Live Muse omaggia il “re dei sorcini”

È l’ultimo concerto della stagione, e gli organizzatori hanno deciso di dedicarlo ad un cantautore che ha fatto la storia della musica italiana, e non certo solo per la sua voce e i suoi testi: sabato 6 maggio alle ore 21, quasi venti musicisti si alterneranno sul palco del teatro delle Muse di San Giacomo per celebrare il “re dei sorcini”, Renato Zero.

“Il triangolo”, “Mi Vendo”,” Felice e perdenti”, e poi ancora “I migliori anni della nostra vita”  “Spiagge” e “Il cielo”: sono brani che ogni italiano ha bene in mente, canzoni che fanno parte del patrimonio della musica leggera dagli anni Settanta ad oggi. 

Così come il loro autore, Renato Zero: un artista che nel corso della sua lunga carriera ha pubblicato 44 album, ma che soprattutto è stato capace di costruire un personaggio in grado  di sconvolgere i cliché del mondo dello spettacolo della Penisola importando il “glam” in tutti i suoi colori e le sue sfaccettature. 

Ci saranno anche questi brani nel repertorio che lo staff del Live Muse ha elaborato per la serata di sabato 6 maggio, quando a partire dalle ore 21 la presentatrice Cristina di Zanutto introdurrà sul palco del teatro delle Muse le tre formazioni che si alterneranno sul palco. 

Aprirà la serata sarà quella capitanata dal batterista Max Martinelli con Daniela Peroni (voce), Elisa Bernini (tastiere), Luciano Zattel (basso), Andrea Trebo (chitarra), Virgilio Moroni (chitarra), Max Martinelli (batteria). 

Poi sarà la volta dell’ensemble guidato da Paolo Tomasi (voce), con Marco Casarin (tastiere), Francesco Basciu (chitarra), Stefano Prosseda (basso) e Mario Cosentino (batteria).

Ultima formazione, quella che farà capo ad Alessandro Magri (basso e voce): Federico Barzon (voce), Philipp Skal (batteria), Luca Tommaseo (chitarra), Paolo Tomasi (tromba), Bruno Tagliari (sax) e Filippo Grimaldi (tastiere).

E poi il gran finale, con tutti gli artisti assieme sul palco per eseguire uno dei maggiori successi di Renato Zero, che – per ora – rimane un segreto per non rovinare la sorpresa.

Anche per questo concerto il biglietto d’ingresso è stato fissato a 10 euro, e anche per questa occasione il ricavato verrà devoluto per una buona causa: questa volta tocca al Comitato di Bolzano della Croce Rossa. 

Per ulteriori informazioni e prenotazione posti è possibile chiamare il numero 0471 952650 dalle 9 alle 12 dal lunedi al venerdi, o via mail: prenota@teatrofilolaives.it.

Autore: Luca Masiello

Il dialetto trentino al concorso nazionale

Prosegue il viaggio alla scoperta delle compagnie teatrali amatoriali della Bassa Atesina che recitano in italiano. Questa volta, protagonista della storia è il Circolo Culturale Negrelli di Ora, da poco reduce della propria rassegna in grado di riscuotere un interessante successo.

“Tutto nasce dopo la guerra, quindi siamo tra il 1945 e il 1950, dall’idea di don Clemente Deflorian, allora parroco di Ora e curatore dell’oratorio – racconta il presidente del gruppo amatoriale, Ivan Sgarbossa – L’intento era quello di diffondere cultura e favorire le relazioni fra persone proprio attraverso la recitazione, lo spettacolo”.

Presidente Sgarbossa, come fece don Clemente a promuovere la cultura del teatro?

Fece costruire nella propria parrocchia il centro giovanile e il teatro appunto; dopo la scomparsa del sacerdote restò attivo solo il teatro della scuola elementare grazie al maestro Domenico Mosuto. 

Oggi recitate per lo più in italiano, ma in passato avete proposto degli spettacoli in dialetto…

I primi tempi siamo partiti portando in scena delle farse, piccoli componimenti divertenti. Poi siamo passati alle commedie più strutturate. In questo senso abbiamo fatto un sorta di percorso partendo con il dialetto e poi, per uscire dai canoni classici, siamo andati avanti provando a recitare in italiano, e ci siamo riusciti: abbiamo anche ottenuto diversi riconoscimenti.

