La spada di Damocle

L’uso dell’espressione “spada di Damocle” – col significato di minaccia sempre presente, grave pericolo che incombe su una persona – si è diffuso dal XIX secolo, ma la leggenda ha origini antiche. La tradizione più diffusa racconta che il tiranno di Siracusa Dionisio il Vecchio (secondo altri il figlio Dionisio II), per far capire al suo cortigiano Damocle che la potenza e la felicità di un regnante sono assai precarie, lo invitò alla sua mensa, imbandita in modo splendido, e lo fece sedere al suo posto. Sul più bello Damocle si accorse che dal soffitto pendeva una spada retta solo da un crine di cavallo, simbolo delle preoccupazioni e dei pericoli che incombono sui sovrani. Il cortigiano impallidì e pregò il suo ospite di lasciarlo andar via.
Nei giorni scorsi la neo presidente del consiglio ha manifestato tutto il suo carattere, arrivando ad affermare – massimo coraggio politico nel terzo millennio – di essere disposta persino a fare scelte che comportino costi in termini di consenso elettorale. La notizia è rimbalzata in ogni dove, com’è giusto che sia, anche nelle zone dove i cambiamenti climatici hanno di nuovo battuto un nuovo durissimo colpo, provocando disastri di cui però – ormai è più che evidente – sono corresponsabili scelleratezze imprenditoriali e politiche. Sono luoghi da noi lontani, anche se meno di quello che si pensi. Ma l’incertezza politica, ormai cronica e venata di schizofrenia, si sta riverberando anche nel nostro territorio, fino a pochi anni fa simbolo di perenne stabilità a causa dei meccanismi dell’autonomia legata alle minoranze linguistiche. La novità sta tutta nel fatto eccezionale, che il partito di raccolta non è stato ancora in grado di esprimere un candidato alla carica di Landeshauptmann, a pochi mesi dalle elezioni provinciali. Anche qui la spada di Damocle evidentemente sta facendo il suo gioco: dopo i terremoti senza precedenti all’interno del partito di raccolta che hanno caratterizzato la tormentata legislatura che si sta concludendo e sondaggi non proprio rassicuranti, evidentemente i meccanismi del passato che garantivano compattezza nei momenti cruciali non sono più sufficienti.
Se è vero che i politici vivono ormai permanentemente sull’orlo di una crisi di nervi, a mio avviso oggi è altrettanto evidente che esiste ormai solo un modo per recuperare credibilità nei confronti degli elettori, premessa fondamentale al consenso. E questa credibilità non può che partire dai problemi reali delle persone, lontani anni luce dalle sterili battaglie per il potere.

Autore: Luca Sticcotti

Ultimi colori

Finalmente le temperature si stanno accostando alle medie stagionali e sia sulle alture, sia nei fondovalle le prime gelate rimarcano questo cambiamento stagionale. I prati, nelle prime ore del giorno, sono ricoperti di un sottile strato di ghiaccio ed il classico tappeto verde lascia spazio al giallo aranciato; in assenza di nuvole basta un risoluto irraggiamento mattutino per farci svegliare dall’illusione che l’estate si sia definitivamente accomiatata e che anche l’autunno, presto, andrà in soffitta. Ma procediamo con calma, l’aria è sì decisamente pungente tantoché per evitare di soffrire il freddo è meglio vestirsi a strati ed avere con sé una berretta di lana ed un paio di guanti belli caldi. Il cuscinetto freddo che respiriamo, in cui l’inquinamento antropico bivacca imprigionato col suo color grigio/bluastro, è ben visibile nelle giornate con scarsa ventilazione; al contrario, in parecchie vie, quelle più esposte alle intemperie, gli alberi e le piante hanno perso gran parte delle loro foglie, ne restano attaccate le più temerarie, oramai prossime al marrone spento. Sfrontati procedono gli aceri coi riflessi e le sfumature di rosso rubino al tramonto, sebbene “cadrà l’inverno anche sopra il loro viso”. In questo quadretto permangono la palma, l’alloro, l’ulivo ed il leccio che per connotazione sono sempreverdi e le fantasie, non solo mie, le vedrebbero bene ammantate di un bianco candido: ma ciò che produrranno il vortice polare e la fucina Atlantica, ad oggi, non è dato saperlo. Possiamo guardare davanti solo al nostro naso e incominciare a proteggere le nostre amate piante sul balcone. Per quel che mi riguarda ho ancora da finire di raccogliere gli ultimi peperoni dolci, contesto che francamente, a queste latitudini, mi ha davvero stupito; al momento essi si godono sole e cieli tersi e vivono in un frigorifero naturale. Entro una decina di giorni, comunque, le piante orticole annuali saranno sradicate, puliti sommariamente all’esterno i vasi saranno poi spostati verso la parte interna del BalconORTO, in cui la colonnina di mercurio dovrebbe essere un grado o poco sopra più magnanima nelle nottate stellate. Il terriccio sarà rigirato, monitorato e filtrato dai sassolini, vecchie radici, foglie secche e plastiche e microplastiche visibili a occhio nudo. I vasi verranno coperti con panni di tnt (tessuto non tessuto) per evitare che alcuni insetti dannosi, come cimici asiatiche, oziorrinchi e maggiolini possano svernare ed ovodeporre per cibarsi successivamente delle nostre future piantine in tarda primavera.

