Dai campus universitari americani ai prati del Talvera. Arriva Ultimate Frisbee

GOATS Ultimate è il nome del gruppo sportivo che ha portato a Bolzano uno sport poco conosciuto ma con una caratteristica che lo rende unico: non ha bisogno di arbitro.  

Uno sport di nicchia in cui il fair play la fa da padrone. E non potrebbe essere diversamente visto che la conditio sine qua non è che i giocatori siano i primi giudici del loro comportamento in campo. È l’Ultimate Frisbee una disciplina che è nata nei campus universitari americani negli anni ’70. È un sport che non bisogno di grandi investimenti in attrezzature e strutture: è sufficiente un disco, due squadre e un campo rettangolare, in erba (anche sintetica), su cui si affrontano sette giocatori contro sette. Viene praticato indifferentemente da maschi e femmine – le squadre sono miste – che usano un disco (Discraft) da 175 grammi, evitando il contatto fisico. Per segnare un punto la squadra deve avanzare fino a raggiungere la meta avversaria passandosi il disco, dato che al giocatore col disco in mano non è permesso correre. “L’Ultimate è uno sport di squadra aerobico e completo ma quello che lo rende veramente speciale è l’assenza dell’arbitro”, afferma Gruber, “il regolamento non lo prevede. L’Ultimate si basa sull’auto-arbitraggio, sulla sportività, sul rispetto delle regole e dell’avversario”. 

Tale disciplina nella Penisola è praticata da diversi anni ma nel capoluogo altoatesino è arrivata di recente. A importarla, nel 2014, il bolzanino David Gruber, che l’aveva praticata durante gli studi universitari a Monaco di Baviera, assieme a Marco Dalla Riva, che vi si era appassionato mentre studiava a Trento. “Da noi mancava questa possibilità e quindi ho cercato qualcuno di Bolzano che condividesse questa mia passione. Assieme a Marco abbiamo quindi dato vita a una squadra che con alterne fortune è continuata fino ad oggi”, ammette. 

Molti dei componenti della squadra dei GOATS sono studenti e studentesse della Libera Università di Bolzano. “Collaboriamo con l’associazione sportiva di unibz, lo SCUB, che ci aiuta anche a diffondere l’Ultimate ma il nostro gruppo è formato anche da gente che lavora”. Durante la bella stagione, si trovano sui prati del Talvera mentre quando fa più freddo e c’è poca luce, i praticanti si ritrovano nella palestra delle scuole superiori Max Valier. La tradizione bolzanina dell’Ultimate non è ancora così consolidata da far sperare trionfi sul campo, dominato dalle squadre di città dove si gioca da più tempo, come Bologna, “ma anche i GOATS stanno migliorando e recentemente abbiamo partecipato a tornei in Veneto, inseriti in una squadra mista Bolzano-Trento”, commenta il fondatore.  

Chi volesse provare a giocare a Ultimate Frisbee può fare una prova durante il giorno in cui i GOATS Ultimate si allenano sui Prati del Talvera (zona dei campi da calcio): il martedì dalle ore 20 alle 22. “Purtroppo non abbiamo a disposizione gli spogliatoi e pertanto chiediamo alle persone di venire già vestite con abbigliamento sportivo”, precisa Gruber. Inoltre il gruppo offre sessioni di pratica gratuita per gli insegnanti delle scuole medie e superiori per avvicinare sempre più persone alla pratica di questo sport. Per info e contatti, c’è la pagina web: www.ultimatefrisbeebolzano.com

Autore: Nilo Ruggeri

AIED: la sezione Andreina Emeri di Bolzano compie 50 anni

Nel 2023 l’Aied di Bolzano, sezione Andreina Emeri, festeggerà i 50 anni e per questo momento così importante, ha deciso di organizzare una serie di attività ed eventi durante tutto l’arco dell’anno, volti alla promozione della consapevolezza e dell’autonomia economica delle donne, filo rosso che lega tutte le iniziative. Tre le iniziative organizzate per l’occasione: dal 2 marzo al 17 aprile 4 workshop in sede; il 10 giugno la festa dei 50 anni presso il Bocciodromo di Bolzano e il 30 settembre il convegno “Donne e denaro” al Teatro Cristallo. Tutti gli eventi sono liberi e gratuiti, aperti alla popolazione previa iscrizione.

A dare il via al progetto dei festeggiamenti sarà il primo dei quattro workshop, durante i quali si tratteranno i temi come il lavoro, il conto corrente e la gestione delle risorse finanziarie proprie e familiari.  

