Un impegno comune

Il 31 dicembre nel suo messaggio di fine anno il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha invitato ognuno di noi a prendersi le sue responsabilità. Lo ha fatto ricordando che per primo lui, in modo inatteso, si è visto coinvolto in un secondo mandato.
Ad un certo punto del suo discorso il Presidente ha fatto riferimento alla guerra in Ucraina, osservando che, se il 2022 è stato l’anno della guerra, occorre ora “concentrare gli sforzi affinché il 2023 sia l’anno della fine delle ostilità, del silenzio delle armi, del fermarsi di questa disumana scia di sangue, di morti, di sofferenze”. Mattarella ha colto l’occasione per ricordare i valori su cui si basa la nostra Costituzione, della quale il 1 gennaio abbiamo celebrato il 75esimo anniversario dell’entrata in vigore. Ed entrando nel merito del dramma che ormai quasi da 1 anno ha messo in ginocchio l’Ucraina e in apprensione il mondo intero, ha pronunciato parole quanto mai chiare e illuminanti. “Non ci rassegniamo a questo pre- sente. Il futuro non può essere questo. La speranza di pace è fondata anche sul rifiuto di una visione che fa tornare indietro la storia, di un oscurantismo fuori dal tempo e dal- la ragione. Si basa soprattutto sulla forza della libertà. Sulla volontà di affermare la civiltà dei diritti. Qualcosa che è radicato nel cuore delle donne e degli uomini. Ancor più forte nelle nuove generazioni.”
In queste quattro brevi frasi sono concentrati i principi chiave della democrazia e dello stato di diritto. Nell’ottica del necessario comune impegno, costante, per un futuro migliore. E alimentando una speranza che si basa sull’osservazione matura e attuale della realtà. Insomma: non dobbiamo in nessun modo cedere ad una visione che, per paura o per interessi di potere e di parte, ci spinga a volgere lo sguardo all’in- dietro. Per questo il Presidente ha richiamato, giustamente, il tesoro della libertà che deve essere oggi più che mai un faro delle nostre società, consentendoci di (ri)affermare la ci- viltà dei diritti. Quando il Presidente dice che questa visione è radicata nel cuore delle donne e degli uomini, richiama il percorso faticoso ma anche vincente compiuto finora dal- la nostra democrazia. La democrazia e la libertà sono ormai radicate nel nostro modo di vivere e sono la dote che affidiamo alle nuove generazioni che, non per nulla, spesso ci pongo- no davanti ad uno specchio, richiamandoci alle nostre incoerenze e alle nostre contraddizioni. Smascherando l’incompiutezza del nostro vivere civile rispetto alle regole e principi, alti, che i nostri nonni hanno scelto per noi 75 anni fa.
Non rassegniamoci mai. Crediamoci fino in fondo. Dipende solo da noi. Da tutti noi.

Autore: Luca Sticcotti

“Non facile, ma sempre fruttuoso e ricco di doni”

Si è spento a Merano uno degli ultimi preti che, originari del Trentino, hanno seguito l’appello del vescovo fondatore della diocesi di Bolzano-Bressanone, Joseph Gargitter, e sono rimasti al servizio della comunità, in particolare per sviluppare una pastorale di lingua italiana integrata con quella di lingua tedesca e ladina.

Don Ettore Garollo era nato a Levico Terme nel maggio del 1929. Dopo l’ordinazione sacerdotale (1954) era stato inviato come cappellano a Bronzolo e di lì trasferito a Merano. Era il lontano 1956. Allora parroco di Santo Spirito era don Guido Cadonna, altro prete trentino, arrivato nel 1939. Negli ultimi giorni di guerra si era contraddistinto per il coraggio avuto nel benedire le salme di alcuni giovani uccisi dai nazisti, mettendo a rischio la propria stessa vita.
Questi preti trentini erano in Alto Adige perché allora gran parte del territorio apparteneva alla diocesi di Trento. Le cose cambiarono nel 1964, quando le diocesi furono fatte coincidere con le due province. A quel punto il vescovo Gargitter, ben consapevole di cosa voglia dire governare una comunità trilingue, chiese ai preti trentini di rimanere. Un altro di loro, don Giancarlo Bertagnolli (che oltretutto si alternò con don Ettore a Bronzolo), scrisse così di quella situazione. “Gargitter è stato un grande vescovo. Lo ricordo ancora molto, con affetto. Quello che mi ha impressionato quando è nata la nuova diocesi è che ci ha detto: ‘I preti trentini che sono qui, li prego di rimanere perché c’è la cura d’anime della popolazione di lingua italiana’. Ci è stata offerta la possibilità di scegliere. Se sono rimasto a Bolzano è stato in primo luogo per questo appello del vescovo. A me dispiaceva molto questo distacco dei decanati altoatesini da Trento, perché sono stato sempre molto legato al mondo tedesco. Ho sempre sentito tutti come fratelli e figli di uno stesso Padre, gli amici di lingua italiana, tedesca e i ladini”. I preti trentini aiutarono la diocesi a guardare oltre i propri confini. Li dobbiamo ringraziare di cuore.
Altri sentono la convivenza di culture diverse come un peso. Non così papa Benedetto, anche lui scomparso in questi giorni, che proprio a Bressanone disse: “Nelle tre lingue – italiano, tedesco e ladino – si incontrano le culture”. Dell’incontro tra le culture” “oggi tanto abbiamo bisogno”. “Sappiamo che non sempre è facile, ma che sempre è fruttuoso e ricco di doni, che aiuta tutti e ci rende più ricchi, più aperti e più umani”.

