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Autore: Luca Sticcotti
L’importanza alla Memoria in una settimana
Già da nove anni il centro giovani Villa delle rose dell’associazione La Strada-der Weg organizza un percorso che porta i giovani e la comunità tutta a riflettere sul valore della Memoria. Situato proprio davanti al muro dell’ex Lager, il centro giovani svolge un ruolo attivo per far capire e conoscere alle nuove generazioni quanto la nostra città ha vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale.
Dopo un viaggio che ha portato quest’anno un gruppo di venti giovani a Dachau, dal 23 al 28 gennaio, Villa delle rose presenterà, assieme al Comune di Bolzano e a molte associazioni, un fitto programma che avrà come fulcro proprio la Memoria e che soprattutto vedrà i giovani accanto ad esperti sul tema. Si parlerà di Dachau, dei teatri della tragedia della Shoah, e di quanto i ragazzi de La Strada-der Weg e del Treno della Memoria hanno vissuto nei vari viaggi esperienziali; ci sarà modo di approfondire la storia de La Rosa Bianca con Paolo Ghezzi; verrà messo in scena il processo a Misha Seifert, il boia del Lager di Bolzano; si potrà visitare in realtà aumentata la casa di Anne Frank e si parlerà anche del Porrajmos.
Il programma dettagliato si può consultare sul sito dell’associazione La Strada-der Weg o sulle pagine social del centro giovani Villa delle rose.
Autore: Redazione COOLtour
Un cuore giovane che batte per il teatro
Sabrina Valle è un amante delle lingue, della scrittura e del teatro. In occasione della sua esposizione a Show Your Talent, in Piazza Don Bosco, abbiamo deciso di intervistarla per scoprire qualcosa in più sulla sua vita.
Ciao, chi sei? Cosa fai?
Sono Sabrina Valle, in questo momento vivo a Casanova e lavoro come insegnante di lingue. Sono tornata qualche mese fa da un viaggio in solitaria in Messico (Chiapas) e al momento sto ultimando la mia fanzina. Sono una scrittrice, ma sin da piccola ho avuto anche una grande passione per il teatro.
Come è nata la passione per la scrittura?
La scrittura, soprattutto la poesia, mi permette di dire delle cose e mi soddisfa. Soprattutto con lo stile che utilizzo, la scrittura mi fa sentire a mio agio e riesco ad esprimere certi sentimenti e certi paesaggi. Scrivo in modo breve, rapido, poche frasi, poche parole. Ho sempre scritto: ho iniziato a Barcellona, ma ho sempre scritto. All’inizio scrivevo per me, poi nel tempo, soprattutto grazie al consiglio di alcuni amici e compagni di teatro, ho iniziato a pubblicare le mie poesie. Prima era una questione intima, le facevo leggere solo ad un’amica, poi la passione si è trasformata in un’azione pubblica.
Perché hai deciso di andare a Barcellona?
Sono stata ammalata. Ho avuto un grave caso di depressione e una volta che mi sono ripresa, ho continuato a fare quello che facevo prima: l’insegnante. Ma avevo bisogno di stimoli diversi, allora ho deciso di iscrivermi ad una scuola di teatro a Barcellona. Non sapevo la lingua e nemmeno cosa aspettarmi, ma alla fine mi è piaciuto e sono rimasta lì.
Cosa stai scrivendo al momento?
Questa che sto scrivendo adesso è una fanzina: un’autopubblicazione, autogestita e autofinanziata. Si tratta di una raccolta di poesie bilingue in italiano e spagnolo (sia quelle più vecchie di Barcellona sia quelle più recenti del mio rientro a Bolzano). È scritta in due lingue perché quando ero fuori scrivevo in spagnolo, quando sono rientrata invece ho ricominciato a scrivere in italiano. Insieme a Marta (illustratrice e editrice della fanzina) abbiamo deciso di scrivere la rivista in tutte e due le lingue, anche per il semplice fatto che così entro in contatto con culture diverse.
Parliamo un po’ di teatro invece…
In questo momento sono in fase di processo creativo, sto scrivendo due pezzi teatrali.
Lati a favore della poesia rispetto al teatro? Quale preferisci dei due?