Autore: Donatello Vallotta

Volontariato sociale. Essere dono gli uni per gli altri

“Mi chiedo sempre quale senso possa avere ogni vita se non si apre e non si trasforma in dono. È quello che c’è dentro i nostri cuori che qualifica e dà significato all’avventura dei nostri giorni”. Lo diceva don Giancarlo Bertagnolli. Alla vigilia della giornata internazionale del Volontariato (5 dicembre), parole quanto mai attuali.

“Come persone amate, la nostra più grande realizzazione sta nel diventare pane per gli altri”, suggeriva don Giancarlo, instancabile promotore, in Alto Adige, dell’impegno volontario e del suo spirito autentico. Nel luglio 2001, a Bressanone, di fronte al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, disse: “L’etica del volontariato comporta la capacità di non accontentarsi, di cercare, pensare, agire, essere scomodi per migliorare la condizione sociale di tutti: non solo attraverso la pressione sulle istituzioni, ma anche e soprattutto attraverso la testimonianza personale e di gruppo, la proposta. Il progetto di relazioni personali e comunitarie attente alla ricerca ed alla promozione della giustizia”.

Citava spesso, don Giancarlo, il primo presidente di Caritas Italiana mons. Giovanni Nervo, che ammirava immensamente: “In un momento in cui è in atto un’evoluzione dal volontariato verso il non profit e verso l’economia sociale, e alle volte sul volontariato piovono anche molti soldi, è di essenziale importanza che il volontariato mantenga la sua identità di lavoro gratuito, sia per custodire un valore fondamentale, sia per conservare alle cooperative sociali e al non profit l’anima e i valori da cui sono nati: il rispetto per le persone, lo spirito di servizio, la scelta preferenziale dei poveri, la tutela dei più deboli e la giustizia sociale”.

“Quando pensiamo al nostro essere volontari”, insisteva don Giancarlo, “al nostro darci agli altri, quello che ci viene subito in mente è il condividere i nostri talenti. Cioè quella capacità di fare cose belle e di farle bene e con costanza. E quando parliamo di talenti tendiamo a dimenticare che il nostro vero dono non è tanto quello che possiamo fare, ma quello che noi siamo. Chi possiamo essere per gli altri? La vera domanda non è: cosa possiamo offrirci gli uni agli altri, ma chi possiamo essere gli uni per gli altri?”

Autore: Paolo Bill Valente

Nel 1911 la città richiede il tram 

La costruzione della line tramviaria tra  Bolzano a Laives fu una delle opere più controverse a cavallo tra XIX e XX secolo. Un po’ come oggi il ponte sullo Stretto. Fortemente voluta da gran parte della popolazione, fin dall’inizio trovò molti oppositori che ne rallentarono la realizzazione, tra cui il comune di Dodiciville, poi confluito in quello di Bolzano, e la potente compagnia ferroviaria imperiale Südbahngesellschaft, che ne temeva la concorrenza.

