Lo spettacolo con la “mente aperta”

Sabato 8 ottobre a Magrè (presso il centro culturale e ricreativo Karl Anrather) è andato in scena uno spettacolo interattivo, multimediale e bilingue. Si tratta del primo appuntamento dell’iniziativa Open Mind Show, organizzata dall’associazione JoyEnJoy di Salorno in collaborazione con la scuola di danza Ritmomisto di Lavis. 

L’evento ha unito danza, canto, cabaret, stand up comedy e ha dato spazio alla creatività più sfrenata e alla voglia di mettersi in gioco. Ad esibirsi in numeri originali creati per l’occasione sono stati artisti e creativi ma anche persone comuni, giovani ma anche meno giovani, altoatesini ma anche trentini. Open Mind Show, infatti, è un progetto che abbraccia tutta la regione Trentino Alto-Adige e fa parte dei dieci percorsi selezionati dal Bando Generazioni 2022.

Soddisfatti gli organizzatori: “L’obiettivo è stato raggiunto: durante la serata i partecipanti hanno potuto dare libero sfogo alla loro creatività, ma anche alla sana voglia di mettersi in luce, di essere protagonisti per una sera con un pubblico disposto a guardarli e ascoltarli. Hanno superato sé stessi, mettendosi a nudo e facendoci entrare un po’ nelle loro vite attraverso i numeri che hanno presentato”. 

Proprio per valorizzare la spontaneità delle diverse esibizioni, gli organizzatori hanno voluto lasciare la massima libertà di stile e impostazione. “Questo ha reso il tutto più faticoso per noi, ma anche molto soddisfacente – commenta Sybille Bazzanella di JoyEnJoy –. Abbiamo scelto di non mettere paletti e barriere, per lasciare che tutto potesse accadere. Anche in questo caso, obiettivo raggiunto: i partecipanti sono riusciti a dare il meglio di sé creando gruppo, avvicinamento e relazione”.

Anche l’interazione con il pubblico è stata raggiunta, soprattutto grazie al FantaOpenMind, il fantagioco con cui i presenti potevano comporre la propria “squadra” scegliendo a inizio spettacolo le esibizioni o gli artisti su cui puntare, con la possibilità di vincere simpatici premi. “Anche questo era un modo per stringere un legame col pubblico – conferma Bazzanella –, per cucire relazioni su e giù dal palco. Che del resto è proprio lo scopo del Bando Generazioni: noi lo abbiamo messo in pratica a più livelli. Sul legame fra territori bisogna lavorare ancora molto, ma Open Mind Show è un passo in più verso questo obiettivo importante”.

La transumanza in Bassa Atesina

Nel Basso Medioevo, che equivale un po’ alla nostra infanzia storica, l’odierno Alto Adige-Südtirol, non ancora contea del Tirolo, era chiamato “Land an der Etsch und im Gebirge”, Terra all’Adige e nei monti. L’Adige rappresentava un elemento geografico ed economico – soprattutto come primaria via di comunicazione – determinante di questo territorio incuneato tra Pianura Padana e Alpi. 

Ma se un giorno ci svegliassimo nell’XI o XII secolo, faremmo fatica a riconoscere la valle dell’Adige. Non solo il grande fiume seguiva un altro corso ma anche l’ambiente circostante era completamente diverso. A seconda della stagione, l’intero fondovalle era inondato. Una fitta foresta fluviale, paludi, laghi e isole (insulae e ischie, il cui ricordo è conservato in numerosi microtoponimi) si susseguivano tra il basso Trentino e la conca di Bolzano. Il paese di Cortina sorge ancora su una di queste isole in mezzo al vecchio letto del fiume e un tempo, nei periodi di piena, poteva essere raggiunto solo in barca. Nel 1786 il geografo francese Albanis Beaumont descrive un paesaggio fluviale in cui il “confine tra la terraferma e l’acqua è impreciso e il tratto dominante sono le zone umide, le paludi, gli acquitrini, i terreni stagionalmente alluvionati e i canneti”. 

