Un derby di serie A

Il 25 novembre ha avuto luogo al Pala Gasteiner in via Roen, il derby di pallamano tra Ssv Bozen Loacker e Sparer Appiano, con oltre trecento spettatori in tribuna. Con l’ottavo successo stagionale, la squadra capitanata dal coach Mario Sporcic si trova ora a un punto dalla capolista Fasano. Attraverso gli scatti del nostro Niccolò Dametto riviviamo assieme il successo del Bolzano.

Il cantore Augustin Grieninger di Magrè

Tra i personaggi di spicco nati in Bassa Atesina un posto di primo piano spetta indubbiamente alla misteriosa figura di Augustin Grieninger. Secondo il suo primo biografo, Georg Westermayer, sarebbe nato a Magrè sulla Strada del Vino il 26 giugno 1638.

Il nome della famiglia viene riportato in un documento del 1640 dove si cita Mathias Grieninger, Schuelmaister (maestro di scuola) di Magrè, probabilmente il padre di Augustin. Nel piccolo borgo della Bassa trascorse anche la sua infanzia e fanciullezza. Poi, non si sa quando ne perché, si allontanò definitivamente da Magrè. Tuttavia, in tutti i suoi scritti si qualificò sempre come Augustin Grieninger “aus dem Etschland von Margreid bey Trient” (della Val d’Adige di Magrè presso Trento).
Nella prefazione di un suo testo sulla predica latina scrive testualmente: “Vedo che vorresti conoscere la mia Heimat. Il mio paese natio è Magrè, un paese nella valle dell’Adige, nella zona di confine tedesca, vicinissima all’Italia. Fa parte della diocesi di Trento e dista quattro ore di cammino da questa città. L’Adige, un fiume navigabile, attraversa questo territorio, che da questo fiume prende il suo nome. È una terra magnifica e benedetta da Dio e ricca di frutta e di un nobile vino”.
In un altro punto annota: “Ma c’è una cosa che mi ha convinto ad abbandonare questa terra, e cioè il clima. In estate il caldo è terrificante e gli abitanti sono afflitti da malefiche febbri (malaria N.d.R.) che li fanno somigliare a dei morti. Perciò ho lasciato la mia patria”. Grieninger si spostò in Europa orientale per studiare teologia e filosofia. A Olmütz (attuale Olomouc in Repubblica Ceca) frequentò la facoltà di Teologia. Nel maggio 1664 entrò nell’abbazia dei Canonici Agostiniani di Rottenbuch presso Oberammergau in Baviera e fu consacrato sacerdote nello stesso monastero il 22 aprile 1665.
Inizialmente si prese cura delle anime nelle località prossime al convento e poi fino alla sua morte si occupò della gestione anche amministrativa, archivistica ed economica delle parrocchie di alcuni paesi bavaresi. Una rotula mortuorum (pergamena arrotolata che allora si usava per comunicare ai vari conventi la morte di un confratello) firmata dal prevosto Gilbert Gast annunciò la morte di Grieninger, avvenuta il 22 agosto 1692. Fu sepolto a Steindorf in Baviera.
A cosa deve la sua fama Augustin Grieninger?
Il documento che comunica il suo decesso lo celebra come talentuoso scrittore, poeta e musicista. In particolare sono stati riscoperti di recente (e proposti anche a Bolzano e Innsbruck), presso la Regia Biblioteca Prussiana di Cracovia, alcuni componimenti di musica sacra che collocano Grieninger tra i più importanti autori dell’epoca barocca. Anche come scrittore Grieninger si era guadagnata una notevole fama. In età avanzata compose la sua prima opera, una “Vita poetica di Gesù”. Seguirono altre opere in prosa e versi: “Il vigneto poetico” e il principale dal titolo “Lo scettro salomonico”, in cui, secondo la sua stessa premessa, si pose lo scopo di contrastare la perniciosa melanconia e tristezza umana attraverso il conforto dell’anima. Inoltre pubblicò una serie di prediche in lingua latina. Singolare il fatto che tutti i numerosi scritti e libri di Grieninger (una ventina circa) furono pubblicati nel corso dell’ultimo decennio del sua vita.
Due grandi filoni sono quelli seguiti da Grieninger: da un lato i sermoni dedicati alla formazione dei sacerdoti, dall’altra le opere in versi e prosa rivolte a un pubblico più vasto. In particolare celebrò la creazione come opera di Dio e sollecitò l’uomo ad essere umile e rispettoso fruitore del creato. Ma come tipico esponente barocco non disdegnò di celebrare i lati piacevoli della vita, tanto che in un suo verso scrive: “un’indole allegra procura / una florida vecchiaia: un triste spirito / secca le ossa…”