Autore: Paolo Bill Valente

La contesa dei miracoli

I miracoli, reali o presunti, stanno alla base di molti culti. Evidentemente l’essere umano è propenso naturalmente a credere a misteri, magie e forze sovrannaturali e questa sua “fede” a volte produce prodigi che la stessa scienza fatica a spiegare. Nel contempo, i miracoli sono sempre stati sfruttati dai professionisti del settore e in ugual misura non sono mai mancati i detrattori dei commerci della fede. 

Una simile contesa dei miracoli avvenne anche a Laives e si può dire che non è mai stata risolta completamente. Riassumiamo i fatti, come narrati nel 1922 da un giornale dell’epoca, la “Volkszeitung, quotidiano socialdemocratico del Tirolo”.  Come noto, nel 1553 un pio contadino ritrovò, su indicazione della Beata Vergine in persona, una statuetta di alabastro raffigurante una Pietà sepolta nel terreno in località Pietralba. Già il fatto che un uomo di nome Weissensteiner (pietra bianca) ritrovasse una statuetta di pietra bianca può considerarsi stupefacente. Nel 1561 sorse la prima chiesa e il santuario assurse a grande notorietà tra i fedeli. Nel 1716 i Servi di Maria di Innsbruck si assunsero il compito di gestire il frequentatissimo santuario. L’anno successivo avviarono la costruzione del convento che fu conclusa nel 1722. Come testimoniato da centinaia di ex-voto, la statuetta produsse miracoli pressoché quotidiani e di conseguenza aumentarono a dismisura anche le offerte a favore dei Servi di Maria. Nel 1787 un decreto di Giuseppe II pose termine al miracoloso affare. La statuetta venne trasferita nella chiesa parrocchiale di Laives.

Tuttavia, i previdenti Servi di Maria fecero circolare la voce che in realtà solo una copia della statuetta miracolosa era stata trasferita a Laives mentre quella vera continuava a “soggiornare” nella sua amata Pietralba. Il popolo dei fedeli, per non sbagliare, continuava a salire a Pietralba ma nel contempo faceva una capatina anche nella chiesa parrocchiale di Laives. Se un miracolo avveniva, nessuno poteva affermare con certezza se questo era avvenuto a Laives o a Pietralba. Nel 1838 i Serviti ottennero il permesso di ricostruire il convento ma non la restituzione della statuetta. Ma come per miracolo, anche la presunta copia di Pietralba iniziò a compiere miracoli in serie mentre a Laives la presunta statuetta originale non era da meno. Ne nacque una vera e propria contesa dei miracoli tra Laives e Pietralba che i Servi di Maria pretesero di risolvere a loro favore chiedendo la definitiva restituzione della statuetta. Il Landeshauptmann di allora, von Brandis, invitò il comune di Laives a restituire la presunta statuetta originale ma i Laivesotti opposero fiera resistenza. Sostennero infatti che la restituzione non era neppure necessaria in quanto i Servi di Maria stessi avevano dichiarato che la vera statuetta si trovava già a Pietralba. Non aveva dunque senso restituire una semplice copia della statuetta miracolosa. Al seguente ordine di restituzione di von Brandis, i Laivesotti si appellarono addirittura al governo di Vienna, allegando al loro reclamo una scatola contenente vari oggetti “miracolosi” che i pii frati avevano messo in commercio in una bottega adiacente alla chiesa. Vienna reagì stizzita alla rivelazione dell’indegno commercio e a quel punto i Servi di Maria, temendo rappresaglie già vissute in passato, ritennero opportuno desistere dalla richiesta. Ottennero da von Brandis, presente personalmente alla cerimonia, “l’incoronazione” anche della copia dichiarata ufficialmente originale della miracolosa statuetta. Il commercio riprese a fiorire mentre a Laives, sede del presunto originale, si impose una fede meno scenografica e mercantile. 

