L’autonomia è un valore, se si coniuga con la solidarietà

Autonomia differenziata. Ovvero autonomia sì, ma diversa per ogni Regione, a seconda delle situazioni, dei bisogni, delle ambizioni della singola realtà locale. Quanto, in questo, è ideologia e propaganda e quanto interpretazione vera del dettato costituzionale? La Carta, assieme all’autonomia, contempla la solidarietà.

Il Governo ha dato avvio alle fasi preliminari dell’iter che dovrà portare alle leggi di attuazione di quanto prevede l’articolo 116 della Costituzione, ovvero che “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” possano essere attribuite alle Regioni a statuto ordinario. Come? “Con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali”. La legge deve essere approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di un’intesa fra lo Stato e la Regione interessata.

In sostanza lo Stato può trasferire alle Regioni – similmente a quanto avviene per quelle a statuto speciale e per le Provincie autonome – la competenza su diverse materie: giustizia di pace,  istruzione; tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali; rapporti internazionali, con l’Unione europea; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; professioni; ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute; alimentazione; sport; protezione civile; governo del territorio; porti, aeroporti; grandi reti di trasporto e di navigazione; comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; casse di risparmio e altri enti di credito a carattere regionale.

L’autonomia, in un’ottica sussidiaria, è un valore fondamentale in un rapporto equilibrato tra le istituzioni, volto alla costruzione del bene comune. Proprio per questo non può essere oggetto di una strumentalizzazione ideologica o di propaganda. Nemmeno di miopi opportunismi localistici. A volte capita che chi chiede di essere più autonomo abbia la presunzione di bastare a se stesso. Si tratta spesso di realtà che dispongono di maggiori risorse rispetto ad altri. Di chi (senza meriti particolari) ha qualcosa che non vuole condividere. Oppure di quelli che per motivi identitari devono sempre difendersi da qualcuno – che forse non conoscono – come i galli del villaggio di Asterix.

Proprio nell’ottica del bene comune – che non lascia nessuno indietro – “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” – formula che certamente comprende il valore dell’autonomia sia della persona che degli enti locali – “e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Non c’è autonomia senza solidarietà.

Autore: Paolo Bill Valente

Il calzolaio e la battuta del papa

Benché il Tirolo meridionale fosse una regione a vocazione agricola e profondamente clericale, nei primi anni del XX secolo l’industrializzazione si fece strada anche da queste parti. Nacquero quindi, accanto ai partiti politici ispirati alle idee cristiano-sociali, anche quelli legati al mondo del lavoro e quindi alla socialdemocrazia. 

Il partito socialdemocratico tirolese era legato al movimento sindacale che si batteva per la riduzione degli orari di lavoro (si lavorava fino a 16 ore al giorno) e all’aumento dei salari, che in molti casi non permettevano una sopravvivenza dignitosa. Insomma, nulla di nuovo sotto le stelle. A Bolzano, il movimento socialdemocratico aveva la sua sede in una casa di via Dante acquistata dal birrificio Blumau. Durante il fascismo, l’edificio fu requisito e occupato dai militari in camicia nera. Non fu mai più restituito ai legittimi proprietari – neppure a guerra finita.

I socialdemocratici avevano un proprio giornale, la “Volkszeitung”, pubblicata dal 1892 al 1957. Ovviamente, anche allora la battaglia politica si svolgeva su tutti i fronti e il giornale “rosso” contribuiva a modo suo. Nell’edizione del 4 maggio 1907 pubblicò un articolo dedicato a un curioso e divertente fatto di cronaca avvenuto a Laives. 

In un noto locale pubblico del paese era in corso una riunione del partito cristiano – sociale. Oratore ufficiale tale Rienzl, candidato al Consiglio dei comuni. Al termine del suo discorso, il politico invitò la sala a intonare un “Evviva” all’imperatore asburgico. “Hoch soll er leben” (lunga vita all’imperatore) urlarono i presenti.

Sull’onda dell’entusiasmo, l’oratore ritenne doveroso proporre ai presenti un uguale trattamento per il papa, all’epoca Pio X.  “Hoch soll er leben”, strillarono sussiegosi i ferventi cristiano-sociali laivesotti, “lunga vita al papa”. 

Non appena la frase fu pronunciata e il silenzio ripristinato, un “maestro calzolaio del posto – scrive il giornale – nella sua ingenuità” aggiunse all’auspicio per il sommo pontefice un blasfemo “und dick soll er werden” (e che ingrassi bene) che ovviamente paralizzò la sala. Qualcuno rise sotto i baffi, altri fissarono imbarazzati l’autore dell’oltraggio. 

