Arci Scacchi, da sempre in mezzo alla gente

In questo numero vi proponiamo un focus su una delle più importanti realtà associative che, a livello locale, promuovono la millenaria pratica del gioco degli scacchi. Nello specifico abbiamo intervistato il presidente dell’Arci Scacchi Arnaldo Brandolese.

“Quest’anno l’Arci Scacchi, associazione sportiva dilettantiustica, festeggia i 40 anni di attività. Abbiamo cominciato sulla scia del Campionato del mondo di scacchi che si era tenuto a Merano nel 1981. Eravamo un gruppo di ragazzi a cui l’Arci, nella persona del suo presidente Velio Crepaldi, diede l’opportunità di disporre di scacchiere, figure e libri specialistici e utilizzare una sala nella centralissima piazza Walter, a palazzo Schgraffer. In quel periodo, sempre grazie all’Arci, organizzammo un primo corso di scacchi con un maestro internazionale. A questo sono seguiti corsi per principianti organizzati e tenuti da noi. Per farci conoscere mandavamo lettere – non c’erano i social media – alle persone che conoscevamo che potevano essere potenziali giocatori di scacchi.”

Dove avete oggi la vostra sede?

L’Arci, che ha sede in Via Dolomiti, ci dà delle sale e una di queste è un bar dismesso in via Nazario Sauro, che è stato anche sede del Circolo Angela Nikoletti. Noi in realtà siamo affiliati alla UISP di Bolzano, che ha sede in Via Firenze 37, in quanto in passato c’è stata una scissione tra Arci e UISP. L’Arci da allora si occupa di cultura e la UISP di sport, praticamente di tutto quanto è affiliato al CONI , scacchi compresi. Noi comunque abbiamo deciso di mantenere Arci nel nostro nome e cerchiamo di collaborare con entrambe le realtà.
Al momento ci troviamo a giocare il lunedì e il mercoledì dalle 17.15 alle 18.45, che è l’orario in cui vengono i più giovani. Ma alle 18.45 è raro che si chiuda, in quanto arrivano gli adulti e l’attività prosegue anche fino a molto tardi.

Chi pensa ad Arci Scacchi, pensa al “Torneo internazionale open di Bolzano” a Palazzo Mercantile. Ma a livello agonistico siete presenti su più fronti…

Siamo parte sia della Federazione Scacchistica Italiana del Coni, che della Lega Scacchi Alto Adige,che ha una caratteristica che viene invidiata un po’ in tutta Italia, in quanto organizza un campionato provinciale a squadre. L’anno passato è andato molto bene per noi, in quanto comincia a vedersi qualche frutto dell’attività svolta. Abbiamo ottenuto una promozione dalla Serie C alla B di una squadra molto giovane, abbiamo mantenuto la squadra di B, e la squadra di serie A ha fatto praticamente un record, piazzandosi al quinto posto sulla graduatoria altoatesina.
A livello giovanile invece partecipiamo ad un torneo al mese tra l’autunno e la primavera: i ragazzi giocano in due macro-gruppi, però poi vengono premiati separatamente le categorie fino a dieci anni e dodici anni e a due a due fino alla maggiore età. 

Parliamo delle vostre attività estive.

Ormai si va a settembre: saremo presenti al Festival del Movimento il 2 settembre e alla Bolzano in bici, il tradizionale giro della città con la bicicletta che prevede cinque tappe nei quartieri di Bolzano. In una di queste tappe troverete anche l’Arci Scacchi.
Per rimanere aggiornati, ci trovate al sito www.arciscacchi.it, ma anche su Instagram e Facebook.

Autore: Till Antonio Mola

Sul palco per ridere con “Feisbuc”

Oltre a condividere la passione per recitare, le compagnie teatrali amatoriali sono uno spazio dove poter far nascere anche qualcosa di collaterale. È il caso delle “Feisbucsister”, un gruppo di cinque attrici, oggi costola della più grande compagnia teatrale di Laives, ma comunque indipendenti nella gestione dei propri spettacoli.

Sono passati una dozzina d’anni, ma la voglia di divertirsi è rimasta la stessa. O almeno è ciò che sembra trasparire dalla voce di Lorenza Pallaoro, che funge un po’ da coordinatrice del gruppo –  composto da Annalisa Chesini, Cristine Busetti, Alessandra Boscolo e Ester Valduga – e formatosi quasi casualmente. 

