L’associazione Bresadola compie 60 anni 

Oltre 100 soci e un lavoro incessante di divulgazione. L’associazione bolzanina quest’anno celebra i sei decenni di attività con lo sguardo rivolto alle nuove generazioni di appassionati e un occhio ai cambiamenti climatici.  

I funghi sono un mondo; e non è un modo di dire. Lo sono in senso scientifico e gastronomico. Ed è grazie agli appassionati di micologia, oltreché ai ricercatori, che possiamo ampliare le nostre conoscenze al riguardo. Ad esempio, quanti sanno che in Alto Adige sono presenti circa 5.000 specie di funghi? Forse ne è consapevole solo chi frequenta gli incontri del gruppo bolzanino dell’associazione micologica Bresadola – chiamata così in onore del micologo e abate, mons. Giacomo Bresadola – che rappresenta la sezione locale di un’associazione di riferimento per la micologia a livello nazionale. Il gruppo di Bolzano (con sede in via S. Quirino) è stato fondato nel 1963, sei anni dopo la nascita del gruppo originario di Trento. Da allora, grazie ai tanti volontari, ha portato avanti una vasta attività di formazione e divulgazione della scienza dei funghi.   

Tra gli impegni principali dell’associazione rientrano l’organizzazione di mostre e di corsi – sia introduttivi che avanzati – per quanti vogliono cominciare ad avvicinarsi alla micologia oppure vogliono approfondire la loro conoscenza. “Proponiamo ogni anno un corso base articolato su quattro lezioni generali, in parte online e in parte in presenza. Queste servono a introdurre e ad avvicinare i partecipanti agli argomenti più importanti così che riescano ad orientarsi per un primo sguardo sul mondo dei funghi. A queste seguono altre 10 lezioni più specifiche”, spiega Luciano Fracalossi, vicepresidente del gruppo di Bolzano. I corsi, gratuiti, sono aperti a tutti, senza nessun tipo di requisito a parte l’interesse per la materia. “Interpretiamo quest’offerta formativa come un servizio alla cittadinanza”, continua Fracalossi, “infatti non è possibile imparare a distinguere le diverse specie solo avvalendosi di un libro. Il confronto con altri appassionati e con gli studiosi serve anche per evitare situazioni che possono rilevarsi pericolose anche perché i funghi hanno una grande variabilità. Per questa ragione, a chi è alle prime armi consigliamo sempre di fare controllare il raccolto, prima di usarlo in cucina”. Il vicepresidente accenna ai cambiamenti climatici che purtroppo stanno incidendo anche sulle varietà di funghi locali. “Prima si trovavano solo quasi esclusivamente specie di funghi tipici dell’area alpina. Adesso, invece, con la presenza di climi più caldi e secchi anche da noi, in Bassa Atesina abbiamo avvistato specie mediterranee come l’Amanita ovoidea, un fungo tipicamente mediterraneo”, conferma.  

Oltre ai corsi per principianti, il gruppo svolge un’attività di aggiornamento degli ispettori micologi dell’ASL e, sul versante scientifico, è incaricato di effettuare il monitoraggio delle specie presenti sul territorio altoatesino – nelle due stazioni di Renon e Monticolo – oltre a rilevare i livelli di radioattività per mezzo della raccolta di funghi in 21 aree sparse in tutto l’Alto Adige.   

L’associazione, che quest’anno a settembre celebrerà i sessant’anni di vita con una festa a Carezza, al momento conta sull’apporto di oltre 100 soci. Sono molti e attivi da tanti anni e si sente il bisogno di nuova linfa, di ragazzi o giovani  interessati che abbiano voglia di dare una mano a svolgere i compiti collegati alla vita associativa. “Stiamo alla ricerca di nuova generazione di soci”, conclude Fracalossi, “si è un po’ perduta la tradizione di andare a funghi con i genitori. I nonni stanno provando a coinvolgere i nipoti ma siamo aperti a chi volesse saperne di più e darci una mano”.  

