Lavoro flessibile: pro, contro e una domanda

Dopo la stagione acuta del Covid, il cosiddetto “lavoro flessibile” è rimasto nelle amministrazioni pubbliche come uno degli effetti di lungo periodo. Arge Alp ha raccolto le esperienze dei suoi territori, tra cui quello altoatesino, basate su indagini svolte tra i dipendenti. “Lavoro flessibile”. Ma per chi?

La Provincia di Bolzano ha mantenuto per il suo personale lo “smart working”, quella forma di “lavoro agile” che era già stata inserita nel contratto collettivo intercompartimentale nel 2020. Sulla base di accordi individuali con il datore di lavoro, attualmente più di tremila dipendenti provinciali svolgono parte del loro orario d’ufficio da casa.

Secondo il Direttore generale della Provincia, Alexander Steiner, “il lavoro agile, in emergenza, è stato uno strumento cruciale a garanzia della sopravvivenza del nostro sistema economico, sociale e sanitario. Ora, però, dopo esserci lasciati alle spalle due anni straordinariamente complessi, può rappresentare un elemento chiave per portare aria nuova nelle nostre organizzazioni, rimettere le persone al centro della struttura del lavoro e finanche ristabilire il necessario equilibrio tra uomo e natura”.

Due indagini svolte tra i dipendenti provinciali hanno provato a verificare pro e contro del lavoro a distanza. Sarebbero principalmente due gli aspetti nei quali è stato riconosciuto il beneficio dello smart working: nelle maggiori possibilità di conciliazione vita-lavoro e nel risparmio di tempo per gli spostamenti. Gli aspetti percepiti come più problematici si sono rivelati essere l’isolamento e la carenza di informazioni rispetto a quanto accade in ufficio, la dotazione tecnologica e la comunicazione coi colleghi. I partecipanti all’indagine hanno in generale espresso il proprio interesse a proseguire l’esperienza di smart working anche in futuro, preferibilmente per un paio di giorni a settimana.

Sembra evidente, dalle indagini e dall’esperienza, che il lavoro “da casa” piace a molti dipendenti. I motivi profondi e le conseguenze nel tempo dovranno forse essere messi a verifica con indagini più strutturate. Certamente ci si può domandare fin d’ora che cosa pensano gli altri cittadini, che sono utenti e destinatari del lavoro dei dipendenti pubblici: sono anch’essi soddisfatti e a loro agio nella flessibilità del nuovo modello organizzativo?

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Peter Mitterhofer

Al limite sud della città e della zona industriale vi è, vicina a via Einstein, via Mitterhofer Peter.  Nato il 20 settembre 1822 a Parcines, in Val Venosta, imparato il mestiere del padre, falegname e carpentiere, Peter si mise a viaggiare, toccando vari paesi europei, per completare la sua formazione. A quarant’anni tornò al paese natale, si sposò con la vedova Maria Steidl, figlia di un carpentiere. 

Di gioioso temperamento, Peter fu in paese punto di riferimento; nel suo ambiente sviluppò alcune doti, come imitare le voci di animali, o quella del mimo, o nel far versacci; si aggiunga il ventriloquio. Ma era anche musicista:  padroneggiava la chitarra e la viola da gamba. Alcuni strumenti se li costruì da sé.  Annunciava con appositi manifesti le serate di intrattenimento,  a Parcines, a Merano e altrove. La sua creatività lo spingeva a escogitare migliorie e invenzioni e a metterle alla prova, per aiutare i contadini, o le casalinghe.Volò ancor più alto con la fantasia e la creatività, decidendo di por mano alla costruzione di una macchina per scrivere. Di tale macchina, inventata nel 1864, sviluppò man mano cinque modelli, due dei quali in legno con caratteri che  a punte di aghi perforavano la carta, e tre modelli in metallo per la battitura dei caratteri. Per far sviluppare la sua invenzione, presentato nel 1866 il primo modello in metallo, il 25 febbraio 1867 fu sovvenzionato con 200 fiorini dall’imperatore Francesco Giuseppe. Costruiti altri due modelli, si presentò a Vienna con il quinto modello; l’imperatore acquistò la macchina per 150 fiorini. Nel 1873, colpo di scena, la ditta americana Remington lanciò sul mercato una macchina da scrivere prodotta in metallo, corrispondente esattamente al sistema elaborato da Mitterhofer. Fu per lui un duro colpo dover vedere che i propri sforzi intellettuali non avessero prodotto il sia pur minimo successo materiale. 