Autore: Reinhard Christanell

Foto: David Kruk

Un gruppo Facebook per regalare oggetti e solidarietà

Compie due mesi di vita il 19 novembre il gruppo Facebook “Se vieni a prenderlo te lo regalo – Laives e dintorni”, nato quasi per caso per svuotare un garage e oggi piazza virtuale per ridare vita agli oggetti in disuso, ma anche dare un aiuto a chi non può permettersi il superfluo.

Avere due figli, si sa, presuppone una miriade di cose – dalla carrozzina al seggiolone, dai vestitini alla culla: tutti oggetti che riponiamo quasi sempre in buono stato in attesa di sapere ma che, poi, rimangono a languire per anni in soffitte e cantine finché non possiamo più rimandare la decisione di liberarcene.
Stessa cosa avviene, nell’epoca del consumismo portato all’estremo dalle piattaforme online del low-cost, con quasi qualunque altro oggetto di uso quotidiano.


In soli due mesi già duemila iscritti
Due mesi fa, il 19 settembre, quando al rientro dalle ferie estive il riavvio della routine quotidiana incombe, la necessità strettamente pratica di far posto in un garage oberato di oggetti per bambini ormai cresciuti dà vita a qualcosa che sembra inizialmente niente più che – appunto – un modo facile e veloce per far posto: nasce così il gruppo Facebook “Se vieni a prenderlo te lo regalo. Laives e dintorni”. Ma ad oggi, in appena due mesi di attività, la rete di scambio si è estesa al comune di Bolzano e oltre.
Presupposto principale e necessario è quello di incaricarsi personalmente del ritiro nei luoghi, tempi e modi più consoni a chi regala.

L’idea è venuta a una mamma
Un piccolo disturbo, in fondo.
A creare il gruppo, una mamma di due bambini, pasticcera di origine albanese da tanti anni in Italia, stabilitasi ormai da cinque anni nel comune di Laives, Brjseida Begaj.
È lei a raccontare di come l’idea del gruppo, che conta già quasi 2000 iscritti, sia nata molto in piccolo con un passaparola tra parenti, amici e conoscenti.
Neppure lei si immaginava che nel giro di pochissimo questo ruscello si trasformasse in un fiume di iscrizioni, tanto da costringerla a dover regolamentare l’uso del gruppo per permettere a tutti gli iscritti di ricevere prima o poi qualcosa e cercare di evitare le furberie, come infatti racconta, “è capitato di ricevere delle segnalazioni di persone che, una volta ricevuto qualcosa in regalo, lo rimettevano nel circolo della rete cercando di guadagnarci qualcosa. In questo caso, dopo tre segnalazioni, la persona viene bannata dal gruppo”.


Un aiuto (anonimo) per chi non se la passa bene
Ma non è del lato negativo che vogliamo far parlare, poiché questo gruppo sta nel tempo permettendo non solo a chi regala di disfarsi di qualcosa che non utilizza più, ma comunque in buone condizioni, ma anche l’orgoglio e la soddisfazione di aver spesso aiutato qualcuno in difficoltà. Infatti, non solo chi regala ha diritto di scegliere liberamente a chi donare tra gli interessati, magari spartendo il “bottino” tra più persone, ma è possibile anche richiedere in privato all’amministratrice qualcosa di cui si ha bisogno o lasciare un messaggio in anonimo.
In questo modo, persone che hanno difficoltà economiche possono essere messe in contatto con chi offre ciò di cui hanno bisogno, garantendo loro la privacy necessaria. Allo stesso modo, anche chi offre in regalo può – se lo desidera – rimanere anonimo. Come si sa, la beneficenza va spesso di pari passo con l’anonimato… Di ogni genere sono gli oggetti protagonisti della donazione: si va dall’abbigliamento alle suppellettili da cucina, dai giocattoli al mobilio.

