Il piacere di pulire il proprio paese

Fumare fa male a se stessi e agli altri, un concetto che tutti danno per scontato, ma a quanto pare non tutti sanno che non è solo il fumo passivo ad avvelenare il prossimo.
“I filtri di sigarette sono fra gli oggetti più inquinanti del pianeta, ma ad ogni clean – up ne raccogliamo a centinaia, come se nessuno se ne rendesse conto”, spiega Ornella Libardoni, referente di Plastic Free per Laives e Bronzolo.

// Di Luca Masiello

Anche in Bassa Atesina ci sono gruppi di volontari che aderiscono a Plastic Free: nata nel 2019 come realtà digitale, questa associazione ambientalista nel giro di pochi anni ha raggiunto milioni di utenti e oggi, con più di mille referenti in tutta Italia, è divenuta la più importante e concreta associazione su questa tematica. Fra questi mille c’è anche Ornella Libardoni, che da circa un anno guida un gruppo di volontari per rimediare alla negligenza di chi non riesce proprio a fare a meno di sporcare le zone di Laives e Bronzolo.

Signora Libardoni, come è iniziata la sua avventura in Plastic Free?

Per puro caso: un annetto fa avevo letto sul giornale che ci sarebbe stata una raccolta di rifiuti sui prati del Talvera, a Bolzano; mi sono iscritta e lì ho incontrato delle persone motivate che mi sono piaciute. Così ho continuato a partecipare a queste azioni, che noi chiamiamo clean – up, arrivando anche in Trentino, rimanendo ogni volta entusiasta. Infine ho scoperto che Laives e Bronzolo erano scoperte, non avevano alcun referente: mi sono iscritta all’associazione e ho fatto richiesta per guidare i volontari della zona.

Quali sono state le sue prime esperienze come referente?

Il primo evento che ho organizzato è stato un successone: a febbraio a Bronzolo ha partecipato una quarantina di persone. Pochi giorni dopo ne ho organizzato un altro a Laives, e lì la situazione si è rivelata alquanto deludente: a parte noi quattro referenti altoatesini si era presentata una sola persona. Errore mio: avevo organizzato la raccolta in un giorno infrasettimanale, in un orario non compatibile con la vita di chi lavora o ha famiglia, e oltretutto faceva anche freddo. Ho imparato e ne ho organizzata subito un’altra per un sabato mattina, e in quel caso la risposta c’è stata. Il fatto più importante è che proprio in quell’occasione ho conosciuto delle persone che fanno parte di altre associazioni, e che ci hanno permesso di ampliare la nostra rete. Sono sicura che al prossimo clean – up saremo in molti di più. 

Come ci si sente ad essere un volontario di Plastic Free?

Mi sento utile, e poi a me non piace stare con le mani in mano e brontolare, voglio agire. E poi la mia mamma, che oggi ha 91 anni, mi ha educato molto bene, da questo punto di vista: da lei ho imparato a riciclare, ad usare l’acqua con parsimonia, di non sprecare mai il cibo, a rispettare sempre la natura. Per fare parte di Plastic free ci vuole impegno, e bisogna anche – come si dice – metterci la faccia. Assieme alla collega Martina Puentes abbiamo coinvolto un bel numero di volontari mettendo manifesti, andando nei negozi e impegnandoci sui social. Quello che ho capito partecipando a queste azioni è che molte persone si vergognano a raccogliere le immondizie, non si vergognano a buttarle, ma a raccoglierle sì: io lo trovo assurdo.

Quali sono i prossimi passi?

Il 26 e 27 maggio a Laives verrà il meteorologo e climatologo Luca Mercalli, che terrà una conferenza al teatro di San Giacomo; in quell’occasione verrà presentato pubblicamente il nostro gruppo, e noi annunceremo il prossimo clean – up, che sarà il giorno successivo e sarà dedicato esclusivamente alla raccolta dei mozziconi di sigarette. 

Sono il rifiuto più abbandonato?

Esattamente, ne raccogliamo a chili. Un filtro ci mette fino a 15 anni per degradarsi, e rilascia nell’ambiente una quantità incredibile di veleni.  I fumatori sembra che non ci pensino, alcuni addirittura li gettano nei tombini, così vanno direttamente dentro l’acqua. Poi ci sono le bottiglie di plastica e, fatto che ha dell’incredibile, le deiezioni canine imbustate: raccolgono l’escremento, lo mettono nella busta e poi lo abbandonano ai lati della strada.

Autore: Luca Masiello

Prima guerra mondiale: il poeta ebreo Hugo Zuckermann fra i caduti meranesi

Avvocato, poeta, sionista, Hugo Zucckermann scrisse fra l’altro l’“Österreichisches Reiterlied” che, per ironia della sorte, fu musicata da Franz Lehar e cantata molti anni dopo dagli ignari membri della Hitlerjugend. Morì sul fronte russo e la moglie, incapace di reggere al dolore, si suicidò sulla sua tomba.