Il 4 aprile 1912, la “Volkszeitung” pubblicò un articolo che riassunse dettagliatamente l’annosa questione “tram”. “I fautori del tram Oltrisarco-Laives fanno sul serio”, scrisse, “sono ormai troppi anni che assistiamo al balletto delle promesse senza che nulla accada”.  

“A Oltrisarco, negli ultimi anni, si è registrata una rapida espansione edilizia verso S. Giacomo, una casa si aggiunge all’altra e centinaia di lavoratori si trasferiscono in questo nuovo quartiere”, continuò l’articolo. Molti appartamenti rimanevano tuttavia vuoti mentre si continuava a costruire. “Il piccolo impiegato e altre categorie di lavoratori non possono trasferirsi a Oltrisarco in ragione della breve pausa-pranzo di cui dispongono, benché qui gli appartamenti siano più economici e anche più salutari grazie al bosco e ai prati che li circondano. Manca il mezzo di trasporto per raggiungere rapidamente ed economicamente la città senza dover attraversare un mare di fango nella giornate di pioggia.” 

Ma non si trattava solo di “comodità”. Anche l’approvvigionamento della città richiedeva questa infrastruttura. “Da S. Giacomo e Laives arriva l’80% della verdura consumata a Bolzano. Nelle giornate di maltempo, la consegna della verdura viene interrotta oppure i prezzi salgono dal 60 al 100% mettendo in difficoltà i cittadini di Bolzano”. 

La presenza del tram doveva consentire ai produttori di raggiungere comodamente la città e di eliminare gli intermediari che facevano lievitare i costi. “La stessa cosa vale anche per il trasporto della frutta”, argomentò l’articolista.

Siccome tutte le promesse formulate in passato erano cadute nel vuoto, si era formato un comitato di cittadini,  che nel giro di tre giorni aveva raccolto lasomma di 162.000 corone nella sola Oltrisarco, mentre Laives era disposta a contribuire con altre 70.000 corone. In una affollata riunione presso il ristorante “Stella Alpina” di Oltrisarco, il comitato, in persona dell’ing. Pollo, espose le sue ragioni. Il sindaco Perathoner nella sua replica comunicò che la Südbahn (ente ferroviario), grazie allo spostamento della sede stradale che rendeva superflua la presenza di un casellante, era disposta a contribuire con altre 40.000 corone. La strada e i binari dovevano correre sotto il Monte Calvario e poi doveva essere realizzato un sottopasso per raggiungere Oltrisarco. I costi dell’opera, che doveva essere realizzata dall’Azienda Elettrica, secondo il sindacosi aggiravano sulle 800.000 corone. A differenza del tram di Bolzano, che era costantemente in perdita, per quello di Laives si prospettavano bilanci positivi. 

“L’unico ostacolo alla realizzazione rimane il veto del ministero delle ferrovie, che non vuole consentire l’utilizzo del ponte sull’Isarco, ritenuto troppo instabile”, concluse il Sindaco. Ciò nonostante si disse fiducioso e promise l’inizio dei lavori entro il corrente anno, dato che la gara d’appalto era già avvenuta ed erano state presentate cinque offerte. 

Alla fine, come sappiamo, l’opera fu realizzata solo a metà, con capolinea al Vurza. Ci vollero altri vent’anni per completarla fino a Laives.

Autore: Reinhard Christanell

Quelle parole che possono ferire o guarire

Il saggio del sociolinguista Federico Faloppa per Edizioni alphabeta Verlag.

Le piattaforme digitali di comunicazione e condivisione, i cosiddetti social media, hanno trasformato le dinamiche relazionali fra le persone. La parola diventa centrale nel veicolare il senso delle relazioni e sempre con più frequenza e impatto si è assistito negli ultimi anni ad un crescendo di situazioni in cui proprio le parole hanno determinato discriminazioni e atti persecutori. La pandemia ha sicuramente contribuito ad esacerbare tali dinamiche. 