Il calzolaio rimase imperturbato e con il sorriso sulle labbra al suo posto. Allora il parroco di Laives gridò indignato allo scandalo. Mai nessuno si era permesso di ingiuriare in questo modo il Santo Padre. Pretese l’immediata espulsione dalla sala del calzolaio. Nessuno si mosse ed anche il calzolaio rimase immobile. 

Il sacerdote si rivolse quindi a una “singola persona” fidata chiedendo che eseguisse il suo ordine e “buttasse fuori dal locale” l’autore dell’imperdonabile offesa. L’uomo abbassò il capo e fece finta di non aver sentito. Evidentemente, il calzolaio non era l’unico “infiltrato” presente in sala. Commento finale del giornale: per fortuna il calzolaio era una persona stimata e benvoluta in paese, dove evidentemente non erano presenti solo fanatici che in altre località seguivano ciecamente i diktat dei “padroni”, altrimenti l’episodio poteva finire davvero male per il povero calzolaio. E per fortuna anche, conclude il giornale, che il divertente episodio non possa essere addebitato dai cristiano-sociali a un socialdemocratico ed essere utilizzato come argomento in campagna elettorale. 

Comunque, la prudenza non è mai troppa, concluse l’articolo – che ai curiosi lettori non rivelò il nome del simpatico calzolaio.

Autore: Reinhard Christanell

Quale futuro per scuola plurilingue e “proporzionale”? 

Alcuni pilastri dell’autonomia altoatesina recentemente hanno iniziato a scricchiolare. Aumentano infatti le spinte a mettere mano, prima o poi, al sistema scolastico che prevede l’insegnamento veicolare attraverso la seconda lingua solo come eccezione e al meccanismo della cosiddetta “proporzionale etnica”, che disciplina l’ammissione ai pubblici impieghi l’assegnazione di alloggi popolari, in modo da garantire un’allocazione proporzionale ai tre gruppi linguistici italiano, tedesco e ladino. Di questi temi ne abbiamo parlato con il docente, costituzionalista ed ex senatore bolzanino Francesco Palermo.

// Di Luca Sticcotti

Oggi ci sono due motivazioni che spingono verso l’introduzione formale della scuola plurilingue in Alto Adige. La prima è la presenza di un numero sempre maggiore di famiglie mistilingui, in cui tra l’altro spesso madrelingua è una lingua “altra” rispetto alle tre lingue ufficiali. La seconda è che il sistema scolastico altoatesino si è dimostrato storicamente poco efficace nel suo compito di impartire un insegnamento adeguato della seconda lingua sia nelle scuole italiane che in quelle tedesche.

In tutta la questione dei diritti linguistici quello della scuola è forse l’ambito più sensibile e delicato. In Europa di modelli scolastici ce ne sono tanti e sono tutti tagliati sulla situazione delle varie minoranze. A fare la differenza di solito è la consistenza numerica delle minoranze linguistiche. Spesso ci si limita a un insegnamento “della lingua”, o a un minimo uso veicolare. 
Nei contesti più simili alla situazione dell’Alto Adige, in cui c’è una minoranza compatta territorialmente e numericamente maggioritaria o quasi, sono invece più frequenti i modelli di separatismo. 

Separatismo?

Sì, si chiamano proprio così. Si tratta di un modello con due gestioni separate. Servono a preservare la lingua e le tradizioni della minoranza attraverso l’istruzione. E il modello scolastico diventa dunque funzionale al mantenimento di una società che abbia questa diversità di fondo. Dove le lingue minoritarie sono in via di estinzione, si compiono anche dei compromessi sul tipo di lingua da insegnare. Per questo cimbri e mocheni hanno individuato il tedesco come alternativa all’assimiliazione, grazie al fatto che per il tedesco si trovano insegnanti e libri, contrariamente a quanto accade per le lingue originarie dei quelle valli trentine. Anche in Valle d’Aosta si è proceduto in questo modo. In quella regione non c’è un vero e proprio bilinguismo perché al dialetto patoué valdotèn di tradizione orale si è sostituito il francese quale lingua d’insegnamento a scuola. Anche in questo caso si tratta di un compromesso. In Valle d’Aosta quindi c’è una sola scuola, con materie veicolate in francese e materie veicolate in italiano.

Il sistema scolastico valdostano funziona dal punto di vista del livello di conoscenza linguistica dei cittadini?

Sì. Se invece si vuole un sistema funzionale alla salvaguardia del gruppo etnico-linguistico allora si hanno modelli come il nostro. Anche se in realtà c’è una contraddizione di fondo.

Quale?

Anche da noi in realtà la lingua parlata dalla minoranza è un dialetto e non il tedesco standard. Ma in questo caso non si tratta di un dialetto che è soggetto a erosione. 