Amareggiato, si ritirò nella semplicità della sua vita professionale d’origine. Morì senza eredi il 27 agosto 1893; fu sepolto nel cimitero del suo paese natale, accanto alla chiesa.

Autore: Leone Sticcotti

Il solido ritornodi Frederick Helmut Pinggera

Col suo disco di debutto, all’età di quasi sessant’anni, Frederick Helmut Pinggera, venostano di nascita ma pusterese d’adozione, si era guadagnato la palma di rivelazione dell’anno nel 2018, come ospite applauditissimo al Tom Keller Show di Rai 3 Sender Bozen e poi organizzatore di un riuscito festival per cantautori nella suggestiva Dobbiaco, per non dire degli applauditi concerti in supporto al disco. Cantautore rock a tutto tondo, con modelli del calibro di Springsteen e Zucchero, Pinggera ha creato un genere tutto suo, complice una voce unica e vincente, in cui le lingue si mescolano nell’ambito della stessa canzone, in particolare nel nuovo disco, intitolato Fred 22, in cui oltre a tedesco e inglese troviamo anche ladino e italiano, trattati con eguale competenza linguistica.

Oltretutto, con l’alternanza del tedesco all’inglese e al dialetto sudtirolese si crea, nelle liriche una sorta di gramelot che vince su tutti i fronti, quando solitamente, con un paio di eccezioni, le asperità della lingua germanica mal si adattano al rock e suoi derivati.

“In un primo momento – ci racconta Pinggera –, il disco avrebbe dovuto avere un titolo diverso, poi il grafico ha creato questa scritta scambiando per titolo un appunto che gli avevo lasciato, ed è venuto fuori con questa scritta, che suonava un po’ come l’autostrada A22. Ci è sembrato funzionasse benissimo, così l’altro titolo me lo tengo buono per la prossima volta. Le registrazioni sono state fatte da Marc Giugni, Magoman, come mi piace chiamarlo, nella sua cantina.”

Il modo di lavorare è sempre lo stesso, Pinggera porta le sue idee e le butta giù con la chitarra acustica, le canzoni vengono registrate e poi Giugni ci lavora su suonando da solo chitarre, basso, batteria e tastiere.

“I brani – ci spiega il cantautore rocker – sono come un’ossatura intorno a cui Magoman mette la carne, o più poeticamente, come dei bimbi a cui cuce addosso un cappottino. Lascio tutto a lui il lavoro di sartoria: a volte li veste con pantaloncini corti e maglia a righe, altre con il giubbotto di pelle da rocker. Poi lasciamo tutto lì un po’ per riascoltarlo a distanza e capire se suona bene. Va sempre a finire che mi affeziono a tutti i bambini e a tutti i vestiti.”

E quanto a suonare, suonano indubbiamente bene. Pinggera ha una vena creativa molto felice, sembra che per lui scrivere canzoni sia la cosa più naturale del mondo”. Giugni da parte sua dimostra un eccellente gusto musicale, molto rock quando c’è da esserlo. Il brano iniziale, Il falco, suona come un potenziale hit radiofonico, la conclusiva Fliach me hoam ha i toni della ballad da titoli di coda, le chitarre sono sempre al posto giusto, il suono dell’organo convince. Il blues di I spiel in blues firr diar ha il suono del blues più verace, lontano da essere una citazione di qualcosa di già ascoltato. Partigiano e partigiana suona come un folk rock in stile Gang e il brano in ladino Tucela por Diana, pare una delicata ninnananna impreziosita dal controcanto della cantante di madrelingua Maria Craffonara.

