Clown per amore

La passione per il “naso rosso” ce l’ha da sempre, ma a un certo punto della sua vita ha capito che fare il clown non gli bastava più. Così Francesco Pizzino, bolzanino con radici siracusane, è entrato a far parte dell’associazione “Sos smile” di Laives: un sodalizio di clown terapeuti che porta sorrisi nelle case di riposo.

Il nome del gruppo parla chiaro: “Sos Smile”, quasi uno slogan per questo gruppo di volontari che entra di peso nelle vite di chi ha bisogno di un sorriso e lo travolge con l’allegria e la gioia di vivere. “E oggi più che mai sono in tanti ad averne bisogno”, confida Francesco Pizzino, nome d’arte Clown Chicco, membro del direttivo, e una delle tante anime dell’associazione laivesotta. Francesco durante la settimana è un padre di famiglia che lavora come impiegato, ma il sabato si “trasforma” in Chicco, un clown che cerca di donare il suo magico “chicco di sorriso”, un piccolo seme che farà nascere nel cuore di chi lo ricevere l’albero della felicità.

Francesco Pizzino, come è nata la sua passione per la clowneria? 

Credo affondi le sue radici nella mia prima infanzia; poi da adulto ho fatto parte di un’associazione che mi permetteva di fare il clown. Solo che a un certo punto non mi bastava più, avevo bisogno di qualcos’altro, e non sapevo bene cosa. Poi – era il 2019 – ho letto su Facebook l’annuncio che “Sos Smile” di Laives  organizzava un corso di clownterapia. È stata la mia famiglia ad iscrivermi, come regalo a sorpresa per il mio compleanno, e da lì ho iniziato questo nuovo cammino che mi ha appassionato così tanto che oggi faccio anche parte del direttivo. 

In quanti volontari siete? Di che cosa vi occupate? 

In novembre abbiamo organizzato un nuovo corso e adesso siamo in quindici: un ottimo risultato.  “Sos Smile” è un’associazione di volontariato con una missione unica: portare gioia. Siamo volontari, uomini e donne, che mettono a disposizione il loro tempo prestando servizio presso strutture pubbliche e private nel territorio provinciale indossando un naso rosso, un camice colorato e scegliendo un nome d’arte che ci rappresenta. Operiamo principalmente nelle case di riposo di Bolzano, Laives e Ora, e di solito entriamo in scena il sabato pomeriggio: cerchiamo di donare un momento di svago ai tanti ospiti anziani. 

Devono essere momenti piuttosto  intensi…

Lo sono, sono molto emozionanti, soprattutto quando scorgiamo un certo bagliore negli occhi degli ospiti più anziani, quelli quasi non reagiscono ad alcuno stimolo. È questo che ci dà la forza di andare avanti, perché le difficoltà sono tante, non sempre si riesce a far combaciare la propria vita privata con l’attività di volontariato.

Di che cosa si occupa il clown Chicco nella vita reale?

Nella vita reale sono un impiegato tecnico, gestisco un centro assistenza per un’azienda e cerco di portare anche nella mia vita privata quell’ottimismo che mi porta a guardare il bicchiere sempre mezzo pieno. Sono sposato e padre di famiglia.

A proposito: cosa dicono sua moglie e i suoi figli di questa sua passione e del suo impegno?

Chiaramente mi appoggiano: è stato grazie a loro se sono entrato a far parte del sodalizio. Mia figlia di 15 anni, inoltre, si sta appassionando a questo mondo: scatta le foto per noi e crea dei video, ci segue in casa di riposo e durante gli allenamenti.

Gli allenamenti?

Già, le nostre uscite non sono mai improvvisate, c’è dietro tanto studio: prima di ogni attività ci incontriamo per gli allenamenti, facciamo degli esercizi di comunicazione, ma anche anche fisici, per riscaldarce mente e corpo, aggregare il gruppo e stare bene insieme. Dobbiamo creare quel filo trasparente che ci lega e diventare un tutt’uno con gli altri fratelli clown. 

Quali sono i vostri prossimi progetti?