Primo appuntamento il 2 marzo con la Commercialista e revisora dei conti Bruna Micheletto sul tema Educazione economica e finanziaria. L’autonomia nelle scelte economico-finanziarie, lavorative, familiari e previdenziali anche per favorire la libertà delle donne. 

Durante il secondo laboratorio, il 16 marzo, l’avvocata Lorna Ciacci affronterà il tema della Gestione economica familiare, divisione delle spese, conto corrente cointestato e possibili strategie. 

Il 23 marzo l’appuntamento sarà con la cooperativa Gea e la Prevenzione della violenza economica. Le operatrici del Centro Antiviolenza Mirca Zanoni e Stefania De Cicco parleranno di gestione delle finanze familiari e di come la violenza economica privi la donna della propria autonomia e non le permetta di godere e partecipare alla gestione delle comuni finanze domestiche provocando sentimenti di dipendenza, ansia, stress e depressione che ne limitano le libere scelte. 

L’ultimo appuntamento, per questa parte “formativa”, sarà il 17 aprile con la Vicepresidente dell’Inps Luisa Gnecchi sul tema dell’Indipendenza economica anche da pensionate. Imparare a parlare di soldi e avere il coraggio di gestirli fin da giovani è una questione di sopravvivenza in particolare per le donne che vivono più a lungo, spesso con la prospettiva di pensioni più basse a causa del gap salariale, delle assenze dal lavoro per maternità o assistenza ai familiari e di cura in generale. 

I workshop avranno luogo dalle ore 18 alle 20 presso la sede dell’Aied in Corso Italia 13 M. La partecipazione è gratuita e limitata a un massimo di 20 persone. Iscrizione presso la segreteria del Consultorio, telefonicamente al numero 0471 910586 oppure scrivendo a info@aiedbz.it

Il 10 giugno dalle ore 18 alle 24 presso il Bar Bocciodromo di viale Trieste 17 a Bolzano ci sarà poi la festa per i 50 ANNI del Consultorio Aied. Un’occasione di incontro e condivisione, aperta a tutte e tutti, proprio nei giorni in cui ricorrono i 50 anni dall’atto costitutivo dell’associazione. 

La musica della serata sarà a cura delle Dj Rol&Pi@ e Shanti Baba. Negli spazi del Bocciodromo verrà organizzata un’esposizione frutto di un lavoro artistico delle studentesse e studenti di due classi del Liceo Pascoli di Bolzano sulla storia e l’attività dell’Aied a Bolzano, il contributo e lo sguardo delle nuove generazioni sul consultorio e l’associazione.  

Il 30 settembre dalle ore 9 alle 18 presso il Teatro Cristallo si terrà la giornata di approfondimento “Donne e denaro”. La partecipazione sarà ad ingresso libero su prenotazione direttamente sul sito del Cristallo www.teatrocristallo.it  

Problema abitativo: facciamo il punto

Maurizio Surian, Presidente del Centro Casa Mieterschtz che ha sede a Bolzano in piazza Matteotti, illustra le problematiche legate al tema dell’abitare a Bolzano. 

Surian, che ruolo ricopre il Centro Casa Mieterschutz? Di recente, avete siglato qualche accordo in merito al tema abitativo?

Siamo un’associazione nata da un’idea dei tre sindacati, CGIL CISL e Uil, che opera da oltre 40 anni offrendo assistenza agli inquilini e ai piccoli proprietari. Operiamo e diamo assistenza nella compilazione delle domande Ipes, nella stesura di contratti di affitto, controllo delle spese condominiali, registrazioni e attestazioni. Per i casi difficili o per la gestione degli sfratti, però, ci avvaliamo della consulenza di una legale. Abbiamo sottoscritto e rinnovato gli accordi territoriali che determinano i contratti di locazione convenzionati o concordati. Qui, proprietario e inquilino si accordano per un canone compreso tra un minimo e un massimo, sulla base delle zone in cui è suddiviso il territorio comunale e delle caratteristiche della casa.

Quali categorie di persone necessitano maggiormente, in questo momento, di una abitazione nella città di Bolzano? E, di conseguenza, quali possono essere le relative soluzioni?