“Il gruppo permette non solo a chi regala di disfarsi di qualcosa che non utilizza più, ma anche di aiutare qualcuno in difficoltà”

Brjseida Begaj

Quando i social educano all’altruismo
“Quando la mia figlia maggiore ha saputo che regalavo le sue vecchie cose è rimasta entusiasta – racconta Brjseida – anche perché attraverso il gruppo è stato possibile aiutare le sue maestre a trovare materiali utili per le attività scolastiche.
Una mamma ha raccontato che il figlio non era contento di regalare un indumento che non utilizzava più, ma quando ha saputo la gioia della bambina che lo ha ricevuto, ha subito cambiato idea”: decisamente un bel modo per insegnare l’altruismo anche ai bambini.

Una mano concreta da “sos laives”
Ad aiutare Brisejda nella promozione della sua iniziativa c’è anche il gruppo Facebook “Sos Laives”, amministrato da Giancarlo Schiavon, presidente della Don Bosco e vero deus ex machina dell’attività sociale e di volontariato nel comune e oltre.
Il suo supporto e quello di altri potrebbe, in futuro spera Brisejde, far da leva a una iniziativa di incontro non più virtuale ma reale tra le persone appartenenti al gruppo. Insomma, non solo un modo molto social di aiutarsi – cosa in cui la comunità laivesotta è maestra – ma anche una maniera per trasportare il virtuale nella realtà, per fare comunità e aiutarsi tra membri della stessa.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Ognuno ha diritto ad avere una casa

Nei giorni scorsi mi ha fatto molto riflettere la notizia che nel capoluogo ormai non sia più garantito il diritto di tutti ad avere un alloggio degno. Nei distretti sociosanitari sono sempre di più infatti i residenti che si recano in cerca di un aiuto perché non più in grado di sostenere le spese condominiali e di affitto. Chi sono queste persone? Si tratta soprattutto di anziani e famiglie monoreddito con minori, ovvero le fasce più deboli del nostro tessuto sociale. E chi sono i proprietari che reclamano quanto loro dovuto? Si tratta naturalmente di privati ma, anche, dello stesso istituto per l’edilizia sociale. Spesso dietro agli sfratti ci sono anche storie di disagio sociale e di utilizzo non adeguato degli immobili in affitto, è vero. Ma certo non è mettendo le persone in strada e incrementando la lista degli indigenti certificati, che si può risolvere il problema della “morosità”. Resta, dunque, la necessità di dare risposta al diritto di poter disporre di un alloggio adeguato alle proprie necessità basilari, un diritto che riguarda ogni cittadino. La nostra Costituzione in realtà non parla in maniera esplicita del diritto ad “abitare”, ma resta chiaro il riferimento al secondo comma dell’articolo 3 della carta fondamentale che stabilisce come sia “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. E che sviluppo possono avere le persone se non riescono a permettersi un’abitazione?
Com’è noto con gli anni i prezzi degli alloggi sono progressivamente divenuti proibitivi, nel nostro territorio, persino per il ceto medio. Figuriamoci per le altre fasce della popolazione. è evidente quindi che necessiti, ora, una revisione rapida e sostanziale delle politiche pubbliche per la casa. L’attuale meccanismo dei contributi provinciali per l’affitto, com’è noto, da tempo non ha più l’efficacia necessaria, quindi urge una rifondazione del concetto stesso di edilizia sociale per l’intero territorio altoatesino, ma in particolare per le aree più intensamente urbanizzate, ovvero per il capoluogo e i suoi dintorni. In buona sostanza si tratta di una questione di ridistribuzione delle risorse. La nostra provincia resta benestante ma non si può continuare a pensare che il problema dell’alloggio sia in buona sostanza solo un problema personale di chi un appartamento fa fatica a trovarlo, gestirlo, e sostenerne le spese. A tutti noi per un motivo o per l’altro sta a cuore la salvaguardia del nostro tessuto sociale. E il diritto di tutti a poter disporre di un alloggio dignitoso non può che essere rilanciato. Sta diventando una priorità assoluta. In caso contrario il declino della nostra “isola felice” sarà inevitabile.

Autore: Luca Sticcotti Direttore

Beati (noi) poveri. Una giornata per cambiare prospettiva

La Giornata dei poveri si celebra in tutto il mondo questa domenica. Istituita da papa Francesco nel 2016, essa serve a ricordare che “fino a quando Lazzaro – ovvero il povero – giace alla porta della nostra casa, non potrà esserci giustizia né pace sociale”. Una verifica di fine anno che può portare a scelte di cambiamento.