Oltre ad occuparci delle case di riposo stiamo portando avanti un progetto  contro il bullismo: poco tempo fa abbiamo preso parte ad un evento di sensibilizzazione organizzato da Unicef e Polizia di Stato per i ragazzi delle scuole; abbiamo proposto uno spettacolo mimato per spiegare cos’è il bullismo e come può colpire le persone che ne sono vittime. 
È andata bene, tanto che ci hanno chiesto di presentarlo anche nelle scuole. 
Ci resta un sogno: poter svolgere servizio in ospedale; la strada è in salita, ma ce la faremo.

Autore: Luca Masiello

I meleti ghiacciati

Un’ampia saccatura nord-atlantica, seguita da aria fredda, ha apportato precipitazioni abbondanti su tutto il Nord, tornato quasi subito, però, ostaggio delle correnti settentrionali; quest’impulso, infatti, è scivolato velocemente verso le regioni meridionali innescando, nel bacino del Mediterraneo, forte maltempo con episodi grandinigeni e nevosi a media-bassa quota. In molte zone l’agricoltura è stata danneggiata ed i rincari di frutta e verdura non tarderanno a farsi sentire. Una settimana prima invece, precisamente il 5 e 6 aprile, una gelata aveva fatto scattare l’allarme antibrina nelle campagne dell’Italia settentrionale fino alla Toscana. Mentre per i vigneti si utilizzano sarmenti accatastati, secchi colmi di cera, candele a vento (fino a 300 per ha), fiaccole e (accessoriamente) reti antigrandine, per gli alberi da frutta lo strumento più efficace è l’irrigazione antibrina; il principio fisico è quello che si basa sulla proprietà dell’acqua di liberare, passando dallo stato liquido allo stato solido, una certa quantità di calore che viene rilasciata nell’ambiente (pari a 80cal/g, ciò significa che per fondere un 1g di ghiaccio bisogna fornirgli 80 calorie). È infatti soprattutto la trasformazione dell’acqua in ghiaccio che libera energia sotto forma di “calore latente di solidificazione” ed impedisce alla temperatura di scendere ulteriormente o eccessivamente. Così, quando l’acqua solidifica in ghiaccio, il calore latente diviene sensibile e la temperatura dell’aria ne beneficia aumentando. Questo è il motivo principale dell’irrigazione antibrina, che in questo processo dovrà mantenersi continua; il beneficio secondario è che all’interno dell’involucro di ghiaccio che si forma, la temperatura tende a rimanere intorno agli 0°C, insomma una specie di piccola guaina protettiva, ma il procedimento di gran lunga più importante e decisivo è il primo. Ringrazio il Prof. Pierluigi Randi, Meteorologo e Presidente AMPRO per la spiegazione. Volevo però aprire una riflessione. Durante la gelata – in cui in Alto Adige lo stato di siccità era già stato acclarato con la chiusura dei cannoni sparaneve – quanta acqua è stata utilizzata per evitare di perdere parte del raccolto di mele nelle due giornate? I benefici del riciclo dell’acqua alle falde, con un deficit idrico annuo di 300-400mm a seconda delle zone, è stato minimo se non inesistente e gli erogatori, lungo i 32 km di ferrovia tra Bolzano e Merano, non erano uniformemente tarati e tutti funzionanti all’unisono; per esempio i microsprinkler erogano massimo 40litri/h e funzionano a pressione minima di 1,6 bar. Quelli attualmente in uso sono all’avanguardia? E quanto consumano, considerando tutta la superficie della Provincia?

Autore: Donatello Vallotta

Delia, una vita per il Brasile

Delia Boninsegna – nata a Merano ma ormai da 52 anni in Brasile – si racconta: la sua passione per la scuola dell’infanzia, la scelta radicale di cambiare vita, la missione in Brasile e l’associazione Paolo Tonucci, oggi conosciuta come Apito.

// Di Chiara Caobelli

Oggi Delia ha 77 anni ed è molto attiva nella comunità della città di Camaçari, nello Stato della Bahia. In Brasile non è solo presidente di associazione, ma svolge varie attività, come corsi di macramé e di lingua italiana, organizzando e partecipando ad eventi culturali e sociali, battendosi ogni giorno per cercare di superare le molte ingiustizie di cui il popolo brasiliano è vittima.

Delia, tua hai una grande passione per la scuola dell’infanzia: come è iniziato tutto?