Ci sono altri territori plurilingui in Europa dove, come da noi, di fatto non si utilizzano modelli scolastici misti?

Solo in parte. Al confine tra Germania e Danimarca esistono scuole in lingua tedesca nel territorio danese e scuole in lingua danese nel territorio tedesco. In quelle zone però l’apertura all’altra lingua è abbastanza naturale, perché fuori dalla scuola non esiste una separazione linguistica come da noi dove la maggior parte degli italiani non sanno il tedesco e sempre più tedeschi che non parlano l’italiano, perché la maggior parte delle persone vivono in un ambiente sostanzialmente monolingue. Lì al confine tra Germania e Danimarca hanno poi lo stesso problema che c’è qui da noi nella scuola tedesca. Ovvero: è pieno di persone di madrelingua maggioritaria che vogliono frequentare queste scuole monolingui di minoranza. La stessa cosa accade in Carinzia, ovvero in Austria, dove c’è una grandissima domanda da parte di austriaci che vogliono mandare i loro figli alla scuola slovena, dove si insegna in sloveno, tedesco e in parte anche inglese e italiano. 

Questo aspetto è interessante. La Carinzia è infatti un territorio molto vicino culturalmente e linguisticamente al Sudtirolo… Nei territori citati quindi non esiste una legislazione locale che impedisca di fatto la scuola plurilingue…

Questo tipo di legislazione in realtà non esiste neppure da noi! C’è invece, naturalmente, una legislazione che prevede la scuola della minoranza. Si tratta solo di una questione di interpretazione, tant’è vero che adesso, improvvisamente, abbiamo saputo si potrà fare. Nella scuola italiana come sappiamo la scuola plurilingue è già abbondantemente sperimentata, con le classi ad immersione. E ora si parte anche nella scuola di lingua tedesca. 
Dobbiamo ricordare che l’articolo 19 in merito è chiarissimo: si sancisce diritto intoccabile della minoranza di avere una sua scuola. Punto. Ed esiste l’autonomia scolastica, per cui ogni scuola può scegliere in teoria un approccio didattico. Va poi osservata un’ulteriore contraddizione. L’art. 19 non vieta la scuola plurilingue, ma dà però delle precise indicazioni in merito alla procedura che possono adottare le scuole per non ammettere alunni che vengono ritenuti privi della necessaria competenza linguistica di base per potervi accedere. In sintesi: vi è la libertà di iscrivere i figli a qualsiasi scuola, poi la scuola può fare le sue verifiche e rifiutare l’iscrizione ma rispetto a questo rifiuto poi la famiglia può fare ricorso. Ebbene: rispetto a questa parte dell’art. 19 ormai da molto tempo c’è una grandissima tolleranza. Ed è una tendenza, questa che come abbiamo visto, ritroviamo molto diffusa anche in Europa. C’è una grande spinta, da parte delle maggioranze, a far frequentare ai figli le scuole delle minoranze. Poi è chiaro che le situazioni possono essere molto diverse anche in relazione alla “distanza linguistica” tra gli idiomi in uso nel territorio plurilingue. Ad esempio in Spagna la lingua catalana è molto più simile allo spagnolo di quanto non lo sia invece il basco nel nord nel paese. Nei paesi baschi ci sono ben quattro modelli: monolingue 1, monolingue 2, misto a prevalenza 1 e misto a prevalenza 2. Ci sono dunque tutte le gradazioni. Potremmo pensarci anche noi.

LA PROPORZIONALE

La proporzionale è presente anche in altre zone d’Europa?

Sì, c’è, con declinazioni diverse, soprattutto nei Balcani. Quasi tutti i paesi balcanici hanno la proporzionale, ma è flessibile e non aritmetica. Si dice che deve esserci una rappresentanza “adeguata”, “proporzionata”, “equa”… 

C’è dunque la possibilità di interpretare…

Sì. La cosa può sembrare positiva, ma non è detto che sia così. Può infatti diventare facilmente una fregatura a svantaggio del più debole. Spesso dipende in pratica dal peso politico delle minoranze per i governi. Altrimenti ci sono altri contesti in cui l’equivalente funzionale della proporzionale esiste, ma è basato sulla lingua, non sull’appartenenza. 

Non esiste nessun altro territorio in cui il meccanismo della proporzionale è basato su un censimento linguistico?

No, non ce ne sono altri in Europa. I censimenti negli altri territori, se ci sono, servono solo a fini statistici.

Perché nel 2023 abbiamo ancora bisogno della proporzionale e non può bastare la certificazione linguistica?

