Un inverno caldo e secco

Il cambiamento climatico è sotto i nostri occhi. In tutte le località dell’Alto Adige in questi mesi invernali sono risultate evidenti le temperature sopra la media e la scarsità di precipitazioni. Per un’analisi della situazione ci siamo messi in contatto con un esperto meteorologo.

In città sono in molti a preferire il sole che splende, le temperature miti e un assenza pressoché assoluta di precipitazioni. E questo in tutte le stagioni, specie in inverno. La situazione non cambia in montagna dove in questo caso sono i turisti a farla da padrona, desiderando un bel cielo azzurro a coronare il paesaggio. In montagna, però, d’inverno, è necessaria la neve, sia essa naturale o prodotta artificialmente per alimentare le piste da sci. E in questo caso a venire in aiuto sono la tecnologia e le basse temperature notturne, quando ci sono. Altro discorso è quello che riguarda l’ecosistema che, come sappiamo, ha bisogno che le stagioni facciano ognuna il proprio mestiere. Che – per quanto riguarda l’inverno – vuol dire neve e freddo. Ovvero proprio gli elementi che in questa stagione 2022/2023 paiono maggiormente scarseggiare. 

L’INTERVISTA

Dieter Peterlin, cosa possiamo dire sulle temperature che sono state registrate durante questo inverno?

Il clima è stato troppo caldo in tutti e tre i mesi invernali. In dicembre poco più caldo, ma molto più caldo poi soprattutto in gennaio e anche adesso in febbraio. A fine febbraio potrebbe essere che le temperature diminuiscano, ma il mese comunque si chiuderà sopra media. La media di tutto l’inverno è stata più o meno un grado sopra il livello degli ultimi 30 anni. 

Un grande tema è poi quello della siccità…

Sì. Ha piovuto e nevicato meno rispetto agli ultimi anni. La siccità ha riguardato gran parte del territorio, ma soprattutto ha riguardato l’ovest e il sud della provincia. L’eccezione, ovvero l’unico posto in cui siamo un po’ sopra la media, è la Valle Aurina dove a inizio febbraio ha fatto una grande nevicata. In dicembre come precipitazioni siamo stati appena sotto la media, ma la siccità si è fatta sentire anche in questo caso soprattutto in gennaio e febbraio. La siccità di quest’anno non è un fatto eccezionale, due anni fa in questo senso abbiamo avuto un vero e proprio record. In dicembre un po’ di precipitazioni ci sono state e anche a Bolzano città ha nevicato. 

In che senso allora dovremmo ora preoccuparci?

L’inverno scorso è stato abbastanza asciutto, poi non abbiamo avuto molte precipitazioni neppure nelle stagioni seguenti, e poi abbiamo avuto ora questo inverno povero di precipitazioni. è un trend che prosegue e potrebbe diventare poi un problema nella prossima bella stagione. Ancora non sappiamo cosa succederà. Se in primavera arriverà qualche bella perturbazione allora saremo a posto, ma se questo non accade… In ogni caso due inverni di seguito con poca neve non sono la migliore premessa.

I ghiacciai come stanno?

Male. Il trend è assolutamente negativo. Lo scorso anno è stato drammatico, il peggiore mai visto. Per i ghiacciai è proprio una catastrofe. 

Poca neve vuol dire problemi nel approvvigionamento idrico e non dimentichiamo che la sofferenza dei ghiacciai mette in discussione l’intero ecosistema dell’alta montagna, anche sotto il profilo della flora e della fauna specifiche. Il turismo invernale invece va a gonfie vele, nonostante il clima…

Con la neve artificiale si può fare tutto. 

Anche se in realtà le temperature sono molto elevate.

Sì, ma basta qualche giorno freddo e allora fanno tutta le neve che serve sulle piste. Che poi rimane anche se le temperature sono più alte di 5 gradi. 

Gli sciatori arrivano anche se la neve ce l’hanno solo sulle piste, ormai è appurato.

Sì, e nei prossimi anni probabilmente questa sarà una cosa normale. In ogni caso quest’anno ha nevicato il 9 dicembre in tutto l’Alto Adige e poi ancora il 15 dicembre. La stagione non era iniziata male. 

Con l’aspetto idrico come siamo messi? Anche in Alto Adige i fiumi sono davvero ridotti al minimo come portata…

Sì, siamo molto al di sotto della media. Siamo vicini alla primavera quando la neve si scioglie e quella fase non è ancora iniziata. Bisogna vedere cosa succederà nei prossimi giorni. Il 2023 è iniziato male, speriamo che le cose cambino nelle prossime settimane. 

Sappiamo che ogni previsione meteo oltre i 5 giorni è comunque sempre molto azzardata. Ma davvero non si può ancora dire nulla a proposito di quello che potrebbe succedere nel mese di marzo?

Il modello europeo di previsione dice che fino a metà marzo resteremo comunque sotto media, per quanto riguarda le precipitazioni. Grandi cambiamenti a questo proposito non dovrebbero essercene. 

