni meranesi. 

Il treno partiva dalla stazione Varšavskij di San Pietroburgo tre volte la settimana alle 6,45 del mattino e, passando da Varsavia, Vienna, Innsbruck e Bolzano raggiungeva Merano alle 22.45 del giorno dopo. I viaggiatori russi, salendo sul treno, trovavano ad aspettarli una copia gratuita del Meraner Zeitung ed una guida di Merano con informazioni dettagliate sugli alberghi dove poter alloggiare e sulla vita culturale della città.

La prima stazione di Merano fu attivata nel  1881 come capolinea della tratta proveniente da Bolzano. 

Essa era ubicata nell’attuale piazza Mazzini all’incrocio con l’attuale via degli Alpini. Comprendeva tre binari per il servizio viaggiatori e un’area di più cinquecento metri di lunghezza, posta oltre il fabbricato, adibita a scalo merci e deposito locomotive.  L’approvazione alla costruzione della Merano-Malles fu concessa il 7 luglio 1903 alla società Vinschgaubahn, costituita dai comuni interessati e dalla Imperial-Regia società per la Ferrovia Bolzano-Merano, come ferrovia a carattere locale che ricalcava parzialmente un progetto di più ampio respiro del 1891 che aveva l’intento di allacciare le ferrovie dell’Arlberg e del Brennero con una linea attraverso il Passo di Resia e Landeck.  

I lavori iniziarono all’inizio del 1904 sotto la direzione dell’ingegner Constantin Ritter von Chabert, fu completata in poco più di due anni e la linea venne inaugurata il 1º luglio 1906 alla presenza delle autorità tirolesi e dell’Arciduca Eugenio. Nel 1906, con l’apertura della linea Merano – Malles, si rese necessario lo spostamento della stazione nell’attuale sito. Il suo spostamento e la nuova posizione furono scelti anche per agevolare l’espansione della città e la costruzione di hotel di lusso. La stazione fu eretta in stile Jugendstil viennese su modello dell’architetto von Chabert. La piazza antistante venne disegnata dall’urbanista germanico Theodor Fischer. 

Dalla stessa data l’esercizio dell’intera linea da Bolzano a Malles fu affidato dalle società concessionarie alle Imperial-Regie Ferrovie Statali austriache. Il capolinea di Malles fu realizzato in modalità provvisoria, in attesa del previsto prolungamento verso Landeck, con un fabbricato viaggiatori di dimensioni contenute costruito con mattoni più leggeri che ne rendevano disagevole l’abitazione nei mesi invernali. Il prolungamento verso Landeck attraverso il Passo di Resia fu ripreso in considerazione con un nuovo progetto nel 1907, rivisitato e ulteriormente dettagliato nel 1909, ma l’attivazione nel 1912 della ferrovia Garmisch-Innsbruck ne fece nuovamente rimandare la realizzazione. La costruzione della linea Landeck-Malles fu poi autorizzata nel 1918 per ragioni militari, ma i lavori avviati il 1º aprile da Landeck procedettero celermente per alcuni chilometri e vennero sospesi il 31 ottobre 1918 per la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

La musicista volontaria

Katharina Weger ha 25 anni e dedica gran parte del suo tempo con e per i giovani. È attivamente coinvolta in diverse associazioni del territorio e da oltre dieci anni fa parte della banda cittadina di Merano, dove suona il flauto traverso, una realtà che definisce come una “seconda famiglia”. Il suo percorso di volontariato è iniziato già al primo anno delle scuole superiori, con la Jungschar, esperienza che continua ancora oggi con grande entusiasmo. Una volta alla settimana canta nel coro parrocchiale di Maia Bassa e ama ricaricare le energie immergendosi nella natura, tra passeggiate e camminate, ma anche leggendo e gustando buon cibo… ovviamente vegetariano.

La cosa di me che mi piace di più.

La mia energia.

Da bambina sognavo di diventare…

Una parrucchiera.

La mia occupazione preferita…

Godermi il sole.

Il luogo dove vorrei vivere…

Tra lago e montagne.

Il mio piatto preferito…

Lasagne alle verdure.

Non sopporto…

La gente ignorante.