Che tipo di riconoscimenti? 

Nel 2013 con “La baita degli spettri” abbiamo ottenuto tutti i premi del palcoscenico trentino di quell’anno. Poi, con “Il mistero dell’assassino misterioso” di Lillo&Greg, abbiamo vinto il concorso nazionale Sant’Urbano a Padova.

Ricorda altre commedie interpretate in questi anni? 

Quando abbiamo iniziato in dialetto, penso a “Robe da Ciodi” di Antonia Dalpiaz. O “L’usel del marescial” di Loredana Cont. Poi, quando abbiamo iniziato ad esibirci in italiano, penso a “L’incidente”, un testo di Luigi Lunari, o “Il colpo della Strega” scritto da Graam. Anche questo ci ha consegnato dei premi nel circuito Cofas.

In quanti siete? 

Siamo quattro attori e cinque, sei assistenti. Il Covid non ha aiutato, però abbiamo tre persone che dovrebbero iniziare a breve.

Progetti futuri? 

Provare a riprendere un po’ il ritmo; stiamo cercando i testi per una nuova commedia e anche persone che, come noi, abbiano voglia di impegnarsi.

Autore: Daniele Bebber

Un problema comune

“Oggi non si tratta più di tedesco o italiano, ma di come lavorare tutti insieme per garantire una buona istruzione ai nostri figli.” Queste parole pronunciate nei giorni scorsi da un esponente politico altoatesino, non importa di quale partito, mi sembrano sintetizzare al meglio quello che a mio avviso sono le considerazioni prevalenti nella maggior parte delle famiglie presenti nel territorio della provincia di Bolzano. Apposta ho scelto di non scrivere “altoatesine” o “sudtirolesi”, perché a mio avviso è giunto il momento di uscire in un modo o nell’altro dalla nostra ipocrisia. Alle famiglie plurilingui “italo-tedesche”, inesorabilmente sempre più numerose, negli ultimi anni in provincia se ne sono aggiunte migliaia e migliaia di plurilingui attraverso le più diverse accezioni, portando alla situazione attuale, paradossale.
Due sono le strade che si intravvedono. La prima prevede di difendere in un modo o nell’altro le scuole monolingui ormai solo sulla carta. La seconda invece spinge pragmaticamente a sederci tutti attorno ad un tavolo per ragionare assieme per ristabilire le nostre priorità, quando parliamo di scuola. Quale strada privilegiare?
La risposta sembra scontata. Il dibattito che si è creato nei giorni scorsi attorno all’opportunità o meno che bambini non madrelingua vengano iscritti nelle nostre scuole primarie monolingui dimostra infatti che siamo ormai molto vicini alla perdita della bussola in merito alla priorità che ogni scuola deve avere, ovvero una buona istruzione e – potremmo aggiungere – anche una corretta “formazione di cittadinanza”.
è per questo motivo che in questi giorni si stanno moltiplicando gli appelli affinché i rappresenti politici della nostra autonomia – presente ma anche futura, viste le elezioni provinciali incombenti – non si trincerino ancora una volta dietro le solite barricate ideologiche per affrontare finalmente la realtà, ovvero le caratteristiche e le esigenze oggettive che la comunità dei residenti nel nostro territorio presenta nel 2023. Ad aiutarci, in questa direzione, non può che essere, poi, la constatazione che l’attuale sistema scolastico locale, così com’è, non consente un apprendimento diffuso della seconda lingua. Nei giorni scorsi abbiamo “scoperto” nello specifico che l’apprendimento del tedesco standard a scuola è un problema irrisolto per entrambe le due presunte comunità linguistiche dominanti. Ebbene: questo dovrebbe essere un motivo in più per far fronte comune e cominciare a dare ai problemi il loro nome, cercando di avere il coraggio necessario per organizzarsi e lavorare per diventare, finalmente, cittadini europei a tutti gli effetti.

Autore: Luca Sticcotti

Il quindicesimo anniversario

Qui Bolzano compie 15 anni ed anche QuiMerano e QuiBassa Atesina sono molto vicini a questo traguardo. Rispetto al 2008 – quando Athesia pubblicò il suo primo giornale in lingua italiana – tante cose successe ed è il panorama dell’informazione in generale ad aver subito una serie di cambiamenti che è poco definire epocali. Una cosa è certa, i freepress QuiMedia continuano a giungere direttamente nelle case di decine di migliaia di abitanti della provincia di Bolzano, consolidando il loro ruolo di informare, raccontare ed essere un punto di riferimento per la vita delle comunità.

