Una surfista a Salorno

È appassionata di calligrafia, bricolage e fotografia. Ama scoprire posti nuovi, sia al caldo che al freddo: è Martina Demanega, nata e cresciuta a Salorno. Le piace il proprio lavoro come addetta alle relazioni pubbliche, perché può utilizzare le proprie capacità creative, organizzative e gestionali allo stesso tempo. è molto attiva nella vita associativa di Salorno.

La cosa che più mi piace di me.

Il fatto che sono una persona che cerca sempre di aiutare.

Il mio principale difetto.

La procrastinazione. 

Il mio momento più felice.

Sono molti, ma scelgo la mia festa di laurea. 

La persona che ammiro di più

Mio nonno Ernest per tutto ciò che ha raggiunto e fatto per la sua famiglia nonostante i tanti momenti difficili. 

Un libro sull’isola deserta.

“How to survive on a desert island”, perché ne avrò bisogno. 

La mia occupazione preferita.

Stare su un balance board circondata da persone a cui voglio bene, ascoltando musica, facendo calligrafia e mangiando del buon cibo.

Il paese dove vorrei vivere. 

A Salorno, confinante con l’oceano e le onde di Teahupoo. 

Il mio piatto preferito. 

Il cibo affumicato che viene offerto durante la tradizionale sfilata di Carnevale del Perkeo a Salorno. 

Non sopporto…

L’ipocrisia e l’arroganza. 

Per un giorno vorrei essere.

Carissa Moore e trascorrere tutto il giorno in acqua.

La mia paura maggiore.

Non utilizzare il tempo nel modo più proficuo. 

Nel mio frigo non manca mai…

Il limone. 

Se fossi un animale sarei.

Un falco, se potessi scegliere. 

Mi sono sentita orgogliosa…

Quando sono riuscita a fare il mio primo take-off sulla tavola da surf. 

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Non ho mai imparato a suonare uno strumento musicale. 

Il giocattolo che ho amato di più.

Forse le mie Bratz o la mia bici. 

I miei poeti preferiti.

Charles Bukowski e Tom Waits. 

I miei pittori preferiti.

Banksy e Salvador Dalí. 

Il dono di natura che vorrei avere. 

Volare.

Dico bugie solo…

Quando mi impapero.

Il colore che preferisco.

I colori del tramonto.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Non saprei, riesco a stare calma anche quando mi arrabbio.

Da bambina sognavo…

Una vita alle Hawaii, con le mie amiche.

Autore: Daniele Bebber

L’omaggio del Live Muse a David Crosby

A poco meno di un mese dalla scomparsa di David Crosby,  il direttivo del live Muse ha organizzato un concerto che senza dubbio riuscirà ad accontentare i tanti “orfani” del gruppo Crosby, Stills, Nash & Young. L’appuntamento è per sabato 18 marzo alle ore 21 al Teatro delle Muse di Pineta. E anche in questa occasione il ricavato verrà devoluto in beneficienza, per supportare i vigili del fuoco di Vadena.

Era il 1969, il mondo del rock sentiva stridere la Stratocaster di Hendrix, si cullava con il sound lisergico dei Doors, viveva le allucinazioni di Pete Townsend e si muoveva sui riff dei Led Zeppelin; e mentre nel Vietnam la morte era la compagna di migliaia di soldati, l’Occidente si preparava al più grande festival della storia, Woodstock. È in questa occasione, che sul palco della nella cittadina di Bethel, il trio Crosby, Stills & Nash incontrò artisticamente Neil Young, con il quale diede vita ad un supergruppo che sconvolse le regole del Folk Rock. 

Introdotte da Paolo “Crazy” Carnevale, sabato 18 dalle ore 21 sul palco si rivivranno queste sonorità con tre band che si slterneranno sul palco. La prima sarà quella che fa capo alla cantante Chiara Veronese con Bobbi Gualtirolo alla chitarra e voce, Dominique Panizza (tastiere), Fabrizio Bolognani (basso) e Flavio Delladio (chitarra). Seguirà poi la squadra del tastierista Marco Casarin con Camilla Guerrini (voce), Sonia Tripodi (voce), Stefano Licio (chitarra elettrica e voce), Andrea Piazza (chitarra acustica e voce), Alex Bosio (basso) e Mario Cosentino (batteria).