Autore: Reinhard Christanell

A Pietralba con la famiglia del Cai

è un appuntamento che rappresenta ormai una tradizione consolidata: nella domenica d’oro, l’ultima prima di Natale, la grande famiglia del Cai della Bassa Atesina si riunisce per una passeggiata fino al santuario di Pietralba. Un momento di spiritualità e di amore per il prossimo: nel corso della giornata sono stati raccolti fondi da destinare all’associazione”Cuore di Bimbo”.

È la ventiquattresima volta che quella gioiosa comitiva varca assieme i sentieri che da Laives portano al santuario della Madonna di Pietralba, quella basilica che si erge maestosa sulla Val d’Ega, nei pressi di Monte San Pietro, già meta prediletta di Pontefici e pellegrini da tutto il mondo. Non si tratta di una delle tante gite del Cai e non è certo una normale escursione. La “Camminata d’oro” è un momento di raccoglimento, una giornata in cui tutti i partecipanti decidono di allontanarsi dal luccichìo delle insegne natalizie urbane, dai mercatini e dai Babbi Natale della pubblicità, per affrontare assieme un cammino spirituale, una passeggiata in cui negli zaini c’è soprattutto amore, voglia di celebrare assieme la ricorrenza in maniera pura,”una giornata da trascorrere in amicizia per costruire lo spirito invece che consumarlo”, come amano definirla gli organizzatori. E per “costruirla”, oltre ad approfittare del momento per stare con gli amici, anche per questa edizione è stata avviata una raccolta fondi per chi soffre; per quest’anno le donazioni sono andate a favore dell’associazione bolzanina che si occupa di aiutare le famiglie dei bambini con cardiopatie congenite. A tracciare una sorta di bilancio di quest’ultima edizione è il presidente della sezione di Laives del Cai, Gianfranco Idini, che si dice soddisfatto dell’esito della passeggiata.

Presidente Idini, che cos’è la”Camminata d’oro”?

Non è altro che un modo di incontrarsi sotto le feste e fare quello che ci piace maggiormente, camminare e stare fra amici. Ma questa è una passeggiata del tutto particolare: si svolge nella domenica d’oro, quel giorno in cui – banalizzando – i negozi sono tradizionalmente aperti per permettere ai ritardatari di acquistare gli ultimi regali. Ecco, noi vogliamo porci come un’alternativa al consumismo; ciò non significa che vogliamo frenare la corsa agli acquisti, vogliamo solo suggerire ai nostri soci e amici di”consumare” una giornata in maniera diversa, per ritrovarci e celebrare lo spirito natalizio in maniera davvero spirituale, nel nome dell’amore.

Amore nei confronti degli amici, ma anche del prossimo, giusto?

Esattamente: da ventiquattro anni ormai è tradizione organizzare una raccolta fondi da destinare ad un’associazione umanitaria. Quest’anno la scelta è caduta su”Cuore di bimbo”, ed è andata bene: abbiamo raccolto oltre 700 euro.

Chi organizza questa gita e chi è il motore dell’evento?

Sono le cinque sezioni del Cai a sud di Bolzano. In primis noi di Laives, e poi Appiano, Bronzolo, la sezione Bassa Atesina, che poi sarebbe Egna e quella di Salorno. A darci una mano nel gestire il tutto c’è poi la sezione centrale del Cai Alto Adige. Ognuna delle cinque sezioni ha un compito, ed ognuno di noi lo esegue in vista della domenica d’oro.

Qual è il percorso?

Partiamo al mattino verso le 8 a Laives in Via Pietralba e in 3 ore e mezza si arriva al Santuario. C’è anche quella che chiamiamo”variante dolce”: si parte dal paese di Aldino, ci si impiega comunque del tempo, ma il dislivello è minore. 

E una volta arrivati?

Intorno a mezzogiorno nel Santuario di Pietralba c’è la santa Messa, che  quest’anno è stata officiata da don Raffaele Tessari ed allietata dal “Coro Ana Alto Adige – Gruppo Piani di Bolzano”. Poi si rientra e, a tre quarti di strada, presso la Casa Emmaus in Vallarsa, c’è il consueto punto di ristoro con bevande calde, the e brulé e dolci a cura del Gruppo Grotte Cai Bronzolo – Soccorso Speleo Alto Adige.

C’è stata molta partecipazione?

Quest’anno c’era meno gente rispetto alle altre edizioni, quando abbiamo avuto punte di 700 partecipanti; credo un po’ per l’influenza che ha colpito tutti e un po’ anche perché sul sentiero c’erano circa 10 centimetri di neve, probabilmente qualcuno si è spaventato. Ma c’erano comunque moltissime persone, sono  arrivati addirittura sei o sette pullman dal Trentino. Con la Sat c’è da sempre un’ottima collaborazione, soprattutto per la Camminata d’oro. è bello che ci sia questa amicizia fra alpinisti altoatesini e trentini.

