Delladio e Rossetto: è solo rock’n’roll ma continua a piacerci

Marco Delladio e Matteo Rossetto recentemente hanno dato alle stampe un EP solido di puro rock venato di blues, il cui titolo è Underwater Blues.

Per molti il rock’n’roll (in senso lato) è un genere musicale alla frutta, senza nulla da dire; basti pensare che Sting già nel 1990 o giù di lì lo aveva dichiarato definitivamente morto. Il DJ trentino Agostino Carollo, nello stesso periodo andava predicando che il nuovo rock era diventato la techno. Sono trascorsi trent’anni, eppure il rock’n’roll non accenna a spirare. Altre correnti musicali hanno smesso di esistere e – se non sono proprio morte – sono senz’altro cadute nel dimenticatoio, perdendo smalto e credibilità. Il rock’n’roll no, perché per lì è una questione di spirito; finché ci saranno ragazzi che avranno voglia di imbracciare una chitarra elettrica e rullare sui tamburi, il rock continuerà ad esserci. Chiaramente mancherà lo spirito di ribellione che era stato alla base della sua nascita, ma quello probabilmente si era affievolito già quando Elvis Presley finì sotto le sgrinfie del pessimo colonnello Parker, firmando il contratto con la major RCA.

Due che se ne infischiano totalmente delle dichiarazioni sulla presunta morte del rock’n’roll sono sicuramente Marco Delladio e Matteo Rossetto, distanti anagraficamente circa una generazione, ma vicini nella scelta della musica da suonare. Devoto al verbo rock il primo, fin da quando coi fratelli e altri tre amici aveva dato vita a una cover band dei Rolling Stones, rivelatosi poi talentuoso autore di canzoni pop-rock in anni recenti, più vicino alle sonorità del rock sudista il secondo. I due hanno dato alle stampe nelle scorse settimane un EP solido di puro rock venato di blues. Il sodalizio tra Rossetto e Delladio è di lunga data, Matteo aveva suonato nei due dischi solisti di Marco, fungendo anche da direttore artistico, ora per la prima volta Rossetto diventa primattore o quantomeno appare in copertina alla pari dell’amico e socio. “Non è stato semplice – ci racconta Marco Delladio –, Matteo ha sempre preferito fare il comprimario ed ho dovuto faticare per convincerlo a entrare in prima persona nella nuova denominazione. Ora siamo la Delladio & Rossetto Band, a tutti gli effetti. Lui preferiva stare in secondo piano, così gli ho detto che ero stufo di essere solo io a figurare in cartellone o sulle copertine. È un musicista conosciuto ed apprezzato, era giusto che avesse il meritato riconoscimento: il fatto di stare sempre nelle retrovie era un po’ un autogol. Poi lui è determinante nella fase di arrangiamento delle canzoni. Prendi questo disco, è composto di cinque brani, tre dei quali erano già apparsi nei miei due dischi da solo, ma la veste è cambiata, il blues ha preso il posto del pop-rock originale, il suono si è fatto più americano, e di questo va reso merito a Matteo”.

Ed effettivamente, ascoltando Underwater Blues – questo il titolo dell’EP – la cosa si avverte pienamente. Il brano più riconoscibile è Take Me To The Station, nonostante il ritmo più rallentato: probabilmente i Rolling Stones venderebbero nuovamente l’anima al diavolo per avere un riff ed una canzone così. In altre parti del disco, come l’iniziale You Are Clearly Not A Saint e soprattutto l’unico inedito del disco, We Left Our Troubles Behind, il rock-blues assume caratteristiche degne della miglior scuola sudista. L’unica cover del disco è un brano tradizionale mutuato, guarda caso, dalla versione che ne facevano i Rolling Stones ad inizio carriera. “Per registralo ci siamo recati in uno studio veronese – prosegue Delladio – la band doveva essere quella con cui suoniamo dal vivo, Andreas Marmsoler al basso e Federico Groff alla batteria. Il giorno prima però Andreas ha avuto un imprevisto e, con lo studio prenotato non potevamo permetterci di annullare tutto, così per l’occasione gli è subentrato Flavio Zanon, che ha fatto un ottimo lavoro. Quello che ci interessava era fare un disco live, in studio certo, ma suonato come fosse dal vivo. Avevamo prenotato solo due giornate, e la mattinata della prima è andata via solo per sistemare gli strumenti e fare i suoni, poi abbiamo registrato i cinque brani uno dopo l’altro. Il secondo giorno io ho sovrainciso le parti vocali e Matteo quelle di chitarra solista. Ti assicuro che per fare cinque brani con questa tempistica bisogna davvero pedalare. Doveva essere quasi sempre buona la prima take. E il risultato è quello che alla fine volevamo, una cosa immediata, diretta, senza fronzoli”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Vinzishower, un nuovo servizio per i bisognosi del capoluogo