Per gli antichi greci il termine pharmakon indicava tanto il veleno quanto la medicina e aveva quindi il doppio potenziale di uccidere o di guarire. In tal senso è da interpretarsi il titolo del nuovo saggio della casa editrice Edizioni alphabeta Verlag, La farmacia del linguaggio. Parole che feriscono, parole che curano. Il libro, snello e agevole, raccoglie un intervento che il noto sociolinguista Federico Faloppa ha tenuto a Bolzano il 27 gennaio 2022 in occasione della Giornata della Memoria e affronta il tema del linguaggio come strumento di offesa, ma anche come risorsa collettiva di consapevolezza. Faloppa è docente di Italian Studies and Linguistics presso il dipartimento “Language and Culture” dell’Università di Reading, nel Regno Unito, e da vent’anni si occupa della costruzione del “diverso” nelle lingue europee, di rappresentazione mediatica delle minoranze, di produzione e circolazione del discorso razzista e discriminante in Italia.

Attraverso numerose esemplificazioni, l’autore ripercorre le differenti tipologie del linguaggio d’odio: dall’insulto all’uso metaforico di parole innocue in altri contesti, che divengono però armi a seconda del loro utilizzo; dalle espressioni più sottili e articolate al ribaltamento dei ruoli tra odiatori e vittime; dal body shaming al victim blaming. 

Questo fenomeno, da tempo esistente, ha recentemente oltrepassato la soglia d’allarme a livello internazionale, tanto che istituzioni quali il Consiglio d’Europa ne hanno analizzato le conseguenze soprattutto sui soggetti più fragili e sulle categorie più discriminate. Faloppa si sofferma quindi sulle definizioni alla base delle misure in via di adozione per contrastare il fenomeno. 

Il saggio di postfazione di Gabriele Di Luca, che stabilisce una sorta di dialogo a distanza con l’autore, offre ulteriori spunti di riflessione, declinando la tematica sulla realtà altoatesina, ancora attraversata dalla cosiddetta “faglia etnica”: qui le questioni legate all’identità, all’appartenenza linguistica, alla toponomastica, a una supposta egemonia culturale, nutrono tutt’oggi il dibattito pubblico di messaggi e contenuti spesso caratterizzati da toni violenti e discriminatori. 

Ma il libro non è solo un riepilogo di casistiche negative e fatti di cronaca tristemente noti: l’autore pone l’accento anche sul potenziale curativo delle parole, conducendo il lettore attraverso esempi tratti dalla letteratura, dall’antropologia, dalle pratiche religiose, e descrivendo una predisposizione culturale alla comunicazione e all’ascolto come strumenti terapeutici. Un percorso che rivela come il rischio principale risieda proprio nella “perdita” del linguaggio, nello svuotarsi dei significati e nel dimenticare il fondamento collettivo della parola.

La farmacia del linguaggio. Parole che feriscono, parole che curano è l’ultimo libro uscito in casa Edizioni alphabeta Verlag ed è nato in collaborazione con la Fondazione Langer e con l’A.N.P.I.

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Trento vi aspetta per trascorrere Feste ‘spettacolari’ a teatro

Le festività natalizie sono oramai alle porte e il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento vi aspetta a teatro con una programmazione a tema per le famiglie, tra musica, comicità, acrobazia, balletto classico e grande intrattenimento. Un’occasione da non mancare per trascorre a teatro la magia del Natale.

Si comincia il 6 dicembre dal Teatro Sociale con Loredana Cont e il suo Te’n conto una… anzi doe, spettacolo in dialetto del 2005, riportato ora sul palco dall’attrice e comica trentina e adeguato ai tempi e alla società che in questi anni sono decisamente cambiati, inserendo parti nuove e facendo riflessioni ironiche sul nostro modo di vivere, sulle nostre ansie, sul matrimonio e su tanto altro. Uno spettacolo che diventa il pretesto per ridere di noi sul filo dei ricordi e sull’attualità cercando di trovare motivi per essere ottimisti per il futuro.

Il 20 dicembre, invece, sul palco del Sociale approderà un classico come “A Christimas Carol”, racconto capolavoro di Charles Dickens proposto in musica in forma di radiodramma dal vivo dalla Piccola Orchestra Lumière – ensemble di musicisti di estrazione classica con contaminazioni pop, jazz e etniche – e dall’attore Marco Alotto. Realizzato dall’Associazione Culturale Il Vagabondo con il compositore Nicola Segatta, A Christmas Carol è una fiaba in musica per bambini e adulti. Un concerto con il cappello a cilindro e l’orologio che corre all’indietro, tra i natali passati e i natali futuri, a raccontare tutte le età, a dire qualcosa ad ognuna.