L’appuntamento per il prossimo anno, dunque, è con l’edizione numero 25, un evento speciale…

Già, anche se in realtà questa sarebbe dovuta essere la venticinquesima: nel 2020  era saltata causa Covid. C’è ancora tempo per organizzare la prossima Camminata, ma sono sicuro che ci inventeremo qualcosa di particolare: il quarto di secolo è un traguardo importante.

Autore: Luca Masiello

Inverno cercasi

Il 2023 è già entrato nella storia della meteorologia!
Siamo di fronte ad un’anomalia che qualche settimana ha frantumato record su record; a Rovereto sono stati registrati +8,3° C di temperatura minima equivalente alla normalità di Palermo, mentre a Trento Roncafort +6,9°C come se ci trovassimo sulle colline laziali (Meteo Trentino Alto Adige). Al Passo Croce Arcana (MO) a 1.750m di quota sono stati i superati di 10°C di massima e a Canevare di Fanano sono stati sfiorati i 14°C a 1300m (Emilia Romagna Meteo). Nel Piacentino, al 6 gennaio, sono stati contati appena quattro giorni di gelo rispetto alla media di 26 giornate (NIMBUS). Nella città di Torino si chiude l’anno più caldo e siccitoso degli ultimi due secoli, con un’anomalia di temperatura +1,6°C ed un deficit di pioggia/neve pari al 66%, il tutto confrontato con la media climatologica di riferimento del trentennio 1991-2020 (Arpa Piemonte). E pensare che negli inverni degli anni ’30 si poteva pattinare sul Po, che diveniva un’enorme distesa ghiacciata. Ad Aosta abbiamo avuto 19°C, 13°C a Gressoney, 10°C a Chamois a quasi 1900m (Meteo Tornado). Il 31 gennaio sono stati registrati 20°C a Monaco di Baviera, 19°C a Stoccarda, 18°C a Berlino e a Colonia, 16°C a Parigi (Kachelmannwetter). Dopo l’ondata di gelo epocale (-40°C) di due settimane fa, nell’area di Buffalo, con tormente di neve che hanno scaricato due metri di neve, in cui negli USA sono perite all’incirca duecento persone, ora ci sono +18°C di massima. Tanti laghi, specie in Trentino Alto Adige, sono completamente sghiacciati. A Marlengo, nel 2022, ci sono state settantaquattro giornate con una temperatura superiore ai 30 gradi (Florian Wetterseite).
In questi giorni numerose piante da frutto sono in fioritura anticipata e le api nelle ore soleggiate ne approfittano subitaneamente. A Merano, durante la tombola dell’Epifania, ho notato le prime coccinelle sugli infissi esterni in cerca del tepore del sole. In Irpinia, in collina, le rose sono in fiore.
Dal BalconORTO si sentono gli uccellini cantare come se fossimo in primavera. Le autostrade, con il loro carico di veleni e aria insalubre, scoppiano di traffico e di code e ciò ci fa capire che non c’è ancora un piano strategico dei trasporti, né la benché minima idea di come regolamentare gli spostamenti turistici.
3160 µg/m3 (microgrammi al metro cubo) è il valore di PM10 registrato dopo i botti di San Silvestro a Napoli, sessanta volte oltre il limite per la salute umana; limiti superati in tutti i grandi centri urbani, per non parlare di quello cronico nella Pianura Padana.
Buon rovente 2023 a tutti.

Autore: Donatello Vallotta

Gli universitari protagonisti

Sono quasi settant’anni che l’associazione degli studenti universitari altoatesini sh.asus fornisce supporto ai giovani che dalla provincia di Bolzano si muovono per completare il loro ciclo di studi negli atenei di mezzo mondo. Da qualche tempo sh.asus si occupa anche degli studenti della Libera Università di Bolzano. Di questo e altro ne abbiamo parlato con la nuova presidente dell’associazione Ariane Benedikter.

// Di Luca Sticcotti

Com’è noto la provincia di Bolzano solo di recente si è dotata di un’università, ma in realtà per diversi decenni la storia degli universitari altoatesini è stata esclusivamente una vita da “fuori sede”. Per sostenerli e rappresentarli fin dal 1955 è attiva la sh.asus, un’associazione  dotata anche di alcune sedi nelle mete universitarie più gettonate, nel passato e nel presente, come Bologna, Innsbruck, Trento, Vienna… 
Negli ultimi anni sh.asus si spesa molto anche per rilanciare il ruolo dei giovani, universitari e non solo, mettendosi in luce con una serie di prese di posizione significative che hanno fornito stimoli importanti alla nostra politica, a volte un po’ ingessata e poco coraggiosa. 

L’INTERVISTA

Appena eletta presidente di sh.asus hai detto che le idee progressiste e la partecipazione hanno un ruolo fondamentale nella rappresentanza studentesca. Ci spieghi meglio cosa vuol dire?