Sull’approvvigionamento idrico ci sono stati già dei problemi in alta Venosta, nella zona di Burgusio…

Io posso parlare solo come meteorologo e posso dire che le zone più penalizzate dalle precipitazioni sono state l’ovest e il sud della provincia. La Val Venosta è sempre stata caratterizzata da precipitazioni meno abbondanti rispetto al resto del territorio, ma in questo caso l’effetto è ancora più accentuato. In Venosta, Val d’Adige, Bolzano e Bassa Atesina è piovuto davvero molto poco negli ultimi mesi. Nel nord della provincia e in Pusteria la situazione invece è più o meno nella media. 

Nell’ultimo anno almeno non ci sono stati fenomeni atmosferici devastanti, come successo qualche tempo fa con Vaia. è una magra consolazione?

Il 2022 è stato abbastanza tranquillo, ma sono mancati gli eventi estremi. Solo a livello locale abbiamo avuto qualche situazione critica, come ad esempio in Val Badia. Ma in questo caso si tratta di normalità. 

Qual è la situazione della fiducia della popolazione nei confronti delle previsioni meteo? Negli ultimi anni è cresciuta?

Quando ho iniziato le previsioni erano una cosa molto diversa da quelle attuali. Oggi sono molto più affidabili: ci sono molti più satelliti e stazioni meteo…

I cittadini sperimentano con mano insomma che quello che prevedete spesso effettivamente accade…

Sì, lo vediamo anche dagli accessi al nostro sito e alla nostra App, che aumentano di anno in anno… Lo vediamo anche dalla reazione della popolazione quando ci capita di sbagliare. Sono molti di più quelli che si lamentano, perché ora spesso le persone organizzano la propria vita proprio sulla base delle previsioni meteo. 

Le vostre previsioni specifiche per i comprensori sono molto utili. Non sarebbe però il caso di localizzarle ancora di più? Il territorio altoatesino è molto grande e molto diversificato a livello climatico, spesso nell’arco di pochi chilometri la situazione può cambiare e anche di molto…

Anche noi incontriamo questa difficoltà. Restando ad esempio sulla Val Venosta, spesso la situazione a Naturno è completamente diversa rispetto a Resia. Per questo vi posso dire in esclusiva che è in programma nelle proprie una update della nostra App con la quale sostituiremo le previsioni per comprensorio con una previsione per ogni singolo comune del territorio provinciale. è un modello che abbiamo sviluppato con l’Università di Innsbruck e che stiamo testando già da qualche anno. Le previsioni per comprensorio le facevamo noi meteorologi manualmente, ora invece passeremo ad un sistema automatizzato. 

Mappa delle stazioni meteo e radar precipitazioni resteranno invece invariate?

Le stazioni resteranno quelle, ne abbiamo un numero record rispetto al resto dell’arco alpino. Sul Macaion invece a fine estate o in autunno, speriamo venga realizzato finalmente un nuovo radar molto più affidabile e all’avanguardia. 

Si tratterà anche in questo caso di una struttura che verrà utilizzata, insieme, dalle province di Bolzano e Trento?

Sì, certo, è un progetto regionale.

Avete anche altre forme di collaborazione con i territori limitrofi? Il meteo per definizione si disinteressa dei confini politici…

A livello di Euregio abbiamo poi un progetto di collaborazione per la prevenzione delle valanghe.  
E rimane un collegamento molto stretto con Innsbruck, dove noi tutti abbiamo studiato. Lì viene fatta la ricerca, sulla quale ci basiamo. Del cambiamento climatico invece qui da noi si occupa Eurac. Con il bellunese abbiamo anche una forma di collaborazione, specialmente con Arabba. Con loro ci attiviamo in particolare se ci sono degli eventi nelle Dolomiti, così forniamo delle previsioni localizzate, in occasione di manifestazioni sportive internazionali o altro. 

Autore: Luca Sticcotti

La via dedicata a Anna Ruedl Zagler

Da via Sorrento si può percorrere, costeggiando l’Istituto tecnologico “Max Valier” e la Scuola Media “Anna Negri”, la via Anna Ruedl Zagler, tra viale Druso e viale Europa. Chi era e cosa fece? Anna Ruedl, nata nel 1785 a Caldaro, sposatasi nel 1802 con un medico di Lana, nel 1860 fondò presso la propria abitazione una “casa per domestici”, per offrire un alloggio gratuito alle domestiche anziane, malate e prive di mezzi. L’idea era venuta al figlio della signora Anna, Joseph Zagler, il quale, divenuto Padre Franz Xaver Zagler, si impegnò molto nel campo sociale. La signora Anna Ruedl Zagler dispose che alla propria morte (avvenuta nel 1872) la sua abitazione (in vicolo dei Muratori, ora via dei Vanga), venisse adibita a “Dientsbotenhaus”, ospizio per domestiche. L’ospizio, che offrì alloggio e assistenza fino agli anni ‘50, occupava una vecchia costruzione a due piani, parzialmente danneggiata durante la guerra. Non si trattava però di una vera e propria casa di riposo, poiché le sue ospiti erano pur sempre a servizio presso famiglie bolzanine, dove provvedevano a pulizie o altre faccende di casa. L’istituzione era riservata a “domestiche che abbiano prestato servizio a Bolzano per almeno 15 anni”. Allo scopo venne istituita una Fondazione, che si occupò del collocamento di domestiche disoccupate o inabili. Va ricordato l’aiuto che alla “Casa per domestici” fu dato anche da un’altra benefattrice, la signora Wilhelmine Grätzl, vedova del medico dott. Josef von Kofler. Il 17 dicembre 1987 la Fondazione divenne l’Associazione “Haus der geschützten Wohnungen” (Casa degli alloggi protetti), avente come obiettivo l’assistenza e la protezione per le donne che si trovano in situazione di violenza. La “Casa degli alloggi protetti”, ora del KFS (Katholischer Familienverband Südtirols – Associazione sudtirolese famiglie cattoliche), fu a livello nazionale una delle prime strutture per donne in situazione di violenza.