“Ci siamo incontrate perché tre di noi facevano già parte della filodrammatica di Laives – racconta Pallaoro -. Il gruppo Chernobyl di Laives, parlo di alcuni anni fa, ogni anno organizzava una Corrida, uno spettacolo di debuttanti. Assieme a una mia amica abbiamo iniziato a fare parte di questa iniziativa, ma non come concorrenti, bensì nello staff, perché eravamo brave, e soprattutto eravamo le uniche, in grado di far ridere. Da quel momento è nato il nostro gruppo”.

Sono cinque attrici che poi hanno proseguito nel tempo, portando sempre fantasia e novità, ma soprattutto parlando di temi comuni senza essere banali nel modo di far ridere. Questo  fino a quando non è arrivata l’idea di costruire qualcosa in più: “Dato che ogni anno creavamo nuovi sketch – spiega Pallaoro -, nel 2019 ho proposto alle sisters di mettere assieme gli ultimi due anni di sketch e costruire un nostro spettacolo, che abbiamo intitolato Feisbucsister show”. 

Lorenza Pallaoro, com’è andato il debutto? 

È stato un successone da tutto esaurito, come accaduto fino a quel momento per tutti gli sketch che abbiamo proposto e a cui cerchiamo di dare un filo logico tra loro. E forse il fattore che ci valorizza è proprio questo.

Qual’era la trama? 

Il primo atto racconta l’evoluzione della donna negli anni. Il secondo invece riguarda come e perché si è sviluppata la seduzione. In pratica proponiamo un po’ quella che è la parodia della donna, ma senza mai prenderci troppo sul serio e soprattutto cercando di divertirci. Perché, in fin dei conti, lo scopo dev’essere quello ed è anche quello che cerca la gente. Lo stesso nome che ci siamo date è una rivisitazione dialettale dell’inglese.

E poi cos’è accaduto? 

Dal 2020 abbiamo fatto richiesta di appoggiarci alla filodrammatica di Laives, quindi, a tutti gli effetti facciamo parte della compagnia anche se siamo totalmente autonome. Una scelta fatta anche per sopperire agli impegni della burocrazia, che in questi ultimi tempi si sono fatti sempre più rigorosi.

Ci sono altri componenti oltre a voi cinque?

Abbiamo anche i tecnici Rossella Boscolo, Lorenzo Raffaelli e Mauro Busselli. Spesso negli spettacoli ci aiuta anche Luca Vignali, nonostante non faccia parte del gruppo.

C’è già qualche altra novità nel vostro repertorio? 

“Feisbusistercianel” è l’ultimo spettacolo, con cui abbiamo esordito a Laives riproponendolo poi a Pineta di Laives. In autunno ripartiremo con il nuovo calendario di date.

Avete ottenuto qualche riconoscimento? 

In generale quello più grande è vedere il teatro al completo e avere un grande riconoscimento da parte degli spettatori, anche in paesi dove non ci conoscono.

Recitate in italiano o in dialetto? 

Se i tedeschi hanno un’appartenenza, noi italiani ci troviamo un po’ spaesati. Però il dialetto trentino è comunque abbastanza usato qui in zona, fa parte della nostra cultura.  

Autore: Daniele Bebber

La migrazione in Bassa Atesina

“Von Bozen bis Salurn” titolava in prima pagina la “Bozner Zeitung” del 12 settembre 1902. L’articolo trattava un argomento molto sentito all’epoca, l’immigrazione. Nulla di nuovo sotto il sole, si dirà. In effetti, pochi temi scaldano gli animi popolari come questo. La difesa del territorio – o la sua conquista – fanno parte del bagaglio “culturale” ancestrale dell’umanità. Tutti i popoli ne sono stati coinvolti, in un certo senso si potrebbe dire che in un mondo di migranti come il nostro nessuno è esente da questo peccato originale. Allo stesso modo, anche l’idea che gli intrusi siano sempre gli altri sembra invincibile. Ma veniamo ai fatti.

Agli albori del XX secolo, con due catastrofiche guerre mondiali alle porte, gli “specialisti” dell’argomento vedevano questa grande minaccia incombere sulla Bassa Atesina, appunto da “Bozen bis Salurn”. La parte rimanente del Tirolo meridionale era, seppur a malincuore, data per persa ma almeno si voleva salvare dall’invasione quei pochi paesi tradizionalmente “in mano tedesca”. Si trattava, beninteso, di un’invasione tutta interna al Tirolo stesso, da una parte all’altra della regione asburgica. Inoltre, allora come ora, erano proprio i vecchi abitanti di quei paesi ad attirare sempre nuove famiglie “straniere”: infatti c’era urgente bisogno di operai, lavoratori per le cave e per l’agricoltura. E allora si pescava nelle valli più povere del Welschtirol trentino, dove vivevano persone disposte a qualsiasi sacrificio per un boccone di pane. 