E proseguendo con i comici, il 22 dicembre (sempre al Sociale) toccherà ad un attore particolarmente amato dal pubblico regionale come Andrea Castelli, che dopo trentasei anni riporterà in scena lo storico spettacolo Sol, rivisitato grazie ad un “remix” dei pezzi più iconici di questo suo primo monologo. La distanza temporale farà in modo che i divertenti episodi raccontati allora, tornino quasi intatti a mostrare però un mondo che, forse, non c’è più o che comunque ha perso tanta semplicità.

Considerato l’icona dei balletti classici ottocenteschi, Il Lago dei cigni è una storia d’amore, tradimento e trionfo del bene sul male. Pieno di romanticismo e bellezza, da più di un secolo questo balletto delizia il pubblico di tutto il mondo. La messa in scena del Balletto di Mosca approderà sul palco dell’Auditorium S. Chiara venerdì 23 dicembre con una versione capace di esaltarne la poesia romantica, presentando una produzione con sontuose scenografie, raffinati costumi e un cast guidato da stelle dello scenario internazionale del balletto. Un classico senza tempo in cui il prestigio e la notorietà raggiunti sono esaltati dalla musica ispiratrice di Pyotr Tchaikovsky e dalla grande inventiva ed espressività delle coreografie di Marius Petipa. La genialità del suo potenziale coreografico e artistico culmina nel tradurre la relazione tra il corpo umano e le movenze dei cigni.

Dalla Vigilia di Natale e fino al 26 dicembre il Teatro Sociale ospiterà “il più grande clown classico del nostro tempo”. David Larible è forse l’unico comico vivente in grado di esibirsi sia per il pubblico intimo dei teatri sia davanti a platee come quella del Madison Square Garden, dove è stato visto da oltre 120.000 persone in un solo week-end. Un successo strabiliante che da anni ormai i suoi show continuano ad avere nei teatri di tutto il mondo.  Poetico ed esilarante, malinconico e dirompente, col suo personaggio ispirato al monello di The Kid di Chaplin, Larible sa conquistare il pubblico d’ogni età e nazione grazie alla magia irresistibile della sua comicità. Larible sarà a Trento per tre giorni con Il Clown dei Clown, il suo one man show teatrale, la summa dei suoi migliori numeri comici. Il racconto di un uomo delle pulizie del teatro che sogna di diventare clown… e ci riesce!

Per l’ultima serata dell’anno, l’appuntamento è al Teatro Sociale con la eVolution dance theater (compagnia fondata dal coreografo americano Anthony Heinl) ed il loro Blu Infinito, per salutare il 2022 con uno spettacolo di grande intrattenimento in cui si fondono meravigliosamente danza, arte, acrobazia, magia, illusione, giochi di laser e specchi, dando vita a mondi in cui le ombre dei danzatori si muovono e comunicano. Blu Infinito è un’occasione da non perdere per lasciarsi trasportare in un mondo in cui non esistono limiti all’immaginazione. Lo spettacolo sarà in replica anche domenica 1 gennaio. 

E per il giorno della Befana, tutti al Teatro Sociale con la mitica nonna Nunzia in Una nonna di troppo. L’attore e comico trentino Mario Cagol catapulterà la nonna più amata della regione in una spassosissima storia che la vedrà grande protagonista. Un mix fra thriller e comicità che saprà far divertire grandi e piccini. La storia racconta le vicissitudini della nonna Nunzia e di un’eredità arrivata dall’America, come nelle migliori storie di fortune improvvise raccontate in tanti film e leggende metropolitane. 