Mhmm, domanda molto difficile… per me la poesia e il teatro sono entrambi due strumenti molto preziosi che mi permettono di esprimere i miei sentimenti. Mi permettono di aprire un dialogo con il mondo altro.
Nel teatro c’è un’atmosfera molto particolare. Come diceva la mia maestra di teatro: “il teatro è un luogo sacro”. Si è in grado di costruire una situazione di intimità con lo spettatore, ma questo succede anche con la poesia: siamo io scrittore e te lettore, che stiamo dialogando.
Dovessi decidere così su due piedi ti direi il teatro, ma solamente perché ne sono innamorata sin da quando ero piccolissima.
Qual è la tua più grande soddisfazione del tuo percorso artistico?
Ho avuto la fortuna di partecipare a certi gruppi e incontri, dove mi sono sentita piena, felice, realizzata. Incontrare altre persone che hanno le mie stesse passioni è la soddisfazione più grande.
Autore: Niccolò Dametto COOLtour
Avatar 2 in Südtirol
Ancora una volta il lago di Braies torna sotto i riflettori, questa volta grazie al film di James Cameron “Avatar 2 – la via delle Dolomiti”. In questo secondo capitolo della saga i due protagonisti si ritrovano a vivere con tutta la famiglia in mezzo alle nostre montagne. Qui vengono accolti dalle guardie forestali, capitanate da Terence Hill, vivendo serenamente e imparando gli usi e le consuetudini dell’Alto Adige. I problemi iniziano ad arrivare quando i figli adolescenti decidono di avventurarsi fuori dai boschi, spingendosi fino a Bolzano che, si sa, per i sudtirolesi è la città più pericolosa del mondo dopo Tijuana.
Autore: Roberto Tubaro
Angela Nikoletti, la maestra di Cortaccia
Insieme all’avvocato Josef Noldin di Salorno, la maestra Angela Nikoletti “incarnò” la resistenza più tenace e irremovibile al regime fascista in Bassa Atesina. Una resistenza personale, quasi fisica, distante da quella prettamente politica. Il suo caparbio “no”, fedele ad un ideale in quel momento storico irrealizzabile, le costò la vita. Innamorata del vecchio Tirolo unito, uscito irrimediabilmente sconfitto e dilaniato dalla prima guerra mondiale, Angela Nikoletti condusse una strenua battaglia per l’insegnamento nella propria madrelingua fino alla morte, che sopravvenne la sera del 30 ottobre 1930.
Aveva 25 anni, essendo nata il 31 maggio 1905 a Magrè. Il padre, bracciante, a stento riusciva a mantenere la propria famiglia. Angela finì per trasferirsi nella casa dell’anziano nonno a Cortaccia, che divenne il “suo” paese. Nel 1921 si trasferì per breve tempo a Terlano per sostenere nel lavoro domestico una zia. Poi nel 1922 superò l’esame di ammissione alla scuola magistrale di Zams in Tirolo. Il primo anno trascorse serenamente, poi, dopo la vacanza “più bella della mia vita” a Favogna di Sopra, iniziarono i problemi. Le fu ritirato il passaporto, e Zams divenne una meta irraggiungibile. Scrive nel suo diario: “Nessuno può oltrepassare il confine del Brennero per motivi di studio; devo rimanere a casa e la mia disperazione è grande”.
Dopo un anno di attesa, riuscì a completare gli studi a Zams e nel 1926 ottenne il diploma di maturità. Le fu offerto un posto di educatrice in una famiglia benestante ma, annota nel diario, “con gioia mi sono impegnata ad impartire lezioni di tedesco ai bambini poveri del paese”. Per quasi un anno proseguì in questa attività clandestina e certi giorni anche 30 bambini si ritrovarono nella cucina di casa sua.
L’11 maggio 1927 le fu ordinato di presentarsi al podestà che senza giri di parole le intimò di interrompere immediatamente le sue lezioni private. Chiese il motivo del divieto e le fu risposto che la sua attività era considerata una manifestazione sediziosa che comportava la pena dell’arresto. Angela era fuori di se, anche perché il podestà Ernesto De Varda era stato un ufficiale dei Kaiserjäger passato ai fascisti dopo la guerra. De Varda non era neppure il suo vero cognome, in realtà la famiglia si chiamava Varda von Warthof. Sua sorella Roma de Varda era insegnante di italiano a Bolzano e amava farsi chiamare “madre dei fascisti”. La discussione tra i due fu virulenta e il podestà la concluse con le parole “con lei bisogna farla finita”. E così fu.