E infine ci sarà la band guidata dal bassista Giorgio Fait (basso): Giorgio Tornarolli (voce), Giordano Tassotti (chitarra), Andreas Gozzi (chitarra), Alex Busato (tastiere), Giorgio Fait (basso) e Pilo Berton (batteria).

Anche per questo concerto il biglietto d’ingresso è stato fissato a 10 euro, e anche per questa occasione il ricavato verrà devoluto per una buona causa: questa volta tocca ai volontari dei Vigili del fuoco di Vadena. Per informazioni e prenotazione posti è possibile chiamare il numero 0471 952650 dalle 9 alle 12 dal lunedì al venerdì, o via mail: prenota@teatrofilolaives.it

Autore: Luca Masiello

La difesa della Bassa Atesina nel 1796

Anni terribili, per la Bassa Atesina, il 1796 e 1797. Francesi in ogni dove, combattimenti, morte, carestie. I tetri rituali della guerra si ripetono dalla notte dei tempi, tanto che di questi “momenti di gloria” ne sono piene le pagine della storia e ogni popolo ha le sue da raccontare. Risale proprio al luglio 1796 la tradizione dei Sacri Cuori di Gesù arrivata fino ai nostri giorni.

Quando quell’anno il ventisettenne Napoleone Bonaparte assunse il comando dell’armata impiegata nella campagna d’Italia, il cuore d’Europa subì un tremendo scossone. Il Tirolo doveva restare estraneo alla contesa tanto che nel suo primo proclama “Aux habitants du Tyrol” Bonaparte promise il massimo rispetto per “gli abitanti semplici e virtuosi delle montagne”: a patto che lo lasciassero transitare indisturbato verso Vienna. Ma quando i cocciuti montanari disobbedirono, anche questa regione fu pesantemente coinvolta negli scontri. La difesa dei confini divenne il bene supremo e i paesi della Bassa Atesina si mobilitarono.

Ai primi di giugno 1796 Napoleone si presentò alle porte del Tirolo. Era sua ferma intenzione attraversare la valle dell’Adige per ricongiungersi alle truppe stanziate in Germania. La parola d’ordine in Bassa Atesina era “Fermare Napoleone!”. Salorno, Termeno e Cortaccia fornirono un battaglione di 140 uomini, Egna e Königsberg altri 100. C’era grande carenza di armi ma ciò nonostante i volontari si mostrarono battaglieri. Gli uomini della Bassa furono dapprima sistemati in Val di Ledro con il compito di controllare i passaggi verso l’Italia. Dopo gli scontri tra francesi e austriaci presso Mantova, un fiume di soldati in fuga, feriti e malati attraversò le strade polverose della Bassa Atesina. Scoppiò un’epidemia di tifo, che colpì anche parte della popolazione locale. Due soldati morirono tra Montagna e Pinzon, due vagabondi furono trovati senza vita a Montagna. 

Alla fine dell’estate, per la difesa dei confini furono mobilitati altri uomini di Salorno, Egna, Termeno, Cortaccia. La sola Egna ne fornì oltre 200, Montagna una cinquantina. Gli austriaci sotto il generale Wurmser provarono a liberare Mantova e la Lombardia ma furono nuovamente respinti da Napoleone, che il 3 settembre prese quartiere a Rovereto. Era sua intenzione marciare verso Nord ma fu costretto a inseguire Wurmser fino a Bassano. Pochi giorni dopo i Francesi penetrarono in Tirolo attraverso la Val di Cembra. Schützen di molte compagnie cercarono di sbarrargli il passaggio. Tra Salorno e Egna avvennero le prime scaramucce, successivamente altri scontri ebbero luogo in Val di Fiemme. Il 2 novembre Napoleone tentò nuovamente di avanzare fino a Caldaro per occupare l’Oltradige ma fu respinto. Un magliaio di prigionieri fu condotto a Egna. Dopo alcuni giorni, gli Schützen della Bassa Atesina attaccarono su tre fronti i Francesi nei pressi di Bedollo. 40 Francesi furono catturati. Altri 74 furono catturati tra Pergine e Civezzano. Tra il 4 e il 5 novembre i Francesi di Vaubois si ritirarono da Trento, gli austroungarici li inseguirono lungo l’Adige. Il giorno seguente i Francesi furono respinti oltre il ponte di Calliano. L’8 novembre “nessun nemico si trovavo più sul territorio tirolese”.