UN LUNGO PERCORSO

Era il 27 marzo del 2008 quando uscì per la prima volta QuiBolzano. Sull’onda del successo riscontrato dal primo quindicinale gratuito in lingua Italiana uscito in Alto Adige, nel settembre dello stesso anno fecero la loro comparsa le altre due edizioni dei nostri giornali QuiMedia che tuttora raggiungono più di 70 mila lettori direttamente a casa loro, nella buca delle lettere.
Nel corso degli anni le edizioni furono addirittura di più, arrivando ad interessare anche la vicina provincia di Trento (QuiTrento e QuiRovereto) e altre zone della provincia di Bolzano (QuiValleIsarco). Dal 2015 si tornò alla diffusione originaria che si andò quindi stabilizzando su QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina.
Dal 2008 ne è passata di acqua sotto i ponti e speriamo che in futuro possa passarne ancora molta, non solo in senso metaforico visti i tempi che corrono. Tante sono le persone che, nel corso di questi 15 anni, hanno lavorato con dedizione e con passione per far giungere a tutti voi i nostri giornali. Per primi vanno citati, per forza di cose, il nostro editore On. Michl Ebner e la prima direttrice dei nostri giornali Cristina Ferretti, che con grande determinazione hanno voluto prima ideare e poi sostenere l’idea che la crisi dell’informazione veicolata dalla carta stampata possa essere affrontata e in parte risolta, anche grazie alla proposta di un prodotto che possa giungere a destinazione gratuitamente, attraverso una diffusione davvero capillare.
Nei nostri giornali in questi anni hanno lavorato diversi giornalisti, d’esperienza o alle prime armi, grafici, impiegati amministrativi, addetti all’organizzazione e alla diffusione, agenti pubblicitari. A tutti loro va il nostro grazie, in particolare a coloro che ad un certo punto hanno terminato la loro collaborazione con QuiMedia. Se i nostri giornali, oggi, restano una presenza stabile e apprezzata nel panorama dell’informazione locale, lo dobbiamo anche e soprattutto a loro. Ma va anche detto che QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina oggi sono quello che sono soprattutto grazie a voi appassionati lettori e tantissimi investitori, pubblici e privati, che avete voluto dare un senso al nostro lavoro. Da una lato leggendo e fornendoci tanti feedback, e dall’altro finanziando i nostri giornali che – va detto – non godono di alcun contributo pubblico per il semplice fatto di essere pubblicati.
Nella primavera di 5 anni fa, in occasione del primo decennale di QuiMedia, ci ritrovammo tutti insieme al Teatro Cristallo di Bolzano, per una giornata di festa e al contempo di riflessione sul futuro della città capoluogo. Quest’anno, festeggiando un anniversario importante ma “intermedio”, ci limitiamo a pubblicare questa storia di copertina, che vuole essere da un lato un ringraziamento e dall’altro un momento per ribadire quali sono i motivi che ci animano, nel nostro imperterrito impegno di informarvi ed essere degli interlocutori affidabili per i territori in cui i nostri giornali escono.
Auguri!

UNA PRESENZA CONSOLIDATA

Nel panorama dell’informazione in provincia di Bolzano i freepress QuiMedia rivestono un ruolo peculiare, rappresentando in molti casi l’unico accesso ad una fonte d’informazione veicolata dal tradizionale supporto cartaceo. Com’è noto recentemente i media cartacei hanno suscitato un rinnovato interesse da parte dei cittadini, che tendono a vedere in essi i depositari di un’informazione autorevole e certificata, rispetto al bombardamento di notizie spesso non verificate e non verificabili che vengono veicolate dai social network. Gli stessi social network hanno però anche abituato molti cittadini all’idea che non si debba pagare per poter accedere alle notizie ed è per questo che i freepress si trovano dunque a giocare un ruolo particolarmente importante in quanto giungono gratuitamente a casa delle persone. I freepress hanno dunque davanti la sfida di risultare davvero interessanti e significativi, anche solo per poter essere presi in considerazione e quindi sfogliati e letti. Questo è il compito, rinnovato, che ci assumiamo nei vostri confronti, cari lettori. E per farlo ci basiamo su alcune scelte di fondo. Cogliamo dunque l’occasione del nostro “compleanno” per ribadirle.  