Per maggiori informazioni su offerte di acquisto (Gift Card) e orari visitare il sito
www.centrosantachiara.it

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La via dedicata a Leopoldo di Bebenberg

Una via in aperta campagna: è, tra Stradella San Maurizio e via Castelfirmiano, via San Leopoldo. Chi era e cosa fece? Leopoldo di Babenberg, figlio di Leopoldo II, margravio (titolo nobiliare tedesco) della Marca d’Austria (retta dal 976 al 1246 dal casato dei Babenberg), era nato nel 1073 a Melk (Austria Inferiore). Educato dal monaco Altmann, santo vescovo di Passau, succedette sul trono al padre nel 1095. Leopoldo III governò con grande energia e avvedutezza, prodigandosi per la Chiesa, proteggendone i diritti e promuovendo un’azione di riforma atta a rinnovare lo spirito e i costumi ecclesiastici, elargendo cospicue elemosine, aiutando il monastero della sua città natale e fondando quello di Neuburg. Coinvolto nelle lotte per le investiture, rimase fedele all’alleanza con l’Imperatore di Germania, Enrico IV,  e poi con il figlio, Enrico V, pure lui Re di Germania e Italia, nonché Imperatore del Sacro Romano Impero; ne sposò la sorella Agnese di Weiblingen, vedova di Federico I di Svevia, detto il Vecchio. Leopoldo visse con Agnese una vita di fede profonda; ebbero diciotto figli, i quali, vissuti in un’atmosfera ascetica, scelsero poi chi il convento, chi il monastero, chi il vescovado. Leopoldo III dal 1095 regnò per 40 anni con giustizia, dando al suo regno un periodo di fecondità e di pace, sia pur parziale, avendo dovuto combattere sconfiggere i Magiari. Alla morte di Enrico V nel 1125, Leopoldo rinunciò all’offerta di divenire Imperatore di Germania. Leopoldo III d’Austria, morto il 15 novembre 1136, fu sepolto nel monastero di Klosterneuburg, da lui fondato nel 1108. Leopoldo di Babenberg fu proclamato santo il 6 gennaio 1485 da papa Innocenzo VIII. San Leopoldo divenne il patrono dell’Austria, oltre che della dinastia degli Asburgo, poi Asburgo-Lorena. San Leopoldo è patrono anche di Follonica (Grosseto), ma è venerato anche a Pistoia, nonché a Vada e Cecina (Livorno).

Autore: Leone Sticcotti

Il mondo elettrico di Zelda Mab

All’anagrafe si chiama Gloria Abbondi, ma nell’ambito musicale in cui si è fatta strada è per tutti Zelda Mab, un nome che è l’insieme di due entità concettuali e oniriche, risalente a un social media ormai dimenticato chiamato myspace: il nome con cui ha deciso di dare alle stampe il suo EP di debutto come solista, una raccolta con cinque brani originali che alla fine di ottobre è stata pubblicata da Riff Records. 

Zelda Mab, con un background di musicale di stampo classico, a vent’anni si è fatta le ossa in una band garage punk, e dal 2014, per cinque anni è stata la bassista dei Sick Tamburo, band nazionale nata dallo scioglimento dei Prozac+.

“Scrivere, arrangiare, produrre il mio primo EP – ci racconta – è stato un viaggio meraviglioso pieno di ostacoli e meravigliose soddisfazioni: lo rifarei anche domani. Poi per la fase finale della post-produzione / mix e mastering mi sono affidata a due professionisti, come Andrea Sologni e Claudio Marciano già noti nel mondo musicale. Non sono mai stata sola, ho avuto il sostegno della ripartizione cultura italiana di Bolzano, di Paolo della Riff Records e di tanti altri amici che con tanti piccoli grandi gesti mi hanno accompagnato lungo il percorso. Poi comunque arriva il momento in cui devi confrontarti con il mondo per concludere il lavoro e trovare le persone con la giusta sensibilità e onestà intellettuale che portino a termine il tutto, compresa la veste grafica del CD”.

I cinque brani che compongono Elettricità (questo il titolo del lavoro) sono stati composti durante un lungo periodo in cui Zelda Mab ha viaggiato tra Bolzano, Roma e New York, un viaggio che l’ha portata in giro, per la pura voglia di qualcosa di nuovo, che si distaccasse da tutto quello che fino ad ora l’aveva circondata. “Ho viaggiato per capire me stessa – prosegue –, alla ricerca di quello che sono, al di fuori di ogni canone o etichetta, per poi ritrovarmi tra le note delle mie canzoni e capire che il viaggio più importante per cambiare è quello che si fa dentro di sé. La musica mi ha permesso tutto questo ed io la ringrazio infinitamente. Quando mi chiudo in studio a suonare viene tutto da sé, musica e testi, non cerco ispirazione da qualcuno in particolare, è come se fosse già tutto dentro di me. Nella mia vita ho suonato e ascoltato molta musica, probabilmente questo mi ha permesso di avere un bagaglio abbastanza ampio da imprimere nelle mie corde quello che suono adesso. Ho un’impronta classica, rock, elettronica, punk, ma il mio Eroe personale è David Bowie”.