Nel mio frigorifero non manca mai…

La mozzarella!

Se fossi un animale sarei…

Uno… stambecco.

Tre aggettivi per definirmi…

Positiva, efficiente, attiva.

La prima cosa che faccio al mattino…

Pensare a quello che mi aspetterà durante il giorno.

Il superpotere che vorrei avere…

Volare.

Il mio ultimo acquisto…

Uno scambio di vestiti.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

La natura e il clima.

Amo il mio lavoro perché…

Nessun giorno è come l‘altro.

La mia maggiore paura…

Fare scelte sbagliate.

Il mio colore preferito…

Azzurro.

Il mio primo ricordo…

Il giardino dell’asilo.

Autore: Marco Valente

Le misteriose buche di ghiaccio di Ganda

Ai piedi della Mendola, tra Appiano e Caldaro, si estende il Monte Ganda, un rilievo apparentemente comune, ma che custodisce fenomeni naturali e racconti popolari che lo hanno reso un luogo fuori dall’ordinario. I grandi blocchi di roccia sparsi lungo i pendii, i boschi fitti e le fenditure nel terreno testimoniano un passato segnato da frane imponenti e mutamenti geologici che hanno modellato il paesaggio odierno.

Siamo a due passi dalla città e dalla strada verso il passo ma nei boschi immersi in un silenzio irreale si percepisce un clima particolare che favorisce incredibilmente la crescita di rododendri e rose alpine. Durante l’estate, quando la pianura circostante è segnata dal caldo, le temperature scendono di molti gradi, creando un ambiente freddo e umido, simile a quello che si incontra in alta montagna. 

Rilevazioni scientifiche hanno registrato differenze termiche fino a 15–17 gradi rispetto all’esterno: un fenomeno di inversione climatica che permette la sopravvivenza di queste piante solitamente legate a quote subalpine. Alcune specie vegetali rare, considerate “relitti glaciali”, trovano qui rifugio: sono organismi che hanno resistito sin dall’ultima glaciazione, offrendo una finestra preziosa sulla storia naturale delle Alpi.

Accanto all’aspetto scientifico, sopravvivono narrazioni tramandate per secoli. A pochi passi da Pianizza di Sopra/Oberplanitzing si intravedono ancora i resti della chiesetta di San Giorgio, che la tradizione collega a un’antica città scomparsa. Le cronache popolari raccontano di una comunità fiorente, arricchita dal commercio, ma segnata dall’arroganza e dall’indifferenza verso i precetti religiosi. La rovina arrivò in un giorno di carnevale, quando gli abitanti, accecati dall’eccesso, si macchiarono di un atto crudele: scuoiarono un bue ancora vivo, cospargendolo di sale. Le grida dell’animale avrebbero attirato la punizione divina. Un temporale improvviso, piogge torrenziali e lo scoscendimento delle rocce del Monte Ganda/Gandberg avrebbero sepolto la città sotto una colata di pietre. Le grandi masse rocciose che oggi emergono dal terreno sono interpretate come i resti di quella catastrofe.

Leggende di città sepolte come quella del Ganda non sono rare: molte comunità alpine narrano di paesi inghiottiti dalla terra (per esempio Nisselburg a Laives) o cancellati da disastri improvvisi. 

Pur non trattandosi di città vere e proprie nel senso moderno, queste storie sembrano custodire un ricordo remoto di antichissimi insediamenti preistorici o protostorici. Villaggi distrutti da frane o abbandonati per cause naturali avrebbero lasciato un segno nella memoria collettiva, trasformandosi con il tempo in racconti moralizzanti, nei quali la rovina appare come punizione divina. Così, la leggenda trasmette un frammento di storia arcaica, rivestito di simboli e ammonimenti.

Un altro racconto lega la memoria del luogo al vino. Si dice che, secoli dopo, un giovane pastore della Val di Non, curando le capre tra le frane del Ganda, scoprì un passaggio sotterraneo che conduceva alla cantina intatta di una delle case della città sepolta. Là resisteva ancora una grande botte di vino, che egli iniziò a condividere con il contadino presso cui lavorava. Secondo la leggenda, da quella scoperta trarrebbe origine la qualità rinomata del vino locale.

