Giocando con la fantasia

Personaggio eclettico, Benno Simma è conosciuto in città per i suoi molteplici interessi che spaziano dalla musica (suonata), alla pittura e all’illustrazione. Negli anni è stato architetto e docente di design presso diverse università. A Bolzano ha diretto, dal 1997 al 2003, l’Accademia di Design, l’ente precursore di quella che con l’Università di Bolzano sarebbe divenuta la Facoltà di Design e Arti. Nel 2005 si è trasferito per quattro anni a Roma dove ha diretto lo IED, l’Istituto Europeo di Design. Benno Simma ha da poco trasferito il suo quartier generale dal Kampill Center della zona Siberia, in via Cesare Battisti, dove ha creato il suo nuovo atelier. 

È obiettivamente difficile tracciare una scheda su di te, sul percorso che ti ha portato ad essere quello che sei oggi. 

Sono nato nel 1948, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quindi con alcuni elementi tipici della guerra ancora da qualche parte nella testa. 
Ho studiato architettura all’Università IUAV di Venezia, però dopo il diploma mi sono dedicato ad altri mestieri. Dopo l’università ho fatto il sindacalista dei chimici alla UIL, una esperienza che per me è stata molto positiva, perché in qualche modo ho imparato a parlare di problemi di lavoro davanti a tanta gente e a prendermene cura. Però dovevo cominciare anche a fare qualcosa che avesse una affinità con gli studi, ed ho intrapreso la carriera di architetto. Ho aperto uno studio, con un socio, ma ho presto notato che l’attività creativa è condizionata tantissimo da fattori esterni: il comune, la concessione edilizia, la burocrazia. Mi sentivo estremamente a disagio, e così ho deciso di cambiare settore, una cosa che ho fatto spesso. È come entrare in una casa disabitata. Hai la possibilità di percorrere un corridoio e dare uno sguardo dentro alle stanze. Entri, ne esplori una, ma poi prosegui ed esplori quelle successive. In fondo è questo il bello, puoi percorrere un corridoio ed aprire tante stanze, finché ce la fai.
Dopo l’esperienza come architetto, mi sono appassionato alla grafica. Parallelamente a queste attività ho sempre curato la musica, a livello amatoriale. Una delle mie prime esperienze musicali l’ho avuta nel Nuovo Canzoniere Veneto nel quale mi occupavo di canzoni popolari. Poi, in una fase più politica, ho cominciato a scrivere canzoni e a musicarle e alla fine sono approdato al jazz. Ho conosciuto Michl Lösch e Helga Plankensteiner. Loro mi hanno spiegato cosa è il jazz. Da lì a breve ho conosciuto Paolo Fresu, con cui ho cominciato a collaborare, realizzando diverse copertine per la sua etichetta discografica, la Tuk Music.

Parliamo di luoghi: ora hai un piccolo atelier in via Cesare Battisti, prima eri in uno spazio più grande al Kampill Center.

Il Kampill Center era un po’ fuori mano, oltre che essere nella zona comunemente chiamata Siberia: una zona della città particolarmente fredda, anche dal punto di vista dei rapporti sociali. Lì non ci andava nessuno se non per lavorare. Visto che c’era il parcheggio sul tetto, capitava di invitare altri musicisti a suonare in un orario in cui non si disturbava nessuno: gli uffici erano chiusi e anche la radio presente nel palazzo aveva terminato la programmazione in diretta.
Adesso sono approdato qui in Via Cesare Battisti: sto lavorando da vecchio pensionato seguendo le mie passioni, che ruotano intorno al disegno, al dipingere. Chi vuole venire a trovarmi mi trova in questo bugigattolo contornato dai miei quadri.

Parlaci della pittura…

Se uno ha troppa abitudine a seguire tutti i suoi interessi, tutte le sue passioni, finisce per fare tante cose, con il rischio di farle un po’ superficialmente. In passato è successo anche a me. Ma ora mi trovo più concentrato su di una cosa sola e devo dire che ne traggo più piacere. Così mi perfeziono: se mi viene in mente un’idea, cerco di inseguirla e poi di realizzarla. Con più caparbietà di una volta. Un tempo l’atteggiamento era più giocoso.

Sei architetto, designer, musicista, cantante, autore di canzoni, artista visivo. Qual è il filo conduttore tra le diverse identità creative?

Il filo conduttore è il gioco, la voglia di giocare con fantasia, nelle diverse combinazioni. Ognuno ha nella propria testa un archivio di immagini, di suoni, di oggetti che cerca di combinare, almeno nel gioco. Adesso sono arrivato in questa fase.

Hai una spiegazione del perché tu sia approdato al visivo, almeno prevalentemente?

Il visivo per me è legato all’esperienza manuale, anche se il disegno o il dipingere in realtà ne è solo una parte; ma è un’attività manuale che parte dal cervello/pensiero ed approda nel gesto, nel braccio. In fondo è artigianato, la si può vedere anche così…

Hai sempre vissuto a contatto con diverse culture. Come vedi la Bolzano del futuro?