Veniamo all’articolo, che prendeva spunto da una relazione del professor Fraenkl sulla popolazione della Val d’Adige. Scrisse il cronista: “Il territorio maggiormente minacciato dai Welschen (come all’epoca si chiamavano gli italiani) è quello della Val d’Adige da Bolzano a Salorno. Già diversi paesi risultano quasi completamente in mano ai nuovi arrivati. Parliamo per esempio di Roverè della Luna, che appena una generazione fa era completamente tedesco e si chiamava Eichholz”. 

Se Roverè era data per persa, non così la vicina Salorno: “Nel 1900, due terzi della popolazione erano tedeschi ma già ora nella frazione di Pochi / Buchholz questi sono in minoranza. Il rapporto è di 393 contro 213”. Nella stessa Salorno, i grandi proprietari terrieri continuavano a “importare” manodopera da tutto il nord Italia per i loro frutteti e vigneti. Ovviamente queste famiglie chiedevano anche scuole per i loro figli, e in ciò venivano sostenute anche da influenti famiglie tedesche. Un’analoga richiesta da parte del “Deutsche Schulverein” per Roverè della Luna rimase invece lettere morta.

A nord di Salorno, nella frazione di Laghetto (sic) / Laag, la situazione non era migliore: gli immigrati italiani erano aumentati in pochi anni da 200 a 300. “In questo piccolo comune si assiste tuttavia a un fenomeno singolare: sempre più famiglie di immigrati si dichiarano tedesche, per cui ufficialmente gli italiani sembrano addirittura in calo”, scrisse il giornale. 

Molto problematica si presentava la situazione nei comuni di Bronzolo, Laives e S. Giacomo: “a Bronzolo si contano 311 tedeschi e 819 italiani e in futuro non sarà facile salvare la lingua tedesca. Perciò lo Schulverein ha aperto un nuovo asilo”.

A Laives vivevano 955 tedeschi e 757 italiani e esisteva solo un asilo dello Schulverein austriaco. Molto grave la situazione di S. Giacomo. “Qui gran parte dei terreni sono di proprietà di latifondisti che li hanno affittati a famiglie di immigrati. Addirittura diversi terreni sono stati ceduti a titolo definitivo a queste persone. Perciò i comuni di Dodiciville e Laives hanno costruito una seconda scuola e un asilo a S. Giacomo. Il terreno per la realizzazione di queste opere è stato donato dalla signora von Wentlandt di Bolzano – Gries”. 

Una situazione particolare fu quella di Vadena con i suoi 443 abitanti. “Una dozzina di “Signori” (in italiano nel testo) – nazionalisti di origine trentina – ha esercitato una massiccia pressione sui loro coloni affinché chiedessero la realizzazione di una scuola in lingua italiana. A causa del tradimento di un solo elettore, la maggioranza in comune è passata in mano agli irredentisti, che ora si sentono legittimati a rovesciare l’attuale situazione”. 

“In conclusione – commentò l’articolista – si può notare come nei comuni della Val d’Adige, dove nel 1880 la presenza di cittadina di lingua tedesca era maggioritaria, nel corso di pochi anni la situazione si è completamente capovolta e di questo passo non è difficile immaginare il futuro che ci aspetta.”

Autore: Reinhard Christanell

Montagna premiata per il volontariato

Il Comune di Montagna è stato ricompensato per gli sforzi spesi nei confronti del volontariato, con la settima edizione del Premio comunale “Il volontariato giovanile”. Ideato dal Südtiroler Jugendring (Sjr) e sponsorizzato dal governo provinciale e dal Consorzio dei Comuni della Provincia, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano, è un riconoscimento assegnato ogni anno a tutti quei comuni che sostengono il volontariato giovanile in modo speciale, com’è stato appunto nel comune di Montagna.

I comuni possono partecipare a questo concorso solo una volta ogni tre anni. Nel 2022 hanno potuto candidarsi quelli fino a 2.000 abitanti, quest’anno hanno avuto la possibilità di vincere quelli da 2.000 a 5.000 abitanti. La consegna ufficiale è avvenuta durante un recente consiglio comunale direttamente dalle mani di Tanja Rainer, presidente del Sjr, di Philipp Tarfusser, suo vice, di Matthias von Wenzl, membro del consiglio di amministrazione, e dell’amministratore delegato, Matteo Graiff.  A ricevere il riconoscimento è stata la sindaca Monika Delvai Hilber, assieme all’assessore comunale per i giovani, Matthias Tschöll. 