Alla vigilia della Prima guerra mondiale il gruppo ebraico che faceva capo alla sinagoga di Merano era composto da 114 capifamiglia per un totale di 270 persone. Fra loro, vi erano venti medici, sei albergatori, ventuno commercianti. In città potevano contare su tutta una serie di infrastrutture necessarie alla vita religiosa come il cimitero, il sanatorio per i non abbienti e la sinagoga, che erano state via via create grazie alla generosità dei correligionari. In questi anni a Merano viveva anche Hugo Zuckermann, un giovane boemo che aveva da poco compiuto i propri studi a Vienna e aveva scelto la città sul Passirio per iniziare la propria carriera professionale. Sposò una giovane non ebrea, Ida, che si rivelò la compagna ideale, capace di condividere tanto gli aspetti religiosi che il sionismo.  Nel mondo ebraico, Hugo Zuckermann, è considerato uno fra i più importanti poeti sionisti, mentre per gli esperti della cultura mitteleuropea egli è l’autore della popolare Österreichisches Reiterlied, che, musicata da Franz Lehar divenne famosa durante la Prima guerra mondiale e, anni dopo, anni dopo, sarebbe stata cantata dalla Hitlerjugend. 

Scrisse numerose poesie di tematica ebraica e fu uno dei più appassionati traduttori della poesia yiddish. Quando la guerra iniziò. Hugo Zuckermann, come capitano della Riserva nell’imperial-regio esercito, fu fra i primi ad essere richiamato e nell’autunno 1914 venne a trovarsi sul fronte russo.  Era stato nominato comandante della III Compagnia di fanteria della Milizia territoriale (k.k. Landwehr-Infanterie), Proprio nel giorno di Channuckà (la festa delle luci che cade in dicembre), nel giorno cioè della vittoria dei Maccabei sui Greci invasori, alla redazione dello “Jüdische Zeitung” giunse, quasi illeggibile, il suo ultimo messaggio, la sua ultima poesia, intitolata Makkabäer 5675 (il 5675 nel calendario ebraico corrisponde al 1915). Durante l’assalto sferrato dall’esercito austroungarico sull’altura di Dania nei Carpazi egli riportò ferite gravissime e, trasportato ad Eger, vi morì il 23 dicembre 1914. L’amatissima moglie Ida non resse al dolore e si suicidò sulla sua tomba. Il sacrificio del trentatreenne Zuckermann per la patria gli procurò una croce al merito di terza classe e oggi il suo nome compare sulla lastra marmorea nella chiesa cimiteriale di Merano insieme a quello di altri caduti meranesi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Cittadini in bici, si può ancora migliorare

“In quanto città che favorisce l’uso della bicicletta, Bolzano può essere paragonata a quelle del nord Europa, ma ancora chi guida i mezzi pecca di autodisciplina. Serve più rispetto da parte di tutti”. È stato messo in luce più volte: il capoluogo altoatesino ha una particolare attenzione per le ciclabili e i ciclisti, d’altra parte – come ha avuto modo di spiegare Fabio Martorano, esperto di ciclomobilità sostenibile a stretto contatto con gli uffici comunali e provinciali – “non siamo ancora abituati a utilizzare la bicicletta in maniera corretta”.

Nello scorso numero di QuiBolzano abbiamo parlato della situazione critica in Via Fago, dove transitare con la bicicletta può essere realmente pericoloso. Cosa ne pensa?

In Via Fago sono presenti solo piccoli tratti di ciclabile, con corsie lungo i lati, ma non c’è una pista vera e propria. È una strada che dovrebbe rientrare nel modello che viene chiamato “Città 30”, un nuovo modo di intendere la viabilità cittadina, attraverso un uso promiscuo di bici, moto, auto, bus e monopattini a patto che nessuno mezzo superi i 30 Km/h, una velocità che ridurrebbe notevolmente gli incidenti mortali. Via Fago, ad oggi, rappresenta sicuramente un problema, perché ha una strada stretta che non lascia spazio alla creazione di piste ciclabili. Credo serva mettere un limite di velocità e, dove possibile, consiglierei ai ciclisti di scegliere una strada più lunga, ma più sicura.

E ci sono altre zone della città dove la situazione per le bici non è delle migliori?

Anche il percorso che porta da Strada Rio Molino e Via Vittorio Veneto fino a Via Roen può essere considerato critico. Lo spostamento di molte biciclette dalla zona di Gries alta fino alle scuole Archimede dev’essere ottimizzato, perché ora, in alcuni tratti, si trovano molti veicoli in contromano. Anche qui è difficile trovare uno spazio per le piste ciclabili, forse bisognerebbe eliminare qualche posto auto, ma non si è ancora giunti a una soluzione definitiva.