Gli studenti e le studentesse hanno il desiderio di impegnarsi per il benessere della società. Vogliamo dare il nostro contributo per creare un futuro migliore. Dobbiamo pensare l’università e i suoi studenti attraverso l’immagine ideale di percorsi educativi individuali che poi come risultato sono anche in grado di restituire qualcosa alla società. Ad esempio fornendo idee innovative per il mondo della ricerca, ma anche dando spunti per le scelte politiche. In questo periodo abbiamo avuto un susseguirsi di crisi, da quella climatica al coronavirus. Oggi gli studenti hanno la possibilità di impegnarsi – in università ma anche fuori – portando le loro opinioni, le loro idee, i loro valori. Per anti, infatti, questo è un elemento importante del loro essere studenti universitari. Possiamo mettere a frutto gli scambi di idee tra di noi e con i nostri professori, ma anche sviluppare nuove idee. Tanti di noi hanno il desiderio di investire non solo in sé stessi, ma anche in un futuro comune. In quest’ottica oggi siamo anche rafforzati dal fatto che da qualche tempo siamo impegnati anche nella rappresentanza degli studenti dell’Università di Bolzano, mentre prima ci occupavamo solo degli altoatesini studenti fuori sede.

Se sentite il bisogno di affermare il ruolo propulsore dello studente universitario nella società, questo vuol dire che ritenete tale dimensione non ancora sufficientemente percepita e valorizzata. E’ così?

Penso che questo nostro compito sia in realtà già riconosciuto e integrato abbastanza bene nella società. Anche se l’immagine dello studente si può sempre migliorare, spiegando meglio il nostro status. A Bolzano poi la cultura universitaria c’è ma potrebbe essere sviluppata di più; gli studenti devono essere inclusi maggiormente nella vita del capoluogo altoatesino, così come avviene in altre città universitarie. 

Secondo voi cosa si deve fare affinché lo studio universitario sia davvero accessibile a tutti?

Per la nostra rappresentanza studentesca questo è un tema davvero fondamentale. Bisogna fare in modo che coloro che vogliono studiare abbiano davvero la possibilità di farlo. Ma purtroppo questo oggi ancora non è così automatico, soprattutto a causa degli alti costi di vita e dello studio. Non si tratta solo delle  tasse universitarie che in alcuni luoghi come l’Austria in realtà sono quasi nulle; a costare molto è soprattutto la vita nelle città universitarie. Mi riferisco agli alloggi, ma non solo. Nel 2022 per fortuna su nostra sollecitazione c’è stato un aumento del 20% degli importi delle borse di studio rispetto agli anni precedenti. Ma poi subito dopo con la crisi energetica e l’inflazione i prezzi sono saliti ancora, non solo in Alto Adige ma anche nel resto d’Italia e in Austria, ad esempio. Oggi purtroppo non tutte le famiglie possono permettersi di mandare un figlio all’università. Per questo bisogna monitorare la situazione e valutare se non serva un ulteriore aumento delle borse di studio o anche un aumento della percentuale di studenti altoatesini che può godere di una borsa di studio. Sono oggi circa il 30% gli studenti altoatesini che ricevono una borsa di studio.

Oggi il costo degli alloggi è davvero uno degli ostacoli più grandi al diritto allo studio…

Sì, ma non solo a Bolzano. Molti studenti faticano a trovare un alloggio a un prezzo accessibile, anche perché alcuni proprietari di appartamenti preferiscono affittare a persone che lavorano già. In città più grandi come Bologna o Monaco di Baviera, dove le università ci sono da più tempo, gli alloggi ci sono ma in realtà i prezzi sono comunque alti. Ed è un problema che si aggrava…

In provincia di Bolzano il sostegno allo studio si focalizza soprattutto sugli atenei italiani o quelli presenti nei paesi di lingua tedesca. Questo rappresenta un problema per gli studenti che hanno invece in mente altre destinazioni per il loro percorso universitario?

Sono sempre di più gli studenti che vogliono andare altrove rispetto al resto d’Italia e ai paesi di lingua tedesca, è una cosa che osserviamo nella provenienza degli studenti dell’Università di Bolzano e anche rispetto alla nazionalità degli attuali associati a sh.asus. Le cose cambiano e in futuro cambieranno ancora di più. Queste dinamiche hanno una stretta relazione con il  riconoscimento dei titoli di studio tra i vari paesi. L’Europa dovrebbe essere una zona educativa integrata che hanno provato a realizzare coon il cosiddetto “sistema Bologna”, ma in realtà da quest’ottica siamo ancora molto lontani purtroppo. C’è poi la cosiddetta “fuga dei cervelli”, ovvero alla dinamica che porta gli studenti altoatesini o del resto d’Italia che studiano fuori sede a stabilirsi poi altrove, dopo aver completato gli studi, perché ricevono proposte di lavoro più attraenti. Occorre creare le condizioni affinché gli studenti, dopo aver fatto esperienze da altre parti, possano poi anche tornare in Alto Adige. 