“Spesso le canzoni nascono di notte – ci confida Frederick –, mi sveglio di colpo con delle immagini che mi girano attorno. Prendo appunti sul cellulare per non perdere gli spunti. Al mattino poi li trascrivo, e magari nella trascrizione qualcosa muta o si perde. Dopo qualche giorno li rileggo e sento che c’è qualcosa che non è come vorrei, magari una parola che suona troppo comunemente, allora riprendo gli appunti e scopro che lì c’era la parola giusta e che nella lucidità del giorno l’avevo cambiata, perdendone l’effetto. Il brano Il falco ha avuto una genesi particolare, la prima volta che si è manifestato è successo nel 2020, quando Reinhold Giovanett mi è venuto a intervistare a casa, mi dava la sensazione di essere di passaggio, un po’ come il falco. Quando è presente, è presente, ma non vuole essere presente più di tanto. Ma c’è anche un’altra cosa cui il brano è legato, mi trovavo a Fez, in Marocco, dove ci sono i falchi che volano sui monti dell’Atlante e si dice che portino l’anima dei morti; mentre ero lì ho ricevuto una telefonata da mia mamma che voleva dirmi che era stanca, ma di non preoccuparmi, di godermi il viaggio. Il giorno dopo mi ha chiamato mio fratello per dirmi che la mamma non c’era più. La canzone parla anche di questo”.

Oltre a Pinggera e Giugni, nel disco si possono ascoltare la già citata Maria Craffonara al canto, il gardene Tommy Vinatzer e la sua pedal steel guitar, che pennella col suo suono allungato un paio di brani. Ci sarebbe anche la bella voce di Annika Borsetto in ben tre brani ma, unica nota negativa, per qualche inspiegabile ragione è rimasta sepolta nel missaggio e la si percepisce appena.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Nardo Dee: il nuovo album è “Roba Vecchia”

Il rapper bolzanino torna con un nuovo album “Roba Vecchia EP” e ci racconta un po’ di sé. Come hai intrapreso la carriera da rapper a Bolzano?  

È nato tutto un pomeriggio estivo del 2007. Ero di ritorno verso casa dopo una giornata al campetto di basket, ho visto un gruppetto di ragazzi sotto casa mia che facevano freestyle e fino ad allora non avevo mai conosciuto altri coetanei con il mio stesso interesse. Se dovessi dare una precisa collocazione temporale dell’inizio della mia carriera, quel pomeriggio estivo nel quartiere Don Bosco è stato il giorno 1 di Nardo Dee. 

Chi o cosa ti ispira a fare musica e scrivere canzoni?

Una volta in un brano ho scritto: “Il rap è musica per disagiati fatta da poeti mezzi pazzi”. Ovviamente è il mio punto di vista, però penso che saper fare liriche, sfogarsi e creare allo stesso tempo del buon rap, sia un toccasana per la mente. Nel mio percorso artistico ho trovato ispirazione ascoltando dischi di rapper come Bassi Maestro, Zampa e Ghemon.

Questo nuovo album di cosa tratta?  

È un Album in collaborazione con Dj fede, storico produttore e dj di rap italiano, composto da 4 tracce dal suono inconfondibilmente “classico”, con ritornelli e strofe, senza autotune per intenderci. Ogni canzone all’interno dell’Ep ha una sua storia e un suo preciso messaggio. Le atmosfere variano di brano in brano, così come le collaborazioni, che sono molte, ma indispensabili per confezionare un prodotto unico. 

Il titolo “Roba Vecchia EP” da cosa è nato? 

Il titolo è una provocazione, ma allo stesso tempo una meravigliosa etichetta sulla musica che produciamo. Per certi versi viviamo in un momento storico dove anche la musica è “fast-food”. Se un brano non diventa un tormentone, può durare anche solo un giorno. Gli album tendenzialmente non si fanno più, perché una volta usciti hanno una data di scadenza molto corta. “Roba Vecchia Ep” è decisamente contro corrente, essendo un disco che non è stato fatto per entrare in questa logica, ma anzi, la sua realizzazione è stata dettata solo dal piacere di fare musica come piace a noi. 

Di questo album c’è una canzone alla quale sei particolarmente legato? 

Ovviamente tutte, ma se devo sceglierne una in particolare scelgo “capo di sto gioco” perché finalmente posso dire di aver fatto una canzone con il mio rapper preferito di sempre. 

Qual è un posto dove ti piacerebbe esibirti?

Mi piacerebbe esibirmi in piazza Tribunale, dove anni fa si teneva “Playground”, il festival del rap regionale per eccellenza. Vorrei vedere un festival simile, ma nuovo allo stesso tempo; organizzato da giovani con entusiasmo. Un festival dove i locals che si esibiscono parlino solo attraverso la propria musica, il proprio talento e soprattutto che portino avanti i valori della cultura hip-hop.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

Capire le persone

Andreas Marmsoler è nato nel 1952 in una famiglia numerosa (8 figli). Da piccolo gli piacevano i lavori manuali, a 13 anni si è autocostruito il suo primo basso elettrico. Ha svolto vari mestieri ma in fondo è sempre stato soprattutto un musicista, autodidatta ed eclettico.