La libertà, provvisoria, era riconquistata ma la Lombardia rimase in mano ai Francesi. Il Kaiser di Vienna insistette per un nuovo tentativo di liberazione di Mantova. Sulle strade della Bassa Atesina regnava il caos più completo. Mancava tutto, dai generi alimentari alla legna per scaldarsi, dal fieno per gli animali ai medicinali. Specialmente il Welschtirol trentino era in ginocchio. La Bassa Atesina dovette sobbarcarsi l’onere di sistemazione dei soldati e i trasporti dei generi di prima necessità. Mancavano i buoi e anche i cavalli erano stremati. Un’eccezionale ondata di freddo interruppe anche i collegamenti sul fiume Adige. Nel comune di Egna si trovarono rappresentanti di tutti i paesi della Bassa per riorganizzare la distribuzione dei viveri. In febbraio scoppiò una nuova epidemia di tifo e migliaia di soldati e civili morirono. 

L’anno successivo, dopo una serie di cruenti conflitti, il 7 aprile fu finalmente raggiunto un accordo per una tregua e il 17 ottobre fu firmato un trattato di pace a Campoformio presso Udine.

Autore: Reinhard Christanell

La visita del prefetto Podestà

Sua Eccellenza Agostino Podestà era prefetto di Bolzano dal febbraio 1940, XVIII dell’era fascista. Nato a Novi Ligure nel 1905, aveva aderito al fascio da sedicenne e partecipato alla marcia su Roma. Si laureò in fisica e dopo diversi incarichi di prestigio fu nominato prefetto di Arezzo e quindi di Bolzano. Qui succedette al noto Giuseppe Mastromattei, che per otto anni aveva guidato la politica di italianizzazione dell’Oberetsch / Alto Adige. 

Il 28 luglio 1941, una domenica, il prefetto Podestà, a sua volta appassionato di bagni di folla, visitò ufficialmente Laives. Al di là dei toni trionfalistici e patriottici, il resoconto della visita apparso sul quotidiano di regime “Alpenzeitung” ci restituisce un quadro interessante del paese nel ventennio. “Besuch der Exzellenz des Präfekten in Laives” titolò a caratteri cubitali il giornale, che nel sottotitolo elencò i punti salienti della visita: “Visita alle strutture pubbliche; visita ad aziende agricole; raduno della popolazione davanti al municipio”. Sulla foto di rito, le autorità si fecero immortalare davanti a un enorme VINCERE! dipinto sul muro di una casa. 

Scrisse poi il giornale: “Domenica Sua Eccellenza ha visitato il popoloso paese di Laives, dove è stato accolto dagli abitanti entusiasti, che hanno manifestato la loro fede fascista e la consapevolezza della grandezza dell’epoca presente”. Non poco. Laives, pur trovandosi alle porte di Bolzano, non aveva perso il suo carattere agricolo e gli abitanti “hanno trasmesso al prefetto la loro entusiastica adesione al regime e la soddisfazione per le sue vittorie eroiche”. Prima di raggiungere il centro del paese, il prefetto era stato accolto trionfalmente da una schiera di Dopolavoristi impegnati in una gara ciclistica. Oltre 1000 persone salutarono il prefetto all’ingresso del paese, tra cui le “forze fasciste di Laives, le donne fasciste, gli invalidi, i giovani fascisti e i balilla”. In compagnia delle autorità locali, tra cui il parroco e il segretario del fascio, il prefetto si recò alla casa del fascio, dove lo accolsero i feriti di guerra. “La casa del fascio non è più sufficiente per la popolazione di Laives”, scrisse il giornale, “che in poco tempo è passata da 4000 a 8000 unità”. C’era la necessità di costruirne una nuova. Successivamente, il prefetto visitò la ditta Rabbiosi a sud di Laives, la Cassa di Risparmio e l’azienda agricola di Vittorio Perathoner e Giacomo Comperini, situate nelle vicinanze della stazione ferroviaria.