Autore: Nilo Ruggeri

Sanremo

Contro ogni pronostico c’è molto Alto Adige nell’edizione del Festival di Sanremo 2023. Il primo super ospite sarà Ötzi che, in duetto con Eva Klotz, presenterà un brano dal titolo “Vorrei incontrarti fra 5000 anni”. Il duo Achammer/Kompatscher invece canterà il medley “Uomini soli (al comando)-Amici come prima-Zitti e Buoni-Sudtirolesi’s Karma”. Il Sindaco di Bolzano si esibirà con due cover: “Vita prudente” di Vasco Rossi e “Ciao movida ciao” di Luigi Tenco.

Autore: Roberto Tubaro

Giorgio Lona: un collezionista a Don Bosco

Giorgio Lona abita nel quartiere Don Bosco ed ha una grande passione che ruota attorno ai francobolli. è interessato infatti anche alle lettere e ai timbri,  ma soprattutto alla “storia postale”. Scopriamo insieme a lui di cosa si tratta.

Come è iniziata la tua collezione?

Ho iniziato con i francobolli, e poi da lì si sono aperti altri mondi. Mi sono dato prima alle lettere, per quanto riguarda l’involucro con il francobollo, poi il timbro e la destinazione della lettera. Dai francobolli sono passato poi alla storia postale, ovvero lo studio il sistema politico e amministrativo di un luogo dell’Alto Adige, secondo le emissioni postali.

Com’è nata la scelta di collezionare francobolli?

Una volta, tanti anni fa, quando ho iniziato io, moltissime persone li collezionavano. Era una collezione che andava di moda. Poi era un oggetto piccolo che si prestava ad essere collezionato. A quel tempo si trovavano ancora molte lettere e cartoline che viaggiavano. I francobolli poi giravano in casa, e quindi notavo le differenze, i diversi colori. Adesso non si notano più certe cose, anche perché si usano le mail. La poca posta che si trova oggi ormai ha anonime etichette adesive. 

Questa passione poi si è evoluta…

Si inizia con il francobollo, poi si nota che sulla busta c’è un timbro, una destinazione, una lettera particolare, e quindi si possono inventare un sacco di collezioni. Io poi mi sono specializzato negli annulli postali che ci sono sulle buste e sulle cartoline dell’Alto Adige, che risalgono al periodo tra il 1919 a il 1945. Questo perché farlo dal periodo prefilatelico, cioè 1780 circa dove ancora i francobolli non esistevano, e andare avanti fino già al periodo dove me ne occupo io, inizia a diventare impegnativo. Sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista dello studio.

Dove recuperi il necessario?

Gli oggetti li recupero tramite internet, oppure alle fiere. Ci sono tantissimi commercianti che offrono le loro merc e una volta, quando il mercato tirava e c’erano più collezionisti con i quali scambiare, andavo anche all’estero: Austria, Germania. Era divertente, perché magari la domenica si partiva in quattro, si faceva la gita, si andava al convegno e si trovava molto.

Di queste informazioni che ricavi, cosa ne fai?

Le si condivide con i soci di un’associazione filatelica alla quale sono iscritto, ma anche con gli amici del circolo, o amici che non necessariamente ne fanno parte. Ho stretto amicizie in tutta Italia, quindi condivido le informazioni, e ce le scambiamo a vicenda. 

Qual è il momento del tuo collezionismo che preferisci particolarmente?

La cosa che più mi piace sono lo studio e la verifica dei materiali che raccolgo. Perché mi consente di prendermi un pacco di roba, mettermi lì e studiarmelo. Tanto è vero che ho comprato materiale doppio, triplo, quadruplo, e ho speso un sacco di soldi per niente, perché poi mi sono trovato quattro lettere con lo stesso timbro. Collezionare è comunque un’attività complessa, che richiede tempo, denaro, materiali e attenzioni. Nell’insieme tutti i materiali dipendono l’uno dall’altro, e io ne apprezzo ogni particolare.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