Oltre allo striscione informativo affisso all’ingresso del comune e una coppa, è stato spiegato che i giovani volontari del Comune potranno partecipare gratuitamente a una formazione organizzata dall’Sjr. Tra l’altro, già nel 2022 Montagna ha ricevuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano un assegno di 2.000 euro per i giovani volontari. 

Soddisfatta la prima cittadina per il premio ricevuto. “Questo ci incoraggia a continuare a lavorare sodo per i nostri giovani volontari. Insieme alle nostre organizzazioni per l’infanzia e la gioventù, stiamo pianificando in che modo potranno beneficiare del premio”. Tanja Rainer di Sjr dal canto suo ha ribadito l’importanza dei giovani volontari, ringraziando il Comune per il suo impegno esemplare in questo campo. 

“Il Comune di Montagna compie uno sforzo consapevole e mirato per il volontariato giovanile e crea incentivi per i giovani a impegnarsi nel volontariato – ha dichiarato -. Con il premio abbiamo riconosciuto i risultati ottenuti dal Comune e vogliamo rafforzare ulteriormente il volontariato giovanile nel Comune”. 

“Inoltre – ha spiegato Philipp Tarfusser – il prezioso lavoro del Comune deve essere reso noto al pubblico in modo che possa essere un modello per gli altri comuni”.

IL DETTAGLIO

Il Südtiroler Jugendring (Sjr) è la federazione delle associazioni giovanili in Alto Adige e promuove il volontariato e la socializzazione dei bambini e dei giovani. Sensibilizza su questioni rilevanti concernenti i bambini e i giovani, promuove e richiede la partecipazione di bambini e giovani, promuove i processi democratici, sostiene la diversità culturale, è impegnato nello sviluppo delle organizzazioni associate in termini di sviluppo di qualità, si impegna per la cooperazione e gestisce la consulenza giovanile “Young+Direct. Attualmente sono 16 le organizzazioni che compongono il Sjr con circa 59.000 associati. Sjr si considera un’organizzazione che apprende e che è in continua evoluzione, una forza trainante per gli sviluppi necessari nella società, un centro di competenza per la partecipazione, portavoce delle preoccupazioni e delle esigenze di bambini e giovani. Si considera anche sistema includente e di collegamento per le organizzazioni associate indipendenti, che si sono dedicate in modo vincolante a lavorare per i bambini e i giovani, costruttore di ponti tra le generazioni, tra lingue e gruppi etnici, tra culture e religioni e tra le istituzioni pubbliche e della società. Sjr si è fatto promotore di molte iniziative di politica sociale ed è referente politico a livello provinciale delle questioni inerenti al mondo giovanile. Il suo operato è indipendente dai partiti politici.

Autore: Daniele Bebber

Max Brenner ospite di “Carte Blanche” 

È un viaggio nel controverso universo della stimolazione e sovrastimolazione delle immagini da cui siamo quotidianamente tempestati e spesso disorientati, quello che incontriamo nelle opere di Max Brenner fra le pareti dell’Hotel Aurora.  

Max Brenner è un giovane originario della Val Venosta, dal 2017 studia arti grafiche presso l’Università di Arti Applicate di Vienna ma ha già iniziato a farsi conoscere ed apprezzare in più di una mostra.

Con le sue opere riesce a trascinare il fruitore nel mondo virtuale e lo mette a confronto con i molteplici piani del poliedrico universo di immagini prodotti dai social ma anche dai nuovi mezzi tecnologici dell’intelligenza artificiale e aumentata. Brenner disegna infatti in modo figurativo, fotorealistico, e spesso mescola i suoi prodotti alla pittura astratta dando vita ad opere innovative e affascinanti.  Brenner si occupa spesso di estraneazione, disorientamento, alienazione che a suo modo di vedere sono stati d’animo sia individuali che sociale e comunque assai frequenti oggi. 

Questo sentire lo porta a creare scenari cupi e minacciosi, simili ad incubi e ad ambientazioni vicine alla fantascienza. Spesso vi convivono immagini rassicuranti come bambini felici sulle giostre o sullo scivolo e accanto mostri spaventosi e discrepanti. Nella serie che ha intitolato “Shift” Brenner affronta il disorientamento durante un viaggio in metropolitana. Nella mostra Pathways – the Carte Blanche #8 e visitabile all’Hotel Aurora sono esposte serigrafie e enormi matrici in legno inciso. Brenner crea disegni e serigrafie uniche di grande formato su tela.  Con la stessa attenzione ai dettagli si dedica al processo di stampa. La serigrafia tessile esplora il potenziale di un disegno e gli dona raffinatezza e ricchezza di sfaccettature.