Complessivamente come giudica la situazione?

Per le biciclette, Bolzano è una città completa. A differenza di città come Ferrara, dove viene applicato molto un modello di strade a utilizzo “misto”, la nostra città è strutturata su ciclabili a “maglia larga”, che permettono di spostarsi ovunque nel giro di una ventina di minuti, e a “maglia stretta”, che consentono di arrivare con la bici dentro i quartieri e nelle piccole vie. Possiamo paragonare Bolzano a città del nord Europa, ma la differenza la fa chi guida i mezzi. Pecchiamo ancora di autodisciplina e non siamo abituati a utilizzare la bicicletta in maniera corretta.

In che senso?

Spesso i ciclisti non rispettano le distanze di sicurezza, non segnalano le svolte, usano il cellulare, passano con il rosso e pedalano sui marciapiedi. D’altra parte, i pedoni invadono le piste ciclabili, alle volte pure con i cani al guinzaglio. È importante comportarsi bene e rispettare le regole. Ne cito solo una: l’art. 182 del codice della strada, comma 9, impone che, quando esistono, i velocipedi devono transitare sulle piste a loro riservate.

Autore: Andrea Dalla Serra

La grande passione di Daniel per lo spazio

Il premio Eureka ha lo scopo di stimolare le passioni delle ragazze e dei ragazzi che sono attratti dalla scienza. Per anni l’Ufficio Politiche Giovanili della Provincia ha lavorato molto sul tema delle passioni culturali e artistiche, ma da qualche anno si sono volute far emergere anche le passioni scientifiche, sempre più importanti e centrali nel mondo moderno. L’obiettivo è semplice: portarle allo stesso piano di visibilità pubblica. Smontando lo stereotipo dello scienziato gobbo in cantina. Non è così! Sono davvero tanti i bambini e anche i genitori che si gettano a capofitto e con entusiasmo in questo mondo. D’altronde se può essere vero che le generazioni più “anziane“ possono vedere le novità tecnologiche come cose “strane”, questo non vale assolutamente per i giovanissimi che ci crescono insieme e dentro, tutti i giorni. L’idea di Eureka è allora quella di tessere una rete per intercettare queste passioni, focalizzando le “buone pratiche” sul territorio in questo ambito. Ed esemplare in questo senso è la storia di Daniel, dodicenne di Laives.

Ciao Daniel! Perché per te è più interessante la scienza piuttosto che guardare un cartone o giocare a qualcos’altro?

la scienza è senz’altro molto più divertente! Leggere un libro su un argomento che interessa è molto meglio che stare 2 ore fermi davanti alla tv. La stessa cosa vale per fare una ricerca al computer su un argomento. Sono attività che, tra l’altro, sviluppano la capacità di concentrazione che è fondamentale, specialmente quando si lavora su una propria idea, come nel caso del concorso Eureka. 

C’è un ambito delle scienze che ti piace di più degli altri?

Mi piace tutto quello che riguarda lo spazio e l’informatica. 

Da grande ti piacerebbe allora lavorare in questo ambito? O fare l’astronauta?

Mah, forse non l’astronauta ma qualcosa di simile. Magari lavorare in quell’ambito, a livello di progettazione. 

Proprio nei giorni scorsi alcuni progetti spaziali sono andati incontro a problemi tecnici…

Erano prove. E le prove servono proprio per imparare dagli errori.

Quando è nata questa tua passione?

Anche quando ero piccolo lo spazio mi piaceva tantissimo. In quarta elementare, quando ne abbiamo parlato in classe, io e un mio compagno ci siamo davvero coinvolti tantissimo raccontando quello che già sapevamo in materia. 

Tu hai già partecipato alle prime due edizioni del concorso. Com’è andata?

Del concorso me ne aveva parlato mia mamma. Nelle prime due edizioni non c’era un tema e quindi si poteva andare a ruota libera. A ogni partecipante si chiedeva: presenta la tua idea con un disegno o un testo. Il secondo anno ho coinvolto anche un amico e in realtà fuori concorso ha partecipato anche mia sorella Isabel. Quest’anno il tema è proprio quello dello spazio, quindi non vedo l’ora di partecipare di nuovo! 

Qual è stata l’idea che hai presentato lo scorso anno?

Una macchina che convertiva l’anidride carbonica in idrogeno ed energia elettrica. Questa idea l’ho progettata insieme al mio migliore amico mentre eravamo al mare in spiaggia. Ci siamo davvero divertiti ed è stata una bella esperienza. La nostra macchina una volta avviata non aveva nessun consumo, si alimentava dai suoi stessi scarichi. Anzi: puliva l’ambiente. 