Angela non si lasciò intimidire dal “traditore a cui non porto nessun rispetto” e continuò a impartire le sue lezioni private fino al 14 maggio. Una sera stava accompagnando a casa un gruppetto di bambini quado sopraggiunse una carrozza. Alcuni carabinieri la scaraventarono a terra e quindi la costrinsero a seguirli. Il podestà osservò divertito la cattura della sua “nemica”. La portarono a Termeno dove trascorse la prima notte in guardina. Aveva 22 anni. Il giorno seguente la trasferirono a Egna, dove rimase dal 15 al 19 maggio. Pane e acqua erano il suo cibo. Il 19 maggio Angela Nikoletti fu condannata a 30 giorni di arresto, 5 anni di sorveglianza e allontanamento forzato dal comune di Cortaccia.
Iniziò una vita semiclandestina, spostandosi da un paese all’altro. Il podestà continuò a seguirla e perseguitarla e in breve tempo la giovane maestra si ammalò gravemente ai polmoni. Rientrò a Cortaccia di nascosto e spesso si rifugiava nei boschi sopra il paese. Il podestà la trovò e la ricondusse in paese intimandole di allontanarsi immediatamente dal territorio comunale. Solo grazie all’intervento del maresciallo dei carabinieri, che da quel momento entrò in conflitto con il podestà, le fu permesso di soggiornare presso una zia fino alla guarigione. In realtà le sue condizioni di salute peggiorarono repentinamente e nell’ottobre 1927 fu ricoverata all’ospedale di Bolzano. Vi rimase fino al 14 febbraio 1928. La sua convalescenza durò fino al 1930 quando il 30 ottobre non sopportò più le pene della malattia e si lasciò morire. “Piano piano la rassegnazione si è impadronita di me”, scrive nel suo diario pochi giorni prima di morire. “Aspetto e aspetto – ma non la salute e la felicità: la morte”.
Autore: Reinhard Christanell
L’obiettivo sulla musica
QuiIntervista Franco Silvestri, che lavora come consulente assicurativo ed è laureato in Scienze Politiche Indirizzo Politico Economico. Ha 66 anni, è papà di Alberto da 22 anni e fidanzato con Cristina. Ritiene che il seguire una passione, un hobby, qualcosa di nostro insomma, sia fondamentale per il raggiungimento di un equilibrio personale. Ama la musica e in particolare il jazz e si dedica a fotografare chi lo suona.
La cosa che più mi piace di me.
Ho facilità a relazionarmi con le persone.
Il mio momento più felice.
Facile, la nascita di mio figlio.
La mia occupazione preferita.
Ascoltare musica e fotografare chi suona.
Il luogo dove vorrei vivere.
A Bolzano, la mia città.
Il mio piatto preferito.
La pasta al dente.
Non sopporto…
L’avidità e l’invidia, il marciume del mondo parte da qui.
Se fossi un animale sarei…
Un gatto, ma farei bau bau.
La prima cosa che faccio al mattino.
Un’abbondante colazione dolce.
Il mio film preferito.
C’era una volta in America di Sergio Leone.
Il mio attore preferito.
Robert De Niro.
Il superpotere che vorrei avere.
Nessun superpotere, non ne farei buon uso.
Il mio ultimo acquisto.
Una cassa altoparlante wireless.
La cosa che apprezzo di più nel luogo in cui vivo.
L’ordine.
Amo il mio lavoro perché…
Per la funzione sociale che ha.
La massima stravaganza della mia vita.
Essere arrivato in Spagna con una Fiat 126 in completa solitudine.
L’oggetto a cui sono più legato.
La mia macchina fotografica.
Del mio aspetto non mi piace…
Non mi piacciono troppe cose, non ho lo spazio per descriverle.
Il mio colore preferito.
Tutto ciò che sfuma dal blu al verde.
Il mio primo ricordo.