In generale il Sudtirolo per me è un’idea o una configurazione di idee. Alla fine il Sudtirolo è come la gente lo vuole e lo vive. C’è una differenza tra quella che è la realtà dei fatti, e come qualcuno immagina che debba essere. Io ormai con gli anni sono approdato ad un realismo terra-terra. Per me il Sudtirolo è sopravvalutato. Seguirei di più il modo quotidiano con cui la gente vive questa terra. Un modo non poi tanto problematico.
Io ormai conosco tantissimi che parlano sia il tedesco che l’italiano. Quindi sinceramente chi vuole vive in pieno il Sudtirolo, e chi non vuole, lo vive solo parzialmente, guardandolo dalla lente o italiana o tedesca o ladina, anche se però ha sempre bisogno di tre lenti. in ogni caso io ci vivo bene.

Hai una visione molto distaccata ed ironica della realtà. Pensi che la politica e la cultura in provincia di Bolzano necessitino di maggiore umorismo, ironia, satira? 

Si, sicuramente. Molto di più. L’ironia e la satira ti danno la distanza. In tedesco esiste un termine, Nabelschau, il guardarsi l’ombelico, che è la caratteristica fondamentale nel Sudtirolo, un po’ di tutti i gruppi linguistici. La satira ti permette di avere un punto di osservazione delle cose più distanziato.

Autore: Till Antonio Mola

La via dedicata a Sigismund Schwarz

Nei pressi del cimitero comunale vi è una via minore, via Schwarz Sigismund; chi era e cosa fece?  Siegmund (noto anche come Sigismund) Schwarz, figlio del banchiere Ernst Schwarz e di Flora Bernheimer, era nato il 30 marzo 1849 a Hohenems, nel Vorarlberg (Austria). Fu Ernst Schwarz ad aprire nel 1848 a Bolzano una filiale della banca privata, la “Gebrüder Schwarz”, da lui fondata a Hohenems. Nel 1874 Siegmund rilevò l’azienda bancaria paterna e poco dopo si trasferì a Bolzano. Dal 1876  la banca bolzanina, con la nuova denominazione, “Ernst Schwarz Söhne”, fu diretta da Siegmund, mentre il fratello Arnold gestì la banca a Hohenems. Nel 1879  Siegmund sposò Kamilla Braunschweig; ebbero tre figli, Lucie, Oswald, Erwin. Oltre alla banca, Siegmund, assieme al fratello Arnold, fu attivo anche nella produzione di birra; esempio fu il birrificio a vapore di Vilpiano, una delle imprese di produzione di birra all’avanguardia in Tirolo. I fratelli Schwarz si impegnarono anche per i collegamenti turistici del Sudtirolo tramite la rete ferroviaria, per esempio collegandolo nel 1891 con il lago di Garda tramite la ferrovia Mori-Arco-Riva. Seguì la costruzione della ferrovia dell’ Oltradige, che collegava Bolzano con Caldaro. Non mancarono le critiche da parte di giornali antisemiti, come la “Tiroler Post” il 7 marzo 1903. Ma i fratelli Schwarz, presi di mira anche perché erano ebrei, non si lasciarono scoraggiare. Nel 1903 fu la volta della funicolare al passo della Mendola; seguì nel 1907 la funivia del Virgolo a Bolzano e quella del Renon. Va ricordata anche la ferrovia locale Merano-Malles, inaugurata nel 1906. Per tutti questi impegni Sigismund Schwarz va senza dubbio considerato un pioniere dell’emergente turismo tirolese agli inizi del 1900. 

I fratelli Schwarz parteciparono alle iniziative imprenditoriali alberghiere, diedero grande impulso al movimento di merci, all’economia, all’industria. Sigismund Schwarz morì il 30 ottobre 1919 e fu sepolto nel cimitero ebraico di via Maso della Pieve.

Autore: Leone Sticcotti

“I cittadini si sentono ignorati”

“Il progetto concepito in questo modo non può funzionare: è uno spreco di soldi, una proposta non sostenibile e soprattutto è stato ignorato il parere dei cittadini”. Questi alcuni dei punti contestati da un folto gruppo di cittadini che si è riunito in un comitato per opporsi alla realizzazione della funicolare Merano – Scena, lanciando una petizione e raggiungendo nel giro di un fine settimana quasi tremila adesioni.

// Di Luca Masiello

Il Comitato si chiama “Funicolare – Non così / Standseilbahn – So nicht”, e già la doppia denominazione lascia intendere la sua natura interetnica, interlinguistica e fuori da ogni gioco politico. “Quei 110 milioni di spesa non sono reali, ce ne vogliono molti di più anche solo per la manutenzione; e non vengono considerati gli effetti che avranno sulla città il futuro tunnel e i parcheggi sotterranei che sono ancora in fase di costruzione”, spiega Maximilian Bini, uno dei promotori del Comitato.

Maximilian Bini, come è nata l’idea di riunirsi in un Comitato?