Oggi tutti necessitano di una abitazione a Bolzano, o nelle immediate vicinanze. Dal cittadino autoctono, che vuole crearsi una famiglia, a coloro che vengono qui a lavorare o a studiare. I problemi sono vari: dai costi elevati, alla mancanza di terreni dove costruire nuove abitazioni.
Non vogliamo cementificare la città, ma non possiamo neppure permetterci di aspettare la realizzazione di lunghi progetti; servono interventi ravvicinati. Si potrebbe vedere se è possibile ampliare ciò che è già costruito, intervenendo sui costi dei terreni. Un altro tema è quello della contribuzione provinciale che, in qualche modo, pur avendo aiutato molte famiglie, ha contribuito a far lievitare i costi dell’abitare in Alto Adige. Sono tutte questioni che le varie Associazioni che si occupano del tema ribadiscono da anni, ma senza un intervento deciso del mondo politico non si può fare nulla.

Cosa pensa del “cohousing” e dell’abitare multigenerazionale, ovvero condomini dove gli inquilini svolgono attività di tipo sociale ottenendo un’abitazione a bassi costi?

Sento voci discordanti su questa iniziativa, che a Bolzano si è realizzata attraverso il progetto Rosenbach. Prendendo la nuova legge sull’edilizia sociale, la quale ha un articolo dedicato su questo tema, si può iniziare a fare qualcosa di concreto in attesa della costruzione di case in nuove aree.
Inoltre, credo che i progetti di foresterie nella zona produttiva – che prevedono alloggi disponibili per i lavoratori – non siano una soluzione, ma solo un inizio. Sottolineo però che non si può “ghettizzare” chi viene qui a lavorare, bisogna tener conto del bisogno di relazioni sociali.

In questo quadro, che influenza hanno gli appartamenti sfitti in città? Sono un numero eccessivo?  

Il numero degli alloggi sfitti non si conosce. Come Centro abbiamo richiesto più volte che venga fatta un’anagrafica degli alloggi vuoti. La Presidente Ipes ha di recente dichiarato di avere oltre 400 alloggi sfitti nel comune di Bolzano e oltre 800 nell’intera Provincia. Questo è un dato negativo che sommato al numero degli alloggi sfitti privati, che possono essere oltre un migliaio, sta mettendo in difficoltà chi cerca casa. Serve un tavolo di confronto continuo tra Provincia, Comuni, Associazioni degli inquilini e dei proprietari per trovare soluzioni adeguate e cercare di contenere i costi.

Autore: Andrea Dalla Serra

“Droga. Un rischio sempre più alto per tanti giovanissimi”

A buon mercato e in grado di provocare dipendenza nel giro di pochissimo. Le sostanze, come il crack, che circolano sul mercato bolzanino sono un pericolo concreto per giovani e giovanissimi. L’attività terapeutica del SerD.  

L’allarme lo lancia Tanja Umari, psichiatra del SerD, il Servizio per le Dipendenza della ASL, ed è un invito a tutta la società altoatesina, non solo alle famiglie della città di Bolzano. “Negli ultimi tempi abbiamo visto un aumento della quota di ragazzi in cura da noi. Bisogna capire che si tratta di una realtà – quella della tossicodipendenza giovanile – che non è solo un problema lontano, di qualche metropoli ma che può potenzialmente toccare tutti, sia nel capoluogo che nelle valli” afferma la dottoressa che, dopo una decennale esperienza al SerD giovani di Trieste, adesso guida il gruppo di specialisti che nel SerD di Bolzano si occupano delle dipendenze da sostanze psicotrope dei giovani sotto ai 25 anni. 

Negli ultimi anni, il profilo dell’utente che si rivolge al servizio per problemi di tossicodipendenza si è modificato profondamente. Nel biennio 2019/20, sono arrivati al SerD 158 nuovi utenti under 25, di cui 60 minorenni e nell’ultimo anno, le persone seguite dal servizio e minori di 25 anni sono state costantemente attorno ai 100. “Si è passati dall’utente eroinomane con una dipendenza per così dire “storica” a ragazze e ragazzi adolescenti”, spiega la psichiatra, “sono questi il target degli spacciatori. Hanno il cervello ricettivo alle sostanze e – è triste ammetterlo – sono degli ottimi clienti. Inoltre l’offerta di droga si adatta alle tasche dei più giovani. Con pochi euro è possibile comprarla”.  