Sin da piccola il mio sogno era quello di diventare una maestra d’asilo, così dopo un anno di corso a Trento ho conseguito il diploma in puericultura. Successivamente ho avuto l’opportunità di trasferirmi in Svizzera, nella periferia di Berna, per lavorare in un asilo dedicato ai figli degli immigrati italiani che lavoravano durante il giorno. Dopo alcuni anni sono tornata in Italia e mi sono diplomata a Verona diventando maestra d’asilo. È iniziata così la mia avventura, dando il via a una serie di tirocini in varie scuole dell’infanzia di Merano e Gargazzone.

Come mai il Brasile?

In quegli anni frequentavo gruppi di giovani e durante un campo estivo a Spello ho conosciuto un sacerdote di Firenze che si stava preparando per andare in Brasile per una missione. Mi ha invitato a seguirlo e io senza dubitare ho deciso di frequentare un corso preparatorio di tre mesi e in seguito sono partita.

Salvador, la capitale dello stato di Bahia, è stata la tua meta: quando e come è iniziata questa avventura?

Nel gennaio del 1971 sono partita: un viaggio in nave fino a Rio De Janeiro e poi 28 ore di autobus fino a Salvador, nel nord-est del paese. Avevo poche informazioni, non sapevo a cosa sarei andata incontro e soprattutto non avrei mai pensato di rimanerci per sempre. Ho iniziato così a lavorare nella parrocchia della comunità tenendo corsi di alfabetizzazione, occupandomi della catechesi e prestando servizio sociale. Intanto gli anni passavano e diventava per me sempre più difficile tornare in Italia: la mia vita ormai era lì.

Poi è arrivato il tuo incontro con don Paolo Tonucci…

Sì, nentre ero a Salvador ho incontrato questo  prete diocesano di Fano, venuto in missione in Brasile convinto di dedicarsi agli ultimi, mettendosi a disposizione per cercare di risolvere le esigenze del popolo. Realizzò una scuola professionale per operai, la scuola Primo Maggio, sede non solo della formazione di molti bambini e ragazzi, ma anche centro di incontri e di dibattiti politici, luogo di solidarietà e resistenza. Condividevo molto le idee e i valori di Paolo: avevamo la stessa missione, quella di lavorare affinché la gente locale prendesse coscienza, conquistandosi autonomia, libertà e i diritti fondamentali che ogni essere umano dovrebbe aver garantiti. Ricordo che il Brasile in quegli anni era sotto una forte dittatura, il popolo era oppresso e c’erano grandi disuguaglianze sociali.

Perché da Salvador a Camaçari?

Nel 1981 volevamo cambiare e così abbiamo deciso di spostarci nella città di Camaçari, a 40 km dalla capitale dello stato di Bahia. Si tratta di una città sorta negli anni Settanta in funzione della costruzione del polo petrolchimico. Considerata una città dormitorio, è stata costruita dai lavoratori che prestavano servizio nella realizzazione del polo. Una volta terminata la costruzione del polo, le uniche professionali ad essere richieste erano quelle relative a persone altamente specializzate, e quindi tutti coloro che avevano lasciato le loro terre per cercare fortuna in città, si trovarono senza lavoro e a vivere in condizioni pietose. Da qui l’inizio di una grande crisi, fame e povertà.
Il nostro lavoro dunque era quello di cercare di aiutare le famiglie in difficoltà. Avevamo istituito un gruppo di donne all’interno della comunità che si impegnavano a visitare le famiglie e a indicarci quelle più bisognose, le quali ricevevano beni di prima necessità, ma soprattutto un’educazione alla vita. Ci impegnavamo ad insegnare l’importanza dell’igiene, di una sana alimentazione, del valore della scuola e della formazione: il tutto con l’obiettivo di formare cittadini brasiliani più consapevoli, responsabili e autonomi in un futuro prossimo.

Nel 1994 scompare Paolo Tonucci. Negli anni seguenti però nasce la scuola dell’infanzia Apito dedicata proprio a lui.