Il primo giorno di scuola, avevo sei anni, la maestra mise in fila noi bambini in ordine di altezza con lo scopo di assegnarci un banco. Io finii nel primo.
Le buone notizie
Come si fa, oggi, a dare buone notizie, anche se ci sentiamo spesso assediati invece dalle cattive notizie? Questa è la domanda che mi sono posto, mentre mi accingevo a scrivere queste righe che hanno lo scopo di fare a voi lettori i nostri migliori auguri di buone feste.
La prima cosa che mi è venuta in mente è che in realtà, tra le tante cattive novità, c’è sempre la possibilità di individuare persone, storie, pensieri, prese di posizione che testimoniano attenzione, rispetto, disponibilità, comunità e solidarietà. Di fatto è quello che cerchiamo di fare con i nostri giornali da quasi 15 anni, una sfida e al contempo un’occasione che rinnoviamo ogni due settimane, con convinzione. Ma non basta. Occorre anche avere degli strumenti per affrontare le cattive notizie, riuscire ad accettarle e reagire. Ecco, mi sono detto, è su questo che bisogna puntare. Ogni cattiva notizia ha in se un’insegnamento, uno spunto e una strada indicata, per fare dei passi in avanti. Per crescere. Per farsi forza e, in taluni casi, lavorare insieme per fare in modo che certi eventi non si ripetano.
Certo non possiamo fare nulla per impedire i terremoti, ma abbiamo già capito che invece ci sono dei modi per mettere insieme le nostre energie (quelle di 8 miliardi di persone!), anche per fronteggiare i cambiamenti climatici. Ci sono poi cosiddette “emergenze” che invece sembrano fatte apposta, nella loro drammaticità, per evidenziare ancor di più, anche se a ben vedere non dovrebbe essercene bisogno, con quali contraddizioni ci troviamo a convivere, quasi come se chiudessimo gli occhi e le orecchie, per non vedere e non sentire.
Negli ultimi giorni ci sono addirittura volute delle tragedie per farci finalmente agire su alcune criticità. Come l’insicurezza del traffico nelle città e le tensioni nei nuclei di base delle nostre società che sono le famiglie e i condomini. Incredibile è poi il fatto che si sia ricorsi ancora una volta alla dicitura “emergenza freddo” per mettersi a litigare a livello politico sulla necessità di avere un sistema adeguato per sostenere le persone, sottolineo “persone”, che vivono ai margini della nostra società, manifestando una fragilità cronica e che – in alcuni periodi dell’anno per forza di cose – si ritrovano ad avere la loro stessa vita in pericolo.
“Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.” Così c’è scritto nel vangelo di Luca. I mercatini di Natale esistono per celebrare quel bambino nato per strada. Non dimentichiamocelo e facciamo la nostra parte. Auguri a tutti voi.
Autore: Luca Sticcotti
Lo strano caso del “remitori”
Dalla statale che attraversa il paese di Bronzolo si può osservare un ampio promontorio compreso tra il Monte dei Giudei (praticamente il lato B del Monte Francesco di Laives), il Salto del Cavallo e, verso Aldino, il Göller. Per molti decenni, specialmente tra il XVIII e il XIX secolo, questo territorio è stato al centro dell’attività di estrazione e lavorazione del porfido. Centinaia di operai, molti dei quali provenienti dal povero Welschtirol, vi trovarono occupazione e le plote, i birfel e i smoleri di Bronzolo erano ricercati in tutta Europa.
Ai piedi del Salto del Cavallo, circa dieci metri sopra il Rio Aldino e non lontano dal vecchio poligono di Bronzolo, si trovavano i resti di vecchi muri che un tempo erano appartenuti ad un noto eremo, le cui vicende sono state narrate anche dallo storico Emil Pasolli.
Sembra che il luogo “sacro” sia stato definitivamente abbandonato nel periodo della riforma religiosa dell’imperatore Giuseppe II, figlio dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo.
Gli abitanti di Bronzolo lo chiamavano semplicemente il “remitori”, termine dialettale per eremo. Esso consisteva in due scarni locali di piccole dimensioni. Il primo veniva utilizzato come luogo di preghiera o rudimentale cappella, il secondo come abitazione dell’eremita.