È soprattutto la tipologia di sostanze a destare grande preoccupazione. La sostanza maledetta, che ultimamente si sta diffondendo e che maggiormente preoccupa gli addetti ai lavori, è il crack, una droga che ha fatto strage di vite e che siamo abituati a conoscere dai documentari e dai film a stelle e strisce ma che ora circola anche nelle vallate alpine. A buon mercato, il crack è costituito da cristalli di cocaina che vengono fumati per mezzo di una pipetta di vetro e che, dopo pochissime assunzioni, rende schiava la persona che lo inala. Il crack rende dipendenti quasi da subito e l’assunzione nei giovani è una vera e propria bomba che può dare origine a psicosi, schizofrenia fino a ictus o infarto e overdose. Ad esso si aggiunge il policonsumo e l’eroina, in un primo tempo solo fumata e non iniettata, il cui potenziale di dipendenza viene pericolosamente sottostimato dai giovani.  

Il metodo per contenere e contrastare questa nuova piaga non è solamente la repressione ma anche la prevenzione e il lavoro di strada, una direzione verso cui si sta muovendo anche il servizio locale. “Avremmo bisogno di avere un maggior numero di persone che parlino la lingua dei giovani, che lavorino sul campo come street worker ed educatori per orientarli. Ci stiamo attrezzando in questo senso ma la strada da fare è ancora lunga”. Importante, come sempre è intercettare il giovane prima che il problema si sia cronicizzato e che questi abbia tagliato i ponti con la vita “normale”. “Nei primi tempi i ragazzi hanno relazioni sia con amici che non hanno contatti con la droga sia con il mondo della dipendenza e dello spaccio”, sostiene Umari, “in questa fase risulta più facile ed efficace il percorso terapeutico”. Un ultimo appello è rivolto alle famiglie. “Spesso abbiamo riscontrato nei genitori una certa sottovalutazione quando li informiamo che i figli consumano sostanze come la cannabis”, conclude la psichiatra, “così non dovrebbe essere. Queste possono comunque provocare gravi danni allo sviluppo del cervello dei figli e preparare il terreno a sostanze più dannose. Oggi seguiamo molti giovani che devono affrancarsi dai cannabinoidi”.  

Molto spesso, le famiglie sono impreparate ad affrontare una situazione di tossicodipendenza o si sentono sole. La raccomandazione della psichiatra del SerD è chiara. “Invitiamo a rivolgersi a noi per farsi consigliare e seguire con terapie per ragazzi e famiglie”. 

Autore: Nilo Ruggeri

Da dieci anni in piazza per le donne

“Donna, vita, libertà” è lo slogan che si è levato da oltre trecento meranesi, una pacifica onda che ha attraversato le vie del centro con lo scopo di ribadire, per il decimo anno consecutivo, il proprio no alla violenza sulle donne.

Sono trascorsi dieci anni da quel  giorno di San Valentino in cui un’ottantina di cittadini si erano incontrati in piazza della Rena per prendere parte al primo flashmob “One Billion Rising”, ideato dalla scrittrice statunitense Eve Ensler e finalizzato al contrasto della violenza sul gentil sesso. 

Era la prima edizione, e già quel 2013 che sembra così lontano milioni di persone in tutto il mondo si erano mobilitate per prendere parte all’iniziativa. Dieci anni dopo l’incontro anche a Merano è diventato un appuntamento fisso, quasi una tradizione, tanto che in piazza Terme quest’anno risultava difficile anche solo quantificare il numero di persone che ha preso parte alla coreografia sulle note di “Break the chain”, una canzone che ha risuonato per i vicoli come un messaggio di pace. Donne, uomini, adulti e giovani: tutti uniti per lanciare un segnale chiaro contro la violenza maschile sulle donne. 

Un corteo lungo tutto il centro

L’appuntamento era per le 17 in via Cassa di Risparmio; da qui il folto corteo ha attraversato via Portici, via Leonardo da Vinci e corso Libertà per attraversare poi la passerella Lenoir fino in piazza Terme, dove la manifestazione si è conclusa con la danza collettiva. “Siamo tutti impressionati dai numeri e dalla massiccia adesione all’iniziativa – spiega Sabine Raffeiner, una delle anime dell’evento – questo successo premia tutta la cittadinanza, che ha dimostrato di avere una sensibilità particolare a riguardo, ma gratifica anche il nostro gruppo di lavoro, che nel corso di questi dieci anni ha saputo tenere alto lo spirito dell’iniziativa”.

Associazioni e enti uniti per lo scopo

Già, perché dietro a questo grande movimento c’è un’organizzazione formata da diversi attori della società locale: l’assessorato pari opportunità, con la Rete contro la violenza sulle donne – città di Merano, la Casa delle donne e il Museo delle donne e l’associazione Donne contro la violenza. 