Grazie al suo operato Paolo era conosciuto in tutto il Brasile e in gran parte dell’America Latina, e proprio per tener vivo il suo animo abbiamo voluto realizzare un qualcosa in suo nome. A quel tempo davamo assistenza a più di 400 famiglie e l’aiuto era principalmente rivolto alle donne, le quali non solo si occupavano dei figli, ma al tempo stesso lavoravano. Il problema maggiore dunque, era dove lasciare i bambini durante il giorno. Gli asili pubblici erano rari ed erano più che altro dei depositi di bambini e non delle scuole. Abbiamo realizzato così nel centro di Camaçari la scuola dell’infanzia Apito, grazie al contributo della Provincia Autonoma di Bolzano, del Comune di Merano, della parrocchia di Santa Maria Assunta e tutti gli amici di Paolo di Fano. Si tratta di una scuola gratuita, su misura di bambino, sicura, bella, e che non solo garantisce un’educazione di qualità, ma anche una sana alimentazione e una buona formazione alle famiglie dei bambini. Un grande successo di cui andiamo molto fieri e di cui il prossimo anno festeggeremo i 25 anni.

Dopo la scuola è nata l’Associazione Paolo Tonucci, oggi conosciuta come Apito. Cosa significa “apito” in portoghese?

Apito vuol dire fischietto, un oggetto simbolico che vuole richiamare l’attenzione sui problemi che il Brasile sta affrontando. Vuole dunque farsi sentire e urlare al mondo che oggi questo paese si trova in grande difficoltà. Più della metà della popolazione non ha garantiti i tre pasti al giorno e più di 33 milioni di persone ne possono consumare solamente uno. La violenza è ai massimi livelli, il traffico di droga regna, la miseria è alle stelle e il tutto in un clima di paura e incertezza. I giovani, ormai senza sogni, vivono la giornata senza sapere cosa succederà domani, senza avere il diritto di pensare a prospettive per il futuro, umiliati e abbandonati dalle istituzioni. Pregiudizi, razzismo e violenza sulle donne e sulle persone di colore sono all’ordine del giorno. Come può un paese vivere così?

Qual è la missione di Apito oggi?

Garantire i diritti umani incoraggiando la collettività attraverso l’educazione e la cultura, mirando sempre a far prevalere la giustizia. Per fare ciò la scuola dell’infanzia non è sufficiente, perché una volta terminati i tre anni, ci siamo resi conto che i bambini escono dalla scuola e le prospettive di vita offerte dalla realtà sono tutt’altro che buone. Abbiamo organizzato così attività extra curricolari, come ad esempio attività sportive, corsi di lingua, di robotica, di percussioni, nei quali non vengono solo insegnate varie discipline, ma soprattutto vengono coltivati i valori del rispetto, della libertà, della giustizia, offrendo luoghi protetti, sicuri, in cui crescere per diventare cittadini di domani migliori. Il nostro obiettivo non è quello di mantenere il Brasile un paese che chiede l’elemosina; noi vogliamo che sia un paese formato, capace, autonomo per potersi riscattare e creare un futuro migliore.

Dov’è Apito in Italia?

La sede dell’associazione Paolo Tonucci è a Merano, ma ha una filiale anche nella città di Fano, nelle Marche. Quando torno a Merano il mio collegamento principale è la comunità del Cenacolo. A Fano l’associazione opera con diversi progetti sul territorio, lavorando con i migranti, i poveri, con la clownterapia negli ospedali e con la scuola dell’infanzia Collodi di Fano. L’associazione permette di sostenere gran parte dei progetti e la scuola dell’infanzia qui in Brasile e nonostante gli alti e i bassi avuti negli anni, siamo molto orgogliosi di quello che siamo diventati. Una delle nostre pecche però, è che negli anni l’associazione non si è rinnovata molto e quello che ci manca sono le cosiddette “nuove leve”: giovani volenterosi, determinati e formati che credono nei nostri valori e che ci aiutino a portare avanti la nostra missione.

Quale messaggio ti senti di lanciare ai tuoi amici meranesi?