La cosa di me che più mi piace di me. 

La calma.

Il mio principale difetto. 

Procrastinare.

Da bambino sognavo di diventare…

Musicista o falegname.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Studiare musica.

Il mio piatto preferito. 

Canederli di ogni tipo.

Non sopporto…

L’arroganza.

Nel mio frigorifero non manca mai…

La Weizen.

Se fossi un animale sarei…

Un delfino.

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Finii di costruire chitarre a amplificatori.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Ancora qui a suonare.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Litigando con un collega musicista.

La prima cosa che faccio al mattino.

Colazione.

Il superpotere che vorrei avere.

Capire le persone.

Il mio sogno ricorrente. 

Volare.

La mia occupazione preferita. 

Dormire e suonare.

Il mio ultimo acquisto.

Un ukulele che non ho mai suonato.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo? 

Le persone, l’ambiente, il clima.

Amo il mio lavoro perché…

Sono in pensione.

L’errore che non rifarei.

L’elenco sarebbe lungo.

La persona che ammiro di più.

Mia madre.

L’ultima volta che ho pianto. 

In occasione di un lutto.

Il mio motto. 

Rispetto, calma e fiducia.

La massima stravaganza della mia vita.

Suonare con i capelli rasati, occhiali neri e guanti bianchi.

L’oggetto a cui sono più legato. 

I miei strumenti.

Del mio aspetto non mi piace…

La pancia, sta crescendo.

La mia maggiore paura. 

Niente paura.

Il mio colore preferito. 

Il blu marino.

Un impresario americano a Merano

L’impresario teatrale statunitense che aveva fatto calcare i palcoscenici americani a molti importanti attori italiani, approdò con moglie e figlia, come turista di cura, in riva al Passirio nel giugno del 1925 per non andarsene mai più. Nel 1932 commissionò la propria villa che finì per essere un fulgido esempio di architettura moderna. 

Josef Mandelkern era nato il 17 gennaio 1863 a Bialjstock in Podlachia, una regione della Polonia orientale, figlio di Jsrael e di Francesca Delugatz, ed era coniugato con Teresa Jung dalla quale aveva avuto una figlia, Tea che, come spesso accadeva nelle famiglie ebree statunitensi, aveva mantenuto i cognomi di entrambi i genitori: Jung – Mandelkern. Josef Mandelkern era assai conosciuto come impresario dell’attrice Eleonora Duse che – come è noto – era morta proprio durante la tournée statunitense, a Pittsburgh, nell’aprile del 1924. L’anno seguente Mandelkern era giunto a Merano con la sua famiglia e quello che sarebbe dovuto essere solo un soggiorno si trasformò in una residenza stabile ma purtroppo, come vedremo, anche una trappola. 

Fin da subito l’impresario si era inserito a pieno titolo nella società cittadina partecipando a raccolte fondi per le famiglie più disagiate, iscrivendosi all’Associazione Protezione Animali – creata in città da Nahida Ruth Lazarus – diventando, col passare degli anni, noto ai giornalisti che spesso scrivevano di lui o gli chiedevano un’opinione oppure lo menzionavano in articoli di costume definendolo sempre “uno dei nostri più vecchi ospiti di cura residenti”, oppure “Il signor Mandelker è un vero self-made-man e un globetrotter, ha girato proprio tutto il mondo e conosciuto gli angoli della terra più belli ma ha scelto Merano – la perla – come dimora”. 

Decisi infatti a restare, i coniugi Mandelkern commissionarono all’architetto Franz Lottersberger quella che sarebbe divenuta la loro villa: Villa Dux / Duse. La costruzione appartiene a quel filone stilistico del Razionalismo tedesco che ebbe sviluppo in Germania con espressioni diverse quali “Deutscher Werkbund”, “Bauhaus”, ma tutte riconducibili al “Movimento Moderno” che aveva fatto della purezza delle linee, delle forme cubiche elementari e della mancanza di ornamenti il nuovo linguaggio rivoluzionario dell’architettura. 