Alla premiazione del concorso avete anche potuto osservare le proposte e le idee degli altri ragazzi partecipanti…

Sì, perché facevano vedere alcune immagini e raccontavano la loro idea. Ho visto progetti molto belli e anche alcuni molto semplici, ma perfettamente funzionanti. Ad esempio quello del vincitore che aveva preso due cucchiai, una molletta e degli elastici, da utilizzare con le uova sode. Il presentatore ha detto che lo aveva provato e che funzionava. Alcune volte le idee più semplici sono anche le migliori. 

Questa cosa di avere delle idee e inventare la pratichi anche nella tua quotidiana?

In realtà succede raramente: preferisco leggere per approfondire gli argomenti che mi interessano. Così poi posso sviluppare progetti migliori. 

Anche la tua scuola ti sta aiutando a diventare piano piano uno studente di materie scientifiche o magari uno scienziato futuro?

Io faccio le medie Filzi a Laives. Lì c’è un telescopio e ogni tanto organizzano delle serate in cui ci fanno  vedere come funziona. 

Il “Made in Italy” del ventennio

Di recente sono tornate di moda certe idee “autartiche” (o sovraniste, come si chiamano adesso) in vari settori della vita pubblica: dalla lingua, che si pretende pura e priva di espressioni prese in prestito da altre lingue, all’alimentazione, rigorosamente made in Italy (o “fatta in Italia”, per usare l’italiano), dal lavoro alle questioni per così dire “demografiche”.  Senza voler trarre in alcun modo conclusioni affrettate, la memoria storica ci riporta inevitabilmente ai tempi in cui simili “parole d’ordine” andavano per la maggiore.

In questa sede ci limitiamo a parlare di agricoltura, anzi di verdura. Il territorio del comune di Laives è stato formato dall’opera di tre corsi d’acqua: i due fiumi, Adige e Isarco, che nei millenni hanno dato vita all’enorme palude tra il Monte di Mezzo e il conoide su cui sorge il paese e il Rio Vallarsa, che dopo l’ultima glaciazione ha trascinato a valle il materiale che ha formato il conoide stesso. Come si sa, la zona era nota per le febbri malariche che colpivano la popolazione specialmente nel periodo estivo e non a caso si parlava di “Leiferer Tod”, la morte di Laives. Il primo intervento per migliorare la situazione fu la regolazione del corso del fiume Adige ad opera dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo, che permise il recupero di molti ettari di terreno agricolo e rese più sicura l’intera valle. Successivamente, nel corso dei decenni, molte zone furono sottoposte ad opere di bonifica che a loro volta contribuirono ad aumentare i terreni coltivabili a frutteto o vigneto – e, ovviamente, a verdura.

Diversi interventi sono avvenuti negli anni trenta del secolo scorso. Spesso queste lodevoli operazioni da parte dei locali agricoltori sono state strumentalizzate a fini propagandistici dal regime fascista allora al potere in Italia. Non mancavano le cerimonie in cui venivano premiati gli umili eroi della verdura, del grano o delle pannocchie di granturco. Il 16 giugno 1934 la “Alpenzeitung” pubblicò un articolo in cui si celebrava la bonifica di “diverse centinaia di ettari di terreno” a Laives. Il 22 novembre 1938 fu invece la volta della premiazione degli agricoltori di Laives che si erano specializzati nella coltivazione di verdura, in questo caso invernale. Non era questa una novità per Laives, poiché da sempre molti agricoltori locali rifornivano la vicina città capoluogo di verdura. Tra le autorità presenti, il giornale cita “S.E. il Prefetto, il Federale, il Podestà di Bolzano, il Presidente dell’Unione Agricoltori On. Miori, il Direttore dell’Unione Agricoltori, il Comandante dei Reali Carabinieri di Laives, il Segretario Provinciale del Dopolavoro”.

Davanti al municipio si erano radunate le organizzazioni giovanili, la banda musicale e la popolazione. Nella sala consigliare si erano invece raccolti gli agricoltori premiati. Il primo discorso fu quello del Dr. Pozzi, direttore dell’Unione Agricoltori. Sottolineò l’importanza della coltivazione della verdura e gli ottimi risultati raggiunti dai coltivatori locali. Anche il Prefetto si congratulò per il lavoro svolto: la verdura coltivata a Laives era di vitale importanza per la vicina città capoluogo e auspicò che sempre più agricoltori di Laives si dedicassero anche in futuro a questa essenziale attività. Scroscianti applausi dei presenti. Si passò quindi alle premiazioni. Un diploma fu consegnato a Ferrari Giulia, Comperini Giulia e Hilpold Giuseppina. 100 Lire furono il premio per Furlani Pietro, Janeselli Ennio e Perathoner Maria.75 Lire andarono a Pfeifer Giuseppina, Mittermaier Maria, Bettini Mario, Gottardi Rosa e Paoli Maria. 50 Lire furono il premio di Curti Mario, Defranceschi Anna, Rizzi Maria, Comper Roberto, Seppi Anna e Vincenzi Stefania. Di 25 Lire dovettero infine accontentarsi Buratti Egidio, Dallago Giovanna, Foppa Giuseppina, Festi Maria, Tezzele Erna, Revolti Maria e Pifferi Stefania. Al termine della cerimonia, il Federale invitò tutti i presenti ad alzarsi per il rituale saluto al Duce.