I MECENATI

Colti, curiosi, aperti al nuovo, sensibili al bello, come moderni mecenati, i membri della famiglia Aukenthaler -i genitori prima e i figli oggi- da moltissimi anni favoriscono lo sviluppo delle arti, contribuendo notevolmente a far conoscere numerosi artisti ad un pubblico locale ed internazionale, ospitando nell’Hotel in riva al Passirio, le loro opere e creando quelle occasioni di incontro con potenziali acquirenti. 

Sono davvero numerosi gli artisti che hanno goduto del loro favore e patrocinio. 

I figli, Melanie e Philipp, frequentatori assidui del mondo dell’arte contemporanea hanno deciso di sostenere gli artisti locali dando vita ad una vera e propria piattaforma per l’arte contemporanea costituita da due diverse opportunità espositive: una virtuale on-line e una reale negli spazi dell’Hotel Aurora.

La curatrice che hanno scelto è Eva von Ingram Harpf, classe 1987, laureata alla Bocconi con una tesi in Art Banking. L’evento che ha avuto luogo giovedì u.s. era la ottava edizione di Carte Blanche e, su invito, sono intervenuti numerosi curatori di mostre, galleristi, collezionisti e amanti dell’arte. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Turismo 2.0

Finalmente, dopo anni di tentativi, le Dolomiti sono riuscite ad aggiudicarsi il Guinness dei Primati per densità di turisti: ben 5 persone a euro quadro. Grande festa sulle Odle, dove gli hotel a 5 stelle sulle cime hanno organizzato grandi picnic e happy hours. Molti dei presenti sono venuti con il classico vestito da orso, mentre nessuno è venuto con il vestito da lupo, forse per via dei fuochi del Sacro Cuore. La lista d’attesa invece è molto lunga per la nuova speciale visita al Vajont: con 250.000€ sarà possibile visitare le profondità della diga e rivivere in prima persona il luogo della tragedia del 1963. 

Autore: Roberto Tubaro

Da Berlino a Cuba, con le immagini

Il giovane documentarista del Renon, Matthias Lintner, racconta cosa lo ha portato a realizzare i suoi primi due documentari. Il primo, pubblicato nel 2019, narra di una casa popolare (quasi) abbandonata nel cuore di Berlino; il secondo, che è in produzione e in attesa di ulteriori finanziamenti, uscirà il prossimo anno e collegherà l’Alto Adige con la situazione politica a Cuba. 

Matthias, dove ti sei formato?

Ho iniziato ad appassionarmi al mondo dei documentari, della sceneggiatura e della fotografia, fin da giovane, così ho deciso di iniziare l’Accademia DFFB di Berlino Ovest. Ed è proprio qui, nella ex Berlino dell’Est, che ho girato il mio primo documentario. 

Quali tematiche hai trattato?

Al tempo, ero venuto a conoscenza della presenza di una casa costruita a metà dell’Ottocento, ora di fatto abbandonata a sé stessa, riservata ai dipendenti delle ferrovie. Dunque ho scelto di andare ad abitarci per un periodo limitato, affittando regolarmente una stanza. È da considerare che il complesso aveva circa cento appartamenti e solo sette erano ufficialmente abitati. E questa struttura era nel centro di Berlino, ma nessuno se ne prendeva cura. Così ho deciso di organizzare eventi, cinema all’aperto, feste e mostre d’arte, rivitalizzando il cortile condominiale, che di fatto era diventato una discarica e le piante erano cresciute talmente tanto da diventare un bosco. Da qui è nata anche l’esigenza di raccontare ciò che stava avvenendo. 

In che senso? Su cosa hai messo il focus?

La casa è una struttura protetta in quanto edificio storico, e nessun grande investitore era ancora riuscito ad avere tutte le autorizzazioni per metterci mano. Tutti sapevano che prima o poi quel luogo sarebbe cambiato. Dunque volevo tenere traccia della storia di quel luogo, documentandola in tutti i suoi aspetti, anche quelli socialmente più difficili. 

Com’è stato accolto il documentario dalla critica?

Benissimo! L’ho presentato a CPH:DOX di Copenaghen, in diverse città della Germania e della Polonia e anche a Mosca.