LA SCELTA DEI CONTENUTI

I contenuti di QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina sono per scelta da un lato “locali” e dall’altro legati alla reale vita delle persone.
Non c’è nulla di virtuale, una volta tanto: essere locali per i nostri giornali vuol dire essere davvero “innervati” nei territori in cui vengono distribuiti. Stiamo parlando dei quartieri nella città di Bolzano, della città di Merano e del suo circondario, e delle varie località della Bassa Atesina. 
A ciò si aggiunge la consuetudine, che nei prossimi anni verrà ulteriormente rilanciata, di raccontare la vita delle persone, quelle reali, con le loro gioie e i loro dolori. Ma continuando nella scelta di lasciare volutamente sullo sfondo, nel racconto dei fatti, sia la “cronaca nera” che la cronaca politica nella sua accezione più specificatamente “partitica”. 

ESSERE UN “PONTE”

I freepress QuiMedia negli ultimi anni si sono distinti per il loro sforzo di essere un ponte, soprattutto tra le generazioni più lontane. Stiamo parlando degli anziani,  sempre più numerosi, e dei giovani sempre più impegnati, e in alcuni casi anche affaticati, nella loro difficile sfida di costruire il loro e il nostro futuro. Questo impegno verrà ulteriormente rafforzato. 
Ma il ponte non è solo tra le generazioni. Un altro aspetto della linea editoriale di QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina, è quello di guardare, seppure utilizzando la sola lingua italiana, all’intera realtà altoatesina e quindi alla vita e alle vicende delle persone dei tre gruppi linguistici ufficiali e di quelli dei nuovi cittadini, sempre più numerosi.
Da sempre attenta alla vita delle associazioni e del volontariato, la linea editoriale dei freepress QuiMedia manterrà un occhio di riguardo anche rispetto a tre nuove tematiche che negli ultimi tempi si sono affermate con forza, trasformando le vite di tutti noi. 

SALUTE, ECONOMIA E PACE

La salvaguardia della salute, la gestione economica individuale e delle famiglie in tempi di crisi e una riaffermata cultura della pace, nei prossimi mesi si affermeranno sempre di più come temi privilegiati per i contenuti che i freepress QuiMedia sceglieranno di offrire ai loro lettori. Si tratta di tre specifiche “lenti” che verranno utilizzate per leggere i fatti e per alimentare – attraverso anche commenti e opinioni autorevoli – la coscienza critica dei lettori.

LE TRE ANIME DEL GIORNALE

I nostri giornali escono grazie alla lungimiranza e al sostegno del nostro editore, che da luglio 2022 è divenuto Media Alpi, restando comunque nella galassia Athesia. 

QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina, sono sempre e comunque dei “giornali”, anche se vengono “regalati” ai loro lettori. Sono allora “mezzi di informazione” che si alimenta attraverso la professionalità dei giornalisti professionisti che vi lavorano e i tanti collaboratori che vi scrivono. Ma fondamentale in questa sede è anche ricordare, attraverso un’importante e indispensabile forma di trasparenza, che il vero motore che consente giornali QuiMedia di sostenersi è rappresentato dai tanti clienti, pubblici e privati, che decidono di “investire” con i loro contenuti e le loro grafiche nelle tre edizioni QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina, supportando l’editore nel suo impegno rinnovato.

IL NOSTRO “BIGLIETTO DA VISITA”

I giornali QuiMedia vengono realizzati presso la sede di Via Volta 10 a Bolzano. Dal settembre 2019 direttore responsabile è Luca Sticcotti, già redattore centrale dal settembre 2017. Collaboratore giornalistico per QuiMerano e QuiBassa Atesina è Luca Masiello. Responsabile grafica di QuiMedia è quindi Andrea Mercurio. Della Pubblicità, che fa capo ad Alessandro Toller, se ne occupano Barbara Sonetti (coordinatrice), Giovanni Spagnulo e Mauro Profaizer.
L’editore di QuiMedia è Media Alpi pubblicità srl, che ha sede a Trento in Via Missioni Africane 17.
La stampa di QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina viene effettuata presso Athesia Druck srl, in Via del Vigneto 7 a Bolzano. Non tutti sanno che i giornali QuiMedia si possono ricevere anche attraverso un abbonamento annuale con spedizione postale (indirizzato) al costo di 26 euro l’anno. QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina sono quindicinali ed escono 24 volte all’anno. Periodicamente ai giornali vengono abbinati inserti magazine tematici.
Per contattare QuiMedia basta chiamare il numero 0471 307930 o scrivere una mail a redazione@quimedia.it