In Via Cappuccini 6, di fronte all’ingresso della chiesa dei Cappuccini, c’è una vetrina che segnala, al proprio interno, una nuova attività: il VinziShower, un servizio di igiene e di lavaggio indumenti a cura della San Vincenzo. L’associazione, da noi contattata, ci ha messi in contatto con la dott.ssa Viviana Versace.

“Mi presento, sono un medico neurologo, lavoro al reparto di neuro riabilitazione dell’ospedale di Vipiteno. Premetto che parlo a nome della San Vincenzo pur non essendo un membro attivo e regolare. Vivo in Alto Adige da nove anni e da quasi uno mi sono trasferita a Bolzano. Ho conosciuto il direttore della San Vincenzo, Josef Haspinger quasi per caso e lui mi ha proposto di collaborare alla creazione di un punto di igiene nel centro storico, che avrebbe offerto un servizio di docce e lavatrici nel quale, ci sarebbe stato anche un ambulatorio medico di prima assistenza.”

Cos’è la San Vincenzo?

Parliamo di una comunità presente in 153 paesi del mondo, con centinaia di migliaia di volontari che collaborano a un progetto di assistenza ai bisognosi sullo spirito del loro fondatore che è San Vincenzo de Paoli, un sacerdote vissuto nel Cinquecento che aveva insegnato a tutti i suoi discepoli ad aiutare le persone in qualsiasi situazione di difficoltà, di emergenza, di bisogno in cui si trovassero. Della San Vincenzo mi piace che è una associazione molto ben organizzata con dei membri fissi, qui in Alto Adige prevalentemente di lingua tedesca, che aiuta le persone lì dove c’è bisogno.
Nasce in questa ottica anche il VinziShower, il nuovo centro di igiene, che sorge nel centro storico, dove è molto più facile che, per esempio, una persona con background migratorio si trovi a passare o a stazionare per molti motivi. 
Il servizio fa parte di una rete di altre iniziative che sono note alla popolazione, come VinziMarkt o VinziKleider, che sono il supermercato solidale e il banco dei vestiti usati, in Via Andreas Hofer. Un altro servizio è quello delle colazioni, che viene offerto nel chiostro dei Cappuccini. I bolzanini ricorderanno anche il Vinzibus, un camper che offriva dei pasti caldi a mezzogiorno.

In cosa consiste il VinziShower?

Si tratta di uno spazio ristrutturato di circa 200 metri quadrati al piano terra di via Cappuccini: c’è una zona di ingresso con una reception, un percorso con degli armadietti dove lasciare i propri vestiti in cui è presente una lavasciuga, due bagni con docce, di cui una per disabili. 
Al VinziShower chiunque viene accolto, indipendentemente dal proprio status sociale o giuridico; non avrà bisogno di giustificare la propria necessità di usare delle docce, né entrare nel merito della propria situazione economica e nemmeno di dare delle generalità. Si può stare fino a 30 minuti per fare una doccia con calma e cambiarsi. Quindi c’è proprio il senso di dare dignità a una persona che ha bisogno di lavarsi e di cambiarsi, che è un bisogno primario di tutti.

Qual è il suo ruolo in tutto questo?

Come accennavo, il progetto prevede anche l’istituzione di un punto di prima assistenza medica. È una idea venuta al dottor Oswald Mayr, che è stato direttore sanitario dell’Azienda Sanitaria per molti anni. Il mio ruolo è stato quello di aiutare a creare una rete di sanitari, anche grazie all’uso dei social media. In relativamente poco tempo abbiamo avuto l’adesione di circa 15 infermieri e altri cinque medici e proprio in questi giorni stiamo allestendo la stanza che all’interno del centro di igiene sarà deputata all’assistenza sanitaria.  Speriamo di poter partire con almeno 1 o 2 pomeriggi al mese. L’idea è quella di offrire un primo approccio a un problema di salute che chiaramente non dovrà essere né grave né acuto. Per quello c’è l’ambulatorio STP, ovvero per stranieri temporaneamente presenti all’interno dell’ospedale.