A parte l’aiuto dei collaboratori cui si è affidata per post produzione e mastering, Zelda Mab ha fatto tutto da sola, oltre ad aver scritto le canzoni, si è suonata tutti gli strumenti e ha cantato. Si è occupata anche della grafica del booklet, mettendo a frutto l’aver frequentato la facoltà di design e il fatto che per vivere si occupa di Graphic Design. Per le presentazioni live del disco dice che si adatterà alle circostanze, con la preferenza però per il poterle fare in versione full band.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Un mercatino per donare amore e solidarietà

L’Alto Adige non è solo la capitale del kitch natalizio; “quella vera atmosfera” che i turisti infagottati ricercano dopo levatacce al mattino per giungere in pullman nelle località turistiche non si trova solo nelle lucine ammiccanti, nei Glockenspiel che sembrano voler reclamare un altro giro di vin brulé e nei Santa Claus che sorridono dalle vetrine dei negozi del centro. Il Natale, quello puro, si trova nell’amore, quello che offrono piccole comunità come quella di San Giacomo, che nei giorni scorsi ha organizzato l’ormai tradizionale mercatino della solidarietà.

A rischio di voler sembrare banali, cosa c’è di meglio che donare, per celebrare la festa del 25 dicembre? Ed ecco che a San Giacomo, nel parco di fronte alla caserma dei vigili del fuoco, da anni i sodalizi locali allestiscono un mercatino in cui si dona solidarietà. Già, perché qui quello che entra nelle casse viene direttamente investito in donazioni per i meno fortunati. E in cambio ai visitatori viene offerto un programma di intrattenimento interessante. Una delle anime e motori della kermesse è Irene Anesi, una persona davvero attiva nel mondo associazionistico locale.

Irene Anesi, il mercatino di Natale torna a San Giacomo?

Finalmente, direi: due anni fa era saltato causa Covid, l’anno scorso eravamo titubanti, a riguardo, così ci siamo limitati ad addobbare l’albero. Questo è l’anno della ripartenza.

Chi organizza l’evento, chi sono gli attori principali?

Il gruppo teatrale, la Heimatbühne di San Giacomo, di cui sono presidente. Chiamiamo a raccolta il mondo associazionistico, artistico e anche qualcuno del settore commerciale: siamo una grande famiglia. Nelle casette vengono proposti lavoretti artigianali, la maggior parte a tema natalizio, naturalmente, e ci sono anche diversi stand gastronomici. Questa è la prima volta che lo organizzaiamo nel parco, di solito lo organizzavamo nella zona Amonn, dove al momento stanno costruendo un centro residenziale e dove verrà creata la nuova piazza. Chissà, magari al termine dei lavori potremo spostarci lì. 

Che associazioni si possono trovare?

Ci sono le donne rurali, il comitato cimiteriale, il bar e il negozio di ortofrutta che si che si occupano della gastronomia. E poi molte altre associazioni che si occupano del prossimo, come la Lega Fibrosi cistica, che presiedo, o l’associazione Archimede, formata da un gruppo di diversamente abili. Noi riserviamo l’incasso al sostegno dei bambini malati, delle loro famiglie e alla ricerca; Archimede quest’anno sta raccogliendo fondi per acquistare un furgoncino per potersi spostare. Con loro e con i bambini delle scuole elementari di lingua italiana e tedesca abbiamo creato gli addobbi per l’albero di Natale.

C’è anche un programma di contorno? 

Ogni fine settimana abbiamo degli artisti diversi: dal “J & G Duo” (che si esibisce il 3 alle ore 16 e il 4 alle 11) al “Coro Voci di Passaggio” (l’8 alle ore 15), dai “Breeze of sound” (l’11 alle ore 11) al “ChorIssimo” di Frangarto (il 17 alle ore 11) al Coro Regina Pacis (il 18 alle ore 15): insomma, l’intrattenimento non manca proprio.