Il mondo dei giovani e anche degli universitari è oggi in prima linea per quanto riguarda la lotta contro i cambiamenti climatici, la sostenibilità e la tutela ambientale. Si tratta di tematiche fondamentali anche per sh.asus?

La promozione di un futuro sostenibile è nell’interesse non solo dei giovani e degli universitari, ma anche di tutti coloro che abitano sul nostro pianeta. Per noi giovani questa questione è importante perché la vediamo come una delle tematiche più urgenti. Oltre ai nostri nonni e ai nostri genitori, saremo infatti noi ad affrontare le conseguenze più importanti dei cambiamenti climatici. Negli ultimi anni gli studenti hanno fatto una grande pressione in questo senso, spingendo la politica ad occuparsene di più. 

In che misura sh.asus è oggi in rapporto con l’Università di Bolzano?

Si tratta di un rapporto essenziale e molto stretto. Nel 2021 abbiamo anche inaugurato una sezione di Bolzano, Bressanone e Brunico (BBB), che rappresenta gli studenti che studiano in Alto Adige. Nel nostro nuovo direttivo abbiamo due studenti dell’Università di Bolzano. E la nostra sezione bolzanina è oggi la sede con più membri (più di 600), quindi anche le nostre dinamiche interne sono diverse rispetto al passato. A Bolzano abbiamo realizzato tanti eventi e iniziative per i giovani soci, ma anche e soprattutto per sviluppare una vera cultura universitaria nel capoluogo. 

Un altro squilibrio storico è quello di genere. Le donne nel mondo del lavoro purtroppo hanno ancora un peso minore, ma in realtà negli studi universitari sono già da un po’ loro a primeggiare…

Voglio sottolineare che già nell’anno accademico 2019/2020 in una ricerca dell’istituto di statistica provinciale si è registrata una prevalenza femminile nel numero degli studenti universitari altoatesini. L’obiettivo delle pari opportunità in Alto Adige non è ancora una realtà e questo non riguarda solo la questione di genere maschile-femminile. Anche noi di sh.asus – e io personalmente in quanto prima donna presidente dell’associazione dal lontano 2014 – ci sentiamo responsabili in questo senso. Come studenti e studentesse dobbiamo dare il nostro contributo nell’ambito universitario, anche attraverso specifici percorsi di ricerca e confronto innovativo tra le idee, che poi vanno trasmesse anche all’esterno dell’ambiente universitario. Si tratta di un processo in corso, che va sostenuto e incoraggiato in maniera attenta e concreta. Anche noi dell’associazione sh.asus prossimamente proporremo dei progetti e delle iniziative in questo senso. 

LA STORIA DI SH.ASUS

Sh.asus è la più importante rappresentanza studentesca dell’Alto Adige. A differenza di altre rappresentanze studentesche, sh.asus non è legata a un luogo specifico e, oltre alla sede centrale di Bolzano, ha sei filiali nelle principali città universitarie, di cui quattro in Austria e due in Italia. È stata fondata nel 1955 come associazione senza scopo di lucro. Il suo obiettivo principale è quello di fornire consulenza agli studenti e ai maturandi e di rappresentare gli interessi degli studenti altoatesini in patria e all’estero e degli studenti in Alto Adige attraverso i sindacati. Il nuovo consiglio direttivo di sh.asus è stato eletto lo scorso 22 dicembre 2022. La precedente vicepresidente Ariane Benedikter, che rappresenta la sezione di Salisburgo e ha appena conseguito la laurea in “Philosophy, Politics and Economics” (PPE), è stata eletta come nuova presidente.
Ariane Benedikter (22 anni) è conosciuta da molti in Alto Adige per il suo impegno pluriennale nella tutela dell’ambiente e del clima. Grazie al suo background, vuole svolgere un ruolo più incisivo nell’impegno socio-politico e sfruttare l’ampia piattaforma di cui dispone ora la sh.asus