VinziShower è in Via Cappuccini 6 a Bolzano, tel. 377 3860058.

Chi desideri collaborare come volontario o sostenere l’iniziativa, può scrivere a info@vinzenzgemeinschaft.it 

Autore: Till Antonio Mola

20 bolzaninɜ in Ungheria: che musica!

Giulia Basciu — cantante e trombettista, Alice Bonsignori — bassista, Benno Castellan — chitarrista ed Elia Benedetto — sassofonista, quattro musicistɜ della Nameless Band della scuola di musica Vivaldi, ci raccontano la loro preparazione e le loro aspettative per il “MusiColours European Youth Music Festival” che si svolgerà dal 27 al 31 maggio 2023 in Ungheria.

Come vi state preparando in vista del “MusiColours European Youth Music Festival”?

Facciamo spesso concerti e avendo sempre lo stesso repertorio, stiamo utilizzando questi come preparazione e rodaggio in vista del Festival. Il repertorio sarà il solito, ma abbiamo effettuato una scelta più ristretta di brani così da poterli perfezionare. Proviamo una volta a settimana, ma ognuno di noi lavora anche singolarmente. Una novità è il lavoro sulla presenza scenica visto che suoneremo davanti a un grande pubblico internazionale.

Come vi sentite?

Per noi è stata una sorpresa e l’emozione è stata ed è grande. Fa un po’ paura mettersi in gioco davanti a così tante persone diverse, è un’opportunità non da poco, sarà un’avventura. Non vediamo l’ora di poterci confrontare con altrɜ musicistɜ proventientɜ da tutta Europa e di conoscere culture e punti di vista differenti.

I pezzi che porterete sono inediti?

No, sono delle cover riarrangate e adattate dai nostri insegnanti per gli strumenti della nostra band e le tempistiche dell’evento.

È la prima partecipazione a un evento internazionale?

Per la prima volta cci esibiremo in un altro paese davanti a un pubblico internazionale; siamo stati fuori Bolzano ma così lontano non siamo mai andati. Abbiamo già suonato davanti a un grande pubblico, ma non di questo tipo e in questo genere di eventi. Siamo molto emozionati.

Quali sono le vostre aspettative?

Abbiamo delle aspettative molto alte, avremo la possibilità di incontrare molte persone competenti con provenienze disparate. In più siamo un gruppo molto unito, ci capiamo e ci divertiamo moltissimo insieme e per questo crediamo che sarà un’esperienza bellissima.

Avete dei consigli per altrɜ giovanɜ musicistɜ come voi?

Consigliamo di non tirarsi indietro nel momento in cui si presenta un’opportunità simile alla nostra: non ricapita spesso, noi siamo dei ragazzi dei primi anni delle superiori e siamo consapevoli che la possibilità di poter partecipare a questo tipo di eventi è qualcosa di grande e di formativo. È un’esperienza unica, ma ciò non toglie che sarà l’essere lì con il nostro gruppo a renderla ancora più speciale. La musica d’insieme è diversa rispetto al suonare da soli, ti riempie. Se sei unɜ musicistɜ e suoni da solɜ e trovi unɜ amicɜ con cui suonare, non per vincere un grammy, ma per divertirti, è davvero bellissimo. Perché alla fine la musica è questo: stare insieme e stare bene.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Il ring dove la diversità è di casa

Una palestra in cui tutti possono esprimersi con i guantoni. Un esempio di integrazione e impegno nel sociale, senza trascurare i risultati sportivi. Nello spirito più nobile del pugilato. 

A Bolzano, Franco Nicotera è sinonimo di boxe. Una vita spesa tra guantoni, ring e medaglie, in Italia e all’estero, Nicotera nella nostra città è una figura di riferimento per tanti ragazzi che scelgono di percorrere un sentiero ripido e faticoso come quello che porta all’agonismo. Per loro, Franco è semplicemente il “maestro”. Questo appellativo risuona non appena si accede alla palestra; marca il rispetto dei più giovani verso chi insegna i segreti di un’arte di combattimento antica come il pugilato ma simboleggia anche la profondità di un rapporto costruito sulla fiducia e sulla dedizione. Per alcuni di loro, l’allenatore è come un secondo padre. “A volte è successo in passato che alcuni miei atleti vivessero situazioni familiari complicate”, racconta l’istruttore, “sono stato chiamato anche nel corso della notte per sedare liti che rischiavano di degenerare. È impegnativo, a volte può anche essere logorante, ma io do il 100% di me stesso e anche gli atleti devono fare lo stesso, senza sconti”.  