Appena un giorno dopo la sua presentazione pubblica, avvenuta il 29 agosto scorso, il progetto è stato approvato dalla giunta provinciale, e subito il giorno successivo – il 31 agosto – è stato presentato a Roma. Poi, poco fa, è arrivata la conferma del finanziamento da parte del Ministero delle Infrastrutture, e tutto questo senza che il tema fosse mai stato discusso in Consiglio comunale. In una procedura organizzata con tale rapidità non resta il tempo per sentire il parere degli abitanti di Merano, e questo ci ha spinto a creare dapprima un gruppo whattsapp al quale ha partecipato un centinaio di meranesi; poi abbiamo ristretto il gruppo a una quindicina di persone, creando una sorta di direttivo. Ci incontriamo una volta settimana, ma ci stiamo mettendo tanto tempo e volontà. Abbiamo creato un sito internet (www. sonicht-noncosi.it) dove spieghiamo le nostre motivazioni e dove è possibile firmare la petizione online per chiedere alla Provincia di fermare il progetto presentato, di ripensarlo con il coinvolgimento dei cittadini, valutando progetti e proposte alternative che migliorino il benessere della popolazione di Merano e preservino il fascino del quartiere dei musicisti e della zona ricreativa di Lazago.

Sabato scorso vi siete ufficialmente presentati alla cittadinanza con uno stand in centro. Come è andata?

Siamo tutti molto soddisfatti: abbiamo raccolto circa 600 firme, che se aggiunte alle oltre 2000 depositate online ci fanno ben sperare. Abbiamo riscontrato un grande interesse da parte della cittadinanza: i meranesi hanno ascoltato le nostre motivazioni e la maggior parte si dichiarava d’accordo con noi.

Che cosa contestate, esattamente?

Innanzitutto non ci piace che la cittadinanza sia stata completamente ignorata nella pianificazione del progetto della funicolare: non crediamo che i meranesi abbiano bisogno di un terzo enorme cantiere in centro, né che una tranquilla zona residenziale con una scuola materna, scuola elementare e secondaria venga trasformata in un caotico e pericoloso centro di mobilità. Poi c’è la questione del previsto aumento dell’inquinamento, il fatto che i numerosi edifici del quartiere possano subire un notevole deprezzamento, e – non per ultimo – il problema del finanziamento: non esiste ancora un piano chiaro per finanziare la costruzione, la manutenzione ed il funzionamento dell’impianto. 

E che cosa proponente?

Chiediamo uno sviluppo urbano sostenibile a beneficio di tutti i cittadini, una riduzione del traffico per l’intera città, un turismo sostenibile e dunque una cura dell’ambiente naturale e culturale. E soprattutto la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, all’uso efficiente dei fondi pubblici, soprattutto in questi tempi di crisi, e allo sfruttamento delle infrastrutture già esistenti e di quelle già in corso di costruzione.

I SINDACI A CONFRONTO

Nei giorni scorsi il sindaco Dario Dal Medico e la vicesindaca Katharina Zeller – assieme alla sindaca di Scena Annelies Pichler e al sindaco di Tirolo Erich Ratschiller – hanno incontrato a Bolzano il direttore della ripartizione mobilità della Provincia Martin Vallazza per concordare modalità e tempi per i necessari approfondimenti del progetto funicolare Scena – Merano. “Prima di avviare la pianificazione dettagliata dell’opera, l’attuale progetto verrà sottoposto a un processo di ottimizzazione con il coinvolgimento dei Comuni interessati. Questo è quanto abbiamo concordato nel corso della riunione svoltasi a Bolzano, e siamo lieti che la Provincia abbia accolto le nostre richieste in tal senso”, ha precisato il sindaco Dal Medico.

“Dal progetto della funicolare ci aspettiamo per Merano, nell’ottica di una mobilità sostenibile, una riduzione del traffico stradale. Un buon collegamento con il futuro centro di mobilità in zona stazione ferroviaria è a nostro avviso altrettanto importante quanto l’ammodernamento della flotta di autobus con motori a zero emissioni e l’ottimizzazione delle linee di trasporto urbano. Riteniamo che ora, con l’avvio di un processo partecipativo a tutti gli effetti, ci sia modo e tempo per analizzare con calma tutte le implicazioni che una simile opera comporta e le varie proposte che nel frattempo sono state formulate”.

“In seno al governo cittadino non ci sono posizioni contrarie a priori al progetto. Abbiamo chiesto, e ottenuto – e questo era il nostro obiettivo prioritario – di poterci sedere a un tavolo di concertazione assieme alle altre parti interessate per discutere dell’opera stessa, dei suoi effettivi benefici per la città di Merano e quindi anche di tutte le misure complementari che sarà necessario adottare per garantire la massima funzionalità di un collegamento a fune fra Scena e Merano”.

Autore: Luca Masiello

Tutto pronto per la grande festa

La data è stata resa nota, domenica 12 febbraio. E se per molti il carnevale sembra ancora lontano, per chi sta lavorando all’allestimento della kermesse questo giorno è alle soglie. “Dopo due anni di stop, quest’anno faremo le cose in grande”, promette Cesare Zenorini, presidente del Gruppo Carnevalesco Pineta.