Autore: Luca Sticcotti

Ricordando Sebastian Altmann a Bolzano

Nella zona commerciale Bolzano Sud vi è, collegante via Buozzi e via Keplero, la via Sebastian Altmann, dedicata a chi con Bolzano ebbe un forte legame, essendone stato “l’architetto civico”.
Fu il 27 giugno 1857 che Sebastian Altmann, nato a Bad Reichenhall (Baviera) il 19 gennaio 1827, fu nominato architetto civico di Bolzano.
In presenza di un notevole slancio economico-culturale della città, andava data risposta alle nuove esigenze.
La realizzazione della ferrovia e la nascita delle prime aziende di tipo industriale, essere Bolzano ambita meta turistica come stazione climatica, il tutto contribuiva a dare determinante impulso all’attività edilizia.
Bolzano incaricò appunto l’architetto Altmann di ridisegnare la città, con una sorta di piano regolatore.
Il primo intervento di pianificazione urbanistica (1857-1858) fu la costruzione del quartiere prospiciente la stazione ferroviaria. Seguì il progetto per la Neustadt, la zona comprendente le odierne vie Dante, Carducci, Cassa di Risparmio. I due nuovi quartieri vennero uniti dalla piazza Domenicani, che divenne punto di congiunzione con il centro medievale, mentre Johannsplatz (prima Maximilianplatz ora piazza Walther), sistemata nel 1867, assumeva la funzione di centro, anche ideale, della nuova città ottocentesca.
Nel 1873 Altmann collaborò alla costruzione dell’Hotel Austria in via Fago, l’albergo più lussuoso della città. Nel 1875 fu la volta della villa Marienheim. Villa Defregger è uno dei progetti del 1879, mentre fu nel 1882 che Altmann assunse la progettazione e l’esecuzione del nuovo Ginnasio dei Francescani. Tra le opere più impegnative e importanti di Altmann è il complesso in via Laurin, oggi sede della Provincia Autonoma.
Di quanto progettato dall’architetto civico qualcosa non c’è più, per bombardamenti, incendi, demolizioni, per vari motivi insomma. Ciò che è rimasto però è sufficiente per far riconoscere il debito che Bolzano ha verso l’architetto Sebastian Altmann, il quale morì a Bolzano il 27 luglio 1894.

Autore: Leone Sticcotti

Singoli e intingoli

Il formato “singolo” – sia esso come ascolto digitale tramite le piattaforme dedicate alla musica, sia tramite il download o il post in chiave video su youtube – sono sempre più usati e popolari, a discapito spesso del disco fisico o del disco digitale (molto usato ma spesso e volentieri consistente in una raccolta di brani già usciti autonomamente); e non si tratta di una tendenza limitata agli artisti locali, o di un determinato genere. Oggi vogliamo dedicarci a tre recenti uscite discografiche – ci si passi il termine, anche se in tutte e tre le situazioni siamo appunto nell’ambito del virtuale – ad opera di coinvolgenti personaggi della scena musicale e non solo musicale altoatesina.

È il caso della prima delle tre proposte Wir wollen Mensch sein (lo trovate qui: soundcloud.com/mannypardeller), un felice connubio tra le musiche elettroniche di Manny Pardeller e le liriche della scrittrice Marianne Ilmer Ebnicher, da anni protagonista delle cronache letterarie regionali in lingua tedesca. Non si tratta certo del primo esperimento di questo tipo, ma ci pare particolarmente riuscito l’abbinamento e la voce della scrittrice si adatta molto bene al progetto, come naturalmente il suo testo di scottante attualità dedicato al tema della guerra: “Da tutta la vita – ci dice Marianne – sento notizie di guerra, di mostruosità compiute da umani. E mi chiedo: dove rimangono le visioni di un mondo pacifico e unito? Cavolo, questa volta non riesco più a stare zitta. Così in tarda primavera ho scritto un testo e ho chiesto a Manny, al quale mi lega un altro progetto, se volesse musicarlo”.
Da un paio di mesi circa è in circolazione anche il nuovo singolo di Diego Baruffaldi, cantautore e poliedrico animatore (il suo progetto più recente sono le canzoni su commissione) che nel bel mezzo della pandemia ha deciso di debuttare come solista col CD La musica è chi ho incontrato, dopo aver dato una sostanziosa mano a molti giovani artisti. Imparerò, è questo il titolo del frizzante brano estratto proprio da quel disco, che ci perviene in forma di video singolo (youtu.be/jsZsK03FQBI), accompagnato da un filmato realizzato durante un concerto tenuto da Baruffaldi al Minigolf in riva al Talvera, filmato da Siham El Abidi e montato dallo stesso Baruffaldi con Marina Baldo.
La terza proposta, postata il 3 novembre scorso ci proviene dal batterista e polistrumentista Lil Bob, al secolo Roberto Motta, specializzato nel realizzare gustosi video in cui si diverte a offrire cover in chiave heavy metal, facendosi accompagnare sempre da ospiti e amici differenti.
In passato sono passate per le mani metalliche di Lil Bob celebri brani come la canzone portante della colonna sonora de Il re leone, Felicità di Albano e Romina e la popolare Aserejè delle Ketchup. Stavolta si è divertito a rivedere e correggere Never Ending Story, il popolare brano tratto dalla colonna sonora de La storia infinita, facendosi aiutare per l’occasione dal chitarrista Ivan Miglioranza e dalla voce di un credibilissimo Luca Masiello, che s’improvvisa anche percussionista insieme allo stesso Lil Bob in una sequenza che li vede svettare insieme in cima ai prati a picco sulle pendici della val d’Isarco. (youtu.be/Bh7ZMyE_ZcA).