Autore: Leone Sticcotti

Shanti Powa go America

Il sogno americano è un mito che ha attratto musicisti di ogni generazione e di ogni parte del mondo. E la nostra regione non è certo esente da questa fascinazione.  Lo scorso dicembre è toccato agli Shanti Powa calcare le assi dei palchi americani, per due concerti legati ad un’importante manifestazione.

Pensiamo ai Dedy Cemm che fecero per sei mesi la spola tra New York e le Bermuda sulle navi da crociera, o a Enrico Micheletti e Klaus Tengler, entrambi in California a fine anni settanta (il primo a L.A. dove pare abbia incrociato la chitarra con membri della band di Larry Coryell, il secondo a Frisco, dove frequentò gente come Mike Bloomfield e Jorma Kaukonen ed incise persino un disco) e poi, in tempi più vicini a noi, come non ricordare le puntate di George McAnthony a Nashville, il massacrante tour dei Graveworm, quello autogestito dei Nolunta’s, fino alle recenti scorribande di Hubert Dorigatti.

Come dicevamo – lo scorso dicembre è toccato agli Shanti Powa calcare le assi dei palchi americani, per due concerti legati ad un’importante manifestazione.

“Tutto è cominciato un paio di anni fa – ci racconta Thomas Maniacco, trombettista e portavoce del gruppo – abbiamo partecipato ad un contest organizzato da JM International, una ONG legata all’ONU che organizza eventi per i giovani, il risultato è stato che ci siamo ritrovati tra i gruppi vincitori e avremmo dovuto esibirci alla fine del 2020 in Corea del Sud, che quell’anno ospitava la manifestazione. Tutto è saltato per colpa del Covid, e il nostro concerto lo abbiamo filmato a casa ed è stato trasmesso poi in streaming sul sito di JM International. Grazie però al piazzamento ottenuto siamo diventati, e continuiamo ad esserlo, ambasciatori della Fair Play Music nel mondo”.

Parimenti al concorso Busoni, il contest vinto dalla formazione altoatesina non è detto debba avere per forza un vincitore: è quello che è accaduto con l’edizione 2022 che avrebbe dovuto ospitare i vincitori nella capitale americana così gli organizzatori hanno avuto la bella pensata di invitare quindi gli Shanti Powa e altri musicisti legati al loro contest.

“Il materiale musicale di chi partecipa al contest – prosegue Maniacco – deve avere dei testi contro la corruzione, l’oppressione, divulgare l’idea di unione e comunità e noi sembravamo fatti apposta per questo tipo di evento. Nella fattispecie, a Washington si è tenuta l’International Anti Corruption Conference, a cui erano presenti tutte le ONG legate al circuito a cui appartiene JM International e proprio in quest’ambito siamo stati invitati ad esibirci”.

Impossibilitati a recarsi tutti in America, gli Shanti Powa sono così partiti in sei per l’avventura oltreoceano, hanno passato qualche giorno in una sala prove di Washington per testare la formazione ridotta (Bertrand J. Risè, Florian Gamper, Lukas Pichler, Fabian Pichler, Jonas Tutzer e Thomas Maniacco) a cui si sono uniti sul palco anche altri tre artisti invitati all’IACC: il congolese Alesh, Faith Mussa dal Malawi e Lain, della band indiana Rain in Sahara. 

“La prima situazione in cui ci siamo esibiti – è il cantante Berti Risè a parlare – è stata strettamente legata all’evento, con un pubblico formato ovviamente dalle ONG partecipanti, ma anche da diversi Segretari di Stato, incluso quello americano. Un’esibizione in stile unplugged per giornalisti, speaker, politici e addetti ai lavori”.

Il giorno successivo invece il gruppo si esibito al 9:30 Club, il locale più in voga della capitale americana, particolarmente caro a Dave Grohl (Nirvana, Foo Fighters) che lo definisce il suo locale preferito, facendosi apprezzare dai frequentatori abituali.

 “Si è trattato di un’esperienza molto importante – conclude Berti, suonare e portare la nostra musica in America era un sogno. Devo dire che è stata anche una cosa commovente per me, ho pianto di felicità. È stato un peccato non poterci essere con la band al completo, ma in compenso siamo riusciti a stabilire un legame molto forte con gli altri partecipanti, ci sono già dei brani che stanno nascendo in collaborazione con loro: l’idea è di averli nel nostro prossimo disco e suonare ancora dal vivo con loro”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Scrivere poesie, sull’amore e sulla vita

Varcando l’ingresso della palestra gestita da Antonino Massimo Rugolo, si percepisce un’energia particolare e diversa, lontanissima dal luogo comune che vorrebbe le palestre anche e soprattutto come ambienti di esposizione per fisici scolpiti. Dobbiamo questa particolare atmosfera a Max, come lo chiamano amichevolmente quasi tutti, preparatore atletico e imprenditore di successo, impegnato a lavorare sulla motivazione e su fisico dei suoi iscritti. Pochi sanno che lui è anche un appassionato scrittore e poeta. Pensate che il suo libro “Sulle ali della tenerezza”, edito da Laruffa nel 2007, contiene racconti e poesie, di cui una negli anni passati è stata erroneamente attribuita a Luigi Pirandello.