Comuni: ancora poche le Consulte Giovani

È solo una la Consulta Giovani comunale attiva nel territorio altoatesino. Si tratta di quella del Comune di Merano, presieduta dall’estate del 2019 da Marzia Bertolini che, martedì 24 gennaio, insieme ai colleghi ha presentato il nuovo Regolamento in Consiglio comunale. “Il fatto che il capoluogo di Provincia non abbia una propria Consulta Giovani, che è un prezioso organo consultivo, evidenzia una questione critica, un problema” sottolinea Bertolini. Quella di Merano, insomma, si impegna ad essere un punto di riferimento per i politici a cui spetta il compito di prendere decisioni che inevitabilmente andranno a incidere sulla vita della cittadinanza, in questo caso: dei più giovani. “La Consulta Giovani di Merano può essere una realtà da prendere come esempio per città come Bolzano e Laives. Specie dopo il covid, non si ha più molta voglia di mettersi in gioco; speriamo che, anche nel nostro caso, in vista delle prossime elezioni ci sia qualcuno che prenda in mano la situazione e partecipi attivamente alla vita politica meranese” spiega Bertolini. Le attività dei giovani spaziano dalla sensibilizzazione ambientale alla partecipazione democratica. “Recentemente abbiamo dedicato una giornata alla raccolta di tutti i sacchetti dell’immondizia lasciati vicino alle campane, per poi svuotarli e differenziare noi i rifiuti. Volevamo richiamare l’attenzione su quel tema. Ma abbiamo anche trasmesso alle scuole del burgaviato un video finalizzato a invitare i giovani ad andare a votare e farlo consapevolmente, combattendo l’astensionismo”. Una proposta portata avanti fin dall’inizio, per Bertolini, è stata quella di avere un’aula studio dedicata agli universitari e non solo, che ha trovato la propria realizzazione al Coworking della Memoria di Via Ugo Foscolo.

Se nel Comune di Bolzano, è vero, manca l’organo consultivo formato dai giovani, è da mettere in evidenza la presenza delle Consulte Giovani della Provincia e delle Consulte Provinciali degli Studenti e delle Studentesse (CPS), divise per i tre gruppi linguistici. Da qui la domanda: sarebbe interessante avere un organo riservato interamente alla categoria dei giovani del Comune di Bolzano? “Non vedo perché non fondarne uno, garantendo un focus solo sul singolo Comune, in modo da evitare di confondere le esigenze locali con quelle Provinciali”, spiega Matteo Azzolini Poggioli, Presidente della CPS in lingua italiana. “Recentemente ci siamo fatti carico anche di tematiche generiche, non esclusive degli studenti, come ad esempio la proposta di istituire un abbonamento ai trasporti unico per tutta la Regione, formulata insieme ai colleghi di lingua tedesca, ladina e ai trentini. Forse, questo, è un tema più da Consulta Giovani che nostro, anche se chiaramente andrebbe ad incidere sulla vita di tutti gli studenti”.

Non ci sono dubbi: i protagonisti del mondo della rappresentanza giovanile e studentesca sono concordi nell’affermare che la costituzione di nuove Consulte Giovani dei singoli Comuni sia importante e porti con sé numerose opportunità.

Autore: Andrea Dalla Serra

A Malles brillano le stelle dello Yoseikan

Il Nordovest della provincia cala gli assi e stravince la coppa per la maggior partecipazione al Torneo d’inverno di Yoseikan Budo, andato in scena nella palestra dell’Istituto superiore per gli sport invernali di Malles. Con una massiccia presenza gli atleti di Silandro, Lana e Merano hanno conquistato rispettivamente il primo, il secondo ed il terzo gradino del podio nella classifica generale.

Quella andata in scena nella fucina altoatesina delle promesse delle discipline olimpiche invernali è stata una grande festa dello sport e del fair play, come sempre si conviene ad un torneo di arti marziali. 

Quasi duecento gli atleti si sono ritrovati sui tatami, per un totale di oltre venticinque associazioni provenienti da tutta la regione, da Arco alla Bassa Atesina, da Bolzano alla Valle Aurina, suddivisi in categorie dagli under 8 -28 chili agli under 18 -80 chili. A fare la parte del leone, anche per un discorso logistico, sono stati i padroni di casa, i budoka che vivono e si allenano nei pressi della cittadina di Malles.  Ed è così che l’Asc Silandro ha conquistato la bellezza di cinque ori, tre argenti e tre bronzi, l’Asv Lana sette ori , sei argenti e sette bronzi, e l’Sc Merano ha portato a casa otto ori e tre argenti. Ottima la prestazione di chi ha il dojo a un passo da dove si è svolto il torneo: pur non conquistando nessun titolo iridato, l’Asv Mals ha fatto incetta di argenti (ben sei) e di bronzi (altri sei). Fra le tante squadre meritevoli, c’è da segnalare il gruppo della Val Pusteria: ottime le prestazioni dei brunicensi, che oltre ad un oro hanno conquistato sei argenti e tre bronzi, del Campo Tures con due ori, tre argenti e due bronzi, dell’Ssv Pfalzen (due ori e quattro argenti) e del Villabassa: l’ Asv Niederdorf è salito sul podio con ben quattro ori, quattro argenti e sei bronzi.