Nel frattempo la popolazione si era radunata davanti al nuovo municipio. Dopo il doveroso saluto al duce, vennero elencate le opere pubbliche eseguite di recente: la pavimentazione della via Pietralba costata 117.000 Lire, della via D. Chiesa, costata 70.000 Lire, della via Roma per un importo di 40.000 Lire. Per la via Campi erano state investite 1200 Lire. Cinque appartamenti erano stati ristrutturati e l’ambulatorio medico e il consultorio erano stati sistemanti. La scuola elementare aveva avuto in dotazione un impianto microfonico. Complessivamente, investimenti per 336.000 Lire. “750.000 Lire saranno stanziati per la condotta dell’acqua potabile”, concluse il giornale “e inoltre si attende la costruzione di una nuova scuola con almeno 20 classi per un importo di 2 milioni di Lire. È in programma anche un cinema con 1500 posti a sedere”.

Dopo aver ricordato i trionfi della marina nazionale, il prefetto lasciò Laives per incontrare nuovamente i Dopolavoristi. Una giornata trionfale.

Autore: Reinhard Christanell

Polemiche? Perché?

Queste righe, normalmente, nascono dall’attualità. Ovvero da uno spunto, una notizia, un avvenimento, una tematica che genera confronto e discussione. Di solito dopo una sorta di ballottaggio, alla fine un argomento viene prescelto e sviluppato, articolando una serie di considerazioni e – spesso – un’opinione. Questa volta però a chi scrive preme uscire dalla consuetudine, partendo dall’osservazione che – in realtà – le tematiche più significative in questo periodo sono risultate polemiche al livello di opinione pubblica, più o meno (molto più che meno) amplificate dai mass media. 

Cosa fare della guerra in Ucraina, a un anno dal suo innesco? Come non gettare nel panico milioni di cittadini committenti e imprese alle prese con lo stop improvviso alla cessione del credito per quanto riguarda il superbonus edilizio? Per poi, per scendere sul locale: come conciliare la necessità di moltiplicare le colonnine di ricarica per le auto elettriche senza togliere troppi parcheggi in città? E come risolvere l’emergenza casa nei principali centri che oggi contrappone gli interessi soprattutto dei giovani con quelli dei proprietari di immobili? Poi: come conciliare il problema dei genitori che durante l’estate con gli asili chiusi non sanno a chi affidare i loro figli con quello della carenza degli insegnanti che vengono pagati troppo poco e hanno diritto alle loro ferie?

Infine: come fare per non mettere sullo stesso piano gli attivisti che hanno vestito di rifiuti la fontana del Nettuno in piazza Erbe a Bolzano con gli individui che ancora oggi si divertono a imbrattare con svastiche i monumenti?

Ebbene: a mio avviso occorrerebbe partire dal presupposto che la polemica, di per sé, non porta mai da nessuna parte. Nemmeno se consente di vendere qualche copia in più dei giornali o di avere maggiori ascolti, follower, ecc. ecc. 

Anche in questo caso basta andare all’origine della parola per capire che non c’è nulla di maturo, dal punto di vista sociale (e politico) nello spostare il dibattito su questo livello. Se infatti il termine polemica di per sé significa “controversia, piuttosto vivace, tra persone che hanno diversità di vedute”, è dal suo significato estensivo che occorre porsi al riparo. Se infatti il confronto tra diverse visioni e opinioni diventa “contrasto e discussione portati avanti per inveterata abitudine a contraddire gli altri, spesso attraverso atteggiamento di critica preconcetta” naturalmente rischiamo di non andare da nessuna parte. Non credete?

Autore: Luca Sticcotti

Due chiacchiere con… l’intelligenza artificiale

Negli ultimi tempi hanno preso piede in maniera esponenziale alcune nuove tecnologie legate all’intelligenza artificiale, basate sui modelli generativi. Non si tratta più dunque di modelli in grado solo di analizzare un testo o delle richieste fatte da un umano, ma si tratta di sistemi in grado loro stessi di generare contenuti. Sul nostro giornale abbiamo già parlato della vera e propria moda che ha riguardato la generazione di immagini virtuali; ora invece ci troviamo di fronte al passaggio alle reti neurali che sono in grado di generare linguaggio e testo. Sono state soprattutto le cosiddette chat Gpt a portare due grandi novità: innanzitutto hanno migliorato di molto i precedenti sistemi facendoli divenire più interattivi, ma soprattutto sono state aperte al pubblico soprattutto per raccogliere ulteriori dati e “allenare” i sistemi stessi.