Prima di parlare del presente, può brevemente raccontarci un po’ della sua vita? Come è finito a Bolzano?

Sono calabrese, da giovane sono stato giocatore professionista di basket a Reggio Calabria; successivamente mi sono trasferito a Bologna a studiare, ma prima di arrivare a Bolzano sono stato in Francia e in Inghilterra. Ho poi vissuto in Islanda, dove ho visto posti straordinari, e negli Stati Uniti, dove ho cominciato a lavorare come Life coach, una professione che mi ha portato a vivere quasi in simbiosi con i miei clienti – due nel periodo statunitense. Il life coaching è una disciplina fondata sul miglioramento della performance, sulla motivazione e sulla capacità di generare emozioni positive.

E che sensazioni le ha lasciato quell’esperienza?

Per me è stata una cosa elettrizzante, che mi ha fatto crescere molto.  Solo successivamente sono arrivato a Bolzano, di cui mi ha colpito la natura e la gentilezza delle persone. Mi ha particolarmente colpito l’atteggiamento dei ragazzi che attraversando il passaggio pedonale quasi salutano con un cenno gli automobilisti che li fanno passare.
A Bolzano ho cercato una palestra a cui associarmi ed ora eccomi qui…

Di cosa scrive?

Scrivo in special modo su ciò che è l’amore e il suo entusiasmo, su ciò che è la vita e la sua voglia di vivere. Con la mia scrittura vorrei far capire che dobbiamo fare del mondo un posto migliore.

Lei è una persona molto impegnata, con una agenda fittissima, come riesce a ritagliarsi il tempo e la calma per scrivere?

Le rispondo citandole un estratto dalla più famosa delle mie poesie, quella a suo tempo erroneamente attribuita a Pirandello, in cui scrivevo ‘E l’amore guardò il tempo e rise, perché sapeva di non averne bisogno’, allo stesso modo le rispondo che non serve il tempo per parlare di amore.

Può spiegarci com’è successo che la poesia che ci ha citato sia stata attribuita a Pirandello?

L’ho scritta diverso tempo fa, trovando un riscontro quasi immediato sulla sua bellezza, in chi leggeva. Successivamente lo scrittore Agostino Frau mi scrisse, facendomi notare che la poesia, pubblicata nel mio libro del 2007, veniva attribuita erroneamente a Pirandello ed esortandomi a far valere le mie ragioni. Da quel momento in poi, ho cominciato a fare le mie ricerche, ma ho scoperto presto che gli utenti del web si stavano attivando per attribuire la poesia alla mia persona. Un ultimo riconoscimento mi è arrivato da Dacia Maraini, che nel suo libro, “Il diritto di morire”, in cui affronta il tema dell’eutanasia, riproduce per intero la mia poesia firmandola con il mio nome.

Autore: Till Antonio Mola

AIED: la sezione Andreina Emeri di Bolzano compie 50 anni

Nel 2023 l’Aied di Bolzano, sezione Andreina Emeri, festeggerà i 50 anni e per questo momento così importante, ha deciso di organizzare una serie di attività ed eventi durante tutto l’arco dell’anno, volti alla promozione della consapevolezza e dell’autonomia economica delle donne, filo rosso che lega tutte le iniziative. Tre le iniziative organizzate per l’occasione: dal 2 marzo al 17 aprile 4 workshop in sede; il 10 giugno la festa dei 50 anni presso il Bocciodromo di Bolzano e il 30 settembre il convegno “Donne e denaro” al Teatro Cristallo. Tutti gli eventi sono liberi e gratuiti, aperti alla popolazione previa iscrizione.

A dare il via al progetto dei festeggiamenti sarà il primo dei quattro workshop, durante i quali si tratteranno i temi come il lavoro, il conto corrente e la gestione delle risorse finanziarie proprie e familiari.  

Primo appuntamento il 2 marzo con la Commercialista e revisora dei conti Bruna Micheletto sul tema Educazione economica e finanziaria. L’autonomia nelle scelte economico-finanziarie, lavorative, familiari e previdenziali anche per favorire la libertà delle donne. 

Durante il secondo laboratorio, il 16 marzo, l’avvocata Lorna Ciacci affronterà il tema della Gestione economica familiare, divisione delle spese, conto corrente cointestato e possibili strategie. 

Il 23 marzo l’appuntamento sarà con la cooperativa Gea e la Prevenzione della violenza economica. Le operatrici del Centro Antiviolenza Mirca Zanoni e Stefania De Cicco parleranno di gestione delle finanze familiari e di come la violenza economica privi la donna della propria autonomia e non le permetta di godere e partecipare alla gestione delle comuni finanze domestiche provocando sentimenti di dipendenza, ansia, stress e depressione che ne limitano le libere scelte. 