Autore: Reinhard Christanell

Il falegname di Egna e la morale pubblica

La morale, si sa, è come la moda. Non si capisce chi la ispiri e perché tutti la seguano. Inoltre, cambia a seconda dei luoghi e, soprattutto, dei tempi. Ciò che ai nostri nonni sembrava peccato mortale ai nostri nipoti sembra la norma, e ciò che in certi paesi risulta intollerabile in altri è pratica quotidiana.

Un caso eclatante in tal senso è capitato a Egna nei primi anni del ‘900. Un giovane falegname, originario della Carinzia, si era stabilito in paese con la sua compagna. Un alloggio modesto ma una vita felice. Il giovane aveva trovato lavoro e nulla lasciava presagire quanto sarebbe successo di lì a poco. Per loro disgrazia, i due furono notati dal prete del luogo che evidentemente aveva della morale pubblica un concetto ben preciso e diverso dal loro, in base al quale la convivenza more uxorio di due giovani era intollerabile agli occhi del Signore e, quindi, anche dei suoi luogotenenti terreni. Sollecitò quindi l’intervento riparatore della pubblica amministrazione che, infatti, intervenne sollecitamente.La pubblica opinione venne a conoscenza dell’episodio grazie ad un articolo in prima pagina della “Volkszeitung” di Innsbruck, nota per il suo anticlericalismo. Il titolo del pezzo pubblicato il 5 agosto1913 era più che esplicito: “Der liberale Sittenrichter von Neumarkt” (il liberale giudice dei costumi di Egna). Raccontò il giornale: “Il giovane S.G., falegname originario della Carinzia, si era appena stabilito a Egna e aveva preso in affitto un appartamento; aveva deciso di non sposarsi perché non aveva un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e inoltre non disponeva del capitale necessario per acquistare l’arredamento completo. Ogni settimana acquistava qualche nuovo mobile e alcuni riuscì a fabbricarseli personalmente. La sua vita si svolgeva in modo discreto e senza destare scandalo.” Poi, un giorno, ricevette dall’autorità comunale la seguente missiva: “La invitiamo a presentarsi entro tre giorni all’ufficio comunale per comunicare i suoi dati personali e quelli della sua concubina, pena l’espulsione dal territorio comunale di Egna.” Benché il falegname si fosse regolarmente registrato al suo arrivo, egli si recò nuovamente in Comune. Gli fu fatto presente senza giri di parole che avrebbe dovuto sposarsi entro il 1. giugno, in caso contrario sarebbe stato espulso dal comune. Poiché il falegname si era recato in comune il 26 o 27 maggio, gli venivano lasciati non più di tre giorni per “regolarizzare” la sua posizione. Era evidentemente impossibile compiere tutti i passi necessari per un matrimonio e inoltre il falegname non aveva nessuna intenzione di sottostare all’imposizione del sindaco. Infatti nessuna legge dell’impero asburgico imponeva ai conviventi di sposarsi pena la perdita della residenza in un comune. “è’ un atto terroristico”, scrisse il giornale, “che equivale alla distruzione dell’esistenza di una persona.” Puntualmente il 1. giugno i due giovani ricevettero una seconda lettera con la quale, “visto il suo rifiuto e quello della sua concubina di unirsi in matrimonio con il presente decreto disponiamo la sua immediata espulsione dal Comune di Egna”.

Tranchant fu il commento del giornale: “È sorprendente con quanta celerità lavorino i giudici della morale di Egna. Dopo soli tre giorni, e senza calcolare che il 1. giugno cadeva di domenica, avevano già pronto il decreto di espulsione del falegname e della sua compagna.  Ma chi è il zelante sindaco servo della chiesa che siede sulla poltrona di Egna? Perfino nel nostro “nero Tirolo” non è frequente un tale zelo di un sindaco nel “ripulire” il comune dalla presenza di un uomo che non accetta un’imposizione illegale o addirittura di abbandonare la propria compagna. Meraviglia delle meraviglie, cari lettori, il zelante lustrascarpe del prete di Egna è nientepopodimeno il liberale Barone Longo, che onora della sua presenza anche il consiglio provinciale del Tirolo. Qualora in Austria avesse più valenza la legge della volontà dei preti, una severa punizione dovrebbe colpire il liberale Barone Longo per il suo vile ricatto nei confronti di un onesto cittadino.” 