La vera rivoluzione è la flessibilità, che porta questi sistemi ad interpretare le richieste degli utenti, generando testi plausibili. Se pensiamo a sistemi come Alexa che agiscono attraverso un’interpretazione del linguaggio davvero molto primordiale, arrivando spesso a causare frustrazione negli utenti, la tecnologia chat Gpt potrebbe avere davvero effetti rivoluzionari per questo tipo di utilizzo. Nella domotica a breve potrebbero dunque esserci sviluppi davvero importanti. Ora si dice che Google potrebbe perdere molto del suo appeal rispetto a questi sistemi. Ma in realtà si tratta di sistemi chiusi e definiti. Una possibile evoluzione allora potrà proprio essere quella di integrare l’interfacciamento evoluto con l’utente con motori di ricerca che vadano a cercare le informazioni su internet. Al momento si dice che le chat Gpt potenzialmente potrebbero passare degli esami universitari. Il punto è vedere quali esami e quale grado di certezza ci sarebbe, nella possibilità di superarli. Questi sistemi al momento vengono chiamati, scherzosamente, pappagalli stocastici. Quindi forse c’è ancora un po’ di strada da fare in questa direzione. Ma ci torneremo su.

Autore: Marco Montali

Guerra o pace?
Sviluppi dai confini imprevedibili

Ricorre in questi giorni (24 febbraio) il primo anniversario dello scoppio della guerra in Ucraina. Fin da subito il mondo si è trovato di fronte a una doppia urgenza: ristabilire il diritto e ritrovare la pace. La violazione dei confini tra stati sovrani rappresenta un precedente che la comunità internazionale non può accettare.

La guerra in Ucraina, al di là delle troppe vittime civili e dei caduti sui vari fronti di combattimento, ha prodotto una seria emergenza umanitaria. Circa 17.7 milioni di persone hanno bisogno di assistenza. Oltre 5.9 milioni gli sfollati interni – di cui un milione i minori – e 7.9 milioni i rifugiati nei Paesi confinanti. In tutto 13 milioni i profughi all’estero, di cui circa 170mila in Italia.

Ma il problema fondamentale resta la guerra in sé. Essa appare sempre più un vicolo cieco dal quale è assai difficile uscire. Tornando indietro si giustifica un’aggressione. Andando avanti si perpetua la tragedia umanitaria e si rischia una deriva nucleare.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel discorso di fine anno, aveva posto l’accento sull’aspetto più critico nella dinamica guerra-pace: “Pensiamoci: se l’aggressione avesse successo, altre la seguirebbero, con altre guerre, dai confini imprevedibili”. La questione è centrale. Che cosa è più importante, nell’ottica del bene comune: la fine immediata del conflitto o il ripristino del diritto internazionale e dei diritti delle persone? Il Presidente mette chiaramente in guardia rispetto alla tentazione di accettare l’ingiustizia per sfinimento.

Pochi giorni prima Mattarella, rivolgendosi a una conferenza di ambasciatori, aveva detto: “L’aggressione brutale della Federazione russa ai danni dell’Ucraina ha messo in discussione le regole sulle quali abbiamo fondato la nostra pacifica convivenza. Un ordine basato sul rispetto del diritto internazionale”. Al centro del sistema di valori su cui si fonda quest’ordine “vi è la dignità umana e il rispetto della persona, che oggi vediamo invece in tante parti del mondo calpestato”.

Guerra o pace? Domanda destinata a rimanere senza risposte semplici, ma che chiama all’impegno. Sapendo che le premesse per una pace giusta e duratura vanno costruite prima che scoppi il conflitto. Quando la bomba è esplosa la politica del bene comune è tragicamente impotente. Non resta che sperare, credere nell’impossibile (continuando a lavorare e pregare per la pace).

Autore: Paolo Bill Valente

Un ritorno alla terra per i diversamente abili

“Cercasi piccolo terreno a Laives e dintorni per avviare un progetto di orticoltura per persone con disabilità”: Questo l’annuncio giunto nella redazione del QuiBassaAtesina qualche giorno fa. Un testo che nella sua semplicità racchiude un nobile intento, quello di avvicinare gli ospiti del Gruppo Natura della Comunità comprensoriale alla coltivazione della terra e compiere un passo in più verso l’indipendenza dei diversamente abili.