A partire dall’estate del 1938 le cose però precipitarono e il 22 agosto del 1938 Josef Mandelkern fu aggiunto all’elenco degli “Appartenenti alla razza ebraica” di Merano. Il documento lo classifica come “residente stabile”. In quanto cittadino americano, il rimpatrio negli Stati Uniti non avrebbe dovuto costituire una difficoltà eppure Josef rimase, e il 7 dicembre 1939 alle ore 14.30 morì nella sua residenza di via Maia, all’età di 76 anni per “paralisi del cuore”. 

Fu sepolto nel cimitero ebraico di Merano. L’Alpenzeitung che aveva seguito molto spesso la sua vita meranese annunciò la sua morte nonostante le Leggi razziali lo vietassero: “A Maia Bassa è morto Mandelkern il noto impresario americano che era in contatto con i più grandi attori italiani”. La villa fu messa all’asta il 31 ottobre del 1941.

Autrice: Rosanna Pruccoli

“L’Algido” di scena al teatro delle Muse

Hanno trascorso una settimana assieme lavorando ad una produzione teatrale. Ma l’esperienza che li ha uniti, seppur iper così poco tempo, li ha portati a intraprendere un nuovo progetto artistico dal titolo “L’Algido”, che verrà portato in scena sabato 17 Giugno alle ore 20.30 al Teatro delle Muse di Pineta di Laives. Protagonisti della pièce, i membri del neonato gruppo artistico BoNa, che gravita attorno all’estro letterario di Gennaro Carrano.

La storia è affascinante, e non solo quella che verrà narrata sul palcoscenico del Teatro delle Muse; è la storia di un gruppetto di persone, chi più chi meno abituato a calcare il palco, che si ritrova per caso e si lascia trasportare da quelle affinità elettive che li porterà a creare qualcosa assieme, qualcosa di grande, qualcosa di artistico. E così nel giro di un annetto, questo gruppo di amici riesce a trovare le forze e la capacità di organizzare uno spettacolo e guardare addirittura subito al futuro, con un’altra rappresentazione che verrà portata in scena in ottobre.

Gennaro Carrano, come è nato questo sodalizio?

Un anno fa ho partecipato ad un laboratorio teatrale durato il tempo di una settimana, al quale aveva partecipato una decina di persone; ma in quel poco tempo siamo riusciti a stare così bene assieme che abbiamo deciso da subito di andare avanti, creare una compagnia teatrale nostra. Ed è così che è nato il gruppo artistico “BoNa”. Siamo un gruppo di amici che cerca di creare arte per sé stessi e per il prossimo. Facciamo tutto da soli e ci autofinanziamo pure. Infatti al teatro di San Giacomo l’entrata è libera, ma è benvenuto chiunque voglia lasciare un’offerta per sostenerci. 

“BoNa”: è una sigla?

Esattamente: sta per Bolzano incontra Napoli, ed è un po’ come una strada che collega Bolzano – che mi ha adottato – e Napoli, la mia città natale. Si tratta di un collegamento che non deve eliminare le differenze culturali ma anzi sottolinearle, nel bene e nel male, affinché le unicità e le diversità siano punti di forza per stringere uno stretto legame che possa portare a creare qualcosa di speciale, umanamente e artisticamente.

Lo spettacolo si intitola “L’Algido”. A cosa si riferisce, qual è la sua trama?

È un dramma che ho voluto scrivere pensando ad ognuno degli attori singolarmente, alle loro specificità, ai loro movimenti, a quel personaggio che si cela dietro la loro identità di persona. Parla di arte, di artisti, che non son altro che ladri mossi dall’ambizione della vita eterna e che cercano un senso e scopo per la loro esistenza, appropriandosi delle vite altrui pur di creare le proprie opere. Parla della storia di uno di essi che sta per terminare il suo viaggio su questa terra, e la Morte viene a reclamare la sua anima. Mossa a compassione però la Morte gli dà tempo fino al tramonto per dipingere il suo ultimo quadro. Proprio in questo momento la fiamma dell’Ispirazione, indispettita con l’artista per il suo impossessarsi e sventolare ai quattro venti la vita, l’anima, e l’intimità degli uomini, si vendica sigillandogli l’estro. E cos’è un artista senza ispirazione? Semplicemente Algido.

Come crede si evolverà questa amicizia? Avete già pensato a qualcosa, per il futuro?