Lo sa bene Youssef Al Mourchid. 23 anni, Youssef, italo-marocchino, è uno dei pugili più promettenti della palestra, tra i primi quattro in Italia per la sua categoria (57 Elite). Prima di diventare un atleta e uno studente-lavoratore modello, Youssef ha passato momenti duri, in cui la sua vita poteva deragliare definitivamente e portarlo su una cattiva strada. È stato grazie all’accordo che Boxe Nicotera ha stretto con il Forum Prevenzione che Youssef ha messo i piedi per la prima volta nella palestra al Palamazzali, a quasi 18 anni. Lì ha imparato che, per affermarsi e guadagnare la stima degli altri, bisogna lavorare sodo e comportarsi onestamente. “Non è stato facile, i primi tempi ci sono stati scontri, poi grazie anche alla costanza e alla concentrazione che si imparano in palestra, Youssef è maturato”, ricorda Nicotera. Adesso il ragazzo lavora per Aias, l’associazione di sostegno alle persone diversamente abili, come educatore e impiegato amministrativo, e sta prendendo il diploma da ragioniere alle scuole serali. “Ma il sogno è quello di esordire da professionista. Ce la sto mettendo tutta perché la boxe mi ha cambiato la vita, tenendomi lontano dai guai”, ammette il ragazzo. “Con Streetwork e Forum Prevenzione abbiamo raggiunto un accordo: loro ci segnalano casi di ragazzi con comportamenti problematici che potrebbero trarre vantaggio dagli allenamenti di boxe. Noi li accogliamo e ne seguiamo lo sviluppo come atleti e come persone. Spesso funziona”, sottolinea Paolo Nicotera, fratello di Franco e insostituibile macchina organizzativa della società.  

Anche con l’Aias c’è un sodalizio ormai consolidato perché handicap e pugilato sono mondi che possono comunicare. Attualmente quattro atleti diversamente abili, di età compresa tra i 25 e i 45 anni, si esercitano una volta a settimana con Franco nella Special Boxe. “Contiamo di allargare la partecipazione anche ad altri ragazzi e ragazze seguite da Aias”, afferma l’allenatore che è coadiuvato da validi collaboratori come Alessandro Mazzoni, Paolo Grigis e Mazhar Abbasi. Loro introducono gli iscritti sia alla pratica agonistica che a chi desidera praticare a livello amatoriale, sperimentando con la Gym Boxe e la Boxe Competition, forme di pugilato in cui sono esclusi i contatti.  

Nicotera è uno sportivo che ha raggiunto risultati importanti, sia come atleta che come allenatore. La palestra attualmente è al 47° posto su 850 in Italia, un risultato di eccellenza se si pensa alla posizione periferica di Bolzano rispetto ai centri che contano. Ma il sogno è portare la boxe nelle scuole e far capire che la pratica di questo sport ha poco a che fare con la violenza e molto con il rispetto delle regole e degli avversari. Per questo, la palestra si mette in mostra grazie ad eventi pubblici. Il prossimo sarà il 20 maggio a Laives, Zona Galizia, alla festa dell’Aias. In programma, un’esibizione degli atleti più giovani e 12 incontri di boxe. La partecipazione, ovviamente, sarà aperta a tutti. 

Autore: Nilo Ruggeri

Testimonial

Ötzi è stato scelto per promuovere l’Alto Adige attraverso la campagna “Südtirol – Open to meraviglia”. Come influencer, Ötzi rappresenta la natura selvaggia e incontaminata della provincia, nonché la sua storia antica e affascinante. È stato rappresentato a torso nudo su una bicicletta tra le Dolomiti, con un fisico tutto da invidiare, nonostante i suoi 5000 anni. “La campagna è già un successo!” ha dichiarato Josef Selfier.  “Ho sempre pensato che Ötzi fosse un influencer: sicuramente avrebbe apprezzato la vita da nomade digitale! Stiamo già pensando ad una seconda versione, con Andreas Hofer che fa surf al lago di Caldaro”.