Passi indietro sul tracciamento dei bus

Arriva? Sì, c’è scritto che arriva, ma poi… non arriva. è un’esperienza, questa, condivisa a Bolzano da molti utenti del trasporto pubblico. Gli orari degli autobus che si trovano sulle pensiline spesso lasciano il tempo che trovano, ma da un bel po’ anche gli strumenti più innovativi e digitali, come tabelloni con display e App per smartphone sono tutt’altro che precisi, anzi. E quando prendiamo il bus la precisione non è un optional, perché la maggior parte di noi non è in vacanza, ma ha un appuntamento da rispettare a breve termine. No?

Per chiarirci le idee ne abbiamo parlato con il nostro esperto della città digitale Marco Montali, che ci ha confermato nelle nostre perplessità. 

“La cosa strana è che fino a qualche anno fa, con la App di Sasa, il tracciamento dei bus era realizzato attraverso una mappa con Gps dove i mezzi erano rappresentati in tempo reale durante il loro spostamento. Si trattava di un prototipo sperimentale, realizzato in collaborazione con il Noi, ma funzionava bene tanto che noi l’avevamo lodato proprio in questa rubrica.

E poi cosa è successo?

“Beh, la App di Sasa è stata dismessa e ora c’è un’unica App (sudtirol mobil) che fa riferimento all’intero sistema della mobilità. Ma è evidente che non ha la stessa affidabilità.” 

La “vecchia” mappa che tracciava i bus in città non c’è più?

“No. E va detto non si tratta del livello di sofisticazione delle App. Il problema di fondo è capire a quali dati questi servizi fanno riferimento, e alla qualità di questi dati ovvero quanto sono fedeli alla realtà e con quale frequenza vengono aggiornati. Guardando come funziona il sito di Alto Adige Mobilità l’impressione è che i dati siano presi dalla pianificazione e non dalla situazione in tempo reale, oppure si basino (specie per quanto riguarda i ritardi) sulle dichiarazioni dell’autista. Di certo non è il GPS.”

Com’è stato possibile un passo indietro di questo tipo?

“Eh, sembra un esempio di omologazione verso il basso. Un vero peccato. Lo ripeto: è una questione di dati. Lo potete verificare anche per il tracciamento dei treni a livello nazionale. Per vedere dove si trovano si può fare riferimento al sito di Trenitalia, alla App, oppure – ad esempio – al sito viaggiatreno.it che si basa sulle informazioni presenti sui tabelloni elettronici nelle stazioni. Ebbene: se andate a vedere le informazioni sulle posizioni in tempo reale dei treni vedrete che non sono coerenti tra di loro. Lo ripeto: è una questione di qualità dei dati ed è un vero peccato. Spesso oggi sono disponibili open data, ma è solo attraverso un approvvigionamento corretto dei dati che può essere reso disponibile un servizio efficace. Altrimenti si tratta, sempre, di occasioni perse nella nostra città digitale. 

Rendere (in)visibili gli ingiusti confini

All’inizio di aprile del 1998 fu rimossa per sempre la sbarra collocata al valico del Brennero quasi ottant’anni prima. È trascorso un quarto di secolo. Quel passo fu reso possibile dall’attuazione degli accordi di Schengen, con l’apertura delle frontiere tra i paesi firmatari, nella prospettiva dell’unificazione e integrazione europea.

Gli attuali presidenti di Nord e Sudtirolo e i loro predecessori di allora si sono dati appuntamento sullo spartiacque, il primo di aprile, per una rimpatriata celebrativa della ricorrenza. Sembra che venticinque anni fa si sia trattato essenzialmente di “rendere più invisibile l’ingiusto confine del Brennero”. E di dilatare la collaborazione transfrontaliera tra i territori del vecchio Tirolo. Tutto vero.