Il Monte Ganda, così, si presenta come uno spazio dove natura e memoria si intrecciano: da un lato un laboratorio naturale che conserva specie antiche e fenomeni climatici eccezionali; dall’altro un deposito di miti e ammonimenti, nati forse per spiegare le frane e i fenomeni atmosferici, e trasformatisi in racconti identitari tramandati di generazione in generazione.

Autore: Reinhard Christanell

Tutti pazzi a Bolzano per il pickleball

A Bolzano sta crescendo un nuovo sport: il Pickleball. Già praticato in tutta Italia, attira giovani e adulti per la sua velocità e l’adrenalina che regala sul campo. Tra i protagonisti locali c’è Kevin Clerico, 22 anni, laureato in Scienze Motorie e studente magistrale in Scienze della Nutrizione Umana. Da poco più di un anno si è avvicinato a questa disciplina, trovando stimoli e sfide nuove dopo anni di agonismo nel tennistavolo. Kevin ha già collezionato medaglie e soddisfazioni nel circuito nazionale e racconta la sua esperienza, tra allenamenti, tornei e vita quotidiana.

Quando hai scoperto il Pickleball e cosa ti ha spinto ad avvicinarti?

L’ho scoperto all’inizio del 2025, leggendo qualche articolo online, ha catturato subito la mia attenzione. Ho deciso di contattare la società ASD Alpin Pickleball Bolzano per avere informazioni e, da lì, è iniziata la mia esperienza.

Che sport praticavi prima e perché hai cambiato disciplina?

Ho giocato a tennis quando ero piccolo, poi per oltre dieci anni mi sono dedicato al tennistavolo a livello agonistico. Dopo anni, avevo bisogno di nuovi stimoli e sfide. Il Pickleball mi ha offerto proprio questo: un modo per allenarmi, competere e al tempo stesso divertirsi, senza perdere il piacere di praticare sport.

In cosa differisce il Pickleball dagli altri sport di racchetta?

Il campo è più piccolo, la rete è più bassa e il gioco ricorda in parte il badminton, mentre le regole lo rendono più dinamico e strategico rispetto al tennis o al padel. Non ci sono le sponde come nel padel e si può giocare anche in singolo, il che richiede concentrazione e rapidità di riflessi. Mi piace soprattutto il fatto che ogni punto sia una sfida: devi leggere tattiche e mosse dell’avversario in tempo reale, e questo lo rende davvero stimolante.

Com’è l’ambiente nella società?

Molto accogliente e inclusivo. All’interno della società si respira allegria e amicizia: non è solo competizione, ma anche passione condivisa. Ci sono giocatori di ogni età e livello, e si crea subito un senso di squadra. Questo clima positivo è fondamentale perché spinge a migliorarsi senza sentirsi giudicati, e rende ogni allenamento divertente e motivante.

Quali sono i tuoi obiettivi nel Pickleball?

Partecipare a più tornei possibili in Italia, crescere continuamente e ottenere risultati concreti. Voglio anche contribuire alla crescita del Pickleball in Alto Adige, aiutando altri giovani a scoprire questo sport e rendendo la disciplina più visibile e apprezzata sul territorio.

Come sta crescendo il Pickleball in Alto Adige?

È esploso negli ultimi mesi: già tre società attive e un numero crescente di appassionati. È uno sport adatto a tutti, facile da imparare, e il divertimento è immediato.

Cosa consiglieresti a chi vuole provare?

Provatelo! È facile da imparare, divertente e può diventare subito coinvolgente. Ogni partita regala adrenalina, strategia e soddisfazione, e vi assicuro che crea dipendenza!

Chi è Kevin fuori dal campo?

Ho 22 anni, studio Scienze della Nutrizione Umana e seguo lo sport locale, come il Bolzano Hockey. Amo viaggiare, fare lunghe camminate nella natura e godermi la tranquillità lontano dalla vita mondana. Lo sport resta la mia più grande passione.