Di cosa tratterà la tua prossima fatica cinematografica?

Come fatto nel primo film cercherò di raggiungere un livello di narrazione che tocchi tutto il pubblico attraverso delle esperienze mie personali. I miei film non sono informativi e oggettivi, ma il frutto di una visione soggettiva delle cose. L’obiettivo è trasformare la dimensione privata in una dimensione politica. Infatti, un mio incontro privato, con un attivista cubano per i diritti umani venuto in Alto Adige diciassette anni fa, ha dato il via a una riflessione sulla democrazia a Cuba. Tenterò di dimostrare che quel che succede lontano da noi ha influenze anche vicino a noi, anche qui in Provincia di Bolzano.

Il tuo interesse per i documentari è nato appunto quando eri giovane. Cerchi di far appassionare anche altri ragazzi?

Assolutamente! Da un film all’altro passano anche 5 anni, quindi nel mentre organizzo workshop e, d’estate, insieme a un collega, propongo ai bambini un’attività di due settimane. I piccoli registi del domani, l’anno scorso, sono riusciti a produrre un film interamente fatto da loro.

Autore: Andrea dalla Serra

Meteo variabile? Evviva!

Dal 1978 al 2019 su Rai 2 è andato in onda un programma che si intitolava “Sereno variabile”. Quali migliori parole per descrivere il tempo meteorologico di questo ultimo periodo? 

Ha la memoria corta chi, negli ultimi giorni è tornato a maledire il “maltempo” che starebbe caratterizzando la situazione meteorologica di questa prima metà di giugno. Ebbene, lasciatemelo dire: non c’è niente di più naturale (e sano) di una moderata “instabilità”.

E di per sé siamo perfettamente nella norma: sull’arco alpino, in estate, è assolutamente tipico alzarsi al mattino con un bel cielo azzurro, terso. E vedere addensarsi intorno all’ora di pranzo delle nuvole attorno ai rilievi, che poi con il passare delle ore possono trasformarsi localmente in cumuli e cumulonembi. Per poi dare spazio in serata a rovesci sparsi e temporali. 

Il verde che caratterizza il nostro territorio, a differenza di altre zone del Bel paese, è proprio figlio di questa alternanza. E viene alimentato, come i funghi, proprio dal sole e dall’acqua.

Perciò niente paura: alziamoci presto e godiamoci le ore del mattino, fresche e preziose per le nostre escursioni, se siamo in ferie o nel fine settimana. Nel tardo pomeriggio e di sera, poi, nel nostro zaino avremo sempre il necessario per ripararci dalla pioggia. Che è una benedizione, ogni volta che cade, ricordiamolo. Specie se arriva poco per volta, fecondando la terra e portando il tepore che caratterizza le nostre notti, favorendo il sonno. E facendo diminuire la frequenza delle faticose “notti tropicali”. 

Il prossimo 21 giugno in ogni caso comincerà un’estate che tutti noi auspichiamo possa essere meno torrida di quella scorsa. 

Com’è noto è su due piani che possiamo agire, per difenderci. 

Quello a breve termine è legato al nostro microcosmo. Nella nostra quotidianità occorre proteggersi dal sole e dal caldo, mangiando e bevendo nel modo giusto. Proteggersi dal sole poi non vuol dire barricarsi in casa, tenendo acceso il condizionatore tutto il giorno. Il movimento fisico, infatti, resta fondamentale per farci stare bene. 

Ma esiste anche uno “stare bene” a lungo termine. Ricordiamoci sempre che, con i nostri comportamenti individuali, possiamo dare un contributo fondamentale per non aggravare ulteriormente il riscaldamento globale. Pensiamoci sempre. E agiamo di conseguenza.

Autore: Luca Sticcotti

Intelligenza artificiale superstar #2

Ne avevamo parlato già su queste pagine, ma il tema delle frontiere e soprattutto dei pericoli dell’intelligenza artificiale nelle ultime settimane è diventato ancor più di strettissima attualità. Torniamo allora ad occuparcene, sempre con il supporto del prof. Marco Montali al quale chiediamo quali sono i principali quesiti che gli vengono posti a questo proposito nell’ambito degli incontri pubblici sul tema, che vedono sempre più protagonista il grande pubblico, al di là degli addetti ai lavori.