L’ultimo appuntamento, per questa parte “formativa”, sarà il 17 aprile con la Vicepresidente dell’Inps Luisa Gnecchi sul tema dell’Indipendenza economica anche da pensionate. Imparare a parlare di soldi e avere il coraggio di gestirli fin da giovani è una questione di sopravvivenza in particolare per le donne che vivono più a lungo, spesso con la prospettiva di pensioni più basse a causa del gap salariale, delle assenze dal lavoro per maternità o assistenza ai familiari e di cura in generale. 

I workshop avranno luogo dalle ore 18 alle 20 presso la sede dell’Aied in Corso Italia 13 M. La partecipazione è gratuita e limitata a un massimo di 20 persone. Iscrizione presso la segreteria del Consultorio, telefonicamente al numero 0471 910586 oppure scrivendo a info@aiedbz.it

Il 10 giugno dalle ore 18 alle 24 presso il Bar Bocciodromo di viale Trieste 17 a Bolzano ci sarà poi la festa per i 50 ANNI del Consultorio Aied. Un’occasione di incontro e condivisione, aperta a tutte e tutti, proprio nei giorni in cui ricorrono i 50 anni dall’atto costitutivo dell’associazione. 

La musica della serata sarà a cura delle Dj Rol&Pi@ e Shanti Baba. Negli spazi del Bocciodromo verrà organizzata un’esposizione frutto di un lavoro artistico delle studentesse e studenti di due classi del Liceo Pascoli di Bolzano sulla storia e l’attività dell’Aied a Bolzano, il contributo e lo sguardo delle nuove generazioni sul consultorio e l’associazione.  

Il 30 settembre dalle ore 9 alle 18 presso il Teatro Cristallo si terrà la giornata di approfondimento “Donne e denaro”. La partecipazione sarà ad ingresso libero su prenotazione direttamente sul sito del Cristallo www.teatrocristallo.it  

Problema abitativo: facciamo il punto

Maurizio Surian, Presidente del Centro Casa Mieterschtz che ha sede a Bolzano in piazza Matteotti, illustra le problematiche legate al tema dell’abitare a Bolzano. 

Surian, che ruolo ricopre il Centro Casa Mieterschutz? Di recente, avete siglato qualche accordo in merito al tema abitativo?

Siamo un’associazione nata da un’idea dei tre sindacati, CGIL CISL e Uil, che opera da oltre 40 anni offrendo assistenza agli inquilini e ai piccoli proprietari. Operiamo e diamo assistenza nella compilazione delle domande Ipes, nella stesura di contratti di affitto, controllo delle spese condominiali, registrazioni e attestazioni. Per i casi difficili o per la gestione degli sfratti, però, ci avvaliamo della consulenza di una legale. Abbiamo sottoscritto e rinnovato gli accordi territoriali che determinano i contratti di locazione convenzionati o concordati. Qui, proprietario e inquilino si accordano per un canone compreso tra un minimo e un massimo, sulla base delle zone in cui è suddiviso il territorio comunale e delle caratteristiche della casa.

Quali categorie di persone necessitano maggiormente, in questo momento, di una abitazione nella città di Bolzano? E, di conseguenza, quali possono essere le relative soluzioni?

Oggi tutti necessitano di una abitazione a Bolzano, o nelle immediate vicinanze. Dal cittadino autoctono, che vuole crearsi una famiglia, a coloro che vengono qui a lavorare o a studiare. I problemi sono vari: dai costi elevati, alla mancanza di terreni dove costruire nuove abitazioni.
Non vogliamo cementificare la città, ma non possiamo neppure permetterci di aspettare la realizzazione di lunghi progetti; servono interventi ravvicinati. Si potrebbe vedere se è possibile ampliare ciò che è già costruito, intervenendo sui costi dei terreni. Un altro tema è quello della contribuzione provinciale che, in qualche modo, pur avendo aiutato molte famiglie, ha contribuito a far lievitare i costi dell’abitare in Alto Adige. Sono tutte questioni che le varie Associazioni che si occupano del tema ribadiscono da anni, ma senza un intervento deciso del mondo politico non si può fare nulla.

Cosa pensa del “cohousing” e dell’abitare multigenerazionale, ovvero condomini dove gli inquilini svolgono attività di tipo sociale ottenendo un’abitazione a bassi costi?

Sento voci discordanti su questa iniziativa, che a Bolzano si è realizzata attraverso il progetto Rosenbach. Prendendo la nuova legge sull’edilizia sociale, la quale ha un articolo dedicato su questo tema, si può iniziare a fare qualcosa di concreto in attesa della costruzione di case in nuove aree.
Inoltre, credo che i progetti di foresterie nella zona produttiva – che prevedono alloggi disponibili per i lavoratori – non siano una soluzione, ma solo un inizio. Sottolineo però che non si può “ghettizzare” chi viene qui a lavorare, bisogna tener conto del bisogno di relazioni sociali.

In questo quadro, che influenza hanno gli appartamenti sfitti in città? Sono un numero eccessivo?  