Certo, anzi: abbiamo già due date: sabato 7 ottobre ci sarà la premiere di un altro mio pezzo, “Francesco”, al teatro di Gries, e lo stesso spettacolo verrà poi proposto in replica al Teatro Cristallo di Bolzano. È con questo spettacolo che ho vinto il festival “Futura”, riservato agli autori emergenti della provincia di Bolzano. Vi avevo partecipato quasi per gioco, presentandola mia opera  pochi giorni prima della scadenza del bando. 
Narra la storia del piccolo Francesco, appunto, nato in una famiglia come tante, impegnata ad affrontare le difficoltà quotidiane in un mondo che sembra quasi perfetto: il papà Salvo, bottegaio, innamorato della mamma Annarella, che si occupa della casa e del figlio. Ostacoli e debiti trasformano però la vita di questa famiglia felice portando dolore, bugie ed una solitudine da cui Francesco resta indelebilmente segnato.

I nomi dei personaggi emanano atmosfere partenopee..

Effettivamente la prima stesura era in dialetto napoletano, poi ho voluto stravolgere il tutto, adattandolo, anche in questo caso alle personalità degli attori, che provengono tutti da zona diverse. Così ci saranno due  napoletani, un avellinese, una lucana una trentina ed un veneto. È anche questo che è piaciuto alla giuria del festival, ed è così, con questo melting pot  di dialetti italiani che saliremo sul palco.

Autore: Luca Masiello

La voglia di leggere non si ferma in estate

In spiaggia sotto l’ombrellone o all’ombra di un albero in montagna o, ancora, per allietare le calde ore estive di chi resterà in città. Sarà in ogni caso un’estate all’insegna della lettura quella dei frequentatori della Bibliothek Branzoll, la biblioteca in lingua tedesca del paese, che il prossimo ottobre festeggerà il suo 25esimo anniversario sotto la guida della presidente Margot Pizzini. E proprio la presidente si è riunita pochi giorni fa con le volontarie della biblioteca, per discutere le attività dei prossimi mesi.

Due sono le iniziative che verranno proposte per tutta l’estate, la prima unicamente in lingua tedesca rivolta ai bambini delle primarie e l’altra – a livello provinciale e bilingue – rivolta a ragazzi e adulti a partire dagli 11 anni. Sebbene in lingua tedesca, l’iniziativa per i bambini delle primarie “Mit 3 bist du dabei!” è sicuramente interessante anche per i bambini di madrelingua italiana o straniera – sottolinea Adele Daum, da 2 anni volontaria molto attiva della biblioteca – per stimolare alla lettura in seconda lingua, sia con titoli suggeriti dagli insegnanti di L2 sia con la scelta di letture libere. Questa iniziativa, che consiste nel prendere in prestito almeno 3 libri durante l’estate, è promossa da tutte le biblioteche di lingua tedesca della Bassa Atesina e ha luogo dal 1 giugno fino al 31 agosto. I prestiti verranno segnati su un segnalibro e a settembre, dimostrato il numero minimo di 3, i bambini riceveranno una piccola sorpresa.

L’iniziativa rivolta invece ai più grandi e agli adulti, “Liesmich-Leggimi 2023”, promossa dalle Ripartizioni Cultura italiana e tedesca, è volta a creare una rete che stimoli la lettura: 80 in totale – 40 in lingua tedesca e 40 in lingua italiana – sono i titoli tra cui lettrici e lettori potranno scegliere, per poi rispondere a un quiz o lasciare un commento online sulla propria esperienza di lettura. Il culmine dell’iniziativa sarà in ottobre, con il sorteggio di ben 200 vincitori. 

L’iniziativa, attiva dal 1 maggio al 30 settembre, è supportata naturalmente anche dalle biblioteche in lingua italiana, dalla Vivaldi quindi per quanto riguarda Bronzolo. 

Non bisogna mai smettere di leggere, per questo è importante continuare a avviare attività di promozione della lettura, sostiene Adele che, da mamma di due bambini in età scolare oltre che volontaria della biblioteca e grande appassionata di lettura, è molto sensibile al tema. In questo senso, il gruppo di 10 volontarie della Bibliothek Branzoll, tutto al femminile, è molto attivo sui social, in particolare Facebook e Instagram. Non solo promuovendo le iniziative proposte dalla biblioteca, ma mostrando anche il “dietro le quinte“ di questa preziosa attività di volontariato. I post e le interazioni sui social mirano tra il resto ad avvicinare anche la popolazione più giovane, spesso la più restia alla lettura.