C’è molta curiosità sul funzionamento di queste tecnologie. La prima cosa che noi accademici cerchiamo di spiegare è che non esiste una sola intelligenza artificiale. Esistono infatti in particolare due grandi famiglie. La prima è quella del ragionamento automatico in cui siamo noi a dare la conoscenza alla macchina e poi lei ragiona sulle regole ricevute. La seconda è quella dell’apprendimento automatico, in cui io non fornisco le regole, ma solo degli esempi e dei dati che vengono automaticamente digeriti dall’algoritmo, che dunque in qualche modo impara le regole in modo implicito. Sembra solo una questione tecnica ma in realtà tra l’uno e l’altro concetto cambia davvero tutto. Se io per esempio ho un chatbot (software progettato per simulare una conversazione con un essere umano) che funziona con delle regole prestabilite, quando io gli chiedo una cosa lui mi risponde sulla base di quelle regole. Se invece io ho Chatgpt che ha appreso delle regole implicite su come generare il testo – “digerendosi” tutta la biblioteca di Babilonia che abbiamo sul web – come risultato mi ritrovo senz’altro con delle risposte molto sofisticate, però di fatto non so quali regole il sistema sta utilizzando, perché restano “nascoste”. 

Il quesito è allora: l’intelligenza artificiale in questo caso sta generando delle informazioni “plausibili” secondo dei parametri statistici oppure va a prendere queste informazioni da un’altra parte? 

Risponderei in due fasi. Per prima cosa: focalizziamoci su ChatGPT nella versione nuda e cruda che si può utilizzare sul sito di openai. In questo contesto, ricordiamo che GPT è un acronimo. “G” sta per “generativo” (a indicare che genera del testo mai prodotto), “P” sta per “pretrained” ovvero che la fase in cui lui ha digerito i testi è fatta e finita e non vengono più aggiunti altri testi. “T” invece sta per “trasformer”, che è l’architettura di rete neurale che il programma utilizza per l’apprendimento. La “P” qui indica proprio che il chatbot non va a recuperare informazioni in tempo reale da nessuna fonte, ma utilizza in modo statistico i testi che si è “predigerito”, senza quindi nessuna garanzia di correttezza. Se sappiamo questo allora non ci può stupire il fatto che il sistema possa generare informazioni false. O, meglio, plausibili ma non necessariamente vere, come detto. 

C’è però una “seconda fase”: ChatGPT viene sempre più spesso mescolato con altre tecnologie, rendendo sempre più difficile capire cosa stia davvero succedendo dietro le quinte. Un esempio per tutti: la versione di ChatGPT (o, meglio, l’ulteriore evoluzione chiamata GPT-4) che è integrata in Bing, integra in un unico software le capacità conversazionali di GPT-4 con quelle di recupero di informazioni dal web fornite da Bing. La correttezza fattuale di quello che viene prodotto cambia qui, e di molto.

Art of freedom in carcere

Quando pensiamo al penitenziario di Bolzano la prima cosa che ci viene in mente è il degrado della struttura,  vera e propria vergogna per una provincia che da sempre si trova ai primi posti nelle classifiche della qualità della vita. Sta di fatto che, però, la casa circondariale del capoluogo si distingue per essere in Italia una delle strutture in cui ai detenuti viene riservata la maggiore attenzione, nell’ottica del reinserimento sociale. Lo dimostra il progetto innovativo Art of Freedom che coinvolge numerose realtà culturali del territorio e diversi volontari.

Il progetto Art of Freedom parte dalla difficoltà di fondo che vivono gli ex detenuti nel tentativo di abituarsi alla vita oltre le sbarre, poiché spesso durante la detenzione perdono ogni tipo di contatto con il mondo esterno, oltre che la propria capacità di interazione sociale e lavorativa. 
Chi vuole provare a ricostruirsi un futuro deve inoltre fare i conti con uno stigma sociale difficilmente cancellabile.
Mauro di Vieste della Biblioteca Culture del Mondo spiega: “Il partner principale con il quale condividiamo  questo percorso è Alpha Beta, che lavora principalmente con il carcere. La nostra biblioteca invece lavora soprattutto con Odós, il progetto per il reinserimento sociale di detenuti ed ex-detenuti della Caritas. Odós dà sicurezza a molti ragazzi che escono dal carcere, evita loro di finire per strada, dà loro un tetto e dei pasti, la possibilità di lavarsi, di formarsi, di mandare curriculum, e per loro piano piano riparte la vita.”

Che tipo di supporto date attraverso Art of Freedom?