Sorprese anche dal sud della provincia : due ori per l’ Asv Yoseikan Budo & Fitness Heide Auer (Ora), due ori per l’Appiano, un oro, un argento e un bronzo per il Caldaro.  

A ranghi ridotti gli atleti dell’Ssv Brixen, che si sono presentati sul tatami in due, ma hanno comunque conquistato un argento ed un bronzo, e dal Bolzano, che ha portato a casa un argento e un bronzo.

Ora è per tutti tempo di tornare ad allenarsi in vista del prossimo torneo, il torneo Dolomiti che si svolgerà a Nova Ponente il 19 febbraio.

La contesa tra le preture di Egna e Caldaro

Già nel medioevo, il territorio della Bassa Atesina venne suddiviso in due distretti giudiziari: quello di Caldaro-Laimburg e quello di Egna-Caldiff. Ovviamente nel corso dei secoli le varie località della valle dell’Adige fecero parte ora di uno, ora dell’altro distretto. In linea di massima, i paesi della riva sinistra dell’Adige da Bolzano a Salorno sottostavano a Egna, quelli della riva destra – con l’Oltradige – a Caldaro. Egna ebbe a lungo giurisdizione anche su parte della Val di Fiemme, cui in origine era legata, Caldaro su paesi del Burgraviato.

In epoca asburgica, il distretto di Caldaro fu ufficialmente istituito nel 1849 da un’apposita commissione e comprendeva otto comuni: Appiano, Caldaro, Cortaccia, Cortina all’Adige, Magrè. Vadena, Termeno e Favogna di Sotto. All’epoca, l’intero distretto comprendeva 14362 abitanti, di cui il 93,3% si dichiararono di madrelingua tedesca, gli altri di madrelingua italiana e ladina. Solo a Vadena, grazie alla forte immigrazione dal Trentino, il 55% della popolazione apparteneva al gruppo linguistico italiano. Laives faceva parte del Bezirksgericht di Bolzano.
Anche il distretto di Egna comprendeva otto comuni: Aldino, Ora, Bronzolo, Cauria, Laghetti, Montagna, Egna e Salorno. Quando nel 1868 il potere giudiziari fu separato da quello politico, il distretto contava su 7747 abitanti, di cui l’83% si dichiarò di lingua tedesca. Solo Bronzolo e Salorno potevano vantare un numero consistente di abitanti di lingua italiana.
La situazione così descritta rimase ferma fino al 1913, quando nel Bollettino delle Leggi e Ordinanze per la Contea principesca del Tirolo fu pubblicata un’ordinanza del Ministero della giustizia del 31 agosto “relativa all’aggregazione dei comuni di Cortaccia, Cortina, Magrè e Favogna di sotto al raggio di giudizio distrettuale di Egna nel Tirolo.” L’ordinanza entrò in vigore il 1 gennaio 1914.
Se a Egna la soddisfazione era grande, a Caldaro montò una – peraltro inutile – ribellione contro i provvedimenti. Venne convocato il consiglio comunale il 27 settembre 1908 dal sindaco Florian Andergassen con un solo punto all’ordine del giorno: “ordine del giorno del conigliere provinciale Monsignore Sebastian Glaz contro la separazione dei comuni di Cortaccia, Magrè, Cortina e Favogna si Sotto dal distretto di Caldaro”. Il consigliere Barone Ludwig von Biegeleben prese la parola per motivare la protesta contro il provvedimento del Ministero della giustizia. Il barone sottolineò l’importanza dell’innovazione, dato che proprio in quel periodo dovevano essere introdotti i libri fondiari. Il motivo principale per cui gli elencati paesi venivano attribuiti alla Pretura di Egna dera la distanza chilometrica da percorrere per raggiungere la sede dell’ufficio giudiziario. All’epoca, ci volevano due ore e mezza per raggiungere Caldaro da Cortaccia, tre ore e mezza da Magrè, sei ore da Favogna e 4 ore da Cortina. “Non sono certo distanze abissali”, commentò il barone, che sottolineò anche come fosse assai scarsa la frequenza della Pretura da parte degli abitanti dei comuni interessati. Inoltre, una volta al mese il Pretore di Caldaro teneva udienza a Cortaccia, consentendo ai contadini del circondario di risolvere le loro vertenze senza ulteriori perdite di tempo. Inoltre, argomentò il barone, storicamente gli abitanti della destra Adige avevano i loro terreni in tutti i comuni della Bassa Atesina mentre quelli della sinistra Adige si concentravano nei comuni pedemontani. Separare i comuni da Caldaro equivaleva a creare una situazione di confusione amministrativa, dato che molti caldaresi avevano i loro campi proprio in uno dei comuni destinati a passare sotto Egna. La parte più povera della Bassa Atesina sarebbe stata doppiamente penalizzata anche dal fatto che il commercio di vino e di altri beni era concentrato a Caldaro, mentre a Egna non si trovava neppure uno studio legale. Anche dal punto di vista linguistico sarebbero nati dei problemi: Salorno, Egna e Bronzolo erano in prevalenza italiani mentre i comuni della destra Adige erano prevalentemente tedeschi.
A nulla valse la protesta di Caldaro. Vienna non modificò il provvedimento e successivamente anche con il passaggio al Regno d’Italia nulla cambiò e le Preture rimasero praticamente quelle disposte sotto l’impero asburgico.