Come misura ripartiva rispetto al passato direi che non ne abbiamo più bisogno, nel senso che lo scopo di stabilire la giusta proporzione dei posti nella pubblica amministrazione sulla base della consistenza dei gruppi linguistici è stata raggiunta. Ma la domanda oggi è se ne abbiamo ancora bisogno per motivi di pace sociale. Si tratta di una domanda con un contenuto politico. 

Recentemente la domanda è stata posta, in particolare, per il settore della sanità dove la proporzionale complica le cose nella difficile impresa di individuare nuovo personale…

Sì, lì c’è un altro paradosso. Si parla molto di bilinguismo ma in realtà il vero problema è appunto la proporzionale. Sul bilinguismo non si dovrebbe nemmeno discutere. Non capisco come medici e infermieri possano riscontrare tutti questi problemi nell’acquisire le necessarie certificazioni, loro così abituati a studiare nei loro percorsi di studio e qualificazione. 

In realtà la gestione del comparto sanitario in questo periodo pare si stia finalmente attrezzando, per offrire al personale dei percorsi più validi e funzionali volti a promuovere le loro certificazioni linguistiche. 

Spesso il nuovo personale viene da fuori, dal resto d’Italia, dalla Germania o dal resto del mondo. La proporzionale era stata pensata per altri motivi, in questo caso non c’entra nulla. 

Insomma: occorre essere pragmatici. 

Sì. Oggi bisogna puntare sulle competenze, settore per settore. E se dobbiamo mettere in discussione la proporzionale occorre farlo con molta attenzione e in maniera graduale, si tratta infatti di un tema davvero sensibile. L’Alto Adige sta cambiando e piuttosto rapidamente. Bisogna chiedersi se l’adeguamento sociale sta andando di pari passo. Da studioso delle norme devo dire che quando la norma è troppo lontana dalla realtà ad un certo punto il meccanismo si rompe. Essere pragmatici va bene, ma il pragmatismo va accompagnato a una visione del futuro.  

Autore: Luca Sticcotti

La via dedicata alla memoria di Luis Zuegg

Nella zona industriale, tra le vie Giuseppe di Vittorio e Thomas Alva Edison vi è una via minore, la via Luis Zuegg. Chi era e cosa fece? Nato come Alois Karl Zuech (ma noto come Luis) a Lana il 26 aprile 1876, cambiò il cognome in Zuegg nel 1904; conseguita brillantemente la maturità al Ginnasio dei Benedettini a Montemaria (Val Venosta), passò alla Scuola superiore tecnica di Graz, dove tra le discipline optò per l’elettrotecnica, conseguendo il diploma il 15 ottobre 1900. Per tre anni fu assistente di cattedra del professor Albert von Ettinghausen. Tornato a Lana nel 1903, mise in atto un forte spirito imprenditoriale realizzando la centrale elettrica nella gola del Valsura, presso Lana, nonché la linea tranviaria Lana-Merano. Collaborò anche alla realizzazione della funivia di Monte San Vigilio, inaugurata il 31 agosto 1912. Il 13 dicembre 1913 fu inaugurata la ferrovia locale Lana-Postal; era detta anche “Apfelexpress”, servendo molto per il trasporto della frutta locale, come le note mele di Lana, che giunsero fino a Berlino e a San Pietroburgo. Le abilità di Luis Zuegg furono utili anche nella costruzione di funivie durante al prima guerra mondiale. Fu abile anche in campo economico; dopo la fabbrica di cellulosa e cartone da legno, nel 1917 passò alla lavorazione della frutta;  ne sono esempio i 70 vagoni di marmellata del 1917 per civili e militari: nacque il Gruppo Zuegg tuttora attivo. Nel 1920 fu la volta della funivia Merano-Avelengo, mentre al 1935 risale quella di Ortisei-Alpe di Siusi. Per i meriti acquisiti nel campo della tecnica funiviaria l’Istituto tecnico di Graz nel 1948 gli conferì  il dottorato honoris causa nelle scienze tecniche. Luis Zuegg durante un soggiorno di riposo a Bordighera dopo breve malattia morì il 14 gennaio 1955. Dal 23 ottobre 2010 in onore di Luis Zuegg si trova a Lana, nel parco che porta il suo nome, un busto di bronzo. Diversi Comuni, come Bolzano, Merano e Lana, gli hanno dedicato una strada.

Autore: Leone Sticcotti

Aspettando i dischi completi…

Ci siamo occupati nelle ultime settimane di diverse uscite in formato singolo o in formato video, segno che la scena musicale locale non sta affatto dormendo, e a dimostrarlo ci sono le uscite in formato lunga durata a cui si sono andate ad aggiungere, nelle ultime settimane dell’anno appena concluso, tre canzoni che vale la pena di prendere in considerazione, in attesa ovviamente che i loro protagonisti le includano in un lavoro più completo.