“In questi ultimi anni si sente sempre di più il bisogno di tornare a vivere la natura, specialmente nell’ambito del sociale. Così abbiamo pensato di lanciare un appello per trovare un angolo del nostro paese da coltivare come un orto, magari rivalutandolo per il bene della comunità e dei nostri ospiti”. A parlare è Filippo Manara, educatore responsabile del Gruppo Natura,un centro diurno per persone con disabilità medio – lieve. È sua l’idea, concordata con i vertici della struttura, di avviare un progetto che potrebbe portare i diversamente abili a coltivare un proprio orto.

Filippo Manara, da cosa parte questa iniziativa?

Il nostro gruppo è stato fondato una decina di anni fa, e – come spiega eloquentemente il nome – ha a che fare con il verde: è uno dei laboratori del Comprensorio Oltradige – Bassa Atesina che un tempo aveva in gestione parco Marconi ed altri spazi pubblici. Oggi stiamo aiutando il Comune gestendo gli spazi verdi di cinque asili; tagliamo l’erba, raccogliamo le foglie, svolgiamo compiti di manutenzione ordinaria. Negli ultimi tempi abbiamo notato che molti dei nostri utenti hanno manifestato l’intenzione di coltivare la terra: alcuni di essi hanno frequentato la scuola agraria di Laimburg o di Ora, così ho pensato che potrebbe essere interessante avviare un progetto di orticoltura da affiancare a quello che stiamo svolgendo al fianco del Comune. 

In quanti siete?

Questo gruppo ospita oggi tre persone seguite da due operatrici socio-assistenziali e da me, ma la Comunità comprensoriale riesce a creare una grande rete fra le varie realtà, per cui abbiamo un gruppo molto ben più ampio con cui collaborare. Il numero del Gruppo Natura si è sfoltito solo ultimamente, perché molti dei nostri ospiti sono riusciti ad integrarsi nel mondo del lavoro.

È questo uno dei vostri intenti?

Anche, certo. Nel nostro gruppo arrivano persone giovani intenzionate ad entrare nel mondo del lavoro, anche se spesso mancano loro alcune competenze: li seguiamo con l’intento di spingerli verso un lavoro integrativo. Molti restano con noi un anno o due, poi trovano un impiego come magazziniere in un supermercato o come bidello nelle scuole, giusto per fare degli esempi.

Torniamo al progetto dell’orto. I tempi stringono, fra un po’ è già periodo di semina…

Non abbiamo fretta, non vogliamo averne: noi saremmo felici anche se riuscissimo ad avere un pezzetto di terra a luglio, vorrà dire che semineremo ortaggi estivi. Coltivare la terra è sano, si sta a contatto con la natura, è salutare per il corpo e per lo spirito. Il mio sogno sarebbe partire con un progetto di integrazione, trovare una sorta di sinergia con qualche altro ente o associazione. Un progetto che non sia solo con i diversamente abili, ma che faccia entrare in relazione diverse sfere della società di Laives. E la mia speranza è di riuscire a creare questo orto in uno spazio magari abbandonato a se stesso, non un terreno già coltivato da affittare, ma uno spazio abbandonato da rivalutare, che possa essere utile a tutto il paese.

E cosa pensate di fare con il raccolto, in futuro?

Il Gruppo Natura ha già la sua bancarella al mercato del giovedì di Laives, vende degli accendifuoco che vengono realizzati con il legname di scarto delle falegnamerie: sarebbe bello riuscire ad ottenere una produzione sufficiente da portare al mercato. Nel frattempo l’idea è di utilizzare la verdura all’interno dei Gruppi Abitativi della Comunità comprensoriale. Gli ospiti sono autosufficienti, fanno la spesa da soli, si fanno da mangiare, quindi avere frutta e verdura di stagione e a chilometro zero potrebbe essere una marcia in più. 

Qual è il suo sogno, a riguardo del progetto?

La mia utopia sarebbe quello di creare una fattoria sociale. È difficile, lo so, ma bisogna anche sognare, ogni tanto, no?