Il danno arrecato al povero falegname e alla sua compagna fu notevole. Per tre settimane rimase disoccupato e inoltre dovette cedere a poco prezzo i suoi mobili.

Autore: Reinhard Christanell

Lettera 7: poesia e scrittura sono di casa

Un’amicizia fresca. Un incontro informale. La condivisione di un interesse in comune e poi l’idea. Questa la sintesi dei tre semplici passaggi, che il 7 luglio 2015 hanno portato alla fondazione di quella che dal 2020 si è evoluta in associazione Lettera 7, nata in origine come gruppo che si proponeva di divenire un punto di riferimento per chi nutriva interesse nei confronti della poesia e della sottile arte della narrazione.

“Avevo un leggero rapporto d’amicizia con la scrittrice tedesca d’origine, ma residente a Bolzano, Simone Dark, come si fa chiamare artisticamente. Ci siamo incontrati, in piazza Walter, e condividendo la passione per la poesia e la scrittura abbiamo pensato che poteva essere una buona idea formare un gruppetto con altri appassionati come noi”. 

Questo è il ricordo di Roberto Marino, attuale presidente dell’associazione Lettera 7, residente a Vadena ma operativa su tutta la regione. “Però ci serviva un logo – rivela – e la scrittrice lo ha realizzato simboleggiando una piuma di piccione che scrive. Io mi sono occupato del manifesto che inivitava chi si voleva aggregare e man mano si sono aggiunte molte firme, sia altoatesine, sia trentine”.

Presidente Marino, in questi anni l’associazione è cresciuta ed ha iniziato a farsi conoscere anche sul territorio. Partiamo con il raccontare qual è la proposta.

Siamo 47 soci in totale, ed essendo appassionati di letteratura proponiamo presentazioni di libri, varie conferenze a tema letterario e alcuni di noi fanno anche quadri, per cui abbiamo inaugurato delle mostre. Poi abbiamo due cantautori e dunque abbiamo organizzato qualche concerto. Ma il nostro punto forte è la formula che noi definiamo “Letture libere”.

Che cosa sono?

Le chiamiamo così perché nei luoghi in cui ci invitano ci esibiamo leggendo testi di nostra creazione, ma anche tratti da libri classici. E su questo aspetto vorrei dire che ci avvaliamo molto della voce dell’attrice Maria Pia Zanetti, che fa parte anche del nostro gruppo. Il pubblico si mostra sempre molto interessato.

Dove venite invitati? 

In molte località della provincia di Bolzano e di quella di Trento, però non siamo mai usciti dalla regione, eccezion fatta per l’escursione culturale di sabato 29 aprile a Basano del Grappa. L’abbiamo chiamata “Il treno dei poeti” perché ci andiamo appunto con il treno. Un’esperienza simile l’abbiamo fatta qualche anno fa recandoci a Vipiteno.

Vista la passione nei confronti della scrittura e del comporre, avete prodotto dei libri? 

Sì, quattro antologie riassuntive di diversi autori. A maggio pubblicheremo la quinta antologia per parlare di quello che noi chiamamiamo alberismo. ovvero un movimento ideato da noi dove cerchiamo di coniugare l’amore per l’arte e la letteratura, in particolare con l’amore nei confronti della natura. Siamo in diciotto autori che hanno inserito i propri testi per creare questo abbinamento.

Altri progetti?

Una nostra idea, se mai andrà in porto, riguarda la possibilità di proporre qualche programma radiofonico a tema. Ciò oltre a portare avanti le nostre collaborazioni, in particolare con il comune di Vadena con cui abbiamo un ottimo rapporto.

Autore: Daniele Bebber

La voglia di socializzare

Qui Intervista a Matteo Groppo. Nato a Bolzano nel 1978, è fotografo professionista da circa quindici anni. Dopo la scuola superiore si è trasferito a Bologna e successivamente a Torino, dove ha avuto un incontro che lo ha spinto a iniziare a lavorare per la televisione austriaca “ORF”. Passati cinque anni ha deciso dedicarsi alla fotografia. Ha all’attivo tre mostre a livello nazionale, di cui due fisse, a Lisbona e a Ginevra. è stato premiato nel 2020 tra i primi cinquanta fotografi per il “Sony photography awards”.

La cosa di me che mi piace di più… 

La voglia ed il bisogno di socializzare.

Il mio momento più felice…

Ovviamente è stato quando quasi nove anni fa è nata mia figlia Matilde.