Nessuna scusa quindi, quest’estate, per non infilare un bel libro in valigia!

Autrice: Raffaella Trimarchi

“Strapaes”: una compagnia giovane

Il viaggio nel mondo delle compagnie teatrali amatoriali della Bassa Atesina sta quasi volgendo al termine, ma non senza fare prima una tappa al teatro di San Giacomo per conoscere la filodrammatica “Strapaes”. Si tratta di una compagnia di recente fondazione, avvenuta ufficialmente nel 2000, dopo la scelta di separare, per varie motivazioni, l’attività sul palcoscenico dalle numerose e diverse proposte del Circolo Culturale San Giacomo. 

“All’inizio, del nuovo gruppo che si era formato, recitavano soprattutto i membri del direttivo, presieduto per molti anni da Enzo Martinelli” racconta Linda Franceschini, attuale presidente della compagnia teatrale amatoriale. Personaggio piuttosto conosciuto nella San Giacomo, l’attuale alta incaricata descrive Martinelli come una persona di poche parole, ma molto pratica. “Diciamo che ha lavorato piuttosto bene nel promuovere la nostra filodrammatica”.

Presidente Linda Franceschini, voi recitate in italiano o in dialetto? 

A dire il vero in entrambe. Le commedie le recitiamo sempre solo in dialetto, mentre quando portiamo in scena dei musical li facciamo in italiano. Anche perché i musical ci hanno permesso di raccogliere molte persone nuove che non sanno bene il dialetto. All’interno della nostra compagnia, come credo anche in altre, si tende all’adattamento per correre incontro alle esigenze dei vari attori, facendoli sentire a proprio agio.

Quale la commedia più bella? 

È difficile definire la “più bella commedia”, perché credo che la scelta sia sempre molto personale. La commedia più recitata è senza dubbio “D…come donna, danno, divorzio”, 43 repliche dal 2005 al 2007, un grande successo, oltre che per gli attori storici della compagnia, anche per l’impegno organizzativo del presidente storico Enzo Martinelli. 
Mentre la piece più emozionante per la gran parte della compagnia è sicuramente “Storia di un uomo”, che prevedeva un mix tra “Mistero buffo” di Dario Fo e “La buona novella” di Fabrizio De André, con canzoni cantate e suonate dal vivo. È stato un gran traguardo unire così tante persone e proporre un lavoro così complesso. Ed è stato sicuramente un valore aggiunto avere musicisti dal vivo sul palco.

Avete ottenuto qualche riconoscimento in questi anni? 

Ci siamo classificati come secondi alla diciannovesima rassegna “Isidoro Trentin” di Povo (2006 / 2007) con “D…come donna, danno, divorzio”. Prima ancora, nel 2001 abbiamo ottenuto il secondo posto come gradimento del pubblico al “Teatro in castello”, svolto al Castel Mareccio di Bolzano, con “Sartor da dona”.

In apertura si accennava a nuovi arrivi: Quanti siete? 

Al momento, oltre i 34 soci, abbiamo una decina di volontari in più per l’allestimento della ripresa di “Forza venite gente”. In più abbiamo altri volontari che occasionalmente si prestano per sostituzioni, supporto tecnico luci / audio e trucco.

State lavorando a qualcosa di nuovo? 

Abbiamo molto in cantiere: oltre il riportare in vita il musical “Forza venite gente”, abbiamo una nuova commedia dialettale e un altro musical scritto dalla nostra regista.

Autore: Daniele Bebber

Le “arimannie”: obolo per il vescovo

Nel 1004 venne costituito il Principato vescovile di Trento. L’imperatore Enrico II di Baviera donò al vescovo di Trento Udalrico I il comitatus trentino, corrispondente più o meno all’attuale provincia di Trento e parte della Bassa Atesina e dell’Oltradige. Il sovrano volle in tal modo ricompensare il fedele alleato per l’aiuto nel conflitto contro il re d’Italia Arduino di Ivrea. Insieme a quello di Trento, anche il vescovo di Bressanone soccorse l’imperatore.

Scrisse a tal proposito l’arcidiacono della basilica di Trento Joseph Kögl: “Il 9 aprile 1004 l’imperatore Enrico II il Santo (…) sostava a Trento, e, validamente appoggiato dal Vescovo di Trento e da quelli dei dintorni (Bressanone), trovava modo di aggirare Arduino d’Ivrea, che gli aveva ostruito la strada imperiale lungo l’Adige verso Verona”.