Vorrei far loro una domanda: avete mai conosciuto dei ricchi felici? Beh, io no, ma in 52 anni qui in Brasile ho conosciuto centinaia e centinaia di poveri felici. Vorrei farvi riflettere che oggi viviamo in un mondo sempre più connesso e non solo grazie alle nuove tecnologie, ma anche tra di noi come esseri umani: le sorti di uno dipendono dalle coscienze di tutti. Con questo voglio dire che ognuno di noi può fare la differenza per rispettare meglio il nostro pianeta, per superare le disuguaglianze, per far sentire la propria voce di fronte alle ingiustizie senza nascondersi dietro allo scudo dell’indifferenza. Dobbiamo apprezzare quello che abbiamo rendendoci conto di quanto siamo fortunati, ma se non proviamo tutti insieme a cambiare la coscienza a livello mondiale, prima o poi tutti andremo a fondo.

Autrice: Chiara Caobelli

Piccoli cambiamenti? No, occorre ripensare il sistema

Si celebra sabato 22 aprile la 53a Giornata mondiale della Terra, importante manifestazione per la salvaguardia del pianeta, proposta la prima volta nel 1970 negli Stati Uniti e fatta propria dall’ONU nel 2009 con una risoluzione dell’Assemblea generale. È organizzata dal movimento ambientalista “Earth Day Network”.

La “vita sulla terra” è il titolo dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile numero 15 dell’Agenda 2030: “Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, fermare la perdita di diversità biologica”.

Un tempo sarebbe stato sufficiente un approccio conservativo: non inquiniamo di più, limitiamo i consumi, comportiamoci meglio e così via. Oggi ci si rende conto (con grave ritardo) che non basta frenare, bisogna invertire la rotta. È necessario cambiare sul serio. La Terra non va solamente tutelata, essa va guarita. È malata, in certi casi in modo grave.

Una forte richiesta di cambiamento è emersa dal recente incontro organizzato dall’ASviS (l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) e dal Club di Roma. Sandrine Dixson-Declève, copresidente del Club di Roma, ha chiarito bene i termini della questione. “Sappiamo che la riduzione delle emissioni attraverso un efficientamento graduale dei sistemi di produzione e consumo non sarà sufficiente per affrontare la crisi climatica che è già in atto e rischia di andare fuori controllo. Piccoli cambiamenti all’interno dell’attuale sistema economico non risolveranno la crisi delle risorse, della biodiversità e non affronteranno le ingiustizie tra i Paesi e all’interno dei Paesi”. Quindi: “Dobbiamo ripensare completamente il sistema attuale e crearne uno adatto alle sfide e alle opportunità del ventunesimo secolo. Al centro di questa trasformazione c’è la necessità di ridefinire le relazioni tra Europa e quei Paesi che storicamente hanno fornito le risorse che alimentano i nostri stili di vita, attualmente non sostenibili. Transizione energetica e Green deal europeo vogliono dire molto più che sostituire i combustibili fossili con le energie rinnovabili: sono opportunità concrete per porre fine a un sistema che premia sproporzionatamente i ricchi a spese dei più poveri”.

Autore: Paolo Bill Valente

La Via dedicata alla partigiana Laura Conti

Tra via Castelfirmiano e via Camponuovo c’è via Laura Conti, via in mezzo al verde di prati e campi, colore giusto per una paladina della natura e dell’ambiente. Nata a Udine il 31 marzo 1921, dopo l’infanzia a Trieste passò a Verona e infine a Milano, dove si iscrisse a Medicina; la lettura della biografia di Marie Curie le aveva fatto nascere la passione per la scienza. Entrata nel gennaio 1944 nella Resistenza, fu incaricata di fare attività di proselitismo tra i militari. Arrestata il 4 luglio 1944, dal carcere milanese di San Vittore fu trasferita al campo di transito di Bolzano, assegnata al Blocco F, numero di  matricola 3786. Non rimase inoperosa; in collegamento con la Resistenza esterna, fu attiva in quella interna. Liberata il 30 aprile 1945. laureatasi in Medicina, alla professione di medico affiancò l’attività politica e l’impegno culturale. Nel 1951 passò dal PSI al PCI; dal 1960 al 1970 fu consigliera provinciale, dal 1970 al 1980 consigliera regionale; tra il 1987 e il 1992 alla Camera dei Deputati. Circa l’impegno culturale, sono diversi gli ambiti in cui Laura Conti diede il meglio di sé, come la Casa della Cultura di Milano, l’Associazione “Gramsci”, la Lega per l’ambiente, la “Medicina democratica” (Centro di controinformazione sulla salute e sulla nocività in fabbrica). Fu intensa anche l’attività di divulgatrice scientifica, con numerosi libri e articoli, per far riflettere sulla “sostenibilità” ambientale  e sociale delle scelte industriali, economiche e politiche. Considerata la madre dell’ecologismo italiano, anche nel lavoro politico richiedeva l’analisi dei problemi ambientali, la valutazione della documentazione disponibile e il coinvolgimento della popolazione. Fu così che si regolò anche nel 1976, durante l’emergenza nube tossica a Seveso. Dal 1985 ebbe problemi di salute, ma continuò a diffondere la consapevolezza dei problemi ambientali. Le condizioni di salute peggiorarono alla  fine del 1992, ma continuò nel suo lavoro; morì improvvisamente, mentre progettava un nuovo libro, il 25 maggio 1993.