Il numero degli alloggi sfitti non si conosce. Come Centro abbiamo richiesto più volte che venga fatta un’anagrafica degli alloggi vuoti. La Presidente Ipes ha di recente dichiarato di avere oltre 400 alloggi sfitti nel comune di Bolzano e oltre 800 nell’intera Provincia. Questo è un dato negativo che sommato al numero degli alloggi sfitti privati, che possono essere oltre un migliaio, sta mettendo in difficoltà chi cerca casa. Serve un tavolo di confronto continuo tra Provincia, Comuni, Associazioni degli inquilini e dei proprietari per trovare soluzioni adeguate e cercare di contenere i costi.

Autore: Andrea Dalla Serra

“Droga. Un rischio sempre più alto per tanti giovanissimi”

A buon mercato e in grado di provocare dipendenza nel giro di pochissimo. Le sostanze, come il crack, che circolano sul mercato bolzanino sono un pericolo concreto per giovani e giovanissimi. L’attività terapeutica del SerD.  

L’allarme lo lancia Tanja Umari, psichiatra del SerD, il Servizio per le Dipendenza della ASL, ed è un invito a tutta la società altoatesina, non solo alle famiglie della città di Bolzano. “Negli ultimi tempi abbiamo visto un aumento della quota di ragazzi in cura da noi. Bisogna capire che si tratta di una realtà – quella della tossicodipendenza giovanile – che non è solo un problema lontano, di qualche metropoli ma che può potenzialmente toccare tutti, sia nel capoluogo che nelle valli” afferma la dottoressa che, dopo una decennale esperienza al SerD giovani di Trieste, adesso guida il gruppo di specialisti che nel SerD di Bolzano si occupano delle dipendenze da sostanze psicotrope dei giovani sotto ai 25 anni. 

Negli ultimi anni, il profilo dell’utente che si rivolge al servizio per problemi di tossicodipendenza si è modificato profondamente. Nel biennio 2019/20, sono arrivati al SerD 158 nuovi utenti under 25, di cui 60 minorenni e nell’ultimo anno, le persone seguite dal servizio e minori di 25 anni sono state costantemente attorno ai 100. “Si è passati dall’utente eroinomane con una dipendenza per così dire “storica” a ragazze e ragazzi adolescenti”, spiega la psichiatra, “sono questi il target degli spacciatori. Hanno il cervello ricettivo alle sostanze e – è triste ammetterlo – sono degli ottimi clienti. Inoltre l’offerta di droga si adatta alle tasche dei più giovani. Con pochi euro è possibile comprarla”.  

È soprattutto la tipologia di sostanze a destare grande preoccupazione. La sostanza maledetta, che ultimamente si sta diffondendo e che maggiormente preoccupa gli addetti ai lavori, è il crack, una droga che ha fatto strage di vite e che siamo abituati a conoscere dai documentari e dai film a stelle e strisce ma che ora circola anche nelle vallate alpine. A buon mercato, il crack è costituito da cristalli di cocaina che vengono fumati per mezzo di una pipetta di vetro e che, dopo pochissime assunzioni, rende schiava la persona che lo inala. Il crack rende dipendenti quasi da subito e l’assunzione nei giovani è una vera e propria bomba che può dare origine a psicosi, schizofrenia fino a ictus o infarto e overdose. Ad esso si aggiunge il policonsumo e l’eroina, in un primo tempo solo fumata e non iniettata, il cui potenziale di dipendenza viene pericolosamente sottostimato dai giovani.  

Il metodo per contenere e contrastare questa nuova piaga non è solamente la repressione ma anche la prevenzione e il lavoro di strada, una direzione verso cui si sta muovendo anche il servizio locale. “Avremmo bisogno di avere un maggior numero di persone che parlino la lingua dei giovani, che lavorino sul campo come street worker ed educatori per orientarli. Ci stiamo attrezzando in questo senso ma la strada da fare è ancora lunga”. Importante, come sempre è intercettare il giovane prima che il problema si sia cronicizzato e che questi abbia tagliato i ponti con la vita “normale”. “Nei primi tempi i ragazzi hanno relazioni sia con amici che non hanno contatti con la droga sia con il mondo della dipendenza e dello spaccio”, sostiene Umari, “in questa fase risulta più facile ed efficace il percorso terapeutico”. Un ultimo appello è rivolto alle famiglie. “Spesso abbiamo riscontrato nei genitori una certa sottovalutazione quando li informiamo che i figli consumano sostanze come la cannabis”, conclude la psichiatra, “così non dovrebbe essere. Queste possono comunque provocare gravi danni allo sviluppo del cervello dei figli e preparare il terreno a sostanze più dannose. Oggi seguiamo molti giovani che devono affrancarsi dai cannabinoidi”.  

Molto spesso, le famiglie sono impreparate ad affrontare una situazione di tossicodipendenza o si sentono sole. La raccomandazione della psichiatra del SerD è chiara. “Invitiamo a rivolgersi a noi per farsi consigliare e seguire con terapie per ragazzi e famiglie”. 

Autore: Nilo Ruggeri

Da dieci anni in piazza per le donne

“Donna, vita, libertà” è lo slogan che si è levato da oltre trecento meranesi, una pacifica onda che ha attraversato le vie del centro con lo scopo di ribadire, per il decimo anno consecutivo, il proprio no alla violenza sulle donne.