Autore: Luca Masiello

La Kongrua del curato di Laives

Per garantire ai curati, parroci e cappellani impegnati nelle parrocchie dell’impero austro-ungarico un “minimo vitale”, a partire dal XVIII secolo e precisamente con la riforma di Giuseppe II fu introdotta la cosiddetta “Kongrua”, chiamata anche “portio canonica”. 

Con legge del 28 aprile 1724 si stabilì che le nuove parrocchie fossero dotate di una portio canonica o kongrua a carico dell’erario. Insomma, i sacerdoti che non disponevano di un reddito minimo annuo avevano diritto a vedersi integrato lo stesso dall’amministrazione pubblica. Il minimo vitale fu inizialmente fissato in 300 Gulden. Ovviamente si discusse molto sui cespiti che dovevano essere considerati reddito e quali no: ma questo non riguarda la nostra storia. Particolarmente dibattuti erano i cosiddetti diritti di stola bianca o nera, ossia le somme spettanti al prete per la celebrazione di matrimoni, battesimi e funerali. In quanto introiti incerti erano inizialmente esclusi dal computo della congrua.

Altro tema rilevante era ovviamente l’ammontare della congrua spettante al prete. I parroci e curati “autonomi” (selbständig) avevano diritto ad un importo maggiore, gli ausiliari, dipendenti da un’altra curazia o parrocchia, ad uno minore. Giuseppe II ritenne il mantenimento del clero un compito dello stato, per cui istituì un apposito fondo religioso che doveva elargire agli aventi diritto le somme spettanti. Nel 1840 si stabilì che gli introiti da stola dovevano essere computati solo se superiori ai 50 fiorini, mentre gli “Inzerten” come offerte e lasciti vari non venivano conteggiati.

Un caso curioso che destò un certo scandalo fu quello del curato e cittadino onorario di Laives Thaddäus von Elzenbaum, che nel 1892 intentò causa al Ministero del culto e della pubblica istruzione per vederrsi riconosciuti arretrati di “kongrua” per un ammontare complessivo di 738 fiorini. Il curato fu difeso dall’avvocato viennese Viktor von Fuchs, il Ministero dal cavaliere Johann von Spaur. Gli anni oggetto della contestazione andavano dal 1887 al 1892 e oltre all’importo il curato chiese gli interessi del 5%. Il tribunale accolse la sua richiesta e il Ministero fu costretto a pagare.

Secondo la difesa del curato, egli aveva diritto all’integrazione del minimo vitale in quanto le prebende a suo favore esistenti nella parrocchia di Laives ammontavano complessivamente a 441 fiorini annui. Il Ministero, al contrario, ritenne che l’integrazione non gli spettasse in quanto il suo atto di nomina lo qualificava come ausiliario della parrocchia madre di Bolzano e la stessa curazia di Laives era stata istituita nel 1710 come “sede distaccata” della parrocchia bolzanina. 

Il curato contestò in toto l’esposizione del rappresentante del Ministero. Sostenne infatti che il proprio decreto di nomina prevedeva l’esercizio delle sue funzioni in piena autonomia, come confermato anche dalla nota del principe-vescovo di Trento. In altre parole, egli era autorizzato a celebrare battesimi, matrimoni e funerali e teneva sotto la propria esclusiva responsabilità i registri delle nascite, morti e matrimoni. Inoltre il curato curava personalmente la corrispondenza con tutte le istituzioni statali e ecclesiali e il fatto che fosse tenuto a osservare obbedienza al parroco di Bolzano non era da considerare una limitazione delle sue funzioni. 

La sentenza, come detto, accolse in toto la tesi del curato von Elzenbaum e gli riconobbe, secondo la legge del 1885, una kongrua di 600 fiorini annui, l’equivalente di 9288 € attuali.

Autore: Reinhard Christanell

Laives nel gotha dei carnevali

Laives come Viareggio, Cento e Venezia: la tradizionale kermesse carnevalesca che da 44 anni è diventato un simbolo per tutta la provincia potrebbe ottenere il riconoscimento di “Carnevale Storico” previsto dal Ministero della cultura, introdotto dalla Legge di Bilancio 2022 e finalizzato alla tutela e alla valorizzazione della funzione svolta dai carnevali storici. “Sarebbe bello, anche se non ce la sentiamo di confrontarci con i grandi carnevali italiani: noi diamo il massimo con i mezzi che abbiamo ovvero fantasia, manualità e pochi soldi”, commenta il presidente del gruppo organizzatore, Cesare Zenorini.