Quest’anno il flashmob si è avvalso anche della preziosa collaborazione dell’associazione Frauenmarsch – Donne in marcia di Bolzano, e dei responsabili delle Terme di Merano, che hanno concesso il piazzale per la riuscita della manifestazione. 

“Per questa edizione abbiamo voluto coinvolgere anche i più giovani – continua Sabine Raffeiner – avviando un’attività di sensibilizzazione nelle scuole, con il centro giovanile Hub 37 in via Huber 37, dove la settimana prima dell’evento è stato possibile provare la coreografia. Ci sono state anche altre due prove per studenti e insegnanti alla Scuola Fos e al Gandhi”.

Autore: Luca Masiello

Una soprano di successo

Qui Intervista a Martina Bortolotti von Haderburg. Dopo gli studi al Conservatorio di Milano, all’Accademia della Scala e ancora all’Università di musica e spettacolo di Monaco di Baviera, la soprano Martina Bortolotti von Haderburg, nata a Bolzano e ora residente a Salorno, ha iniziato la propria attività esibendosi anche con direttori del calibro di Riccardo Muti e registi come Franco Zeffirelli. Per lo più presta il proprio canto in opere e operette tedesche ed italiane.  A breve sarà pure impegnata in una tournée a Seul.

La cosa che più mi piace di me. 

L’energia.

Il mio principale difetto.

La curiosità.

Il mio momento più felice. 

Con la famiglia, con la natura e con la musica.

Le persone che ammiro di più.

I miei genitori.

Un libro sull’isola deserta.

Un manuale di sopravvivenza oltre a fogli bianchi e una penna, per scrivere il mio primo libro.

La mia occupazione preferita.

Cantare.

Il paese dove vorrei vivere.

Il mio.

Il mio piatto preferito.

La pizza.

Non sopporto.

La violenza.

Per un giorno vorrei essere… 

Un uomo.

La mia paura maggiore. 

La guerra.

Nel mio frigo non mancano…

Frutta e verdura.

Se fossi un animale sarei…

Una balena.

Mi sento orgogliosa…

Quando faccio bene il mio lavoro.

Il mio motto. 

Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo.

Il capriccio che non mi sono mai tolta. 

Un viaggio nello spazio.

Il giocattolo che ho amato di più.

Il mio Teddybär.

I miei poeti preferiti.

Rilke, Quasimodo, Verlaine, Merini, Wilde.

I miei pittori preferiti.

Amadeus Bortolotti, Leonardo da Vinci, Schiele, Chagall.

Il dono di natura che vorrei avere. 

Mi accontento di quelli che ho e cerco di curarli.

Dico bugie solo…

Sotto tortura.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Spero di esserci e di stare in salute.

I colori che preferisco.

Rosso, blu e oro.

L’ultima volta che ho perso la calma.

La perdo quando sono stanca o affamata.

Da bambina sognavo…

Lo spazio e la luce.

Autore: Daniele Bebber

Appiano all’epoca dei Franchi

Come riferisce lo storico longobardo Paolo Diacono, tra il 575 e il 590 l’esercito dei Franchi attraversò più volte la valle dell’Adige. Diversi “castra” di origine romana, in quel periodo presidiati da arimanni longobardi, furono distrutti, la popolazione in gran parte schiavizzata. Solo grazie all’intervento dei vescovi Ingenuino di Sabiona / Bressanone e Agnello di Trento fu possibile liberare molti prigionieri dietro pagamento, si vocifera, di un’ingente somma di denaro. 

I Franchi, che sotto Carlo Magno avrebbero sconfitto definitivamente i Longobardi di Desiderio nel 774, penetrarono in Trentino per “vendicare” i continui sconfinamenti dei Longobardi nelle Gallie e, soprattutto, per contrastare sul nascere la pericolosa alleanza tra Longobardi e Bavari, questi ultimi stanziati nella piana di Bolzano fino a Laives. Per primo occuparono il castello di Anagni, eretto, secondo la leggenda, da Teodorico, re dei Goti. Da questo castello prese nome l’intera valle chiamata prima di Nan e successivamente di Non. Cramnichis, il condottiero dei Franchi, sconfisse poi il conte di Lagare (Val Lagarina) Ragilo  in una sanguinosa battaglia nella piana Rotaliana. 

Nella cruenta guerra del 590, i Franchi imperversarono nuovamente in Bassa Atesina. Distrussero diversi castra: Tesana (Tesimo), Maletum (Meltina), Sermiana (Sirmiano), Appianum (Appiano), Fagitana (Fàdana di Cembra), Cimbra (Cembra), Vitianum (Vezzano), Bremtonicum (Brentonico), Voalenses (Voleno), Ennemase (Egna/Castelfeder) “et duo in Alsuva” (Valsugana). Terminata la guerra, nell’anno 591 una nuova calamità colpì la Val d’Adige: non piovve da gennaio a settembre e non vi furono raccolti. Perfino l’erba da foraggio si seccò nei campi.  Come non bastasse, sia quell’anno sia quello seguente l’intera valle fu invasa dalle cavallette. La Bassa Atesina era in ginocchio, affamata e decimata come mai negli ultimi secoli.

Questi castra o castella non vanno però intesi come castelli medievali ma bensì come veri e propri villaggi fortificati, occupati da una vasta popolazione dedita all’agricoltura, all’artigianato e ai commerci. Si presume che in epoca romana il fondovalle fosse ancora poco popolato e gli abitanti privilegiassero questi insediamenti collinari o di mezza costa. Non se ne sa ancora molto perché – a parte Castelfeder – pochi sono stati esplorati a sufficienza. La stessa Appianum, come sappiamo, risale certamente alla precedente epoca romana, durata mezzo millennio e terminata da poco più di mezzo secolo. In quel periodo di occupazione longobarda – si presume vi fosse stanziata una guarnigione di arimanni – rivestì certamente una notevole importanza sullo scacchiere del duca di Trento Evino. Da qui controllava le mosse di nemici e alleati lungo tutta la valle dell’Adige. Si spiega così la veemenza con cui fu attaccata dai guerrieri franchi che di fatto rasero al suolo il vecchio centro abitato romano. 

Da quel momento in poi, il territorio di Appiano fu di fatto occupato sistematicamente da coloni e “signori” di stirpe longobarda e bavara che si affiancarono all’antica e residua popolazione romana. Il processo di assimilazione fu lento e la convivenza tutt’altro che semplice. Le genti romaniche e germaniche vivevano una accanto all’altra e continuarono a osservare proprie leggi, a praticare propri culti., a seguire proprie tradizioni. 

Anche negli altri paesi e villaggi della Bassa Atesina della destra Adige successe la stessa cosa. Sul lato opposto della valle il processo di assimilazione fu ancora più lento e si concluse soltanto dopo l’anno 1000. In epoca carolingia, nell’845, un atto giudiziario ci permette di conoscere i nomi di tre scabini attivi ad Appiano: Hagilo de Prissianum, Launulfus de Bavarius e Fritari de Apiano. Gli scabini erano giudici introdotti e nominati da Carlo Magno e di fatto “suggerivano” la sentenza al conte che presiedeva il tribunale e formalmente pronunciava il verdetto. Il fatto che tre alto funzionari di stirpe germanica occupassero cariche di quel livello potrebbe dimostrare che nel IX secolo gli “immigrati” bavari e longobardi si erano già ampiamente stabilizzati nella zona settentrionale del ducato di Trento. Nel documento, i tre vengono definiti “Teutisci” ovvero todeschi, per distinguerli dai longobardi. Possiamo dunque supporre che la definitiva stabilizzazione dei nuovi arrivati bavari e longobardi nella zona di Appiano (in precedenza vero e proprio feudo romanico) risalga perlomeno all’epoca di Carlo Magno. Gli stessi nomi delle principali località del territorio, tutte di chiara origine romana, vengono tedeschizzate proprio in quel periodo: da Appiano a Eppan (con la E al posto della A e l’accento spostato sulla prima sillaba), da Cornaianum a Girlan, da Missianum a Missian. 

Poi per alcuni secoli cala il silenzio su Appiano: finché nel XII secolo riappaiono testimonianze che confermano la completa “metamorfosi” germanica del luogo: accanto a Ebpan o Eppan compaiono anche Screbuhilen / Schreckbichl (Colterenzio), Routa (Reit), Gurlan, Missen o Missian: dove la conservazione della desinenza rimane a perenne ricordo dei trascorsi romanici.

Autore: Reinhard Christanell

Salorno e Roveré: un confine invisibile

L’altoatesina Salorno e la trentina Roveré della Luna: due paesi a poca distanza, circa quattro chilometri, divisi da una sottile linea di confine dettata dall’appartenenza a due diverse province. Linea che nella realtà storica non c’è mai stata, come si tende invece a far passare in tempi moderni sulla scia del cosiddetto “confine linguistico”.