Senza dubbio l’ultimo scorcio del 2022 è stato ad appannaggio delle voci femminili: abbiamo avuto il disco di Zelda Mab, quello di Anna Carol, il ritorno assai atteso di Waira. All’appello mancava la meranese Giulia Martinelli che era assente dalle scene da oltre un anno. La cantautrice ci aveva abituati bene con i suoi EP e con una serie di brani usciti solo in formato digitale all’indomani del primo lockdown.

Ora finalmente con Dead End Street, questo il titolo del singolo di fresca uscita, è tornata a dirci che è ancora qui, con la sua voce e con la sua musica. Nell brano, decisamente interessante e costruito con un buon arrangiamento, essenziale ma giusto, opera del produttore bolognese Riccardo Cesari, a cui sembra aver affidato le sorti delle sue pubblicazioni future, Giulia Martinelli si mette a nudo dopo un periodo di latitanza dovuto a problemi non ricongiungibili alla musica, raccontandoci delle incertezze incontrate trovandosi in un vicolo cieco, come recita in inglese il titolo del brano. In particolare, per le parti vocali di questa nuova fatica, la cantautrice si è fatta consigliare e aiutare da Monika Callegaro. Non resta dunque che attendere i nuovi frutti del suo nuovo corso artistico.

A ridosso del loro concerto dicembrino al Sudwerk, sono tornati a colpire anche i Polemici, Barcellona il nuovo brano, che non ha naturalmente nulla a che vedere con quello omonimo di Montserrat Caballè e Freddy Mercury: è invece una canzone in cui una volta di più il gruppo dimostra la propria versatilità e soprattutto di non essere una band che accompagna un rapper, bensì una band con  un cantante che è anche un rapper. Anzi, più che mai è evidente come ogni componente sia un tassello importante dell’affresco sonoro intessuto dai Polemici. La storia stavolta è introspettiva, intima, e riguarda la fine di un rapporto che ha per sfondo la città catalana dove il rapporto aveva avuto inizio. Sempre efficace il cantato di Tachi su cui si snodano le trame musicali di tastiere, sezione ritmica, chitarra e le invenzioni del DJ. 

Concludiamo la carrellata sui singoli con l’anteprima del nuovo lavoro di Helmut Pinggera che nel 2019 aveva esordito a sorpresa con un solido lavoro rock usando lo pseudonimo Frederick ed ora, come Fred 22, ha reso disponibile Il Falco, un bel brano rock nello stile energico a cui Pinggera/Fred ci aveva abituato. I riferimenti sono quelli che sappiamo, ci sono i riff di chitarra e tastiere e gli assoli lancinanti della sei corde, il cantato che strizza l’occhio a Bruce Springsteen e al miglior Zucchero. La particolarità importante è che il brano è cantato prevalentemente in italiano, anche se ci sono inserti in inglese e tedesco. Sapevamo che Frederick ambiva da tempo a non esprimersi solamente in tedesco, come era accaduto sul disco d’esordio, e già nei concerti ci aveva fatto apprezzare un brano intitolato Partigiano/Partigiana. L’uscita del disco a cui Il Falco fa da apripista è imminente, anzi, mentre leggete queste righe potrebbe già essere realtà.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Lo psichiatra, lo scrittore e… la ballerina di tango

Vincenzo Florio, di professione psichiatra, in realtà coltiva la passione della scrittura. Lo abbiamo incontrato per chiedergli come ad un certo punto è affiorata la scrittura tra le sue passioni e come la sua attività di psichiatra si interfaccia con la dimensione di romanziere.

Vincenzo Florio, possiamo definirla uno psichiatra scrittore?

Mi ritrovo molto in questa definizione, perché io di mestiere sono psichiatra, questo significa che dopo il liceo ho seguito il percorso accademico e, dopo la laurea in medicina, ho fatto la specializzazione in psichiatria. Di tutte le specializzazioni della medicina, forse è l’unica che riconosce un certo spirito umanistico. 
Le mie passioni sono state dapprima il basket, poi la musica, il teatro e poi mi sono appassionato al cinema. È chiaro che, man mano che passavano gli anni, tutte queste attività non potevano certo diventare un mestiere. Ad un certo punto ho cominciato a scrivere, e da lì tutto il mio spirito artistico si è riversato nella scrittura, finché ho trovato anche l’editore giusto, Edizioni del Faro a Trento, che ha accettato di pubblicare i miei racconti.
Due anni fa è uscito il mio libro, dal titolo L’Étoile a altri racconti. L’Étoile è il titolo del primo racconto e si riferisce alla prima ballerina di un grande teatro, che accetta l’invito ad imparare il tango. Deve sapere che il tango argentino è un’altra mia passione, che pratico da diversi anni, sempre chiaramente a livello amatoriale. In questo racconto mi sono immaginato la prima ballerina di un grande teatro, che cambia scarpe, accetta di indossare quelle da ballerina di tango e lo impara in pochissimo tempo, diventando più brava dell’insegnante. E poi c’è tutto un retroscena psichiatrico…

Quanto del Suo lavoro entra nella Sua scrittura?