La notizia ha fatto il giro della provincia in un attimo, un po’ perché l’edizione 2023, la numero 44, ha registrato un boom di presenze impressionante, un po’ perché il carnevale di Laives è nel cuore di tutti gli altoatesini, da Brennero a Salorno. Ciò che fa nascere una certa ilarità è che neanche i responsabili dell’organizzazione ne sapevano nulla, e si sono lasciati sorprendere pochi giorni prima di domenica 12 febbraio, quando un fiume di maschere ha attraversato la zona della Bassa; un corteo festoso di cui pubblichiamo alcuni scatti a pagina 17 di questo giornale.

Presidente Zenorini, come ci si sente ad essere affiancati a grandi realtà quali il carnevale di Venezia?

Io non mi immagino neanche che cosa possa voler dire confrontarsi con quelle grandi realtà (ride, ndr). La nostra è una grande passione che ci portiamo nel cuore da quasi mezzo secolo, e tutto quello che facciamo viene realizzato da persone normali che utilizzano la propria manualità e fantasia per portare della gioia in paese. E lo facciamo con i mezzi che abbiamo a disposizione, con le nostre mani e spendendo meno possibile. Venezia e Viareggio, per fare due esempi, hanno più mezzi a disposizione, anche e soprattutto economici.

Eppure potreste entrare a far parte del gotha dei carnevali italiani. Come è successo?

A sorpresa, ecco, potremmo dire così: mentre stavanmo sbrigando le pratiche burocratiche per l’organizzazione della manifestazione ci siamo incontrati a Bolzano con i vertici dell’Ufficio cultura in lingua italiana. Ed è stato il direttore Antonio Lampis a lanciare l’idea. Noi non sapevamo neppure che avremmo potuto avere i requisiti, e infatti saranno loro a raccogliere tutte le informazioni e le documentazioni da sottoporre al Ministero per avviare l’iter. 

Questo sarebbe il secondo riconoscimento nazionale…

Esatto, qualche anno fa siamo stati inseriti fra le “Mille meraviglie italiane”; ma anche in quell’occasine noi non abbiamo fatto niente. Era stato l’allora assessore comunale Volani a proporci al Forum nazionale dei giovani: con i ragazzi delle scuole medie aveva scritto agli uffici competenti e poi ci hanno insignito a sorpresa di questo riconoscimento. 

Quest’anno pare sia andata addirittura meglio degli altri anni. Che cosa avete cambiato?

In realtà nulla, ma è vero che c’è stata davvero una grande adesione; credo che sia l’effetto del post pandemia. Ho avuto la possibilità di vedere dall’alto tutta la manifestazione, perché sono stato su un carro con gli amici Franz e Bepi e ho notato il desiderio e la necessità delle persone di potersi finalmente riappropriare della libertà che da due anni era stata negata. Un desiderio semplice, ma che credo sia alla base della nostra esistenza, poter godere della vicinanza di famigliari ed  amici, il rivedere persone care o semplici conoscenti in un contesto gioioso e spensierato come la sfilata dei carri. E lo spettacolo dei bimbi mascherati che ci hanno accompagnato durante tutto il tragitto, fatine, gnomi, streghe, uomo ragno, maghi, cowboys, indiani, tutti desiderosi di lanciare i coriandoli e di riceverne una manciata in cambio ha riempito i cuori di tutti. 

C’era anche una nutrita schiera di personalità…

Per noi non è una grande novità: l’ex presidente Luis Durnwalder è un ospite fisso, come l’onorevole Luisa Gnecchi, che però quest’anno non è potuta venire a causa di un impegno a Roma. Noi mandiamo l’invito a tutti, e ogni volta sottolineiamo che la loro presenza deve essere alla pari del semplice cittadino, fuori dai canoni di ufficialità e formalità. E infatti ho scorto un presidente Kompatscher rilassato e felice, mi ha fatto piacere e mi piace pensare che abbia potuto trascorrere una giornata di svago.

Autore: Luca Masiello