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Un cuore giovane che batte per il teatro 

Sabrina Valle è un amante delle lingue, della scrittura e del teatro. In occasione della sua esposizione a Show Your Talent, in Piazza Don Bosco, abbiamo deciso di intervistarla per scoprire qualcosa in più sulla sua vita.

Ciao, chi sei? Cosa fai?

Sono Sabrina Valle, in questo momento vivo a Casanova e lavoro come insegnante di lingue. Sono tornata qualche mese fa da un viaggio in solitaria in Messico (Chiapas) e al momento sto ultimando la mia fanzina. Sono una scrittrice, ma sin da piccola ho avuto anche una grande passione per il teatro.

Come è nata la passione per la scrittura?

La scrittura, soprattutto la poesia, mi permette di dire delle cose e mi soddisfa. Soprattutto con lo stile che utilizzo, la scrittura mi fa sentire a mio agio e riesco ad esprimere certi sentimenti e certi paesaggi. Scrivo in modo breve, rapido, poche frasi, poche parole. Ho sempre scritto: ho iniziato a Barcellona, ma ho sempre scritto. All’inizio scrivevo per me, poi nel tempo, soprattutto grazie al consiglio di alcuni amici e compagni di teatro, ho iniziato a pubblicare le mie poesie. Prima era una questione intima, le facevo leggere solo ad un’amica, poi la passione si è trasformata in un’azione pubblica.

Perché hai deciso di andare a Barcellona?

Sono stata ammalata. Ho avuto un grave caso di depressione e una volta che mi sono ripresa, ho continuato a fare quello che facevo prima: l’insegnante. Ma avevo bisogno di stimoli diversi, allora ho deciso di iscrivermi ad una scuola di teatro a Barcellona. Non sapevo la lingua e nemmeno cosa aspettarmi, ma alla fine mi è piaciuto e sono rimasta lì.

Cosa stai scrivendo al momento?

Questa che sto scrivendo adesso è una fanzina: un’autopubblicazione, autogestita e autofinanziata. Si tratta di una raccolta di poesie bilingue in italiano e spagnolo (sia quelle più vecchie di Barcellona sia quelle più recenti del mio rientro a Bolzano). È scritta in due lingue perché quando ero fuori scrivevo in spagnolo, quando sono rientrata invece ho ricominciato a scrivere in italiano. Insieme a Marta (illustratrice e editrice della fanzina) abbiamo deciso di scrivere la rivista in tutte e due le lingue, anche per il semplice fatto che così entro in contatto con culture diverse.

Parliamo un po’ di teatro invece… 

In questo momento sono in fase di processo creativo, sto scrivendo due pezzi teatrali.

Lati a favore della poesia rispetto al teatro? Quale preferisci dei due?

Mhmm, domanda molto difficile… per me la poesia e il teatro sono entrambi due strumenti molto preziosi che mi permettono di esprimere i miei sentimenti. Mi permettono di aprire un dialogo con il mondo altro.
Nel teatro c’è un’atmosfera molto particolare. Come diceva la mia maestra di teatro: “il teatro è un luogo sacro”. Si è in grado di costruire una situazione di intimità con lo spettatore, ma questo succede anche con la poesia: siamo io scrittore e te lettore, che stiamo dialogando.
Dovessi decidere così su due piedi ti direi il teatro, ma solamente perché ne sono innamorata sin da quando ero piccolissima.

Qual è la tua più grande soddisfazione del tuo percorso artistico?

Ho avuto la fortuna di partecipare a certi gruppi e incontri, dove mi sono sentita piena, felice, realizzata. Incontrare altre persone che hanno le mie stesse passioni è la soddisfazione più grande.

Autore: Niccolò Dametto COOLtour

Avatar 2 in Südtirol

Ancora una volta il lago di Braies torna sotto i riflettori, questa volta grazie al film di James Cameron “Avatar 2 – la via delle Dolomiti”. In questo secondo capitolo della saga i due protagonisti si ritrovano a vivere con tutta la famiglia in mezzo alle nostre montagne. Qui vengono accolti dalle guardie forestali, capitanate da Terence Hill, vivendo serenamente e imparando gli usi e le consuetudini dell’Alto Adige. I problemi iniziano ad arrivare quando i figli adolescenti decidono di avventurarsi fuori dai boschi, spingendosi fino a Bolzano che, si sa, per i sudtirolesi è la città più pericolosa del mondo dopo Tijuana.

Autore: Roberto Tubaro