Autore: Reinhard Christanell

Un fiero vigile del fuoco

Qui Intervista a Christopher Nardin, comandante dei  Vigili del Fuoco di Salorno. Non avrebbe mai immaginato che la fondazione nel 2002 del gruppo giovanile dei vigili del fuoco, avrebbe fatto nascere in lui una grande passione, un interesse suscitato anche dalla possibilità di poter fare attività improbabili nella vita comune. Nardin concilia tutto ciò con il lavoro di responsabile, coordinatore sicurezza e direttore lavori, sui cantieri edili provinciali, e con un’altra passione per i droni.

La cosa che più mi piace di me. 

La voglia di provare cose nuove.

Il mio principale difetto.

Essere spesso troppo preciso.

Il mio momento più felice.

Il mio matrimonio.

La persona che ammiro di più.

Tutti coloro che con la propria forza hanno raggiunto i loro obiettivi.

Un libro sull’isola deserta.

“Freunde in Edelweiß”.

La mia occupazione preferita.

Le attività svolte come vigile del fuoco, fare lavoretti in garage, e far volare i droni.

Il paese dove vorrei vivere.

Salorno.

Il piatto preferito.

Pizza.

Non sopporto… 

I ritardatari.

Per un giorno vorrei essere.

Un astronauta.

La mia paura maggiore.

Perdere la mia famiglia.

Nel mio frigo non manca…

Il cibo in generale.

Se fossi un animale sarei… 

Un gatto.

Mi sono sentito orgoglioso quando…

Ho ricevuto la mia prima paga.

Il mio motto.

“Certi problemi non sono un dramma perché è la vita che li programma” (GG Dag).

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Vivere bene.

Il giocattolo che ho amato di più.

La mia prima macchina radiocomandata.

I miei poeti preferiti.

Gigi D’Agostino, un poeta musicale.

I miei pittori preferiti.

I quadri sono un’arte a 2D, preferisco quella 3D di Luca Pojer.

Il dono di natura che vorrei avere.

Saper volare.

Dico bugie solo…

Se positive.

Dove mi vedo fra dieci anni.

A fare lo smart-working sulla luna.

Il colore che preferisco.

Rosso.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Molto tempo fa.

Da bambino sognavo…

Di diventare pilota.

Autore: Daniele Bebber

Memoria

Com’è noto ai più, il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale, celebrata il 27 gennaio di ogni anno come momento per commemorare le vittime dell’Olocausto. Per l’occasione fioccano le iniziative, come sempre, ma quest’anno mi ha colpito molto la scelta di alcuni ragazzi di realizzare, divenendone protagonisti, uno spettacolo teatrale incentrato sugli atti del processo a Michael Seifert, uno degli aguzzini del lager di Bolzano. La forza insita nella creatività artistica, nella rappresentazione e nell’interpretazione, può essere davvero un grande aiuto nel difficile compito di fare memoria di uno degli eventi più tragici della storia umana, in realtà così vicina nel tempo al nostro presente. 

Il fatto che si sia deciso di dedicare il Giorno della Memoria (storica) ad un evento specifico è molto significativo. A tutti infatti deve sempre risultare chiara la differenza di fondo che esiste tra due concetti imparentati ma assolutamente non sovrapponibili. Possiamo infatti dire, semplificando, che la memoria storica è il ricordo del passato che si sedimenta negli individui e nei gruppi sociali di un Paese. Anche se parente della storia, la memoria storica è meno intellettuale, precisa e sistematica e più carica di mito, affetti e passioni politiche.

Ne sappiamo qualcosa, in provincia di Bolzano, visto che a proposito della spinta verso la convivenza tra le diverse sfaccettature della nostra popolazione, che tra l’altro deve essere costantemente alimentata, ci ritroviamo spesso a parlare della necessità o meno di una memoria condivisa. Una memoria comune che rappresenti ciò che ci unisce, al di là di ciò che ci divide. E che deve partire dalle nostre vicende personali, uniche e irripetibili, fatte di ricordi. 

A proposito: ecco un’altra differenza fondamentale, quella tra ricordo e memoria. Anche in questo caso si tratta di concetti strettamente collegati ma non sovrapponibili. è un ulteriore esempio del fatto che l’uso corretto dei termini della nostra lingua ci può consentire di gestire meglio anche i nostri pensieri, i nostri ragionamenti e le nostre opinioni. Il ricordo infatti è un singolo frammento di memoria legato ad un avvenimento, ad una persona o ad un contesto, mentre la memoria è l’insieme dei ricordi, delle esperienze e delle informazioni raccolte da una persona nel corso della sua vita.

Ciò che siamo dipende anche dalla coraggiosa sincerità che dobbiamo coltivare per essere davvero maturi nel nostro approccio a ricordi, memoria individuale e memoria storica. Vale per tutti noi, nessuno escluso. Individualmente e come collettività.

Autore: Luca Sticcotti

L’emergenza non è il freddo ma la mancanza di casa e cura

È quasi un nuovo rito dell’inverno. Tutti gli anni tornano Babbo Natale e la Befana, la neve (poca) e i saldi di fine stagione. E con essi l’emergenza freddo, la scomoda figura della persona senza dimora e le polemiche senza costrutto. Nei giorni attorno all’Immacolata un ragazzo, a Bolzano, è morto assiderato.

L’esperienza di chi lavora nel settore dell’accompagnamento alle persone senza abitazione è duplice. Da un lato è chiaro che il freddo invernale non è una “emergenza” ma una situazione costante, ricorrente in modo regolare, come sanno anche i bambini. Chiamare il freddo “emergenza” dà solo la misura della miopia – o della disattenzione – di chi dovrebbe affrontare le cose per tempo e non lo fa. Poi all’improvviso arriva il freddo, si temono i morti ed è “emergenza”.

Il secondo dato che affiora in particolare dal monitoraggio svolto dalla Fio.PSD (la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora) è che normalmente non si muore per il freddo, ma per la mancanza di casa. Ciò che uccide non è la bassa temperatura ma la vita di strada.

La Fio.PSD conta in tempo reale i morti tra le persone senza dimora (la “strage invisibile”). Nel 2022 sono state 388. Nelle prime settimane del 2023 già oltre 25. Un morto al giorno. Non solo in inverno (circa un terzo), ma in tutte le stagioni (i restanti due terzi). Secondo i dati raccolti dalla rete Fio.PSD, il 92 per cento delle persone morte erano uomini, per due terzi stranieri, età media 49 anni.

“Il luogo di ritrovamento racconta che la causa principale non è il freddo. Non è stato sempre facile, infatti, risalire alle ragioni primarie, ma sempre, grazie alla ricostruzione di chi conosceva le persone, è stato possibile riscontrare come il 60 per cento dei decessi è avvenuto per incidente, violenza, suicidio e il 40 per cento per motivi di salute”. “La salute delle persone senza dimora è uno degli aspetti più importanti su cui da anni i servizi del lavoro sociale provano a lavorare. Eppure, l’accesso ai servizi di cura o l’avvio di percorsi di prevenzione sono ad oggi difficilissimi da realizzare”. La causa della “strage invisibile” non è dunque il freddo, ma la mancanza di casa, di cure e di relazioni. E questa è la vera emergenza.

Autore: Paolo Bill Valente

Laives e l’ospedale di Bolzano

Proprio di fronte all’ingresso del Duomo di Bolzano si trovava l’ospedale di Santo Spirito. L’edificio fu realizzato nel 1271 ed era gestito dagli Ospedalieri di Santo Spirito. Nel corso dei secoli, l’ente acquistò molti beni immobili, alcuni dei quali anche a Laives. Dopo gli Ospedalieri, la struttura passò in mano al Comune di Bolzano, di cui facevano parte anche Dodiciville, Gries e il comune rurale di Laives.

A Nel 1854 venne inaugurato il nuovo ospedale in via Ospedale e la vecchia struttura fu ceduta alle Imperial-Regie Poste e Telegrafi. Ancora oggi il palazzo è di proprietà di Poste Italiane. Per quanto riguarda Laives, la cui popolazione faceva riferimento a questa struttura sanitaria, rimase nel comitato di gestione anche dopo il suo distacco dal comune di Bolzano. A tal proposito, nel 1909 ebbe luogo a Bolzano una concitata seduta del consiglio comunale, chiamato a deliberare proprio su una proposta del comune di Laives. Laives pretendeva di togliere la qualifica di ente di diritto pubblico all’ospedale, rendendolo di fatto accessibile  soltanto ai residenti nei comuni che da sempre ne fruivano. La riunione, come riporta la “Bozner Zeitung” dell’8 luglio 1909, ebbe luogo il 7 luglio e fu presieduta dal sindaco Julius Perathoner. Il sindaco comunicò ai consiglieri che il rappresentante di Laives nel comitato di gestione aveva proposto la “privatizzazione” dell’importante struttura sanitaria, da secoli al servizio dei cittadini della provincia. Gries e Dodiciville si erano associate alla proposta di Laives e soltanto il rappresentante di Bolzano si era opposto a questa eventualità. Laives chiedeva la privatizzazione per evitare il sovraffollamento. Bolzano, invece, riteneva che questa non era nell’interesse della città in quanto la privatizzazione avrebbe tolto all’istituzione lo stato di ente di pubblica utilità e quindi la possibilità di richiedere il pagamento delle prestazioni ai ricoverati “esterni”. In tal modo, i degenti non trasportabili, che dovevano essere accolti per legge, non avrebbero dovuto pagare nulla e i costi sarebbero ricaduti sul bilancio pubblico. Inoltre, sottolineò Perathoner, i comuni favorevoli alla proposta non avevano colto il carattere “benefico” dell’istituzione, che doveva soccorrere tutti i bisognosi senza distinzione di residenza. All’epoca venivano ricoverati 90.000 pazienti l’anno, di cui 48.000 erano residenti fuori città. Intervennero nel dibattito vari consiglieri e il consigliere Pattis sostenne, non a torto, che Laives aveva avanzato questa proposta per procrastinare i necessari lavori di ampliamento dell’ospedale, che ovviamente comportavano dei costi anche per quel paese. Insomma, Laives aveva il braccino corto. Il sindaco comunicò che il progetto per l’ampliamento era già stato approvato con eccezione del reparto per malattie infettive, mentre Laives e Dodiciville si erano espresse favorevolmente unicamente per la costruzione dell’ala dedicata alle suore infermiere. Alla fine, il ricorso di Laives fu respinto e l’ospedale rimase una struttura accessibile a tutti. In chiusura di seduta, i consiglieri concedettero all’unanimità un – meritato – mese di ferie al sindaco. Un’usanza, purtroppo, caduta in disuso.

Autore: Reinhard Christanell