Sono trascorsi dieci anni da quel  giorno di San Valentino in cui un’ottantina di cittadini si erano incontrati in piazza della Rena per prendere parte al primo flashmob “One Billion Rising”, ideato dalla scrittrice statunitense Eve Ensler e finalizzato al contrasto della violenza sul gentil sesso. 

Era la prima edizione, e già quel 2013 che sembra così lontano milioni di persone in tutto il mondo si erano mobilitate per prendere parte all’iniziativa. Dieci anni dopo l’incontro anche a Merano è diventato un appuntamento fisso, quasi una tradizione, tanto che in piazza Terme quest’anno risultava difficile anche solo quantificare il numero di persone che ha preso parte alla coreografia sulle note di “Break the chain”, una canzone che ha risuonato per i vicoli come un messaggio di pace. Donne, uomini, adulti e giovani: tutti uniti per lanciare un segnale chiaro contro la violenza maschile sulle donne. 

Un corteo lungo tutto il centro

L’appuntamento era per le 17 in via Cassa di Risparmio; da qui il folto corteo ha attraversato via Portici, via Leonardo da Vinci e corso Libertà per attraversare poi la passerella Lenoir fino in piazza Terme, dove la manifestazione si è conclusa con la danza collettiva. “Siamo tutti impressionati dai numeri e dalla massiccia adesione all’iniziativa – spiega Sabine Raffeiner, una delle anime dell’evento – questo successo premia tutta la cittadinanza, che ha dimostrato di avere una sensibilità particolare a riguardo, ma gratifica anche il nostro gruppo di lavoro, che nel corso di questi dieci anni ha saputo tenere alto lo spirito dell’iniziativa”.

Associazioni e enti uniti per lo scopo

Già, perché dietro a questo grande movimento c’è un’organizzazione formata da diversi attori della società locale: l’assessorato pari opportunità, con la Rete contro la violenza sulle donne – città di Merano, la Casa delle donne e il Museo delle donne e l’associazione Donne contro la violenza. 

Quest’anno il flashmob si è avvalso anche della preziosa collaborazione dell’associazione Frauenmarsch – Donne in marcia di Bolzano, e dei responsabili delle Terme di Merano, che hanno concesso il piazzale per la riuscita della manifestazione. 

“Per questa edizione abbiamo voluto coinvolgere anche i più giovani – continua Sabine Raffeiner – avviando un’attività di sensibilizzazione nelle scuole, con il centro giovanile Hub 37 in via Huber 37, dove la settimana prima dell’evento è stato possibile provare la coreografia. Ci sono state anche altre due prove per studenti e insegnanti alla Scuola Fos e al Gandhi”.

Autore: Luca Masiello

Una soprano di successo

Qui Intervista a Martina Bortolotti von Haderburg. Dopo gli studi al Conservatorio di Milano, all’Accademia della Scala e ancora all’Università di musica e spettacolo di Monaco di Baviera, la soprano Martina Bortolotti von Haderburg, nata a Bolzano e ora residente a Salorno, ha iniziato la propria attività esibendosi anche con direttori del calibro di Riccardo Muti e registi come Franco Zeffirelli. Per lo più presta il proprio canto in opere e operette tedesche ed italiane.  A breve sarà pure impegnata in una tournée a Seul.

La cosa che più mi piace di me. 

L’energia.

Il mio principale difetto.

La curiosità.

Il mio momento più felice. 

Con la famiglia, con la natura e con la musica.

Le persone che ammiro di più.

I miei genitori.

Un libro sull’isola deserta.

Un manuale di sopravvivenza oltre a fogli bianchi e una penna, per scrivere il mio primo libro.

La mia occupazione preferita.

Cantare.

Il paese dove vorrei vivere.

Il mio.

Il mio piatto preferito.

La pizza.

Non sopporto.

La violenza.

Per un giorno vorrei essere… 

Un uomo.

La mia paura maggiore. 

La guerra.

Nel mio frigo non mancano…

Frutta e verdura.

Se fossi un animale sarei…

Una balena.

Mi sento orgogliosa…

Quando faccio bene il mio lavoro.

Il mio motto. 

Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo.

Il capriccio che non mi sono mai tolta. 

Un viaggio nello spazio.

Il giocattolo che ho amato di più.

Il mio Teddybär.

I miei poeti preferiti.

Rilke, Quasimodo, Verlaine, Merini, Wilde.

I miei pittori preferiti.

Amadeus Bortolotti, Leonardo da Vinci, Schiele, Chagall.

Il dono di natura che vorrei avere. 

Mi accontento di quelli che ho e cerco di curarli.

Dico bugie solo…

Sotto tortura.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Spero di esserci e di stare in salute.

I colori che preferisco.

Rosso, blu e oro.

L’ultima volta che ho perso la calma.

La perdo quando sono stanca o affamata.

Da bambina sognavo…

Lo spazio e la luce.

Autore: Daniele Bebber

Appiano all’epoca dei Franchi

Come riferisce lo storico longobardo Paolo Diacono, tra il 575 e il 590 l’esercito dei Franchi attraversò più volte la valle dell’Adige. Diversi “castra” di origine romana, in quel periodo presidiati da arimanni longobardi, furono distrutti, la popolazione in gran parte schiavizzata. Solo grazie all’intervento dei vescovi Ingenuino di Sabiona / Bressanone e Agnello di Trento fu possibile liberare molti prigionieri dietro pagamento, si vocifera, di un’ingente somma di denaro. 