Papa Francesco mette in guardia rispetto all’abitudine di considerare i “poveri” come semplice oggetto della beneficenza dei “ricchi”. “Non pensiamo ai poveri solo come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana, o tanto meno di gesti estemporanei di buona volontà per mettere in pace la coscienza. Queste esperienze, pur valide e utili a sensibilizzare alle necessità di tanti fratelli e alle ingiustizie che spesso ne sono causa, dovrebbero introdurre a un vero incontro con i poveri e dare luogo a una condivisione che diventi stile di vita”.

Al centro non c’è la condizione di povertà, ma la persona che si incontra. Nell’incontro autentico entrambi, quelli che definiremmo il donatore e il beneficiario, si riconoscono “poveri”. Toccano con mano una grande verità: nessuno basta a se stesso. Ognuno ha bisogno degli altri. Se la povertà è una realtà condivisa, allora anche la ricchezza di doni porta naturalmente alla condivisione.
“Siamo chiamati, pertanto, a tendere la mano ai poveri, a incontrarli, guardarli negli occhi, abbracciarli, per far sentire loro il calore dell’amore che spezza il cerchio della solitudine. La loro mano tesa verso di noi è anche un invito ad uscire dalle nostre certezze e comodità, e a riconoscere il valore che la povertà in sé stessa costituisce”. Uscire dalle certezze e comodità. “Non distogliere lo sguardo dal povero”.
Che la povertà sia un valore è un’affermazione che potrà far sorridere (o irritare) chi non sa o non vuole guardare le cose in profondità. Ma lo è, un valore: è la chiave necessaria a riprendere in mano la nostra vita e a vederla come un dono. Un dono da condividere.
Beati i poveri.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Lise Meitner

Dalla lunga via Galvani si può ad un certo punto accedere ad una via più corta, parallela alle vie Gobetti e Caproni: è via Lise Meitner. Nata a Vienna il 27 novembre 1878, abolito nel 1903 il divieto per le donne austriache di frequentare il liceo e l’università, poté diplomarsi e a 23 anni iniziare gli studi in fisica, matematica e filosofia. Interessata sin da 15 anni allo studio della natura, dopo aver seguito le lezioni di Ludwig Boltzmann, si trasferì a Berlino, dove rimase per trent’anni. Alla Friedrich Wilhelm Universität seguì i corsi del noto scienziato Max Planck, divenendone l’assistente. L’incontro che segnò la sua vita fu quello che ebbe nei laboratori di fisica con Otto Hahn, un chimico esperto in radioattività. Ne nacque una collaborazione, durata decenni, di ricerca e scoperte. Nel settembre 1909 incontrò a Salisburgo Albert Einstein, venendo a sapere le novità sulla teoria della relatività e della relazione tra massa ed energia. Lo incontrò anche frequentando con altri ospiti la casa di Max Planck. Nella Prima Guerra Mondiale l’attività di Crocerossina fece crescere il suo atteggiamento negativo verso la guerra. Tornata nel 1917 al suo ruolo di scienziata, scoprì il novantunesimo elemento della tavola periodica, il Protoattinio. Divenuta nel 1919 la prima docente della Germania, fu incaricata di creare un nuovo Istituto di Fisica. Faceva fronte ai vari impegni di scienziata con la massima serietà; nel 1938, in pieno regime nazista, dovette lasciare Berlino. A Stoccolma collaborò con l’Istituto Nobel di tale città. Era in Svezia quando Otto Hahn la informò sullo straordinario impatto di neutroni su atomi di uranio. Era in vacanza in campagna quando seppe del lancio, il 6 agosto 1945, di un ordigno nucleare su Hiroshima. A fine guerra la Meitner, ormai svedese, si dedicò ad attività civili e sociali per la pace e in difesa dei diritti delle donne. Dal 1952 si dedicò all’insegnamento. Fino alla sua morte si impegnò per l’uso pacifico della fissione nucleare. Morì il 27 ottobre 1968.

Autore: Leone Sticcotti

Le offerte creative del (gruppo o collettivo) Supermarket

A chi segue le vicende della scena musicale bolzanina non può essere sfuggito che nonostante l’offerta sia ostentatamente ricca, per un buon ottanta percento le produzioni dei nostri artisti, soprattutto quelli più giovani, sono storie solitarie, costruite spesso davanti allo schermo di un computer, con l’ausilio di mezzi modernissimi e accessibilissimi che rendono sempre più semplice la realizzazione di un brano arrangiato e pronto ad essere consumato.