Autore: Leone Sticcotti

Andrea Brillo: la passione di un collezionista dylaniato

Lo scorso 29 marzo, il bolzanino Andrea Brillo ha dato alle stampe un prezioso volume in lingua inglese da lui stesso compilato, risultato di una certosina ricerca relativa alle registrazioni effettuate da Dylan nel suo eremo di Woodstock nel 1967, registrazioni note come Basement Tapes (i nastri della cantina) che costituirono nel 1969 l’ossatura del primo disco illegale della storia del rock, intestato appunto a Dylan.

L’universo che si muove attorno al mondo musicale non comprende solo i musicisti: certo loro sono un po’ il sole della situazione, ma attorno a loro girano altre persone, moltissime: dai fonici di palco, ai tecnici di studio, ai cronisti delle loro gesta, ai fotografi che li ritraggono, ai designer che creano le copertine dei dischi. Non ultimi i collezionisti.

Il bolzanino Andrea Brillo ha cominciato a collezionare Bob Dylan una cinquantina di anni fa più o meno con l’uscita del disco intitolato Planet Waves, rimanendo folgorato irreversibilmente un anno dopo dall’epocale Blood On The Tracks. Da allora ha cominciato a collezionare i dischi del musicista americano andando in cerca non solo di edizioni differenti del medesimo vinile ma dando la caccia anche a tutta quella serie di dischi per così dire clandestini come il whisky che durante il proibizionismo veniva distillato al chiar di luna per essere venduto sottobanco.

E sottobanco venivano venduti anche i dischi in questione, con copertine artigianali ma dal fascino quasi pari a quello del contenuto dei solchi di quei vinili.

Lo scorso 29 marzo, Andrea Brillo ha dato alle stampe un prezioso volume in lingua inglese da lui stesso compilato, risultato di una certosina ricerca relativa alle registrazioni effettuate da Dylan nel suo eremo di Woodstock nel 1967, registrazioni note come Basement Tapes (i nastri della cantina) che costituirono nel 1969 l’ossatura del primo disco illegale della storia del rock, intestato appunto a Dylan.

“Sono quasi cinquant’anni che colleziono Bob Dylan – ci racconta l’autore – e in particolare negli ultimi anni mi sono concentrato sul riascolto delle canzoni che fanno parte di questo monumentale corpus musicale risalente al ritiro di Dylan dalle scene all’indomani dell’incidente motociclistico dell’agosto 1966 in cui qualcuno lo aveva addirittura dato per morto. Si tratta di un mondo affascinante in cui non è né semplice né automatico districarsi. Nel mercato discografico clandestino sono circolati almeno una trentina di bootleg in vinile, ristampati in modo altrettanto illegale, magari anche con lievi cambi di scaletta. Solo l’ascolto attento, l’identificazione di rumori di sottofondo, di brevi interludi parlati più che differenze nell’esecuzione, mi hanno consentito di stabilire di che versione dei brani si trattasse”.

La luce che si accende negli occhi di Andrea Brillo mentre parla del suo lavoro non dev’essere differente da quella che risplendeva negli occhi di Heinrich Schliemann quando scavava in Asia minore in cerca delle rovine di Troia. Lo spirito del collezionista di vinile, nello specifico di un collezionista come Brillo (tout court possessore di una delle più complete raccolte di materiale dal vivo di Dylan e di vinili clandestini dello stesso) non è dissimile dalla passione dell’archeologo.