Non esistono a tutt’oggi documenti che permettano di risalire alla data di realizzazione dell’eremo; neppure i nomi degli eremiti che si sono succeduti nel corso dei decenni è noto. L’unico dato certo che riguardi l’eremo è che alla fine del XVIII secolo il comune di Bronzolo emanò una “regola” per cui all’eremita era interdetta l’attività di questua “casa per casa” come evidentemente veniva praticata in precedenza. Qualcuno, in paese, deve aver mal sopportato la vista e le visita del povero del Salto del Cavallo. In compenso, il comune di Bronzolo si assunse l’onore di elargirgli settimanalmente un piccolo obolo, una sorta di vitalizio, che gli permetteste almeno di sopravvivere degnamente.
Una seconda volta l’eremo viene citato nel testamento del curato della chiesa di San Leonardo Philipp Jakob Wertsch von Thalfeldnel 1727, che destinò all’eremo la somma di 10 Gulden per i casi di “necessità”.
La località in cui sorgeva l’eremo era particolarmente favorevole e non corrispondeva per nulla all’immagine del luogo isolato e disperso che solitamente si attribuisce al “buen retiro” di chi ha abdicato agli agi della vita terrena. Trovandosi su un piccolo promontorio non subiva neppure gli influssi malefici della malaria che allora colpiva duramente gli abitanti del paese nei periodi estivi, tanto che chi se lo poteva permettere cercava rifugio in altura, specialmente nella zona di Aldino e Monte San Pietro.
Anche la visuale è particolarmente suggestiva e consentiva allo sguardo di spaziare in lungo e in largo per tutta la valle dell’Adige. Questo fa pensare che qui, prima dell’eremo, si sia trovato un altro insediamento ben più antico.
Inoltre, il remitori era vicino al paese. Il primo maso era distante meno di mezzo chilometro e non lontano dall’eremo passava anche la vecchia e molto frequentata strada per Aldino, che successivamente, a causa della sua proverbiale pendenza, fu spostata verso il Monte Goeller.
Sotto la chiusa si trovava anche la vecchia Reif, dove veniva depositato il legname proveniente dai boschi del Monte Regolo e destinato al mercato italiano. Si narra che i contadini che scendevano dalla montagna trainando i pesanti tronchi, spesso portassero un pezzo di pane o di speck all’eremita di Bronzolo.
Autore: Reinhard Christanell
La solidarietà, principio universale su cui fondare la pace
La Dichiarazione del Millennio, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni unite nel settembre del 2000, indica la “solidarietà” come il principio a cui ispirarsi per gestire le sfide globali. Lo stesso organismo ha istituito la Giornata internazionale della Solidarietà umana, che ricorre ogni anno il 20 dicembre.
“Le sfide globali dovranno essere gestite in un modo che se ne distribuiscano equamente i costi e i pesi, in conformità con i principi fondamentali dell’equità e della giustizia sociale. Quelli che soffrono o che traggono minori benefici meritano di essere aiutati da quelli che hanno ottenuto i maggiori vantaggi”.
La solidarietà (internazionale) è dunque uno dei principi che interviene a correggere le disuguaglianze. Ma essa non è solo l’atto del forte che aiuta il debole guardandolo dall’alto in basso. È invece condivisione, nella consapevolezza che tutti gli esseri umani hanno gli stessi diritti. Questa condivisione deriva a sua volta dal principio di corresponsabilità (“responsabilità condivisa”).
Dice ancora la Dichiarazione: “La responsabilità per la gestione dell’economia e dello sviluppo sociale mondiale, come pure delle minacce alla pace e alla sicurezza internazionali, deve essere condivisa fra le nazioni del pianeta che dovrebbero esercitarla in maniera multilaterale”.
Nell’istituire, nel dicembre 2005, la Giornata della Solidarietà umana, l’Assemblea Generale sottolineava che “la solidarietà è uno dei valori fondamentali e universali su cui devono fondarsi le relazioni tra i popoli nel ventunesimo secolo”. A quasi dieci mesi dallo scoppio della guerra in Ucraina non si può non riflettere su queste parole.