Da bambino sognavo di diventare… 

Un musicista affermato e un campione di basket (…)

Il capriccio che non mi sono mai tolto. 

Purtroppo è il tabagismo.

Il luogo dove vorrei vivere.

Dopo essere vissuto quarant’anni tra le montagne, vorrei stare al mare. Probabilmente mi piacerebbe Vieste.

Il mio piatto preferito.

Sicuramente lo spiegeleier mit speck.

Non sopporto… 

Quando le persone generalizzano su questioni sociali. Ad esempio sui migranti.

Per un giorno vorrei essere…

Spensierato come lo ero da ragazzino.

Tre aggettivi per definirmi. 

Basso, pelato e creativo.

Il mio film preferito.

“I sogni segreti di Walter Mitty”.

Il mio attore preferito.

Alessandro Gassman, sia in teatro che al cinema, ma ne amo tanti soprattutto nella cricca di attori di Salvatores.

Il superpotere che vorrei avere.

La pazienza, e far passare il dolore alle persone a me care.

Il mio sogno ricorrente.

Un incubo: l’esame di maturità. Ne avevo una paura terribile e lo sogno ancora spesso, dopo venticinque anni

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo? 

Di Bolzano apprezzo la facilità di uscire dalla città per trovarmi in posti meravigliosi. C’è l’ imbarazzo della scelta qui!!

Amo il mio lavoro perché… 

Mi permette di rapportarmi con persone eterogeneamente differenti e mi fa scoprire cose che non conosco. Lasciamo però perdere la cronaca nera però, eh!!!

Le persone che ammiro di più sono… 

Sicuramente mia madre e mia moglie, che riescono a supportarmi praticamente sempre.

Badanti per la politica

Nei giorni scorsi i responsabili dell’Associazione Alzheimer Alto Adige hanno lanciato un grido d’allarme, portando allo scoperto un problema che meriterebbe senz’altro una maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica. In sintesi: le famiglie altoatesine che hanno nel proprio nucleo un malato di demenza – più di 13mila – sono oggi in grande difficoltà. Il motivo? In realtà sono tanti. In primo luogo c’è l’erogazione dell’assegno di cura che negli ultimi anni spesso non è stato sufficiente a coprire le spese o è arrivato in ritardo a causa di carenze di personale per effettuare gli accertamenti preliminari. Mentre quest’ultimo problema recentemente è stato parzialmente risolto, permane per le famiglie il problema del reperimento delle badanti. Come sappiamo molte di loro sono ucraine e – durante la pandemia e poi il successivo scoppio della guerra – l’apporto di molte di queste signore è venuto a mancare, con una sostituzione solo parziale da parte di altre signore moldave, rumene, e provenienti da altri paesi del mondo.
L’associazione Alzheimer Alto Adige dunque è tornata, con grande forza, a richiedere la formazione di un registro provinciale, un albo a cui fare riferimento per il reperimento di questa forza lavoro e, anche, per ufficializzare una volta per tutte il ruolo sociale di queste figure professionali, cruciali nell’Alto Adige del terzo millennio, sempre più caratterizzato da un’età media elevata della popolazione.
A proposito delle badanti in quanto lavoratrici – e anche per tutelare le numerose donne che oggi lasciano il lavoro per restare a casa ad occuparsi dei “loro” anziani, con il rischio di finire successivamente in povertà una volta divenute anziane anche loro – sono intervenuti anche i sindacati. Fornendo altre cifre che indicano come priorità assoluta un piano per riorganizzare i servizi e i sostegni per gli anziani che, in provincia di Bolzano, sono ora 100mila e che nel prossimo 2030 saranno 140mila, su una popolazione di mezzo milione di abitanti.
Urge anche una responsabilizzazione nei confronti delle badanti che, si apprende, oggi in provincia di Bolzano sono completamente “in regola” solo nel 50% dei casi, sulle ben 11mila (undicimila!) attive, con un “nero” che riguarda quasi 3mila di loro, secondo le stime.
Le elezioni provinciali sono alle porte e ci aspettiamo che i candidati mettano questi temi ai primi posti nei loro programmi. E’ chiedere troppo?

Autore: Luca Sticcotti

“Interessiamoci anche ai mondi digitali dei nostri figli”

Uso scorretto dei social media e disturbi del comportamento alimentare in età adolescenziale. Un connubio sempre più evidente per chi – come Raffaela Vanzetta, pedagogista e psicoterapeuta, coordinatrice di Infes, il Centro per i Disturbi del Comportamento Alimentare del Forum Prevenzione – da molti anni è attivo nella riabilitazione e prevenzione di patologie come l’anoressia o la bulimia. Il libro “Social Fame”, curato assieme a Laura della Ragione, ha l’intento di fare luce su un fenomeno preoccupante e che, troppo spesso, coglie impreparate le famiglie.