I Franchi, che sotto Carlo Magno avrebbero sconfitto definitivamente i Longobardi di Desiderio nel 774, penetrarono in Trentino per “vendicare” i continui sconfinamenti dei Longobardi nelle Gallie e, soprattutto, per contrastare sul nascere la pericolosa alleanza tra Longobardi e Bavari, questi ultimi stanziati nella piana di Bolzano fino a Laives. Per primo occuparono il castello di Anagni, eretto, secondo la leggenda, da Teodorico, re dei Goti. Da questo castello prese nome l’intera valle chiamata prima di Nan e successivamente di Non. Cramnichis, il condottiero dei Franchi, sconfisse poi il conte di Lagare (Val Lagarina) Ragilo  in una sanguinosa battaglia nella piana Rotaliana. 

Nella cruenta guerra del 590, i Franchi imperversarono nuovamente in Bassa Atesina. Distrussero diversi castra: Tesana (Tesimo), Maletum (Meltina), Sermiana (Sirmiano), Appianum (Appiano), Fagitana (Fàdana di Cembra), Cimbra (Cembra), Vitianum (Vezzano), Bremtonicum (Brentonico), Voalenses (Voleno), Ennemase (Egna/Castelfeder) “et duo in Alsuva” (Valsugana). Terminata la guerra, nell’anno 591 una nuova calamità colpì la Val d’Adige: non piovve da gennaio a settembre e non vi furono raccolti. Perfino l’erba da foraggio si seccò nei campi.  Come non bastasse, sia quell’anno sia quello seguente l’intera valle fu invasa dalle cavallette. La Bassa Atesina era in ginocchio, affamata e decimata come mai negli ultimi secoli.

Questi castra o castella non vanno però intesi come castelli medievali ma bensì come veri e propri villaggi fortificati, occupati da una vasta popolazione dedita all’agricoltura, all’artigianato e ai commerci. Si presume che in epoca romana il fondovalle fosse ancora poco popolato e gli abitanti privilegiassero questi insediamenti collinari o di mezza costa. Non se ne sa ancora molto perché – a parte Castelfeder – pochi sono stati esplorati a sufficienza. La stessa Appianum, come sappiamo, risale certamente alla precedente epoca romana, durata mezzo millennio e terminata da poco più di mezzo secolo. In quel periodo di occupazione longobarda – si presume vi fosse stanziata una guarnigione di arimanni – rivestì certamente una notevole importanza sullo scacchiere del duca di Trento Evino. Da qui controllava le mosse di nemici e alleati lungo tutta la valle dell’Adige. Si spiega così la veemenza con cui fu attaccata dai guerrieri franchi che di fatto rasero al suolo il vecchio centro abitato romano. 

Da quel momento in poi, il territorio di Appiano fu di fatto occupato sistematicamente da coloni e “signori” di stirpe longobarda e bavara che si affiancarono all’antica e residua popolazione romana. Il processo di assimilazione fu lento e la convivenza tutt’altro che semplice. Le genti romaniche e germaniche vivevano una accanto all’altra e continuarono a osservare proprie leggi, a praticare propri culti., a seguire proprie tradizioni. 

Anche negli altri paesi e villaggi della Bassa Atesina della destra Adige successe la stessa cosa. Sul lato opposto della valle il processo di assimilazione fu ancora più lento e si concluse soltanto dopo l’anno 1000. In epoca carolingia, nell’845, un atto giudiziario ci permette di conoscere i nomi di tre scabini attivi ad Appiano: Hagilo de Prissianum, Launulfus de Bavarius e Fritari de Apiano. Gli scabini erano giudici introdotti e nominati da Carlo Magno e di fatto “suggerivano” la sentenza al conte che presiedeva il tribunale e formalmente pronunciava il verdetto. Il fatto che tre alto funzionari di stirpe germanica occupassero cariche di quel livello potrebbe dimostrare che nel IX secolo gli “immigrati” bavari e longobardi si erano già ampiamente stabilizzati nella zona settentrionale del ducato di Trento. Nel documento, i tre vengono definiti “Teutisci” ovvero todeschi, per distinguerli dai longobardi. Possiamo dunque supporre che la definitiva stabilizzazione dei nuovi arrivati bavari e longobardi nella zona di Appiano (in precedenza vero e proprio feudo romanico) risalga perlomeno all’epoca di Carlo Magno. Gli stessi nomi delle principali località del territorio, tutte di chiara origine romana, vengono tedeschizzate proprio in quel periodo: da Appiano a Eppan (con la E al posto della A e l’accento spostato sulla prima sillaba), da Cornaianum a Girlan, da Missianum a Missian. 

Poi per alcuni secoli cala il silenzio su Appiano: finché nel XII secolo riappaiono testimonianze che confermano la completa “metamorfosi” germanica del luogo: accanto a Ebpan o Eppan compaiono anche Screbuhilen / Schreckbichl (Colterenzio), Routa (Reit), Gurlan, Missen o Missian: dove la conservazione della desinenza rimane a perenne ricordo dei trascorsi romanici.

Autore: Reinhard Christanell