È un po’ sparito il concetto di musica d’insieme, di gruppo, non vogliamo fare riferimento all’epoca dei complessi beat, ma il fare musica è sempre stato un affare collettivo, anche per i cantautori.
Nel nuovo mondo sembra che ci sia sempre meno spazio per le band, soprattutto, come si notava poc’anzi nell’ambito dei giovanissimi.
Tra coloro che fanno eccezione ci vengono in mente Shanti Powa e Polemici, che pur non essendo più ragazzini, fanno una musica indirizzata ad un pubblico che conta anche teenager.
E poi c’è il Supermarket. O se preferite ci sono i Supermarket: a seconda che vogliamo considerare la formazione un gruppo o un collettivo aperto.
L’idea è saltata fuori poco più di un anno fa, anche se le basi sono state gettate al termine della pandemia e i due padri fondatori sono Marco Di Stasio e Thomas Traversa.
“Diciamo che i primi passi li abbiamo fatti una volta calmatasi l’emergenza – ci racconta Di Stasio –, eravamo stati costretti in casa troppo a lungo e avevamo voglia di socialità. A me e Thomas piaceva fare musica e ci siamo riproposti di fare qualcosa insieme, nella sua saletta. In più abbiamo una certa familiarità con i computer. Ognuno di noi sapeva delle cose diverse e abbiamo cercato di mettere insieme le nostre conoscenze. Poi, sentendo di pari passo anche il bisogno di fare aggregazione, ci siamo messi in cerca di altri ragazzi con le stesse esigenze”.
“L’idea era di mettere insieme un gruppo di persone accomunate dall’interesse e dall’amore per la musica, senza per forza essere una band – aggiunge Traversa –. Un gruppo di appassionati di musica per intenderci, con cui trovarci, condividere ascolti ed esperienze e, perché no, fare anche musica insieme”.
Nel giro di un mese il collettivo era già bell’e che formato, Thomas, Marco e gli amici che erano riusciti a raccogliere per il loro progetto hanno cominciato a trovarsi, grazie all’associazione Be Young hanno potuto avere a disposizione degli spazi più capienti rispetto alla saletta di Traversa; hanno cominciato a scrivere le proprie canzoni, per lo più in italiano e, secondo un cliché abbastanza comune, nello stile parlato derivato dai rapper, con la differenza però che la musica è tutta suonata dal vivo, con l’aiuto delle tecnologie soprattutto per creare i suoni, certo, ma comunque destinata ad essere eseguita con l’aiuto di una band, come accade nei loro concerti e con l’obiettivo di essere in tanti sul palco.
“Anche se alla base per ogni brano c’è comunque un autore principale – prosegue Traversa –, nell’esecuzione cerchiamo di avere una persona che si occupa della strofa, un’altra che canta il ritornello e via dicendo, nell’intensa stagione live che abbiamo trascorso prima di realizzare il nostro disco, abbiamo strutturato gli spettacoli lasciando all’inizio a ciascuno lo spazio per proporre tre brani, cercando poi di concentrare il resto dello show sulle collaborazioni”.
Alla fine dell’estate è infatti stato pubblicato on line il primo disco del Supermarket, una raccolta di otto brani originali in cui ciascuno contribuisce con la propria cifra artistica, chi cantando, chi scrivendo, chi anche solo sedendo in regia a produrre. Sempre senza perdere di vista l’obiettivo di divertirsi passando del tempo assieme.
“Un esempio di come funzioni il nostro modo di lavorare – è di nuovo Di Stasio a parlare – è verificabile in un brano come Maniche larghe, che è stato prodotto da Thomas, si tratta di un pezzo elettronico, quasi house, ovvero di un genere con cui prima Thomas ha davvero avuto poco a che fare: la frequentazione del collettivo, Fanta, Iando e gli altri hanno reso naturale il suo cimentarsi con una cosa diversa da quelle che aveva fatto fino ad ora”.
Il messaggio è chiaro, Supermarket (Supermarket vol.1 è il significativo titolo del disco e un carrello per la spesa è il simbolo di questi ragazzi) è un gruppo di amici che ama passare tempo insieme facendo musica.
Il nome poi è quanto mai esplicito e indica un contenitore capace di avere dentro di sé tutti i vari prodotti musicali scaturiti da ogni componente, proprio come lo scaffale di un supermercato.

Autore: Paolo Crazy Carnevale