È chiaro che la mia ispirazione arriva dalla mia pratica quotidiana. Ogni giorno ascolto storie di vite intensamente vissute, per cui ad un certo punto della mia carriera professionale mi sono detto: “Ma perché non raccontare il disagio, la sofferenza, ma anche aneddoti divertenti, che mi vengono raccontati e di cui sono testimone, che rischiano di perdersi, se non vengono poi fermati, nero su bianco? E questo è un po’ lo spirito di qualsiasi scrittore, che ad un certo punto decide di raccontare delle storie perché pensa che questo sia un modo per poter – come dire –  riflettere sui casi della vita. Le storie sono ovviamente camuffate per non correre il rischio di violare la privacy di persone che hanno subito in prima persona certe esperienze drammatiche o divertenti.

Lasciamo per un attimo da parte la Sua passione per la scrittura. Lei si cimenta anche in conferenze in cui parla di psichiatria nel mondo dei personaggi famosi…

Ho iniziato già qualche anno fa, prima che uscisse il libro, a documentarmi sulla psichiatria nel mondo dei personaggi famosi. Le storie sono tantissime, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Uno dei casi più eclatanti riguarda la morte di John Lennon per mano di un folle che, ad un certo punto, si era convinto di essere lui il vero John Lennon e di meritare la carriera del più grande, a quei tempi, protagonista del rock.  Poi, pensi che l’assassino è partito da Honolulu con una pistola e l’intenzione di sostituirsi al vero John Lennon…
Oppure c’è la storia di Marilyn Monroe, una delle più grandi attrici, rimasta ormai nella storia quasi come una icona. Nell’immaginario collettivo Marilyn è, o era, la dea della seduzione, a cui molti associavano l’idea di una vita privilegiata. In realtà, nella vita di tutti i giorni, Marilyn era una donna che soffriva molto. Aveva avuto una infanzia terribile, andava dallo psichiatra, anzi ne ha cambiati diversi, fino all’ultimo, che ha tentato invano di scongiurare il peggio (Marilyn morì suicida, la versione ufficiale fu sempre quella dell’overdose di barbiturici).

Autore: Till Antonio Mola

L’associazione Bresadola compie 60 anni 

Oltre 100 soci e un lavoro incessante di divulgazione. L’associazione bolzanina quest’anno celebra i sei decenni di attività con lo sguardo rivolto alle nuove generazioni di appassionati e un occhio ai cambiamenti climatici.  

I funghi sono un mondo; e non è un modo di dire. Lo sono in senso scientifico e gastronomico. Ed è grazie agli appassionati di micologia, oltreché ai ricercatori, che possiamo ampliare le nostre conoscenze al riguardo. Ad esempio, quanti sanno che in Alto Adige sono presenti circa 5.000 specie di funghi? Forse ne è consapevole solo chi frequenta gli incontri del gruppo bolzanino dell’associazione micologica Bresadola – chiamata così in onore del micologo e abate, mons. Giacomo Bresadola – che rappresenta la sezione locale di un’associazione di riferimento per la micologia a livello nazionale. Il gruppo di Bolzano (con sede in via S. Quirino) è stato fondato nel 1963, sei anni dopo la nascita del gruppo originario di Trento. Da allora, grazie ai tanti volontari, ha portato avanti una vasta attività di formazione e divulgazione della scienza dei funghi.   