Autore: Roberto Tubaro

La grande passione di Daniel per lo spazio

Il premio Eureka ha lo scopo di stimolare le passioni delle ragazze e dei ragazzi che sono attratti dalla scienza. Per anni l’Ufficio Politiche Giovanili della Provincia ha lavorato molto sul tema delle passioni culturali e artistiche, ma da qualche anno si sono volute far emergere anche le passioni scientifiche, sempre più importanti e centrali nel mondo moderno. L’obiettivo è semplice: portarle allo stesso piano di visibilità pubblica. Smontando lo stereotipo dello scienziato gobbo in cantina. Non è così! Sono davvero tanti i bambini e anche i genitori che si gettano a capofitto e con entusiasmo in questo mondo. D’altronde se può essere vero che le generazioni più “anziane“ possono vedere le novità tecnologiche come cose “strane”, questo non vale assolutamente per i giovanissimi che ci crescono insieme e dentro, tutti i giorni. L’idea di Eureka è allora quella di tessere una rete per intercettare queste passioni, focalizzando le “buone pratiche” sul territorio in questo ambito. Ed esemplare in questo senso è la storia di Daniel, dodicenne di Laives.

Ciao Daniel! Perché per te è più interessante la scienza piuttosto che guardare un cartone o giocare a qualcos’altro?

la scienza è senz’altro molto più divertente! Leggere un libro su un argomento che interessa è molto meglio che stare 2 ore fermi davanti alla tv. La stessa cosa vale per fare una ricerca al computer su un argomento. Sono attività che, tra l’altro, sviluppano la capacità di concentrazione che è fondamentale, specialmente quando si lavora su una propria idea, come nel caso del concorso Eureka. 

C’è un ambito delle scienze che ti piace di più degli altri?

Mi piace tutto quello che riguarda lo spazio e l’informatica. 

Da grande ti piacerebbe allora lavorare in questo ambito? O fare l’astronauta?

Mah, forse non l’astronauta ma qualcosa di simile. Magari lavorare in quell’ambito, a livello di progettazione. 

Proprio nei giorni scorsi alcuni progetti spaziali sono andati incontro a problemi tecnici…

Erano prove. E le prove servono proprio per imparare dagli errori.

Quando è nata questa tua passione?

Anche quando ero piccolo lo spazio mi piaceva tantissimo. In quarta elementare, quando ne abbiamo parlato in classe, io e un mio compagno ci siamo davvero coinvolti tantissimo raccontando quello che già sapevamo in materia. 

Tu hai già partecipato alle prime due edizioni del concorso. Com’è andata?

Del concorso me ne aveva parlato mia mamma. Nelle prime due edizioni non c’era un tema e quindi si poteva andare a ruota libera. A ogni partecipante si chiedeva: presenta la tua idea con un disegno o un testo. Il secondo anno ho coinvolto anche un amico e in realtà fuori concorso ha partecipato anche mia sorella Isabel. Quest’anno il tema è proprio quello dello spazio, quindi non vedo l’ora di partecipare di nuovo! 

Qual è stata l’idea che hai presentato lo scorso anno?

Una macchina che convertiva l’anidride carbonica in idrogeno ed energia elettrica. Questa idea l’ho progettata insieme al mio migliore amico mentre eravamo al mare in spiaggia. Ci siamo davvero divertiti ed è stata una bella esperienza. La nostra macchina una volta avviata non aveva nessun consumo, si alimentava dai suoi stessi scarichi. Anzi: puliva l’ambiente. 

Alla premiazione del concorso avete anche potuto osservare le proposte e le idee degli altri ragazzi partecipanti…

Sì, perché facevano vedere alcune immagini e raccontavano la loro idea. Ho visto progetti molto belli e anche alcuni molto semplici, ma perfettamente funzionanti. Ad esempio quello del vincitore che aveva preso due cucchiai, una molletta e degli elastici, da utilizzare con le uova sode. Il presentatore ha detto che lo aveva provato e che funzionava. Alcune volte le idee più semplici sono anche le migliori. 

Questa cosa di avere delle idee e inventare la pratichi anche nella tua quotidiana?

In realtà succede raramente: preferisco leggere per approfondire gli argomenti che mi interessano. Così poi posso sviluppare progetti migliori. 

Anche la tua scuola ti sta aiutando a diventare piano piano uno studente di materie scientifiche o magari uno scienziato futuro?

Io faccio le medie Filzi a Laives. Lì c’è un telescopio e ogni tanto organizzano delle serate in cui ci fanno  vedere come funziona. 