// Di Nilo Ruggeri

Partiamo dal titolo. A cosa si riferisce “Social Fame”? 

È un gioco di parole che ci sembrava racchiudesse l’essenza del nostro lavoro di ricerca su un fenomeno che è estremamente attuale, ovvero dei disturbi alimentari che sono alimentati e, a volte, incoraggiati da messaggi distorti che viaggiano sui canali dei social media. “Fame”, oltre al significato italiano, in inglese significa fama, notorietà, cui tendono, consapevolmente o meno, gli adolescenti che cadono vittime di una ricerca di affermazione di sé legata al loro corpo e a quello che mangiano o non mangiano per avvicinarsi ai modelli – o influencers – con cui vengono a contatto nelle loro relazioni virtuali. 

Come è nato il libro e per chi è pensato? 

È un’opera collettiva di persone che, a vario titolo, si occupano di adolescenti, mezzi di comunicazione e disturbi alimentari e che è nata riflettendo insieme a Laura Della Ragione – una luminare nel campo della cura dei disturbi dell’alimentazione – sullo sviluppo recente dei disturbi di questo genere. In particolare, abbiamo tentato di sistematizzare gli interventi di tanti colleghi con cui sono in contatto nel resto d’Italia che, ai convegni, segnalano come la rete in cui i ragazzi e le ragazze vivono e si incontrano sia diventata una piattaforma per la diffusione di modelli nocivi del rapporto col proprio corpo e con il cibo. Il libro non è solo per specialisti ma, al contrario, punta a portare a conoscenza di famiglie, insegnanti, educatori il rischio che molti adolescenti stanno correndo. 

I social vanno evitati? Sembra difficile poter proibire quello che per molti giovani è uno spazio di intimità e socialità irrinunciabile… 

No, sia chiaro che i social non vanno demonizzati. Non sono negativi di per sé se, ad esempio, se qualcuno posta una fotografia di un piatto o un alimento. Quello che è importante è insegnare ai ragazzi e alle ragazze a farsi delle domande sia rispetto al proprio comportamento che rispetto a quello degli influencer che seguono. Perché si pubblica una foto? Qual è il messaggio che ci manda? L’immagine del cibo e del corpo che viene trasmessa è vera e reale oppure è artificiale e costruita per venderci qualcosa? Dobbiamo incominciare, come genitori, ad interessarci di più a chi i nostri giovani frequentano online, allo stesso modo in cui il genitore responsabile vuole sapere con chi esce e chi incontra il figlio o la figlia nella vita reale. Teniamo presente che la media di ore trascorse in rete da un adolescente ogni giorno è di cinque o sei.  

Cosa manca per contenere questo fenomeno? 

Certamente avvertiamo la necessità di un intervento regolativo, normativo, a livello europeo, direi. Le piattaforme social sono enormi aziende con grandi interessi economici e gli stessi influencer sono mossi dall’obiettivo di monetizzare i loro contenuti. Come si sono regolamentate sostanze come il tabacco, il gioco d’azzardo o l’alcol, lo stesso si può fare con l’uso di internet e dei social, per spingere verso un uso consapevole della rete. 

Come Infes, quali sono le attività che proponete? 

I miei colleghi ed io lavoriamo proponendo attività di sensibilizzazione nelle scuole. Stiamo lavorando anche all’idea di una sorta di “patentino” per l’uso di internet che consista in una formazione all’uso consapevole. Il coinvolgimento sia della scuola che delle famiglie è fondamentale.  

Se un genitore sospetta che il figlio o la figlia abbia problemi alimentari, cosa deve fare?  

Può rivolgersi a noi per una consulenza gratuita. Se nota una perdita o un aumento di peso consistente, un’attenzione esagerata alle forme del corpo e all’alimentazione, prendiamo appuntamento e analizziamo insieme la situazione.  

Il Covid ha aggravato questi fenomeni? 

Sì, si calcola che i disturbi alimentari siano aumentati del 30% nell’epoca della pandemia. Adesso i numeri si stanno normalizzando ma quello che osserviamo è un’età più giovane di chi si rivolge ai servizi. Ci sono bambine di 11 o 12 anni che arrivano a perdere anche 10 chili nel giro di poco tempo. Si tratta di una grande sfida per chi si occupa di adolescenti e bisogna attrezzarsi. Speriamo di dare un contributo concreto anche con questo volume.

Il libro “Social Fame. Adolescenza, social media e disturbi alimentari” verrà presentato a Bolzano il giorno 2 maggio nella floricoltura Schullian di via Merano a Bolzano. Maggiori informazioni su www.infes.it oppure 0471 970039.