Autore: Niccolò Dametto

La residenza Kreit ad Appiano

Isolata e dominante su un mare di vigneti, non troppo discosta dal centro del paese, la residenza Kreit rappresenta un significativo esempio fra le numerose, splendide residenze rurali che caratterizzano il paesaggio dell’Oltradige bolzanino. 

Posta su un altura tra San Michele e Monticolo, ben visibile sulla sinistra anche dalla Strada del Vino che conduce verso Caldaro e Termeno, era in origine un maso vinicolo. Questo fu ampliato ed adattato nel 1596-97, su incarico dell’allora proprietario Elias Leys di San Michele d’Appiano, a residenza in stile rinascimentale dal costruttore Luca Allio. Del costruttore sappiamo poco: secondo lo studioso Nicolò Rasmo egli apparteneva probabilmente alla nota famiglia dei costruttori Delai, originaria di Scaria d’Intelvi, che si era allora di recente stabilita nella nostra regione. Come la maggior parte delle residenze private della zona, Kreit non è internamente visitabile: peraltro già gli esterni evidenziano alcuni fra gli elementi caratteristici del cosiddetto Stile d’Oltradige svilluppatosi soprattutto a partire dal XVI secolo in queste zone, ma altresì anche a Bolzano, nella Bassa Atesina, addirittura nel Burgraviato verso Merano: molte famiglie – alcune nobili, non poche aspiranti alla nobiltà – ricercarono allora soluzioni abitative più comode, prive di strutture difensive, con entrate eleganti, logge, scale, finestre elaborate, stemmi in pietra, cappella gentilizia, decorazioni in arenaria, erker ed oculi.

Oltre che per la sua posizione, la costruzione si caratterizza per le due eleganti torri angolari che fiancheggiano e al contempo racchiudono la facciata dell’edificio principale, rivolta verso il paese di Appiano. Sul lato meridionale una scala esterna con loggia su colonne conduce al primo piano dell’edificio. La residenza viene ingentilita da una bifora e da numerose finestre con grate lavorate.

Pur non potendosi ricostruire con assoluta precisione i passaggi di proprietà, sappiamo che nel corso del Seicento la residenza appartenne alla famiglia Zeffer, oriunda di Bressanone. L’imperatore Ferdinando III, il 10 ottobre 1641, accordò agli Zeffer il permesso di modificare il proprio cognome in Zephyris, concedendo anche il predicato nobiliare von Greith derivato dal nome della residenza. Kreit rimase degli Zephyris sino oltre alla metà del XVIII secolo, mutando in seguito spesso di proprietario.

La stradina che conduce al sommo della collina ed alla residenza passa innanzi alla sua cappella, una piccola costruzione dedicata a sant’Antonio Abate. Alla chiesetta della fine del XVI secolo fu aggiunto nel 1661-68 il coro rettangolare per volontà di Ursula von Kempter da Bressanone, moglie dell’allora proprietario Johann Anton Zeffer, la quale impegnò nel 1670 anche una forte somma affinché potesse venir celebrata settimanalmente una messa nella cappella. Il coro con decorazioni a stucco barocche venne dipinto sulla volta con una raffigurazione della santissima Trinità, opera di Ludwig Plazer (ca. 1626 – ca. 1697), capostipite di una assai famosa famiglia di pittori stabilitasi ad Appiano e nonno del  più noto Johann Georg (1704-1761), cui è oggi anche dedicata la Scuola Media del paese. Per la medesima chiesetta Ludwig Plazer raffigurò anche alcune scene della fanciullezza di Gesù (Adorazioni dei pastori, Adorazione dei magi, Fuga in Egitto e Gesù nel tempio), eseguendo inoltre tre dipinti con scene dalla vita di sant’Antonio, attualmente conservati però altrove. 

COME ARRIVARVI

E’ un’antica residenza nobiliare. Visibile solo esternamente, per visitare la cappella telefonare eventualmente alla famiglia proprietaria: 0471 664119. Appiano dista 5 km da Bolzano; uscita omonima sulla superstrada Merano-Bolzano. La residenza Kreit si eleva isolata su un colle sul lato orientale della Strada del Vino, poco oltre l’abitato di San Michele d’Appiano.

Autrice: Rosanna Pruccoli