Tra gli impegni principali dell’associazione rientrano l’organizzazione di mostre e di corsi – sia introduttivi che avanzati – per quanti vogliono cominciare ad avvicinarsi alla micologia oppure vogliono approfondire la loro conoscenza. “Proponiamo ogni anno un corso base articolato su quattro lezioni generali, in parte online e in parte in presenza. Queste servono a introdurre e ad avvicinare i partecipanti agli argomenti più importanti così che riescano ad orientarsi per un primo sguardo sul mondo dei funghi. A queste seguono altre 10 lezioni più specifiche”, spiega Luciano Fracalossi, vicepresidente del gruppo di Bolzano. I corsi, gratuiti, sono aperti a tutti, senza nessun tipo di requisito a parte l’interesse per la materia. “Interpretiamo quest’offerta formativa come un servizio alla cittadinanza”, continua Fracalossi, “infatti non è possibile imparare a distinguere le diverse specie solo avvalendosi di un libro. Il confronto con altri appassionati e con gli studiosi serve anche per evitare situazioni che possono rilevarsi pericolose anche perché i funghi hanno una grande variabilità. Per questa ragione, a chi è alle prime armi consigliamo sempre di fare controllare il raccolto, prima di usarlo in cucina”. Il vicepresidente accenna ai cambiamenti climatici che purtroppo stanno incidendo anche sulle varietà di funghi locali. “Prima si trovavano solo quasi esclusivamente specie di funghi tipici dell’area alpina. Adesso, invece, con la presenza di climi più caldi e secchi anche da noi, in Bassa Atesina abbiamo avvistato specie mediterranee come l’Amanita ovoidea, un fungo tipicamente mediterraneo”, conferma.  

Oltre ai corsi per principianti, il gruppo svolge un’attività di aggiornamento degli ispettori micologi dell’ASL e, sul versante scientifico, è incaricato di effettuare il monitoraggio delle specie presenti sul territorio altoatesino – nelle due stazioni di Renon e Monticolo – oltre a rilevare i livelli di radioattività per mezzo della raccolta di funghi in 21 aree sparse in tutto l’Alto Adige.   

L’associazione, che quest’anno a settembre celebrerà i sessant’anni di vita con una festa a Carezza, al momento conta sull’apporto di oltre 100 soci. Sono molti e attivi da tanti anni e si sente il bisogno di nuova linfa, di ragazzi o giovani  interessati che abbiano voglia di dare una mano a svolgere i compiti collegati alla vita associativa. “Stiamo alla ricerca di nuova generazione di soci”, conclude Fracalossi, “si è un po’ perduta la tradizione di andare a funghi con i genitori. I nonni stanno provando a coinvolgere i nipoti ma siamo aperti a chi volesse saperne di più e darci una mano”.  

Autore: Nilo Ruggeri

Sanremo

Contro ogni pronostico c’è molto Alto Adige nell’edizione del Festival di Sanremo 2023. Il primo super ospite sarà Ötzi che, in duetto con Eva Klotz, presenterà un brano dal titolo “Vorrei incontrarti fra 5000 anni”. Il duo Achammer/Kompatscher invece canterà il medley “Uomini soli (al comando)-Amici come prima-Zitti e Buoni-Sudtirolesi’s Karma”. Il Sindaco di Bolzano si esibirà con due cover: “Vita prudente” di Vasco Rossi e “Ciao movida ciao” di Luigi Tenco.

Autore: Roberto Tubaro

Giorgio Lona: un collezionista a Don Bosco

Giorgio Lona abita nel quartiere Don Bosco ed ha una grande passione che ruota attorno ai francobolli. è interessato infatti anche alle lettere e ai timbri,  ma soprattutto alla “storia postale”. Scopriamo insieme a lui di cosa si tratta.

Come è iniziata la tua collezione?

Ho iniziato con i francobolli, e poi da lì si sono aperti altri mondi. Mi sono dato prima alle lettere, per quanto riguarda l’involucro con il francobollo, poi il timbro e la destinazione della lettera. Dai francobolli sono passato poi alla storia postale, ovvero lo studio il sistema politico e amministrativo di un luogo dell’Alto Adige, secondo le emissioni postali.

Com’è nata la scelta di collezionare francobolli?

Una volta, tanti anni fa, quando ho iniziato io, moltissime persone li collezionavano. Era una collezione che andava di moda. Poi era un oggetto piccolo che si prestava ad essere collezionato. A quel tempo si trovavano ancora molte lettere e cartoline che viaggiavano. I francobolli poi giravano in casa, e quindi notavo le differenze, i diversi colori. Adesso non si notano più certe cose, anche perché si usano le mail. La poca posta che si trova oggi ormai ha anonime etichette adesive. 

Questa passione poi si è evoluta…

Si inizia con il francobollo, poi si nota che sulla busta c’è un timbro, una destinazione, una lettera particolare, e quindi si possono inventare un sacco di collezioni. Io poi mi sono specializzato negli annulli postali che ci sono sulle buste e sulle cartoline dell’Alto Adige, che risalgono al periodo tra il 1919 a il 1945. Questo perché farlo dal periodo prefilatelico, cioè 1780 circa dove ancora i francobolli non esistevano, e andare avanti fino già al periodo dove me ne occupo io, inizia a diventare impegnativo. Sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista dello studio.