Qualche anno dopo, nel 1027, la donazione fu in certo qual modo ripetuta o forse formalizzata: il 31 maggio e il 1. giugno, infatti, l’imperatore Corrado II donò alla chiesa di Trento le contee di Venosta e di Bolzano, oltre a quella di Trento. Il territorio, assegnato “in proprium jus et dominium” rimaneva tuttavia saldamente incorporato nel Sacro Romano Impero e il vescovo continuava a dipendere dall’imperatore. Aveva l’obbligo, oltre a quello di amministrare la giustizia e di incamerare le tasse, di assistere militarmente l’imperatore quando se ne ravvisasse il bisogno. In particolare, era responsabile della sicurezza dell’importante strada di collegamento tra Roma e la Germania nel tratto di sua competenza.

Proprio in quel periodo e nei secoli successivi, nei documenti notarili e ecclesiastici compare spesso il termine “arimannia”, a volte anche modificato in “Rimanien” o “Romanien”. Sappiamo che gli arimanni (da Heermannen) erano guerrieri longobardi (nobili o liberi contadini) a cui tradizionalmente venivano assegnati dei terreni da coltivare sottratti ai vecchi proprietari romani in cambio della salvaguardia del territorio, in particolare lungo le linee di confine. Questi arimanni si riunivano in arimannie, comunità autogestite attorno ad un castello. Anche il territorio trentino, con la Bassa Atesina e la Val di Fiemme da un lato, l’Oltradige e la Val di Non dall’altro erano presidiati da arimannie. Se ne conoscono, per quanto riguarda la Bassa Atesina, a Ora e a Montagna, mentre in Val di Fiemme sono note quelle di Castello e di Trodena. 

Proprio gli abitanti di Trodena, che facevano parte della comunità generale di Fiemme (che arrivava proprio dalla “clussa de Trodena fino al pons de la Costa” presso Moena) nel 1111 sottoscrissero un contratto con il Vescovo di Trento Gebardo (1106-1120) che li esonerava dal pagamento di tutti i dazi e le tasse in cambio di 24 arimannie. In quel periodo, i Longobardi erano spariti dalla scena da secoli ma, stranamente, i tributi dovuti dalla popolazione al Vescovo venivano ancora calcolati in vecchie arimannie. Ciò ci dimostra quanto fossero forti e radicate la tradizioni longobarde in questo territorio di confine. Cos’erano, dunque, le arimannie di Trodena? Ovviamente non più truppe di guerrieri a cavallo che sorvegliavano il territorio del Vescovo trentino ma il controvalore in denaro o i beni necessari per armare e mantenere un arimanno in tempo di guerra. E che questo arimanno fosse in realtà anche un cavaliere è dimostrarlo dalla presenza del termine “fodrum”, la biava per il cavallo. Dunque, gli abitanti di Trodena – che faceva parte della comunità di Castello-Carano-Trodena) si obbligarono a versare nelle casse del Vescovo il corrispondente di 24 arimannie in cambio dell’esenzione da dazi e tasse. Presumibilmente, dato il numero esiguo di abitanti, le arimannie a carico della sola Trodena non superavano le dieci unità. Chi era tenuto a contribuire all’obolo da versare al Vescovo e come era composto? Per quanto riguarda Trodena, erano i proprietari dei masi i titolari dell’imposta, mentre alcune case come quella parrocchiale o le prime ville dei ricchi villeggianti di Egna erano esentati dal pagamento. In un documento del XIV secolo risulta che le arimannie di Trodena erano da versare il giorno di S. Martino e precisamente 6 starioli di orzo e segale, 6 starioli di frumento, 10 Berner (monete) e in maggio ulteriori 10 Berner. In totale, erano probabilmente una cinquantina gli edifici di Trodena, Carano e Castello obbligati al versamento delle arimannie. Per tale motivo venivano anche chiamate – come nella vicina Cavalese – case romane.

Dopo il XIV secolo, le arimannie andarono lentamente scomparendo e al loro posto per il calcolo delle imposte venne introdotto il concetto di focolare, che rimarrà in vigore fino alla fine del principato vescovile di Trento nel 1802.

Autore: Reinhard Christanell