Oltre a raccogliere i dischi in questione, spesso differenti solo per via di un codice inciso quasi primitivamente laddove finiscono i solchi del vinile, o per via di una minuscola iscrizione o di un timbro sul cartoncino dell’anonimo packaging, il collezionista bolzanino ha raccolto anche tutto quanto gli è stato possibile trovare a livello di letteratura sulla materia. Oltre ai due fondamentali libri dedicati da Greil Marcus e Sid Griffin all’analisi delle liriche spesso non semplici di queste canzoni, c’è anche una lunga serie di articoli apparsi sui giornali e nel web dal 1968 ai giorni nostri.

“Sono particolarmente soddisfatto del lavoro – conclude Brillo – e soprattutto sono orgoglioso dell’introduzione che mi ha scritto Alessandro Carrara, docente all’università di Houston e traduttore in italiano dell’opera omnia di Bob Dylan. Quando mi è stato suggerito di mandargli la mia ricerca non speravo davvero che mi avrebbe scritto un’introduzione così bella!”

Il volume di Andrea Brillo, ampiamente illustrato con riproduzioni a colori delle molteplici versioni dei dischi, delle copertine e delle etichette, è intitolato, Basement Tales (Bob Dylan – The Basement Tapes On Disc 1968-2014) ed è disponibile su tutte le librerie online, da Feltrinelli a Mondadori, fino al classico Amazon. L’autore è contattabile via email all’indirizzo portarossa57@gmail.com

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il dialetto trentino al concorso nazionale

Prosegue il viaggio alla scoperta delle compagnie teatrali amatoriali della Bassa Atesina che recitano in italiano. Questa volta, protagonista della storia è il Circolo Culturale Negrelli di Ora, da poco reduce della propria rassegna in grado di riscuotere un interessante successo.

“Tutto nasce dopo la guerra, quindi siamo tra il 1945 e il 1950, dall’idea di don Clemente Deflorian, allora parroco di Ora e curatore dell’oratorio – racconta il presidente del gruppo amatoriale, Ivan Sgarbossa – L’intento era quello di diffondere cultura e favorire le relazioni fra persone proprio attraverso la recitazione, lo spettacolo”.

Presidente Sgarbossa, come fece don Clemente a promuovere la cultura del teatro?

Fece costruire nella propria parrocchia il centro giovanile e il teatro appunto; dopo la scomparsa del sacerdote restò attivo solo il teatro della scuola elementare grazie al maestro Domenico Mosuto. 

Oggi recitate per lo più in italiano, ma in passato avete proposto degli spettacoli in dialetto…

I primi tempi siamo partiti portando in scena delle farse, piccoli componimenti divertenti. Poi siamo passati alle commedie più strutturate. In questo senso abbiamo fatto un sorta di percorso partendo con il dialetto e poi, per uscire dai canoni classici, siamo andati avanti provando a recitare in italiano, e ci siamo riusciti: abbiamo anche ottenuto diversi riconoscimenti.

Che tipo di riconoscimenti? 

Nel 2013 con “La baita degli spettri” abbiamo ottenuto tutti i premi del palcoscenico trentino di quell’anno. Poi, con “Il mistero dell’assassino misterioso” di Lillo&Greg, abbiamo vinto il concorso nazionale Sant’Urbano a Padova.

Ricorda altre commedie interpretate in questi anni? 

Quando abbiamo iniziato in dialetto, penso a “Robe da Ciodi” di Antonia Dalpiaz. O “L’usel del marescial” di Loredana Cont. Poi, quando abbiamo iniziato ad esibirci in italiano, penso a “L’incidente”, un testo di Luigi Lunari, o “Il colpo della Strega” scritto da Graam. Anche questo ci ha consegnato dei premi nel circuito Cofas.

In quanti siete? 

Siamo quattro attori e cinque, sei assistenti. Il Covid non ha aiutato, però abbiamo tre persone che dovrebbero iniziare a breve.

Progetti futuri? 

Provare a riprendere un po’ il ritmo; stiamo cercando i testi per una nuova commedia e anche persone che, come noi, abbiano voglia di impegnarsi.