L’idea di fondo è stata quella di avere un approccio prevalentemente culturale per il reinserimento di queste persone che presentano una fragilità sociale oggettiva. È così che, oltre alle esperienze su come si coltiva un orto o come si lavora in una ciclo officina, noi li accompagniamo in questo percorso, favorendo la loro partecipazione a spettacoli teatrali o a concerti  di musica classica, ma anche a workshop che fanno loro capire le professioni tecniche che stanno dietro allo spettacolo dal vivo.” 

Per loro non deve essere facile farsi accettare..

Molta della nostra attività si basa sulla mediazione culturale ultra decennale svolta sia in carcere che fuori. Grazie a questo lavoro – svolto in parte da Erjon Zeqo, in parte da altri colleghi – siamo riusciti ad abbattere questo muro iniziale di diffidenza, non ultimo attraverso la musica popolare suonata, che spesso è in grado di aprire porte e creare dialogo.  Non va dimenticato infatti che ci presentiamo a persone che non ci conoscono e che vivono una situazione pesante.”

Come vede il ruolo della biblioteca in questo progetto?

Mi piace l’idea della biblioteca come luogo con più funzioni, in cui si realizzano relazioni che altrove non sarebbero possibili. L’idea che sta dietro ad Art of Freedom è quella di una biblioteca che collabora sia con il mondo della cultura che con il sistema della giustizia… Non è una cosa banale.

Per capire come funzionano i progetti teatrali dentro al carcere, abbiamo intervistato anche l’attrice Chiara Visca.
Qual è il suo ruolo all’interno di Art of Freedom?

Da gennaio tengo un laboratorio teatrale all’interno della casa circondariale di Bolzano. Ma ho anche avuto la fortuna di accompagnare i detenuti che si sono iscritti ai vari corsi offerti in collaborazione con il Teatro Stabile di Bolzano e quindi anche al laboratorio teatrale tenuto da Babilonia Teatri e a un corso di illuminotecnica tenuto da Denis Frisanco. Ero anche presente agli incontri significativi e importanti che i detenuti hanno avuto con attori famosi quali Stefano Accorsi e Rocco Papaleo.

Quali sono i vantaggi che ha un detenuto se partecipa a dei laboratori teatrali?

Il teatro aiuta sempre a esprimersi meglio, a conoscersi, a capire quali sono i propri punti di forza e le proprie debolezze e quindi a migliorare in termini di comunicazione. Può e deve anche divenire una sfida a lavorare in gruppo ascoltando gli altri, che è una cosa che forse in carcere non è così facile da provare tutti i giorni, nonostante la “pesante vicinanza” con altre persone. Grazie al teatro ognuno può scoprire un proprio talento a cui non ha mai dato peso, perché la vita di tutti i giorni non ci fa vedere queste piccole luci che abbiamo dentro, e invece il palcoscenico è un luogo giusto per farle brillare.

Che cosa si prova a lavorare nella casa circondariale?

Di recente sono state aperte delle aule in cui si può lavorare e in cui chi fa parte del corso viene accompagnato e poi la porta si chiude. Nel periodo precedente abbiamo invece lavorato nella chiesa, che si trova nella sezione delle celle, per cui succedeva che anche altri detenuti venivano a buttare un occhio, a salutare e anche a osservare quello che facevano i compagni.
Quando tu entri, accedi un po’ nell’intimità dei detenuti, perché quando percorri il corridoio, passi davanti alle celle che spesso sono aperte, ed è lì dove tutti trascorrono gran parte del loro tempo. Per cui secondo me ci vuole attenzione, rispetto, forse il sorriso e comunque la voglia di portar dentro qualcosa di diverso, di pulito e di bello. C’è anche la possibilità di stare ad ascoltare, ma chiaramente è un ambiente chiuso in cui i problemi pesano moltissimo sull’umore di tutti ed è facilissimo… contagiarsi. A volte si cambia l’energia, proponendo qualcosa di totalmente diverso che può essere una canzone o una lettura. Insomma: uno spunto ad andare per un momento, chiudendo gli occhi, da… un’altra parte.

Se la sente di tracciare un bilancio di quella che è stata la sua esperienza? Pensa che il progetto proseguirà?

Lo spero caldamente. Anzi spero che oltre a un seguito ci sia anche una crescita in questa direzione, perché per me è stato molto arricchente e ho visto veramente alcune cose cambiare. Ho ricevuto tanto nell’ascoltare solo alcune frasi o nel leggere quello che è stato scritto nei corsi di scrittura creativa come commento ad alcune cose che sono successe. Quello che è entrato in carcere quest’anno è stato un seme che potrebbe portare veramente a una grande crescita o un grande cambiamento nella vita delle persone.

Autore: Till Antonio Mola