Le guerre scoppiano proprio in situazioni in cui la solidarietà internazionale è assente. Per prevenirle e per farle cessare è necessario lavorare a relazioni internazionali fondate sull’idea di un destino comune a tutta l’umanità, di un bene comune che sia obiettivo di tutti e che non può prescindere, in primo luogo, dalla giustizia. Non c’è pace senza giustizia. Non c’è pace senza solidarietà (umana/internazionale).
Autore: Paolo Bill Valente
SVP tra portenti e contraddizioni, eccezioni e normalità
Due prospettive sulla storia e la natura della Südtiroler Volkspartei nei libri di Lucio Giudiceandrea e Hans Heiss.
Nel 2020 il partito di maggioranza in Alto Adige/Südtirol festeggiava 75 anni, un traguardo quasi ineguagliato nella storia partitica d’Italia. In quella occasione, la casa editrice Edizioni alphabeta Verlag aveva pensato che fosse il momento di una riflessione approfondita, esterna e soprattutto binoculare sulla storia e sulla natura della Südtiroler Volkspartei. Le storie editoriali sono spesso meno lineari di quanto si pensi, ed è così che è solo due anni dopo che si è arrivati al traguardo di pubblicare due libri sulla SVP che la osservano con sguardo lucido e distaccato, da una prospettiva di lingua italiana e una di lingua tedesca. Questa doppia prospettiva rispetta rigorosamente la mission culturale che si è data la casa editrice di Merano, ossia rivolgersi a entrambe le maggiori comunità etnico-linguistiche di questo territorio, rispettando due sensibilità diverse. Sono nati quindi due saggi paralleli ma non speculari, che si integrano a vicenda nell’offrire un ricco quadro tematico e nel presentare il “punto di vista dell’Altro” ai lettori bilingui, che è il presupposto per una vera e piena comprensione di una comunità plurale e per un’altrettanto piena appartenenza a essa.
Caso poi ha voluto che l’uscita coincidesse con un periodo in cui l’SVP sta attraversando una profonda crisi interna. Ma si è imparato in questi ultimi anni che le crisi sono molto spesso anche sinonimo di opportunità.
A Lucio Giudiceandrea, giornalista, e a Hans Heiss, storico e politico, è stato chiesto di raccontare la SVP attraverso la lente del proprio gruppo linguistico di riferimento, che la percepisce storicamente in modi differenti. Non si tratta di una storia del partito declinata in due lingue, bensì di un’analisi delle sue principali caratteristiche, tenendo conto delle differenti sensibilità dei lettori di riferimento: da una parte un pubblico italiano – locale e nazionale – che conosce il fenomeno SVP prevalentemente dal di fuori e spesso molto marginalmente, per cui è importante fare luce su aspetti, motivazioni e punti di vista solitamente trascurati dalle “narrazioni” dominanti; dall’altra un pubblico di lingua tedesca che conosce dal di dentro il mondo sudtirolese e con esso il partito che per lungo tempo ne ha avuta la pressoché esclusiva rappresentanza politica.

Stella aliena. La Südtiroler Volkspartei spiegata agli italiani, di Lucio Giudiceandrea
Il libro ripercorre e approfondisce gli aspetti storico-sociali della “stella alpina”, delineando tre caratteristiche principali: il partito “fenomeno”, per i risultati che ha raggiunto; il partito “etnico”, per il principio che è a suo fondamento; il partito “di raccolta” per la sua capacità di accentrare anche istanze sociali completamente differenti. Ma alla fine si tratta anche di “un partito come tutti gli altri,” che deve fare i conti con divisioni interne e giochi di potere.
Blüten der Macht. Die Südtiroler Volkspartei zwischen Wunder und Widerspruch, di Hans Heiss
Anche in questo caso, il libro non intende essere un resoconto storico, ma neppure un reportage giornalistico, o una raccolta di aneddoti, o ancora una resa dei conti da parte di un ex politico di opposizione. L’SVP non è solamente un partito, ma quasi una forma di vita in Alto Adige/Südtirol: una specie a rischio, che sembra stare perdendo parte della propria identità e ragione storica. Ma è pensabile un Alto Adige/Südtirol scorporato dal partito che è espressione principale dei pregi e delle contraddizioni di questa provincia?
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