Dove recuperi il necessario?

Gli oggetti li recupero tramite internet, oppure alle fiere. Ci sono tantissimi commercianti che offrono le loro merc e una volta, quando il mercato tirava e c’erano più collezionisti con i quali scambiare, andavo anche all’estero: Austria, Germania. Era divertente, perché magari la domenica si partiva in quattro, si faceva la gita, si andava al convegno e si trovava molto.

Di queste informazioni che ricavi, cosa ne fai?

Le si condivide con i soci di un’associazione filatelica alla quale sono iscritto, ma anche con gli amici del circolo, o amici che non necessariamente ne fanno parte. Ho stretto amicizie in tutta Italia, quindi condivido le informazioni, e ce le scambiamo a vicenda. 

Qual è il momento del tuo collezionismo che preferisci particolarmente?

La cosa che più mi piace sono lo studio e la verifica dei materiali che raccolgo. Perché mi consente di prendermi un pacco di roba, mettermi lì e studiarmelo. Tanto è vero che ho comprato materiale doppio, triplo, quadruplo, e ho speso un sacco di soldi per niente, perché poi mi sono trovato quattro lettere con lo stesso timbro. Collezionare è comunque un’attività complessa, che richiede tempo, denaro, materiali e attenzioni. Nell’insieme tutti i materiali dipendono l’uno dall’altro, e io ne apprezzo ogni particolare.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

Comuni: ancora poche le Consulte Giovani

È solo una la Consulta Giovani comunale attiva nel territorio altoatesino. Si tratta di quella del Comune di Merano, presieduta dall’estate del 2019 da Marzia Bertolini che, martedì 24 gennaio, insieme ai colleghi ha presentato il nuovo Regolamento in Consiglio comunale. “Il fatto che il capoluogo di Provincia non abbia una propria Consulta Giovani, che è un prezioso organo consultivo, evidenzia una questione critica, un problema” sottolinea Bertolini. Quella di Merano, insomma, si impegna ad essere un punto di riferimento per i politici a cui spetta il compito di prendere decisioni che inevitabilmente andranno a incidere sulla vita della cittadinanza, in questo caso: dei più giovani. “La Consulta Giovani di Merano può essere una realtà da prendere come esempio per città come Bolzano e Laives. Specie dopo il covid, non si ha più molta voglia di mettersi in gioco; speriamo che, anche nel nostro caso, in vista delle prossime elezioni ci sia qualcuno che prenda in mano la situazione e partecipi attivamente alla vita politica meranese” spiega Bertolini. Le attività dei giovani spaziano dalla sensibilizzazione ambientale alla partecipazione democratica. “Recentemente abbiamo dedicato una giornata alla raccolta di tutti i sacchetti dell’immondizia lasciati vicino alle campane, per poi svuotarli e differenziare noi i rifiuti. Volevamo richiamare l’attenzione su quel tema. Ma abbiamo anche trasmesso alle scuole del burgaviato un video finalizzato a invitare i giovani ad andare a votare e farlo consapevolmente, combattendo l’astensionismo”. Una proposta portata avanti fin dall’inizio, per Bertolini, è stata quella di avere un’aula studio dedicata agli universitari e non solo, che ha trovato la propria realizzazione al Coworking della Memoria di Via Ugo Foscolo.

Se nel Comune di Bolzano, è vero, manca l’organo consultivo formato dai giovani, è da mettere in evidenza la presenza delle Consulte Giovani della Provincia e delle Consulte Provinciali degli Studenti e delle Studentesse (CPS), divise per i tre gruppi linguistici. Da qui la domanda: sarebbe interessante avere un organo riservato interamente alla categoria dei giovani del Comune di Bolzano? “Non vedo perché non fondarne uno, garantendo un focus solo sul singolo Comune, in modo da evitare di confondere le esigenze locali con quelle Provinciali”, spiega Matteo Azzolini Poggioli, Presidente della CPS in lingua italiana. “Recentemente ci siamo fatti carico anche di tematiche generiche, non esclusive degli studenti, come ad esempio la proposta di istituire un abbonamento ai trasporti unico per tutta la Regione, formulata insieme ai colleghi di lingua tedesca, ladina e ai trentini. Forse, questo, è un tema più da Consulta Giovani che nostro, anche se chiaramente andrebbe ad incidere sulla vita di tutti gli studenti”.

Non ci sono dubbi: i protagonisti del mondo della rappresentanza giovanile e studentesca sono concordi nell’affermare che la costituzione di nuove Consulte Giovani dei singoli Comuni sia importante e porti con sé numerose opportunità.

Autore: Andrea Dalla Serra