Pare proprio che ci siano tutti gli ingredienti per un mercatino di Natale in piena regola…

Sì, ma il nostro non è un mercatino “normale”, e non sto solo parlando dello scopo umanitario dell’evento: noi abbiamo voluto coinvolgere l’intera cittadinanza, e tutti hanno aderito, ognuno ha dato una mano: dai collaboratori del cantiere comunale ai vigili del fuoco, dai contadini ai singoli cittadini, tutti hanno aiutato ad abbellire il parco addobbandolo a festa. Vogliamo fare qualcosa per il paese, ci piace l’idea di riuscire a portare le persone fuori di casa: due anni di pandemia ci hanno impigrito, bisogna riscoprire il piacere di stare in una comunità.

Autore: Luca Masiello

Due libri e un film per il giubileo di Anterivo

Se ci si fermasse un momento a riflettere su quanto può accadere nell’arco di un’ora, diventerebbe assai difficile immaginare cosa potrebbero essere sette secoli. Con il senno del poi non è stato così per l’abitato di Anterivo, che ha da poco concluso un’importante giubileo per i propri settecento anni di storia.

Ed anche qualcosa in più, dato che era il 1321 quando il conte Gottschalk di Bolzano, giudice di Enn (un castello a Montagna) chiese ed ottenne il permesso da Enrico di Carinzia (all’epoca signore del Tirolo) di poter erigere dieci masi. Strutture rurali che potremmo anche chiamare fattorie e che con l’andare avanti degli anni, dei decenni e dei secoli, andarono a costituire l’attuale centro abitato di Anteriv. O Antereu come si chiamava originalmente il luogo. Certo, quanto appena riportato è solo una sintesi piuttosto sbrigativa di una linea del tempo molto più lunga ed articolata, riassunta nei due volumi prodotti dal Comune, per portare a compimento un anno di festeggiamenti e lasciando anche una traccia scritta. “Con queste due pubblicazioni chiudiamo un anno di giubileo – rimarca Gustav Mattivi, sindaco nel comune di Anterivo -. I libri abbiamo deciso di farli sia in lingua tedesca che in lingua italiana. Nel primo volume dal titolo ‘Altrei/Anterivo e il singolare caso dell’Hornberg/Monte Corno’ raccontiamo una particolare storia, quella del Monte Corno e quindi della nascita dei masi e di questo abitato. Per il secondo volume, intitolato ‘Le particolarità de n’Antariu bon par la vita e l’anima’, abbiamo pensato ad un ricettario”. Non sembra però il solito libro di cucina, ci dice il sindaco. “In modo originale abbiamo raccontato la nostra storia anche attraverso le nostre tradizioni, ad esempio attraverso la famosa preparazione del caffè di Anterivo”. Ma se le parole inchiostrate nelle pagine di due libri sono pregnanti, dense, ma al contempo sintetiche, nella narrazione di una lunga storia, appunto, raccontata anche dalla sapiente voce delle tradizioni, è invece un film il tassello che si potrebbe definire la ciliegina sulla torta. “Anche il film che abbiamo realizzato riporta una storia, ma circoscritta alla vita del paese nell’ultimo anno – rivela il primo cittadino -. Per colpa del Covid19 il periodo si ì allungato, però l’idea in campo era proprio quella di fare una fotografia della vita di un paese nell’arco di un anno. E credo ci siamo riusciti”. La “pellicola”, come entrambe le pubblicazioni, sono state presentate il 25 novembre scorso cogliendo l’occasione della sagra di Santa Caterina, e sono state quindi accompagnate dai balli di un gruppo folkloristico locale e dal corpo bandistico cittadino. Di fatto una grande giornata di festa è già stata celebrata lo scorso 11 settembre. “C’era davvero tantissima gente e, cosa importante, si è svolto tutto perfettamente – chiosa Mattivi -. È venuto a trovarci il presidente della provincia e assieme a lui molti altri funzionari, provinciali e dei comuni vicini (anche della Valle di Fiemme) assieme a parecchie persone”.

Autore: Daniele Bebber