“In tremila anni di storia, a Salorno non c’è mai stato un confine” afferma l’architetto Franz Kosta, facendo presente che se un “confine” c’era in ogni caso era “più in giù”. Con l’andare dei decenni il confine si è poi spostato, ma Salorno ancora oggi non si può definire ad un paese di confine. E men che meno il confine è linguistico, proprio perché ci sono stati sempre continui scambi fra popolazioni. “Le lingue non sono mani state importanti, noi parlavamo uno con l’altro senza nessun problema” spiega Kosta, portando molti esempi in questo senso di parole di derivazione tedesca, latina, italiana e di altri dialetti più antichi, ancor oggi utilizzate. “Per dire, Cauril e ugualmente Gfrill sono solo lo storpiamento della parola latina con cui è stata nominata Cauria (frazione del Comune di Salorno) – rivela – Lo stesso vale per la frazione dei Pochi, con la differenza che è lo storpiamento della parola “Buchholz”, dal tedesco medievale attribuita dai Baiuvari, perché in latino sarebbe “fagitana”, in quanto c’erano gli abeti, i faggi”. Ma come questi, ci sono molti altri esempi di questo genere anche nel vicino Trentino. “Faedo ha la stessa etimologia della tedesca Pochi. Salorno invece è una parola reta, quindi pre-latina”.

Stesso discorso per i cognomi. Molte persone residenti qui in Alto Adige hanno il cognome italiano e parlano più volentieri il tedesco. Come, per contro, nel vicino trentino è altrettanto normale trovare persone che parlino soltanto dialetto ed italiano, nonostante abbiano cognomi di evidente radice germanica. “Da questo si capisce la loro storia, ovvero di quale realtà hanno fatto parte per 500 anni”, ricoda Kosta. Spesso i cognomi sono spesso accomunati dall’essere associati ad una professione o ad un luogo di provenienza, o di abitazione. E n pratica tutto è un po’ influenzato dal ladino, dall’italiano e dal tedesco. 

“Non si può tracciare una linea – commenta Kosta – C’è ben un confine, ma è più sulla carta e nella nostra mente che non nella realtà. Infatti fra i contadini se uno parla tedesco e uno italiano è uguale, si capiscono.In tutte le parole di campagna, ad esempio per identificare gli oggetti, è solo l’accento che cambia”. Lo stesso vale per molte vie e strade, anche in Trentino, solamente ci si è dimenticato da dove arrivano questi nomi. Va ricordato anche che latini e reti non hanno abitato tutte le valli, infatti molte terminologie non hanno subìto alcuna influenza linguistica.

Ma allora, come mai a Roveré della Luna si parla solo italiano e a Salorno c’è il bilinguismo? “Roverè è stata tedesca fino al 1918 – prosegue -. Gli italiani che abitavano qua erano il 20% ed erano tutti fieri pdel loro l’imperatore, non c’erano problemi. Nessuno vuole ritornare lì dove eravamo. Nessuno parla di questa cosa qua. Stiamo analizzando qual è l’origine di certe parole e tradizioni, scoprendo che accomunano davvero tanto”.

I sindaci di Roveré (Luca Ferrari) e di Salorno (Roland Lazzeri) hanno un buonissimo rapporto di vicinato e si sentono spesso per scambiare idee. Come vicini di casa, che però fanno riferimento a realtà diverse, da punto di vista amministrativo.

Autore: Daniele Bebber

Se i bulli siamo noi

Su iniziativa del Ministero dell’Istruzione e del Merito il 7 febbraio si è celebrata la giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, con lo scopo di capire, intervenire e prevenire questi attuali quanto tristi fenomeni sociali.

Per coloro che non hanno le idee chiare in merito, forse è il caso di spiegare di cosa stiamo parlando. 

Il cyberbullismo in pratica è la manifestazione, in internet, di un fenomeno più ampio e meglio conosciuto come bullismo. Quest’ultimo – com’è noto – è caratterizzato da azioni violente e intimidatorie esercitate da un bullo, o un gruppo di bulli, su una vittima incapace di difendersi. Le azioni possono riguardare molestie verbali, aggressioni fisiche, persecuzioni, generalmente attuate in ambiente scolastico. 

Rispetto a una volta però oggi con il cyberbullismo, questo triste e diffuso fenomeno, è stato in qualche modo rilanciato e per di più su vastissima scala. Le moderne tecnologie consentono infatti oggi ai bulli di infiltrarsi negli smartphone delle vittime e quindi di materializzarsi in ogni momento della loro vita, perseguitandole con messaggi, immagini, e video offensivi. 

è importante sottolineare che se questi fenomeni riguardano soprattutto la sfera dei giovanissimi, in realtà si tratta di comportamenti che non sono confinati in quella fascia d’età, essendo oggi popolata la rete di tantissimi adulti che passano il loro tempo sfogando la propria aggressività verbale nei social network. Si tratta dei cosiddetti leoni da tastiera, persone che spesso sotto forma anonima ma non solo, si “esprimono” attraverso vessazioni che in taluni casi si posso trasformare in vere e proprie persecuzioni. 

La giornata contro il bullismo e il cyberbullismo si configura oggi dunque non solo come un momento fondamentale per responsabilizzare (e difendere) i giovanissimi nel contesto scolastico, ma anche per richiamare gli adulti a un atteggiamento più maturo in merito agli usi e abusi che sono connessi alle tecnologie che essi sviluppano per sé stessi  e non solo, come abbiamo visto. 

Non si tratta dunque solo di “educare” i più giovani, ma anche di regolamentare lo sviluppo delle tecnologie attraverso una maggiore presa di responsabilità a proposito delle insidie connesse al loro uso. Poi occorre dare naturalmente il buon esempio… come su tanti altri aspetti della vita.

Autore: Luca Sticcotti

Con il naso all’insù in un paesaggio marziano

Gli ultimi giorni per gli abitanti del Burgraviato sono stati contraddistinti dai nasi all’insù e da sguardi di curiosità mista a preoccupazione, per l’incendio divampato alle spalle del paese di Marlengo, appena sopra la metà del versante est del Monte San Vigilio. Il favonio, che per quasi due settimane ha maramaldeggiato indisturbato, ha sradicato alcuni alberi che si sono abbattuti sui cavi dell’alta tensione, che, strappatisi, hanno poi cagionato il resto; almeno, questa, sembra la scintilla ufficiale da cui è partito il tutto. Le fiamme, alte e meschine, visibili ad occhio nudo nell’oscurità, in una delle notti più ventose e secche dell’anno, hanno inghiottito ettari di bosco misto; uno scenario atipico e decisamente poco frequente in inverno in Alto Adige, ma che ci ha tenuti in apprensione. Un ringraziamento enorme e sentito  – credo davvero da parte di tutti – spetta, come sempre, agli impavidi vigili del fuoco, di ruolo e volontari, che per tutta la notte e per tutto il giorno seguente con oltre duecento unità si sono prodigati prima via terra sui pendii scoscesi ed irti di pietre e radici, poi anche per via aerea con l’ausilio di elicotteri muniti di benna o bucket (appositi secchi per il trasporto d’acqua e liquidi ritardanti) per domare definitivamente il mostro. I pochi sfollati dalla furia delle fiamme hanno poi fatto ritorno alle loro case. E non dimentichiamoci anche dei simpatici animali selvatici, che del bosco sono gli abitanti.

Il fatto che i cavi dell’alta tensione siano ancora sospesi e non sotterrati apre la strada a questi rischi; l’elevata siccità di un ennesimo inverno mite e avaro di precipitazioni, che rimarca le anomalie climatologiche oramai irreversibili in atto, spalanca la porta degli “inferi” nell’incertezza di cosa aspettarci dal punto di vista meteorologico per la primavera e l’estate prossime venture. Tutti i fenomeni atmosferici, favonio compreso, si sono incattiviti. Le alte pressioni sempre ferme sulle Francia bloccano di fatto ogni perturbazione Atlantica diretta nel Mediterraneo. Ricordiamo che, senza disdegnare l’Ostro e il Ponente, per noi in Alto Adige l’unico vento veramente ricco di precipitazioni è il Libeccio teso. L’occhio attento non può restare indifferente alle pareti boschive delle conche altoatesine dal tipico colore del Pianeta Rosso; e, forse, alberi sradicati, lampioni divelti, rami spezzati, balconi in disordine mettono a nudo le nostre città e ci scoprono fragili “marziani” su di un pianeta che sta cambiando rapidamente. I semenzai sui davanzali ci ricordano che, a breve, i nostri BalconiORTI pulluleranno di nuova vita.  

Autore: Donatello Vallotta