Ma gli accordi di Schengen non si limitano alla regione stretta tra Borghetto e Kufstein. Il superamento delle frontiere riguarda l’Europa intera, con tutte le sue sfide cui il Tirolo, terra di confine, anzi terra sul confine, è chiamato a contribuire. Ricordando sempre che questa regione è nata proprio a causa del confine (geografico) con il compito, la missione, di garantire una comunicazione sicura tra Nord e Sud dell’Europa. Non solo tra Bolzano e Innsbruck.

Forse da tener pure presente che la rimozione della sbarra sul passo non è stata sufficiente a cancellare i confini tracciati nelle teste. 

Le divisioni interne, soprattutto in Alto Adige, non sono certamente svanite. Per molti versi si sono consolidate, come dimostra il disorientamento che ci prende ogni volta che si vanno a toccare certi nervi scoperti, come quelli della lingua e della scuola.

Il modello altoatesino sviluppatosi negli ultimi trent’anni non è forse fondato su confini invisibili (e ingiusti?) tra le persone, tra i gruppi, su monopoli e rapporti ancillari, su cooptazioni e ostracismi, frontiere mentali e culturali tracciate secondo le vecchie categorie dell’epoca nazionalistica?

Si aggiunga, per dirla tutta, che i vecchi confini interni tra stati europei non sono svaniti nel nulla (e ogni tanto, ad esempio nella crisi migratoria del 2015, vengono persino ripristinati), ma sono stati solo spostati ai margini di quella che si vorrebbe una “fortezza europea”, come ben sanno i migranti che, quando hanno fortuna, approdano distrutti sulle nostre spiagge. Quello non è un confine linguistico né politico. È il confine (ingiusto?) tra il mondo dei ricchi e il mondo dei poveri.

Autore: Paolo Bill Valente

Il “passaggio” dedicato a Walter Tobagi

Sono molti gli inquilini degli edifici, di edilizia agevolata o privati, a transitare per il “Passaggio Walter Tobagi”, collegante viale Europa al “Passaggio Norma Cossetto”; ma quanti sanno chi era e cosa fece Walter Tobagi? Era nato il 18 marzo 1947 San Brixio, frazione di Spoleto; aveva otto anni quando la famiglia si trasferì a Bresso (Milano). Già frequentando il Liceo ginnasio “Giuseppe Parini” di Milano il giovane Walter mostrò doti di giornalista, come redattore del giornale della scuola, “La Zanzara”. Dopo il Liceo iniziò la carriera di giornalista all’ “Avanti” di Milano, ma dopo pochi mesi passò al quotidiano cattolico “Avvenire”.  In entrambi i giornali trattò diverse tematiche, ma crebbe l’interesse per i temi sociali, per la politica e il movimento sindacale. Il 14 aprile 1971 si sposò con Maristella Oliviero; Luca nacque nel 1973, Benedetta nel 1977; la figlia seguì le orme del padre come brillante e seria giornalista professionista. Non trascurando i temi economici, Walter Tobagi dedicò attenzione anche alla politica estera. Ma furono le vicende del terrorismo ad impegnarlo maggiormente; seguì le prime azioni delle Brigate Rosse, quanto facevano i gruppi estremisti di Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia. Passato nel 1972 al “Corriere della sera”, Tobagi mostrò le sue doti di inviato in fatto di terrorismo, come cronista politico e sindacale. Erano gli anni di piombo: Brigate Rosse, Prima Linea e altre bande armate furono protagoniste di vicende luttuose. Analizzando i laboratori del terrorismo nelle realtà urbane, come Milano, Genova, Torino, Tobagi denunciò i pericoli che il fenomeno terroristico si radicasse nelle fabbriche e in altri luoghi di lavoro. Il 27 maggio 1980 aveva presieduto un incontro al Circolo della stampa di Milano, sul tema della responsabilità del giornalista di fronte all’offensiva dei gruppi terroristici. Riferendosi alla lunga serie di attentati, ebbe a dire: “Chissà a chi toccherà la prossima volta!” Toccò a lui! Infatti, alle 11 del 28 maggio, dei colpi di pistola, sparati da Mario Marano e Marco Barbone, posero fine alla vita del giornalista Tobagi.