Quella che andrà in scena domenica 12 febbraio sarà la 44esima edizione di un evento capace di coinvolgere tutta la provincia, una grande festa che grazie ad un ricco programma di eventi si protrarrà addirittura fino a dopo il martedì grasso. “È dura, ma ce la faremo”, conferma il presidente del comitato organizzatore.

Presidente Zenorini, da quanto tempo state preparando la festa del 12 febbraio?

Con la mente dall’ultimo giorno dello scorso carnevale, con il cuore dal primo lockdown, con le braccia almeno da agosto. Vista da fuori non sembra, ma organizzare una kermesse simile richiede davvero tanto tempo ed energia.

In quanti vi lavorate?

Siamo circa dodici persone, ci troviamo nel nostro capannone in zona Vurza per allestire i carri. Alla fine di ogni edizione ci rechiamo alla “Mostra mercato dei carnevali d’Italia” a Castelnovo Sotto, in provincia di Reggio Emilia, dove vengono esposte figure in cartapesta utilizzate per le feste più importanti della Penisola. Qui abbiamo la possibilità di scambiare i nostri carri con altri, per avere sempre a disposizione figure nuove e divertenti. Ma l’allestimento dei carri è forse la parte più rilassante del tutto: dietro c’è un lavoro organizzativo piuttosto difficile: bisogna trovare i trattori, chi li guida, trovare gli impianti stereo, i generatori di energia, e non è poco.

Però le soddisfazioni ripagano di tutto il duro lavoro…

Esatto. La nostra è la festa di carnevale più grande della zona; diversi anni fa siamo stati inseriti dal Forum nazionale dei giovani tra le “Mille meraviglie italiane”. 

Questa edizione segna un grande ritorno, dopo la pandemia. Come avete gestito gli ultimi due anni?

L’ultima edizione è stata quella del 2020: la settimana successiva alla nostra sfilata è arrivato il primo lockdown. Abbiamo tentato di organizzare qualcosa nel 2021, ma è stato letteralmente  impossibile. Poi l’anno scorso abbiamo cercato un escamotage, perché sentivamo che le persone avevano bisogno di svago. Così abbiamo organizzato un concorso con le mascherine nella scuola dell’infanzia, una mostra all’esterno del municipio, e una piccola festa senza grosse pretese allo stadio, all’aperto, con solo due o tre carri. Beh, la risposta del pubblico è stata incredibile, non ci aspettavamo un successo simile. 

Cosa bisogna aspettarsi da questa 44 esima edizione? 

Tanto divertimento. Sfileremo con 11 carri, ci sarà un grande programma di contorno che protrarrà la festa fino a fine febbraio, la premiazione della maschera più bella e la consueta lotteria. Quest’anno in premio ci sono una bicicletta elettrica, un televisore e otto buoni acquisto da 100 euro. 
Coinvolgeremo i bambini dell’asilo, a cui forniamo le mascherine dei gattini del cartone animato “44 gatti”, e tante altre sorprese. 

Quante associazioni verranno coinvolte?

Dalle ore 10 i carri saranno in via Kennedy, poi alle 13 si parte verso Pineta, con la banda di Lizzana e le majorettes. 
Ad aprire il corteo ci sarà il carro con Franz e Bepi, poi “le belle dame veneziane”, il gruppo “Avanti nar” con “scuola di polizia”, il coro Monti Pallidi con “Alice nel paese dei monti pallidi”, il gruppo “Semper quei” con “Avem perse l fil”, il carro degli organizzatori della Sbigolada, il gruppo culturale e ricreativo don Bosco di Bressanone con “Minnie e Topolino”; poi ancora il gruppo folkoristico “Bolivia Bz Solidaria” e quello peruviano dell’associazione “Somos Perù”, i “44 gatti”, “Pirati e corsari” del gruppo “la Perla nera, i nostri “Siam felici e siam contenti” e “l’isola… c’è!” e infine il “Popolo degli abbracci”.

Autore: Luca Masiello

Il mondo in movimento di Anna Carol con il suo nuovo disco

Anna Bernard, in arte Anna Carol, è una cantante bolzanina che sta calcando le scene ormai da diversi anni, non solo quelle locali avendo fatto qualche esperienza artistica anche all’estero. Ha anche cambiato nome d’arte rispetto agli esordi, ma ormai Anna Carol sembra essere il suo brand definitivo, usato per la prima volta un paio d’anni fa per l’uscita di un EP fortemente voluto che, nonostante sia uscito nel periodo più oscuro della pandemia, non ha mancato di lasciare il segno, garantendo alla cantautrice bolzanina la possibilità di uscire ora con Cinetica, un album a lunga durata, distribuito come l’EP da Nufabric Records in collaborazione con le edizioni Kobayashi.

“Per ora il formato è quello del download digitale sulle classiche piattaforme – ci racconta Anna, appena tornata da un fruttuoso breve tour in Sicilia – ma abbiamo intenzione di realizzarlo presto anche in formato solido, per la precisione in vinile. È vero che la maggior parte del pubblico ascolta in digitale, ma il supporto fisico è un’altra cosa, soprattutto per la soddisfazione personale. Con la musica digitale devi sperare che qualcuno ti infili in una playlist, è un po’ come con le radio, c’è qualcuno che sceglie per te cosa devi ascoltare”.

Il nuovo disco della cantautrice si presenta subito con un sound ben definito, nonostante in sede di produzione si sia avvalsa di più collaboratori, rispetto alle sue pubblicazioni passate, il risultato è più strutturato, più elettronico per certi versi, sicuramente più arrangiato, altamente professionale e le canzoni, come del resto quelle che le avevano precedute, sono senza dubbio convincenti.

“Rispetto a prima – prosegue l’artista – la lavorazione dei brani è stata da subito una cosa collaborativa. Per i miei progetti precedenti io arrivavo con le canzoni e poi ci si lavorava su, qui la cosa è stata un divenire sin dall’inizio, collaborando con diverse persone anche a livello di scrittura. In realtà è una cosa molto lontana dal mio modo di lavorare precedente, non pensavo che ci sarei riuscita così facilmente. Sembra impossibile che scrivendo con altre persone siano potute venire fuori meglio le cose mie, le mie emozioni, le mie sensazioni. Lavorando sulla scrittura con altri sono riuscita a fare venire fuori di più me stessa”.

Per la registrazione delle parti cantate, Anna Carol si è avvalsa dello studio Basement di Fermo, nelle Marche, in una location fantastica tra le colline a cui è molto legata al punto di dire che non riuscirebbe ad immaginare di incidere altrove; uno studio attrezzato con un grande terrazzo panoramico e con la possibilità di soggiornare per tutto il periodo delle session. Per quanto riguarda la parte strumentale invece, quella è stata catturata di volta in volta negli studi dei vari produttori coinvolti nella lavorazione del disco.

“Sono davvero molti quelli che mi hanno aiutata – racconta ancora Anna – Domenico Finizio (Tropea), Emanuele Triglia, Alessandro Donadei, Stabber per dirne solo alcuni, per non parlare poi di chi si è occupato di mixaggio, mastering, artwork e via dicendo. E poi ci sono i concerti, perché per me la parte fondamentale è poi di poter proporre le mie canzoni davanti ad un pubblico: l’ideale sarebbe potersi esibire sempre full band ma le date recenti di Merano, Cremona, al Lokomotiv di Bologna e quelle siciliane, a Bolzano, all’Arcibellezza di Milano sono state la dimostrazione che il repertorio funziona bene sia in duo che in trio o da sola. Il pubblico risponde bene, sia nei locali più grandi che in quelli piccoli, c’è un pubblico interessato, disposto a spostarsi per venire ad ascoltarmi. A Modica, per esempio c’erano ragazze e ragazzi, studenti per lo più, che venivano da cittadine o paesi distanti per assistere al concerto. A Cremona, in un lunedì di pioggia, il locale era pieno: da noi non si sarebbe mosso nessuno, ma la colpa non è tutta del pubblico, ci sono da mettere in conto le limitazioni orarie imposte a chi organizza, cosa che non aiuta di certo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Passione educativa

Qui Intervista a Claudia Pittino. Nata a Cles, ma giunta a Merano a 14 anni per motivi di studio, Claudia Pittino è un’educatrice con uno sguardo curioso e positivo sulla realtà; ama conoscere la gente, scoprire storie nuove, e vive a contatto con i giovani grazie anche al suo impegno nel Doposcuola “1, 2, 3… stella” e negli “Argonauti”. Madre di quattro figli, definisce il suo mestiere, l’educatrice, il lavoro più bello del mondo. Lavora con i bambini della scuola primaria ed i ragazzi delle medie.

Il mio principale difetto.

Parlo tanto ed entro nei dettagli quando racconto, oltre ad una certa iperattività che da sempre mi accompagna.

Il mio momento più felice.

Sicuramente quando sono nati i nostri quattro meravigliosi figli.

La persona che ammiro di più.

Queste persone sono davvero tante, grazie al buon Dio.

Un libro da portare sull’isola deserta.

“La fortuna non esiste” di Mario Calabresi (storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi).

La mia occupazione preferita.

Andare a trovare gli amici, ma è così difficile, perché la vita corre…

Il paese dove vorrei vivere.

In Italia, un mese in ogni regione.

Il mio piatto preferito.

Polenta, funghi e gorgonzola.

Non sopporto…

Le persone che non sanno ascoltare e non si mettono in discussione. 

Per un giorno vorrei essere…

Madre Teresa di Calcutta.

La mia paura maggiore.

Ritrovarmi da sola in mezzo al mare di notte.

Nel mio frigo non manca…

Il Trentingrana.

Se fossi un animale sarei…

Un cavallo da passeggio, che di tanto in tanto sgroppa.

Il mio motto.

“Da soli si va più veloci, insieme si va più lontano”.

Il giocattolo che ho amato di più.

Saltare l’elastico e le palline Clic Clac.

Il mio poeta preferito.

Leopardi. 

Il mio pittore preferito.

Van Gogh.

Il dono di natura che vorrei avere.

Saper parlare tante lingue.

Il superpotere che vorrei avere.

Poter viaggiare nel tempo.

Il colore che preferisco.

L’azzurro.

Da bambina sognavo…

Di diventare postina o maestra.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Stamattina con uno che ha parcheggiato sul marciapiede…

Autore: Luca Masiello

“LoGlo”, scoprire il mondo nel centro città

Si chiama “LoGlo”, dalla fusione del termine greco logos (discorso, parola) con il termine inglese globalize e l’italiano locale, e si propone come un’esplorazione della città di Merano nell’ottica di comporre un dialogo che interessa e vede coinvolte le diverse lingue e culture del mondo presenti sul territorio. È il nuovo progetto nato dalla fusione di interessi, passioni e obiettivi comuni e condivisi tra Arciragazzi Bolzano, il centro di ricerca Eurac e la Libera Università di Bolzano, che vede protagonista un gruppo di giovani del territorio alla scoperta del multilinguismo e della multiculturalità. 

Si è tenuta nelle scorse settimane, presso il Coworking della Memoria in via Ugo Foscolo la serata di presentazione del progetto LoGlo – Scopri il mondo nel centro della città. Obiettivo del progetto è quello di valorizzare e tutelare le identità, le tradizioni e le realtà globali all’interno dell’orizzonte locale, nonché di coinvolgere i giovani in un processo di approfondimento, conoscenza e consapevolezza rispetto ai temi del multilinguismo e della multiculturalità, per favorire la scoperta delle lingue presenti sul territorio, diverse dal consueto binomio italiano-tedesco che caratterizza la realtà altoatesina, e diffondere una consapevolezza della diversità linguistica – e culturale – come valore nel quale riconoscersi e da difendere. 

Conoscere la società

Essere consapevoli della presenza di più lingue – oltre a quelle storicamente presenti sul territorio – aiuta a comprendere la complessità del presente, a conoscere gli spazi circostanti e ad aumentare le opportunità di crescita ed empowerment dell’intera cittadinanza. Una tale consapevolezza favorisce una riflessione sulla società attuale, che si presenta dinamica proprio a partire dal suo panorama linguistico, sempre più ricco e variegato. 

Le azioni del progetto hanno coinvolto esperti del settore della linguistica (Silvia Dal Negro, docente di Linguistica presso l’ Università di Bolzano, e Lorenzo Zanasi, ricercatore presso l’Istituto di Linguistica Applicata Eurac) che hanno formato i partecipanti sulla pratica del “language landscaping” (la georeferenziazione delle tracce linguistiche presenti sul territorio).

Alla scoperta della città

L’esplorazione sul territorio e la mappatura linguistica hanno portato poi alla creazione di una serie di interviste per i commercianti di via Mainardo. In questo modo, a partire dalla raccolta di dati linguistici, si è entrati in contatto con persone e si sono scoperte storie di vita. 

I partecipanti al progetto sono stati seguiti da un gruppo di ricercatori della Facoltà di Scienze dell’Educazione della Libera Università di Bolzano (tra cui Alessandro Gelmi e Giulia Filippi) che hanno monitorato i processi di apprendimento implicati e gli sviluppi rispetto alla sensibilità linguistica e multiculturale. 

Una mappa interattiva

Risultato del progetto è una mappa digitale e interattiva, che raccoglie la mappatura linguistica e le diverse interviste svolte all’interno di LoGlo, presentata nel corso della serata al Coworking, con l’accompagnamento musicale del trio “Zio Cantante” – con Erjon Zeqo, Giorgio Cappelletto e Rodica Marian – che da anni racconta la multiculturalità attraverso la musica, e un ricco buffet, dedicato ai gusti dei paesi esplorati nel corso del progetto.  

Autrice: Ana Andros

La barbiera di Salorno

Il 2 marzo del 1965, a Trento, nasce Maria Daniela Albertini, la futura barbiera di Salorno. Dopo aver frequentato la scuola professionale per parrucchiera, con l’amica Manuela inizia a lavorare nel salone di Rosalia Zendron, per poi prendere il largo nel 1988 mettendosi in proprio e specializzandosi nei tagli maschili, soprattutto barbe. Una carriera durata ben 34 anni, che non gli ha levato la possibilità di partecipare in prima persona alla vita associazionistica salurnera.

La cosa che più mi piace di me. 

Il fatto che sono espansiva.

Il mio principale difetto. 

Non lasciar parlare gli altri.

Il mio momento più felice. 

Quando ho conosciuto Felice, mio marito.

La persona che ammiro di più. 

Emma Bonino, come donna e in politica.

Un libro da portare sull’isola deserta. 

La casa degli spiriti, di Isabel Allende.

La mia occupazione preferita. 

Il mio giardino.

Il paese dove vorrei vivere. 

l’Italia, da nord a sud.

Il mio piatto preferito. 

Spaghetti al pomodoro.

Non sopporto… 

L’indifferenza delle persone.

Per un giorno vorrei essere… 

Samantha Cristoforetti, per vedere la terra da lontano.

La mia paura maggiore. 

Per ora non ho paure.

Nel mio frigo non manca mai… 

Il latte.

Se fossi un animale sarei… 

Un pesce.

Mi sono sentita orgogliosa quando… 

Quando ho imparato a sciare.

Il mio motto. 

Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi.

Il capriccio che non mi sono mai tolta. 

Imparare ad andare in barca a vela.

Il giocattolo che ho amato di più. 

Le bambole.

I miei poeti preferiti. 

Giovanni Pascoli.

I miei pittori preferiti. 

Depero.

Il dono di natura che vorrei avere. 

Una bella voce per cantare.

Dico bugie solo… 

Non sono brava, mi scoprirebbero subito.

Dove mi vedo fra dieci anni. 

Bella domanda, ma non voglio programmare il futuro.

L’ultima volta che ho perso la calma. 

Sinceramente non lo ricordo.

Da bambina sognavo… 

Quello che sogno ancora, tante cose belle da realizzare.

Autore: Daniele Bebber

Ilario Dalvit: l’artigiano – artista

Reinventarsi, trovare la passione della vita e dedicarsene a tempo pieno: è la storia di Ilario Dalvit, artigiano di Salorno che dopo aver raggiunto la pensione ha iniziato, con successo, la sua attività artistica.

“Con la scusa della pietra ollare, che ho lavorato per moltissimo tempo, avevo l’attrezzatura anche per fare le serigrafie su pietra. E allora mi sono detto: ma se potevo farle su pietra, perché non posso farle sulla carta? Mi sono appassionato, ho convertito l’attrezzatura e adesso mi dedico a fare incisioni in chiave moderna”. 

Stiamo parlando di quasi cinquant’anni d’esperienza e di tanto in tanto ancora molta voglia di fare. Di decine e decine di serate passate davanti al tecnigrafo nella bottega di via Trento a Salorno, per realizzare i propri progetti. E poi tutta la parte della messa in opera, un mattone dopo l’altro. è una storia che sottolinea il potere di reinventarsi partendo dal cosiddetto “lavoro dei sogni” quella che – oltre l’aver portato Ilario Dalvit a realizzare 1.400 stufe ad olle sparse fra Alto Adige, Trentino, buona parte del nord Italia e pure del centro nord – dopo la pensione lo ha spinto a rivedersi come artista amatoriale. 

In questo modo Dalvita ha quindi rimosso la sottile linea di confine che separa il mondo dell’arte dall’artigianato creativo di un tempo. Un vero punto di partenza, tecnicamente, e in parte creativamente, davvero fondamentale.

 “Anziché incidere una lastra di zinco o di rame, incido un materiale vinilico. È a monotipo, perché faccio una sola stampa e poi devo rifare la matrice”, racconta con molto entusiasmo e un pizzico d’orgoglio, per un’attività che gli sta portandogli parecchie soddisfazioni. “Tra non molto esporrò a Castelfranco Veneto – rivela -. Però ho già fatto diverse mostre fra Bolzano, Laives, Salorno, Roverè della Luna”.

Della sua professione di artigiano e restauratore di stufe ad olle, che ricordi conserva? 

Era il 1978 quando con un signore della Val di Non che conoscevo ci siamo messi in società. A quel tempo avevamo un negozio di pavimenti e rivestimenti. Dopo mi è scattata una molla ed ho iniziato ad interessarmi e coltivare la passione per le stufe. Sono andato a fare dei corsi con dei maestri tedeschi e poi, assieme a mia moglie, sono andato avanti su quella via fino alla pensione nel 2015. 

Ha sempre lavorato da solo?

Dal novanta al duemila con mio fratello, che era artigiano, poi sì… sempre da solo.

E riusciva a stare dietro a tutto?

Tutto! Le famose 35 – 36 ore settimanali, il mercoledì a mezzogiorno erano già fatte. Partivo alle 6.30 del mattino con il furgone carico e tornavo la sera verso le 19. Il tempo di fare la doccia, cenare e poi giù in laboratorio a creare.

Lei è sposato ed ha due figli. Qualcuno di loro ha mai seguito le sue orme?

Mia figlia durante le vacanze mi seguiva volentieri. A lei piaceva tagliare, fare la malta, si metteva una tuta da lavoro e via. Ma per una ragazza, oggi una donna, è un lavoro pesante, altrimenti le sarebbe ben piaciuto.

Cosa le piaceva maggiormente della sua professione?

Fare la stufa, dsbizzarrendomi a disegnarla, partendo da un triangolo per arrivare ad un tondo e poi via a giocare con le forme.

Quale la richiesta più particolare che ha ricevuto? 

Una stufa barocca in Val di Non e una stufa modello nuovo a Sfruz, tutta dipinta con motivi floreali e vegetali.

E se un giovane volesse intraprendere questo mestiere?

Sarebbe bellissimo! Costruire con le proprie mani un manufatto che riscalda è il massimo che si può dare in fatto di creatività. Però, oggigiorno, c’è troppa burocrazia, carte, quando i primi anni bastava una stretta di mano, si combinava e via. Poi è anche un lavoro molto delicato e costoso, che richiede molta manualità, creatività e una bella responsabilità.

Si tratta di un mercato ancora aperto?

C’è stato un periodo di calo anni fa, ma adesso vedo che con il caro energia c’è un boom interessante. Molte famiglie preferiscono scaldare a legna, investendo su questi manufatti. È senz’altro più conveniente.

Autore: Daniele Bebber

Beppo Noldin e i suoi aguzzini

L’archivio del Novecento Trentino dedica un ampio database agli “Oppositori al fascismo” attivi in regione. Si tratta, per ora, di 3498 schede di “gente comune”. Tra i “sovversivi” del ventennio compare anche “Noldin Giuseppe” di Salorno. La sua scheda contiene i dati relativi al fascicolo presso il Casellario Politico Centrale. Alla voce “colore politico” viene qualificato come “antifascista”. Annotato anche il confino di polizia subito nel 1927 “per essersi battuto per i diritti degli altoatesini di lingua tedesca”. Durata: cinque anni, poi ridotti a due.

Josef “Beppo” Noldin era uno dei più noti e attivi oppositori al fascismo in Alto Adige. Era nato a Salorno nel 1888 da madre nordtirolese e padre originario della Val di Non. Studiò a Bolzano, Trento, Feldkirch e Rovereto e nel 1907 assolse il suo anno di servizio militare nei Kaiserjäger. Dal 1907 al 1912 studiò giurisprudenza a Innsbruck. Intraprese la carriera di avvocato svolgendo la pratica a Mezzolombardo presso lo studio dell’avvocato Ossanna fino al 1914. Allo scoppio della prima guerra mondiale, si arruolò nei Kaiserjäger a Rovereto e fu mandato in Galizia. Ferito l’11 novembre a Lemberg / Leopoli, fu ricoverato all’ospedale di Trento. Tornò al fronte nel 1915 e fu fatto prigioniero dai Russi che lo trasferirono in Siberia, dove rimase fino al 1920.

Nel frattempo, l’impero austro-ungarico si era frantumato e il Tirolo meridionale era stato aggregato all’Italia. Noldin, prigioniero di guerra, divenne italiano a sua insaputa tanto che rifiutò di dichiararsi tale davanti alla commissione italiana che voleva imbarcarlo su una nave di prigionieri diretta in Italia. Tornò comunque a casa il 13 aprile 1920 e aprì il suo studio di avvocato a Salorno.

Difese con successo un gruppo di giovanotti del paese che secondo le autorità avevano oltraggiato il corpo dei carabinieri il giorno di carnevale. Da quel momento, il suo nome entrò a far parte dei “nemici dello stato”. Fu arrestato una prima volta il 10 dicembre 1925 e trattenuto in carcere fino al 7 gennaio 1926. Il processo ebbe luogo a Trento e Noldin scoprì soltanto allora di essere accusato di aver pronunciato “parole oltraggiose” nei confronti del regime e dell’arma dei carabinieri. Secondo il pubblico ministero, avrebbe rivolto la parola “aguzzini” ai carabinieri che lo stavano interrogando per una raccolta di fondi per una festa di Natale dei bambini del paese. Noldin negò l’imputazione affermando che neppure conosceva quel termine poco usuale a Salorno e il giudice stesso ritenne infondata l’accusa. Venne comunque condannato a cinque giorni di arresto (dopo averne scontati venticinque!) e 500 Lire di ammenda per aver raccolto fondi per una festa di Natale non autorizzata. 

Come da un copione già scritto e identico a quello di altri protagonisti dell’antifascismo, fu nuovamente arrestato il 23 gennaio 1927 e incarcerato a Trento. Questa volta l’accusa fu quella di aver organizzato, insieme al canonico Gamper e al maestro Rudolf Riedl di Termeno, lezioni private di lingua tedesca per i bambini della Bassa Atesina. La condanna fu pesante: confino a Lipari per cinque anni. A Lipari, dove conobbe molti antifascisti italiani, si ammalò di febbre malarica. Gli fu consigliato di chiedere la grazia ma rifiutò: non voleva la grazia, ma i suoi diritti. La madre inoltrò la domanda a sua insaputa e alla successiva amnistia la sua pena fu ridotta a due anni. 

Tornò a Salorno nell’inverno 1928. Sperava di potersi dedicare alla famiglia e alla sua professione ma nel frattempo le autorità lo avevano cancellato dall’albo degli avvocati. Gli venne negata anche la possibilità di recarsi a Karlsbad per curare la malattia contratta a Lipari. Fu operato due volte a Bolzano ma le sue condizioni di salute peggiorarono di giorno in giorno. Morì il 14 dicembre 1929 all’età di 41 anni lasciando la mogie e quattro figli. Migliaia di persone accorsero da tutta la Bassa Atesina e assistettero ai suoi funerali. In tutta Europa si commemorò quest’eroe dell’antifascismo. Sulla sua lapide il regime permise di scrivere solo le sue iniziali.

Negli anni ‘70 del secolo scorso, la casa di Noldin fu acquistata da un ente pubblico e trasformata in ostello per la gioventù. Divenne un luogo d’incontro tra uomini e culture diverse e il fatto che si trovasse proprio a Salorno, confine tra due grandi aree linguistiche e culturali, la trasformò in un luogo simbolico per la rinascita dell’Europa unita.

Autore: Reinhard Christanell