Autore: Daniele Bebber

L’appalto della carne a Bronzolo

Se oggi è l’inflazione il cruccio delle famiglie, con il costo dei generi alimentari in costante lievitazione, anche agli albori del ‘900 i cittadini si lamentavano del prezzo dei beni primari. Ovviamente anche allora i commercianti elencavano gli elevati costi a loro carico: materie prime, personale, energia e trasporti incidevano non meno di oggi sul prezzo della merce.

A Bolzano i consumatori minacciavano di assaltare le botteghe come ai tempi raccontati da Manzoni. I commercianti, dal canto loro, denunciavano sempre più furti nei loro depositi e negozi e i contadini vedevano la loro frutta e verdura andare letteralmente a ruba. Inoltre, la forbice della disuguaglianza tra ricchi e poveri era in costante crescita, la grande guerra alle porte. Nella lontana Russia una sommossa seguiva l’altra e la disoccupazione minacciava il benessere delle famiglie.

Curioso in tal senso il caso dell’appalto della carne di Bronzolo. 

Nel paesino della Bassa era scoppiata una vera e propria rivoluzione delle massaie che minacciavano di ricorrere alle vie di fatto se non intervenivano le autorità preposte. 

Scrive la “Bozner Zeitung” del 21 giugno 1904: “Come a Bolzano, anche a Bronzolo è scoppiata la guerra del prezzo della carne”. La “questione in questione”, per dirla con un bisticcio di parole, traeva origine dalla massiccia immigrazione di famiglie trentine in paese. Queste persone, oltre alla loro lingua e cultura, avevano portato a Bronzolo anche le loro tradizioni e usanze, che con l’andare del tempo si imposero su quelle preesistenti. 

In particolare, vi era nel Welschtirol la consuetudine di appaltare l’esercizio del mestiere di macellaio. Il vincitore della gara aveva l’esclusiva della vendita nel territorio aggiudicato. Questa tradizione, che in origine doveva garantire la presenza dei macellai nei paesi, venne introdotta dagli immigrati trentini anche in provincia di Bolzano. In particolare ne furono interessati i paesi della Bassa Atesina di Bronzolo e Salorno, dove la popolazione trentina aveva quasi del tutto sovrastato quella originaria. Ma se nel resto dei comuni questo monopolio, con la possibilità di stabilire il prezzo della carne senza attenersi ai regolamenti vigenti, riguardava soltanto i pregiati bovini da ingrasso, a Bronzolo si permetteva al macellaio aggiudicatario di estendere il principio a tutti i tipi di carne con esclusione della sola carne di maiale.

I cittadini di Bronzolo si erano ribellati  al sopruso ma il tribunale amministrativo, subito interpellato, gli aveva dato torto. La sentenza aveva destato scandalo poiché era in netto contrasto con le leggi correnti nella monarchia asburgica, che garantivano a tutti i commercianti il diritto di offrire le loro mercanzie di in ogni paese e città dell’impero. 

A Bronzolo l’esercizio della macelleria era stato inizialmente appaltato per l’importo di 260 corone mentre nel frattempo era arrivato a 1325 corone, un importo molto elevato per un paese di 1200 abitanti. L’aggiudicatario dell’appalto, “strozzato” dalla somma da versare, aveva scaricato il costo sul prezzo della carne, senza attenersi a quella che allora era definita la “BoznerTaxe”, ossia il prezzo massimo di vendita consentito. A suo dire, era “costretto” a vendere anche le carni meno pregiate allo stesso prezzo della carne migliore, anche in questo caso contravvenendo ai regolamenti vigenti in materia. 

I Bronzolotti, al contrario, ritenevano che egli non aveva nessuno diritto di praticare prezzi da strozzino ma che avrebbe dovuto fare i suoi conti prima di accettare l’appalto. Inoltre, fece presente il comitato dei cittadini, l’appalto era stato aggiudicato a un altro macellaio che poi – vizio ovviamente ben radicato – aveva subappaltato l’attività a una persona neppure in possesso dei titoli per partecipare alla gara. Non rimase, agli infuriati Bronzolotti, che mandare giù l’amaro boccone o trasferirsi, per i loro acquisti, in un altro paese.

Autore: Reinhard Christanell