Autore: Luca Sticcotti

Feline Melinda:il metallo non smette mai di ruggire

Nella nostra regione abbiamo avuto il metal granguignolesco degli Skanners, ma il metal locale ha avuto tra i suoi alfieri anche gli Still Blind dei fratelli Giovanett e, sempre in Bassa Atesina, i Feline Melinda, tutt’ora vivi e scalcianti col loro heavy rock dai toni più melodici e romantici. È notizia di questi giorni che l’interesse nei loro confronti è tale che una piccola etichetta veneta ha deciso di pubblicare un dieci pollici in vinile con i brani del primo demo inciso da Rob Irbiz e soci.

Cosa determina realmente il successo di un gruppo? Quali sono i fattori che ci permettono di stabilire se la sua musica abbia fatto breccia o meno, se abbia lasciato il segno?

Non sono certo i like su facebook o le visualizzazioni su youtube.

No, quello che ci dà un tangibile riscontro riguardo al fatto che un gruppo ha lasciato una traccia, seppur minima, è il tempo. Solo il tempo.

E il tempo, magari con le sue tempistiche – vi piace il gioco di parole? – la dice senz’altro lunga sul fatto che tra coloro che a distanza di anni sono rimasti nella memoria del pubblico, ci siano i gruppi di heavy metal, quello classico, quello che ha spopolato negli anni ottanta, prima di soccombere all’inserimento di porcherie elettroniche (pensiamo agli orrendi Europe), ai capelli cotonati e, soprattutto, all’arrivo del grunge, che sul finire del decennio fece letteralmente piazza pulita del metallo ruggente e pesante.

Piazza pulita per modo di dire: quelli che lo facevano per moda o per comodità sparirono, ma chi ci credeva, chi dell’heavy metal – che vi piaccia o meno – aveva fatto il suo credo, ha continuato a proseguire per la sua strada. Tanto che nell’ultima ventina d’anni si può dire che, seppur in tono minore rispetto agli anni ottanta, i vecchi protagonisti sono tornati alla ribalta, a suonare con largo seguito, a partecipare a festival e fare dischi.

“Si tratta di un’edizione speciale, a tiratura limitata e numerata – ci racconta con orgoglio Irbiz dei Feline Melinda –, a cura della AUA-Records, che ha dato il via alla collana di dischi Italian Metal Heroes, che per l’occasione ripropone i demotape dei gruppi del periodo 1980-90 su vinile. Praticamente una specie di memoria storica indirizzata a collezionisti e cultori di quel periodo in cui autentici gruppi di pionieri del metal/hard rock italico cominciarono a farsi conoscere e apprezzare. Pochi mezzi e tanta passione che hanno caratterizzato quegli anni in cui l’Italian Metal non veniva preso troppo sul serio oltre i nostri confini.”

Col tempo però quei confini sono crollati e i metallari italiani, Feline Melinda inclusi, si sono fatti apprezzare, dopo il primo demo recuperato sul dieci pollici della AUA-Records il gruppo si recò in Germania per registrare il disco d’esordio, a sua volta oggetto di una ristampa digitale alcuni anni fa su etichetta Mygraveyard.

“Il demotape – prosegue Irbiz – si chiamava Praeludium e lo abbiamo registrato a Ora in un piccolo studio nel 1987, con l’allora line up che comprendeva Helmuth Giovanett alla batteria, Andy De Santis al basso e me alla chitarra e voce. Lo studio era di Erich Dibiasi a Ora, Erich era stato uno degli Anonym, formazione in voga a fine anni settanta nella Bassa e aveva ricavato lo studio nella sua cantina: ci fece il favore di registrare il demo perché era un collega della mia morosa di allora! Quanto all’idea di documentare i primi passi delle band storiche da parte di AUA-Records mi è piaciuta tantissimo, perché solitamente chi ti propone un’operazione di questo tipo ti fa pagare, e non poco. Al Veneto Rock Festival, dove abbiamo suonato l’anno scorso, abbiamo avuto il piacere di conoscere personalmente Luca e lo staff di questa piccola azienda, e posso confermare che ci vorrebbe molta gente in più che fa le cose anche con il cuore e tanta, tanta passione. Non diventeranno mai ricchi con queste operazioni nostalgiche, ma il loro intento è promuovere e mantenere vivo il rock duro made in Italy di allora. Oggi si guarda in primis ai numeri dei like, alle vendite, ai follower. Peccato, perché lo spirito dovrebbe innanzitutto concentrarsi sull’amicizia, la condivisione di una passione, la stima”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale