Scaramucce

Sembra non finire più la vicenda che vede come protagonisti la cantante pusterese Schackir, il suo ex compagno Gerard Pichler, difensore dell’FC Südtirol e il video della canzone “BZRP Music Session 53”. Ormai tutti si saranno trovati di fronte a innumerevoli meme riferiti ai versi “Hai scambiato un filetto di Wagyu con un Meraner” oppure “hai scambiato un bicchiere di latte Mila con uno di Tirol Milch”. Ora Pichler ha risposto dicendo di essere fiero dei Würstel Alto Adige IGP e che li vuole come sponsor. La risposta di Schackir non si è fatta attendere: “L’unico maiale altoatesino IGP sei tu, gli altri son tutti olandesi e germanici”. 

Autore: Roberto Tubaro

Pattinando sul nuovo ghiaccio di Pista Zero

Ghiaccio finto per salvare la Pista Zero situata nel quartiere Don Bosco. È così che il comune ha deciso di operare: i costi di mantenimento del ghiaccio tradizionale sono arrivati alle stelle, ma grazie a questo nuovo materiale proveniente dalla Spagna la Pista Zero è salva. 

Il ghiaccio sintetico viene già utilizzato dai giocatori della lega NHL per gli allenamenti durante il periodo estivo e non ha particolari costi di manutenzione, basta trattarlo un paio di volte alla settimana con un liquido speciale, non ha bisogno di energia e nemmeno di temperature fredde.

Le prestazioni ovviamente non sono le stesse del ghiaccio naturale: se il ghiaccio naturale ha una scivolabilità del 100% appena tirato per poi andare a degradarsi con l’uso, il ghiaccio sintetico invece ha una scivolabilità del 90% costante ma offre la possibilità di poterlo utilizzare in tutte le stagioni dell’anno.

Tanti i giovani e gli adulti che hanno già provato a pattinare su questa nuova superficie: i pareri sono diversi e contrastanti, tra i puristi e coloro che si divertono anche sul ghiaccio finto.

Niccolò Dametto di COOLtour ha fatto questi scatti in un pomeriggio di gennaio, diverse le coppie e le famiglie che si sono trovate a pattinare assieme.

Autori: COOLtour

Il campionato di basket 3×3 Ballin’3 sbarca a Bolzano

Chi non sa rinunciare allo streetball nemmeno in inverno, adesso avrà una possibilità in più per saziare la sua passione. Ovvero il “3 contro 3” che da Trento, dove è nato, si sta allargando ad altre province di Italia e da febbraio arriverà anche nel capoluogo altoatesino.  

Lo streetball è libertà e divertimento, passione per lo sport e amicizia, tutto nel segno della palla a spicchi e della cultura del campetto. Nel basket praticato all’aperto si ritrovano sia leggende locali, con anni di esperienza agonistica alle spalle, sia coloro che non hanno mai partecipato a competizioni agonistiche ma che i trucchi del mestiere li hanno appresi a forza di sudare sotto al sole. A Bolzano, in particolare il campetto di via Roen è teatro delle sfide più incandescenti; da primavera agli inizi di autunno, vi si ritrovano decine di appassionati di ogni età e provenienza geografica.

Adesso però sarà possibile prolungare queste sfide anche nelle stagioni più fredde, quando diventa più difficile giocare a streetball per ovvie ragioni legate alle temperature, alle condizioni del suolo e alla luce del giorno. Arriveranno infatti a Bolzano due stagioni del torneo “Ballin’3”: una invernale a partire dal 2 febbraio e una primaverile a partire dal 13 aprile.

Ballin’3 è un format nato a Trento e che, oltre al capoluogo altoatesino, verrà ora replicato anche in Campania, con due edizioni che partiranno nelle palestre di Napoli. Si tratta di un impegno singolo infrasettimanale serale per otto settimane: due ore nelle quali un sistema informatico crea un calendario e si giocano tante mini-partite e dove, nella serata finale, grazie alle “Finals” si sancisce un vincitore. A portarlo nel capoluogo altoatesino saranno i tre ideatori del progetto, i cugini Alessandro, Gianluca e Andrea Consoli, assieme agli allenatori bolzanini Matteo Marabotti e Luca Vannuccini, che vestiranno i ruoli di referenti territoriali del progetto. 

Alessandro, presidente dell’associazione “Ballin’3”, ci spiega la genesi e le motivazioni che sostengono questa bella iniziativa culturale e sportiva. “Io e mio cugino Gianluca abbiamo creato questo nuovo concept ormai cinque anni fa perché volevamo continuare a giocare a basket con l’entusiasmo che ci ha sempre accompagnato, in un periodo dove per noi era impossibile farlo in maniera tradizionale. Avere il vincolo di farlo in un campionato classico tra numerosi allenamenti, partite e trasferte, era diventato inconciliabile con gli impegni familiari, di studio e di lavoro che noi tre tutt’ora abbiamo. Con questa formula diventa tutto più gestibile per tutti quelli che vogliono ancora giocare a basket in un contesto più informale e meno vincolante a livello di tempo,” spiega Consoli. 

Le partite si svolgeranno ogni giovedì sera nella palestra delle scuole elementari Francesco E. Chini ai Piani. Ci si può iscrivere come squadra oppure come singolo atleta, anche a stagione in corso. Il torneo è aperto cestisti e cestiste, senza differenza di genere. Per info e iscrizioni: ballin3leagues.it

Autore: Nilo Ruggeri

Dal Politecnico di Milano al MIT di Boston

L’avevamo già intervistato nel dicembre del 2020, quando, dottorando in Information Technology al Politecnico di Milano, stava lavorando a Emoty: un’intelligenza artificiale che potesse favorire l’inclusione di persone con disturbi del neurosviluppo. Due anni dopo, ritroviamo Fabio Catania negli Stati Uniti, al prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, dove sta proseguendo la sua ricerca con un nuovo progetto, a proposito del quale gli abbiamo fatto qualche domanda.

In cosa consiste il tuo lavoro?

Durante il dottorato ho iniziato a occuparmi dei cosiddetti “agenti vocali”, ovvero intelligenze artificiali che supportino, a livello conversazionale, le persone con disturbi del neurosviluppo e i loro terapeuti. Questo lavoro mi ha fatto appassionare di analisi della voce, ovvero di tutto ciò che riguarda i suoni che emettiamo quando parliamo, al di là del contenuto di ciò che diciamo. Concluso il dottorato, sono stato preso come Postdoctoral Researcher al MIT di Boston. Il progetto a cui sto lavorando qui riguarda l’autismo non verbale, una forma di autismo per la quale le persone non producono frasi o parole, ma solo vocalizzazioni che potrebbero sembrare prive di contenuto. In realtà, però, i famigliari e i terapeuti, col tempo, riescono a comprendere il significato di queste vocalizzazioni; quello che stiamo facendo noi, perciò, è analizzarle nel tentativo di capire cosa le caratterizza per provare a realizzare una sorta di traduttore digitale. 

Com’è stato trasferirsi negli Stati Uniti?

Dal punto di vista lavorativo, un’esperienza incredibile. Purtroppo, le Università e i laboratori di ricerca in Italia non hanno a disposizione i budget che hanno negli Stati Uniti, e questo implica un’enorme differenza in termini di infrastrutture, strumentazioni e, in generale, di possibilità. Basti pensare che qui i ricercatori fanno solo i ricercatori: non devono preoccuparsi anche di altre questioni, come per esempio pensare a progetti per riuscire a vincere i fondi necessari per fare ricerca.

E al di là del lavoro?

Anche se ormai sono a Boston da diversi mesi, mi sembra ancora tutto nuovo. Benché abbia vissuto sia in Germania che in Spagna, non avevo mai avuto la sensazione così chiara di non essere in Italia. La prima cosa che noti, quando arrivi qui, è che è tutto gigantesco: il latte lo compri in taniche da più di tre litri, e poi ti trovi a cercare su Google ricette che ti permettano di usarlo prima che vada a male. Se vogliamo restare in tema colazione, lo stesso vale per i cereali: li vendono in confezioni così grandi che non ci stanno nella dispensa. A parte il cibo, le cose che mi hanno fatto sentire più spaesato finora sono le festività e gli orari. Per quanto riguarda le prime, non conoscendole, mi è capitato di venire in ufficio per poi scoprire che era un giorno di festa nazionale – immagina uno che va al lavoro a Natale perché non sa che è Natale: è piuttosto divertente. A proposito degli orari, invece, se vai in discoteca al massimo all’una spengono tutto, e non è raro cenare alle cinque e mezza o alle sei. È vero che anche in Alto Adige si mangia presto, ma la mia famiglia ha pur sempre origini calabresi (ride, ndr). 

È arrivato il momento della classica domanda: cosa pensi di fare in futuro?

Il mio contratto qui dura un anno, anche se spero (e pare sia così) che ci sia la possibilità di restare di più. Tuttavia, mi piacerebbe tornare in Italia, un giorno. Essere al MIT è davvero un onore, la selezione all’ingresso è durissima e non mi sono ancora abituato a incrociare in mensa premi Nobel o a chiacchierare con colleghi che stanno lavorando con Noam Chomsky, ma non posso fingere di non sentire la lontananza dalla mia famiglia e dai miei amici.  

Autore: Alex Piovan COOLtour

Passione educativa

Qui Intervista a Claudia Pittino. Nata a Cles, ma giunta a Merano a 14 anni per motivi di studio, Claudia Pittino è un’educatrice con uno sguardo curioso e positivo sulla realtà; ama conoscere la gente, scoprire storie nuove, e vive a contatto con i giovani grazie anche al suo impegno nel Doposcuola “1, 2, 3… stella” e negli “Argonauti”. Madre di quattro figli, definisce il suo mestiere, l’educatrice, il lavoro più bello del mondo. Lavora con i bambini della scuola primaria ed i ragazzi delle medie.

Il mio principale difetto.

Parlo tanto ed entro nei dettagli quando racconto, oltre ad una certa iperattività che da sempre mi accompagna.

Il mio momento più felice.

Sicuramente quando sono nati i nostri quattro meravigliosi figli.

La persona che ammiro di più.

Queste persone sono davvero tante, grazie al buon Dio.

Un libro da portare sull’isola deserta.

“La fortuna non esiste” di Mario Calabresi (storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi).

La mia occupazione preferita.

Andare a trovare gli amici, ma è così difficile, perché la vita corre…

Il paese dove vorrei vivere.

In Italia, un mese in ogni regione.

Il mio piatto preferito.

Polenta, funghi e gorgonzola.

Non sopporto…

Le persone che non sanno ascoltare e non si mettono in discussione. 

Per un giorno vorrei essere…

Madre Teresa di Calcutta.

La mia paura maggiore.

Ritrovarmi da sola in mezzo al mare di notte.

Nel mio frigo non manca…

Il Trentingrana.

Se fossi un animale sarei…

Un cavallo da passeggio, che di tanto in tanto sgroppa.

Il mio motto.

“Da soli si va più veloci, insieme si va più lontano”.

Il giocattolo che ho amato di più.

Saltare l’elastico e le palline Clic Clac.

Il mio poeta preferito.

Leopardi. 

Il mio pittore preferito.

Van Gogh.

Il dono di natura che vorrei avere.

Saper parlare tante lingue.

Il superpotere che vorrei avere.

Poter viaggiare nel tempo.

Il colore che preferisco.

L’azzurro.

Da bambina sognavo…

Di diventare postina o maestra.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Stamattina con uno che ha parcheggiato sul marciapiede…

Autore: Luca Masiello

“LoGlo”, scoprire il mondo nel centro città

Si chiama “LoGlo”, dalla fusione del termine greco logos (discorso, parola) con il termine inglese globalize e l’italiano locale, e si propone come un’esplorazione della città di Merano nell’ottica di comporre un dialogo che interessa e vede coinvolte le diverse lingue e culture del mondo presenti sul territorio. È il nuovo progetto nato dalla fusione di interessi, passioni e obiettivi comuni e condivisi tra Arciragazzi Bolzano, il centro di ricerca Eurac e la Libera Università di Bolzano, che vede protagonista un gruppo di giovani del territorio alla scoperta del multilinguismo e della multiculturalità. 

Si è tenuta nelle scorse settimane, presso il Coworking della Memoria in via Ugo Foscolo la serata di presentazione del progetto LoGlo – Scopri il mondo nel centro della città. Obiettivo del progetto è quello di valorizzare e tutelare le identità, le tradizioni e le realtà globali all’interno dell’orizzonte locale, nonché di coinvolgere i giovani in un processo di approfondimento, conoscenza e consapevolezza rispetto ai temi del multilinguismo e della multiculturalità, per favorire la scoperta delle lingue presenti sul territorio, diverse dal consueto binomio italiano-tedesco che caratterizza la realtà altoatesina, e diffondere una consapevolezza della diversità linguistica – e culturale – come valore nel quale riconoscersi e da difendere. 

Conoscere la società

Essere consapevoli della presenza di più lingue – oltre a quelle storicamente presenti sul territorio – aiuta a comprendere la complessità del presente, a conoscere gli spazi circostanti e ad aumentare le opportunità di crescita ed empowerment dell’intera cittadinanza. Una tale consapevolezza favorisce una riflessione sulla società attuale, che si presenta dinamica proprio a partire dal suo panorama linguistico, sempre più ricco e variegato. 

Le azioni del progetto hanno coinvolto esperti del settore della linguistica (Silvia Dal Negro, docente di Linguistica presso l’ Università di Bolzano, e Lorenzo Zanasi, ricercatore presso l’Istituto di Linguistica Applicata Eurac) che hanno formato i partecipanti sulla pratica del “language landscaping” (la georeferenziazione delle tracce linguistiche presenti sul territorio).

Alla scoperta della città

L’esplorazione sul territorio e la mappatura linguistica hanno portato poi alla creazione di una serie di interviste per i commercianti di via Mainardo. In questo modo, a partire dalla raccolta di dati linguistici, si è entrati in contatto con persone e si sono scoperte storie di vita. 

I partecipanti al progetto sono stati seguiti da un gruppo di ricercatori della Facoltà di Scienze dell’Educazione della Libera Università di Bolzano (tra cui Alessandro Gelmi e Giulia Filippi) che hanno monitorato i processi di apprendimento implicati e gli sviluppi rispetto alla sensibilità linguistica e multiculturale. 

Una mappa interattiva

Risultato del progetto è una mappa digitale e interattiva, che raccoglie la mappatura linguistica e le diverse interviste svolte all’interno di LoGlo, presentata nel corso della serata al Coworking, con l’accompagnamento musicale del trio “Zio Cantante” – con Erjon Zeqo, Giorgio Cappelletto e Rodica Marian – che da anni racconta la multiculturalità attraverso la musica, e un ricco buffet, dedicato ai gusti dei paesi esplorati nel corso del progetto.  

Autrice: Ana Andros

La barbiera di Salorno

Il 2 marzo del 1965, a Trento, nasce Maria Daniela Albertini, la futura barbiera di Salorno. Dopo aver frequentato la scuola professionale per parrucchiera, con l’amica Manuela inizia a lavorare nel salone di Rosalia Zendron, per poi prendere il largo nel 1988 mettendosi in proprio e specializzandosi nei tagli maschili, soprattutto barbe. Una carriera durata ben 34 anni, che non gli ha levato la possibilità di partecipare in prima persona alla vita associazionistica salurnera.

La cosa che più mi piace di me. 

Il fatto che sono espansiva.

Il mio principale difetto. 

Non lasciar parlare gli altri.

Il mio momento più felice. 

Quando ho conosciuto Felice, mio marito.

La persona che ammiro di più. 

Emma Bonino, come donna e in politica.

Un libro da portare sull’isola deserta. 

La casa degli spiriti, di Isabel Allende.

La mia occupazione preferita. 

Il mio giardino.

Il paese dove vorrei vivere. 

l’Italia, da nord a sud.

Il mio piatto preferito. 

Spaghetti al pomodoro.

Non sopporto… 

L’indifferenza delle persone.

Per un giorno vorrei essere… 

Samantha Cristoforetti, per vedere la terra da lontano.

La mia paura maggiore. 

Per ora non ho paure.

Nel mio frigo non manca mai… 

Il latte.

Se fossi un animale sarei… 

Un pesce.

Mi sono sentita orgogliosa quando… 

Quando ho imparato a sciare.

Il mio motto. 

Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi.

Il capriccio che non mi sono mai tolta. 

Imparare ad andare in barca a vela.

Il giocattolo che ho amato di più. 

Le bambole.

I miei poeti preferiti. 

Giovanni Pascoli.

I miei pittori preferiti. 

Depero.

Il dono di natura che vorrei avere. 

Una bella voce per cantare.

Dico bugie solo… 

Non sono brava, mi scoprirebbero subito.

Dove mi vedo fra dieci anni. 

Bella domanda, ma non voglio programmare il futuro.

L’ultima volta che ho perso la calma. 

Sinceramente non lo ricordo.

Da bambina sognavo… 

Quello che sogno ancora, tante cose belle da realizzare.

Autore: Daniele Bebber

Ilario Dalvit: l’artigiano – artista

Reinventarsi, trovare la passione della vita e dedicarsene a tempo pieno: è la storia di Ilario Dalvit, artigiano di Salorno che dopo aver raggiunto la pensione ha iniziato, con successo, la sua attività artistica.

“Con la scusa della pietra ollare, che ho lavorato per moltissimo tempo, avevo l’attrezzatura anche per fare le serigrafie su pietra. E allora mi sono detto: ma se potevo farle su pietra, perché non posso farle sulla carta? Mi sono appassionato, ho convertito l’attrezzatura e adesso mi dedico a fare incisioni in chiave moderna”. 

Stiamo parlando di quasi cinquant’anni d’esperienza e di tanto in tanto ancora molta voglia di fare. Di decine e decine di serate passate davanti al tecnigrafo nella bottega di via Trento a Salorno, per realizzare i propri progetti. E poi tutta la parte della messa in opera, un mattone dopo l’altro. è una storia che sottolinea il potere di reinventarsi partendo dal cosiddetto “lavoro dei sogni” quella che – oltre l’aver portato Ilario Dalvit a realizzare 1.400 stufe ad olle sparse fra Alto Adige, Trentino, buona parte del nord Italia e pure del centro nord – dopo la pensione lo ha spinto a rivedersi come artista amatoriale. 

In questo modo Dalvita ha quindi rimosso la sottile linea di confine che separa il mondo dell’arte dall’artigianato creativo di un tempo. Un vero punto di partenza, tecnicamente, e in parte creativamente, davvero fondamentale.

 “Anziché incidere una lastra di zinco o di rame, incido un materiale vinilico. È a monotipo, perché faccio una sola stampa e poi devo rifare la matrice”, racconta con molto entusiasmo e un pizzico d’orgoglio, per un’attività che gli sta portandogli parecchie soddisfazioni. “Tra non molto esporrò a Castelfranco Veneto – rivela -. Però ho già fatto diverse mostre fra Bolzano, Laives, Salorno, Roverè della Luna”.

Della sua professione di artigiano e restauratore di stufe ad olle, che ricordi conserva? 

Era il 1978 quando con un signore della Val di Non che conoscevo ci siamo messi in società. A quel tempo avevamo un negozio di pavimenti e rivestimenti. Dopo mi è scattata una molla ed ho iniziato ad interessarmi e coltivare la passione per le stufe. Sono andato a fare dei corsi con dei maestri tedeschi e poi, assieme a mia moglie, sono andato avanti su quella via fino alla pensione nel 2015. 

Ha sempre lavorato da solo?

Dal novanta al duemila con mio fratello, che era artigiano, poi sì… sempre da solo.

E riusciva a stare dietro a tutto?

Tutto! Le famose 35 – 36 ore settimanali, il mercoledì a mezzogiorno erano già fatte. Partivo alle 6.30 del mattino con il furgone carico e tornavo la sera verso le 19. Il tempo di fare la doccia, cenare e poi giù in laboratorio a creare.

Lei è sposato ed ha due figli. Qualcuno di loro ha mai seguito le sue orme?

Mia figlia durante le vacanze mi seguiva volentieri. A lei piaceva tagliare, fare la malta, si metteva una tuta da lavoro e via. Ma per una ragazza, oggi una donna, è un lavoro pesante, altrimenti le sarebbe ben piaciuto.

Cosa le piaceva maggiormente della sua professione?

Fare la stufa, dsbizzarrendomi a disegnarla, partendo da un triangolo per arrivare ad un tondo e poi via a giocare con le forme.

Quale la richiesta più particolare che ha ricevuto? 

Una stufa barocca in Val di Non e una stufa modello nuovo a Sfruz, tutta dipinta con motivi floreali e vegetali.

E se un giovane volesse intraprendere questo mestiere?

Sarebbe bellissimo! Costruire con le proprie mani un manufatto che riscalda è il massimo che si può dare in fatto di creatività. Però, oggigiorno, c’è troppa burocrazia, carte, quando i primi anni bastava una stretta di mano, si combinava e via. Poi è anche un lavoro molto delicato e costoso, che richiede molta manualità, creatività e una bella responsabilità.

Si tratta di un mercato ancora aperto?

C’è stato un periodo di calo anni fa, ma adesso vedo che con il caro energia c’è un boom interessante. Molte famiglie preferiscono scaldare a legna, investendo su questi manufatti. È senz’altro più conveniente.

Autore: Daniele Bebber

Beppo Noldin e i suoi aguzzini

L’archivio del Novecento Trentino dedica un ampio database agli “Oppositori al fascismo” attivi in regione. Si tratta, per ora, di 3498 schede di “gente comune”. Tra i “sovversivi” del ventennio compare anche “Noldin Giuseppe” di Salorno. La sua scheda contiene i dati relativi al fascicolo presso il Casellario Politico Centrale. Alla voce “colore politico” viene qualificato come “antifascista”. Annotato anche il confino di polizia subito nel 1927 “per essersi battuto per i diritti degli altoatesini di lingua tedesca”. Durata: cinque anni, poi ridotti a due.

Josef “Beppo” Noldin era uno dei più noti e attivi oppositori al fascismo in Alto Adige. Era nato a Salorno nel 1888 da madre nordtirolese e padre originario della Val di Non. Studiò a Bolzano, Trento, Feldkirch e Rovereto e nel 1907 assolse il suo anno di servizio militare nei Kaiserjäger. Dal 1907 al 1912 studiò giurisprudenza a Innsbruck. Intraprese la carriera di avvocato svolgendo la pratica a Mezzolombardo presso lo studio dell’avvocato Ossanna fino al 1914. Allo scoppio della prima guerra mondiale, si arruolò nei Kaiserjäger a Rovereto e fu mandato in Galizia. Ferito l’11 novembre a Lemberg / Leopoli, fu ricoverato all’ospedale di Trento. Tornò al fronte nel 1915 e fu fatto prigioniero dai Russi che lo trasferirono in Siberia, dove rimase fino al 1920.

Nel frattempo, l’impero austro-ungarico si era frantumato e il Tirolo meridionale era stato aggregato all’Italia. Noldin, prigioniero di guerra, divenne italiano a sua insaputa tanto che rifiutò di dichiararsi tale davanti alla commissione italiana che voleva imbarcarlo su una nave di prigionieri diretta in Italia. Tornò comunque a casa il 13 aprile 1920 e aprì il suo studio di avvocato a Salorno.

Difese con successo un gruppo di giovanotti del paese che secondo le autorità avevano oltraggiato il corpo dei carabinieri il giorno di carnevale. Da quel momento, il suo nome entrò a far parte dei “nemici dello stato”. Fu arrestato una prima volta il 10 dicembre 1925 e trattenuto in carcere fino al 7 gennaio 1926. Il processo ebbe luogo a Trento e Noldin scoprì soltanto allora di essere accusato di aver pronunciato “parole oltraggiose” nei confronti del regime e dell’arma dei carabinieri. Secondo il pubblico ministero, avrebbe rivolto la parola “aguzzini” ai carabinieri che lo stavano interrogando per una raccolta di fondi per una festa di Natale dei bambini del paese. Noldin negò l’imputazione affermando che neppure conosceva quel termine poco usuale a Salorno e il giudice stesso ritenne infondata l’accusa. Venne comunque condannato a cinque giorni di arresto (dopo averne scontati venticinque!) e 500 Lire di ammenda per aver raccolto fondi per una festa di Natale non autorizzata. 

Come da un copione già scritto e identico a quello di altri protagonisti dell’antifascismo, fu nuovamente arrestato il 23 gennaio 1927 e incarcerato a Trento. Questa volta l’accusa fu quella di aver organizzato, insieme al canonico Gamper e al maestro Rudolf Riedl di Termeno, lezioni private di lingua tedesca per i bambini della Bassa Atesina. La condanna fu pesante: confino a Lipari per cinque anni. A Lipari, dove conobbe molti antifascisti italiani, si ammalò di febbre malarica. Gli fu consigliato di chiedere la grazia ma rifiutò: non voleva la grazia, ma i suoi diritti. La madre inoltrò la domanda a sua insaputa e alla successiva amnistia la sua pena fu ridotta a due anni. 

Tornò a Salorno nell’inverno 1928. Sperava di potersi dedicare alla famiglia e alla sua professione ma nel frattempo le autorità lo avevano cancellato dall’albo degli avvocati. Gli venne negata anche la possibilità di recarsi a Karlsbad per curare la malattia contratta a Lipari. Fu operato due volte a Bolzano ma le sue condizioni di salute peggiorarono di giorno in giorno. Morì il 14 dicembre 1929 all’età di 41 anni lasciando la mogie e quattro figli. Migliaia di persone accorsero da tutta la Bassa Atesina e assistettero ai suoi funerali. In tutta Europa si commemorò quest’eroe dell’antifascismo. Sulla sua lapide il regime permise di scrivere solo le sue iniziali.

Negli anni ‘70 del secolo scorso, la casa di Noldin fu acquistata da un ente pubblico e trasformata in ostello per la gioventù. Divenne un luogo d’incontro tra uomini e culture diverse e il fatto che si trovasse proprio a Salorno, confine tra due grandi aree linguistiche e culturali, la trasformò in un luogo simbolico per la rinascita dell’Europa unita.

Autore: Reinhard Christanell

Anterivo, un paese all’incrocio di più culture

La provincia è quella di Bolzano, ma la lingua di terra su cui sorge l’abitato di Anterivo è incastonata nella valle di Fiemme. Quindi nel Trentino, con cui il sindaco Gustav Mattivi ha spesso sottolineato la presenza di buoni rapporti di collaborazione. 

“Per noi la Valle di Fiemme è un punto strategico per molte attività, anche quotidiane – rivela il primo cittadino -. Dal 1939 al 1946 siamo stati frazione di Capriana, paese con cui abbiamo lo scambio più intenso: siamo in due provincie diverse, nonostante il fatto che siamo separati da soli quattro chilometri. È stretta anche la collaborazione con Castello – Molina”, spiega il primo cittadino.

Una propria identità nonostante le influenze

Certo, la storia insegna che non occorre per forza essere terre compenetranti per influenzarsi con scambi linguistici, culturali, sociali, anche se rimane comunque un fattore di agevolazione. Ma in questo contesto, Anterivo, a differenza di altri abitati basso atesini divisi da una sottile e storica linea di confine, ha sviluppato una propria identità pur mantenendo, appunto, ottimi scambi con i vicini comuni fiemmesi. E la prima conferma giunge dal comune di Castello-Molina, dove gli alti vertici locali parlano di una collaborazione ancora più attiva dopo la tempesta Vaia, e in generale di una popolazione molto tranquilla ed unita. 

“Io la sto riscoprendo in questi anni, anche con le iniziative fatte dal punto di vista culturale e storico”, spiega mattivi

Nello studio della storia  la chiave per comprendere 

E storicamente? Per saperne di più abbiamo fatto due chiacchiere con Italo Giordani, esperto che ha studiato questa “forse singolare” situazione, per lo meno in regione. Ripercorrendo il suo ragionamento, prima della fondazione di Anterivo, in quell’angolo di regione c’erano già la pieve e la comunità di Fiemme, estese da Moena a Trodena (paese che fino al 1200 contava molti cognomi latini). 

Quando venne fondato Anterivo, come pure Capriana e i paesi della Valfloriana, non poterono entrare a far parte della magnifica comunità ma solo nel territorio della pieve. Quindi, da un punto di vista amministrativo entravano in campo il Principato Vescovile e Contea Tirolese, con le varie giurisdizioni. Quest’ultima, un tempo, comprendeva pure Castello-Molina, Capriana e la Val Floriana. Fra il 1777 e il 1779 c’è stato un cambiamento. Tramite un accordo a tavolino, il principe vescovo di Trento ottenne da Maria Teresa d’Austria la giurisdizione tirolese di Fiemme. E qui emerge il perché Anterivo è geograficamente in val di Fiemme, ma con un’identità per lo più germanica: solo Castello-Molina, Capriana e la Val Floriana vennero staccate dalla contea Tirolese. 

Una frazione che un tempo era un maso

“Come tutte le popolazioni confinanti ci sono stati anche degli attriti documentati nel passato, per motivi di sopravvivenza: un metro in più di terra, voleva dire più cibo”, afferma Italo Giordani. A questa storia si collegano anche i possedimenti odierni della comunità di Rover – Carbonare (frazione di Capriana) di molte terre (boschi) nel comune di Anterivo. E riassumendo alcune considerazioni di Robert Brugger (presidente delle Amministrazioni Separate di Uso Civico trentine), quella che oggi è una frazione, un tempo era un maso della comunità della Val di Fiemme.

Autore: Daniele Bebber