Il falegname di Egna e la morale pubblica

La morale, si sa, è come la moda. Non si capisce chi la ispiri e perché tutti la seguano. Inoltre, cambia a seconda dei luoghi e, soprattutto, dei tempi. Ciò che ai nostri nonni sembrava peccato mortale ai nostri nipoti sembra la norma, e ciò che in certi paesi risulta intollerabile in altri è pratica quotidiana.

Un caso eclatante in tal senso è capitato a Egna nei primi anni del ‘900. Un giovane falegname, originario della Carinzia, si era stabilito in paese con la sua compagna. Un alloggio modesto ma una vita felice. Il giovane aveva trovato lavoro e nulla lasciava presagire quanto sarebbe successo di lì a poco. Per loro disgrazia, i due furono notati dal prete del luogo che evidentemente aveva della morale pubblica un concetto ben preciso e diverso dal loro, in base al quale la convivenza more uxorio di due giovani era intollerabile agli occhi del Signore e, quindi, anche dei suoi luogotenenti terreni. Sollecitò quindi l’intervento riparatore della pubblica amministrazione che, infatti, intervenne sollecitamente.La pubblica opinione venne a conoscenza dell’episodio grazie ad un articolo in prima pagina della “Volkszeitung” di Innsbruck, nota per il suo anticlericalismo. Il titolo del pezzo pubblicato il 5 agosto1913 era più che esplicito: “Der liberale Sittenrichter von Neumarkt” (il liberale giudice dei costumi di Egna). Raccontò il giornale: “Il giovane S.G., falegname originario della Carinzia, si era appena stabilito a Egna e aveva preso in affitto un appartamento; aveva deciso di non sposarsi perché non aveva un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e inoltre non disponeva del capitale necessario per acquistare l’arredamento completo. Ogni settimana acquistava qualche nuovo mobile e alcuni riuscì a fabbricarseli personalmente. La sua vita si svolgeva in modo discreto e senza destare scandalo.” Poi, un giorno, ricevette dall’autorità comunale la seguente missiva: “La invitiamo a presentarsi entro tre giorni all’ufficio comunale per comunicare i suoi dati personali e quelli della sua concubina, pena l’espulsione dal territorio comunale di Egna.” Benché il falegname si fosse regolarmente registrato al suo arrivo, egli si recò nuovamente in Comune. Gli fu fatto presente senza giri di parole che avrebbe dovuto sposarsi entro il 1. giugno, in caso contrario sarebbe stato espulso dal comune. Poiché il falegname si era recato in comune il 26 o 27 maggio, gli venivano lasciati non più di tre giorni per “regolarizzare” la sua posizione. Era evidentemente impossibile compiere tutti i passi necessari per un matrimonio e inoltre il falegname non aveva nessuna intenzione di sottostare all’imposizione del sindaco. Infatti nessuna legge dell’impero asburgico imponeva ai conviventi di sposarsi pena la perdita della residenza in un comune. “è’ un atto terroristico”, scrisse il giornale, “che equivale alla distruzione dell’esistenza di una persona.” Puntualmente il 1. giugno i due giovani ricevettero una seconda lettera con la quale, “visto il suo rifiuto e quello della sua concubina di unirsi in matrimonio con il presente decreto disponiamo la sua immediata espulsione dal Comune di Egna”.

Tranchant fu il commento del giornale: “È sorprendente con quanta celerità lavorino i giudici della morale di Egna. Dopo soli tre giorni, e senza calcolare che il 1. giugno cadeva di domenica, avevano già pronto il decreto di espulsione del falegname e della sua compagna.  Ma chi è il zelante sindaco servo della chiesa che siede sulla poltrona di Egna? Perfino nel nostro “nero Tirolo” non è frequente un tale zelo di un sindaco nel “ripulire” il comune dalla presenza di un uomo che non accetta un’imposizione illegale o addirittura di abbandonare la propria compagna. Meraviglia delle meraviglie, cari lettori, il zelante lustrascarpe del prete di Egna è nientepopodimeno il liberale Barone Longo, che onora della sua presenza anche il consiglio provinciale del Tirolo. Qualora in Austria avesse più valenza la legge della volontà dei preti, una severa punizione dovrebbe colpire il liberale Barone Longo per il suo vile ricatto nei confronti di un onesto cittadino.” 

Il danno arrecato al povero falegname e alla sua compagna fu notevole. Per tre settimane rimase disoccupato e inoltre dovette cedere a poco prezzo i suoi mobili.

Autore: Reinhard Christanell