I terreni adibiti alla coltivazione di cereali o legumi erano pochi e perciò molto preziosi. Inoltre, l’intera valle era da secoli proprietà “collettiva” vescovile destinata prevalentemente a pascolo. Grazie alle prime bonifiche effettuate a partire dal XIII secolo e alle successive lottizzazioni, molti terreni passarono in mano privata. Erano soprattutto gli aristocratici e gli enti religiosi ad accaparrarsi quelli migliori per poi cederli in affitto ai contadini e coloni. 

Da molto tempo i terreni incolti erano tradizionalmente occupati, soprattutto in inverno e primavera, dalle greggi di ovini provenienti dalle valli di Fiemme e Fassa, che vantavano su di essi antichi diritti d’uso e privilegi. La popolazione del fondovalle non vedeva di buon occhio questa transumanza di centinaia di pecore ma questa veniva tollerata poiché portava anche un po’ di benessere. La tassa che i “pegorari” dovevano pagare al vescovo o agli altri eventi diritto si chiamava herbaticum. 

In verità i fiemmesi e i fassani facevano risalire il loro diritto di pascolo e di passaggio a tempi antichissimi, e precisamente all’epoca di San Vigilio. Ancora un atto notarile del XII secolo stabilì che i pastori “antiquitus habebant et noviter acquisierant” il diritto. L’herbaticum riguardava ogni “pegora que venit ad erbaticum”.

Numerosi furono i conflitti e le controversie giudiziarie tra i proprietari dei terreni e i pastori fiemmesi e fassani. Già nel 1247 il comune di Caldaro intentò causa ai “pegorari” ma dovette soccombere completamente: il giudice stabilì che i pastori avevano il diritto di pascolare da Natale a S. Giorgio (23 aprile) nei terreni “tam in comuni quan in diviso” (pubblici e privati), successivamente fino a San Pancrazio (12 maggio) solo sui terreni pubblici. Nel XIV secolo, il conte del Tirolo Enrico rinnovò tale diritto e successivamente vi furono altri pronunciamenti che concedettero il diritto d’uso ai fiemmesi per terreni nei comuni di Caldaro, Termeno, Ora, Egna, Bronzolo e Cortaccia, Terlano. Settequerce, Castelfirmiano e Gries erano in uso ai fassani. Questi ultimi si videro contestare il diritto di passaggio dai comuni di Nova Levante, Collepietra e Cardano ma anche in questo caso ottennero ragione. Nel 1462 il comune di Trento emanò un decreto che stabiliva che “nessun pegoraro” andasse “per prati ne champi con pegore” al di fuori dei periodi stabiliti. Per i contravventori, la pena era di 25 lire “de bona moneda”.

Dopo la regolazione dell’Adige, le controversie tra proprietari dei terreni e pastori divennero sempre più frequenti. Le pecore devastavano i campi coltivati e danneggiavano seriamente le colture, in particolare le vigne. Nel 1886 fu istituita un’apposita commissione governativa per risolvere l’annosa questione e “riacquistare” dai pastori di Fiemme e Fassa i vecchi privilegi. In effetti, tutti comuni interessati, con l’eccezione di Ora e Bronzolo, riuscirono ad accordarsi con i pastori e li indennizzarono con un Gulden per ogni “Starland”, ossia 720 metri quadri. Invece i terreni di Ora e Bronzolo rimasero “in mano” alle pecore nel periodo dal 27 marzo al 5 maggio di ogni anno, pascolando 5 giorni a Ora e due a Bronzolo. Di notte dovevano essere condotte nelle stalle di Ora. Le pratiche per abolire la servitù vennero riprese anche da questi due comuni nel 1912 ma solo nel 1927 il Tribunale di Trento sancì la definitiva “espulsione” dei pastori fiemmesi e fassani dai terreni della Bassa Atesina contro un corrispettivo di 66,60 Lire ogni Starland. 

Venne così a cessare l’antichissima usanza della transumanza invernale dei pastori nella valle dell’Adige ed iniziò lo sfruttamento “moderno” dei terreni bonificati con impianti sempre più intensi di alberi da frutto. Anche il paesaggio mutò profondamente e l’idilliaca valle si trasformò in un corridoio di transito tra l’Europa settentrionale e quella meridionale.

Autore: Reinhard Christanell

Donare

L’Italia è il primo Paese al mondo ad aver sancito per legge il Giorno del Dono. Lo abbiamo festeggiato il 4 ottobre 2022, lo stesso giorno in cui si ricorda San Francesco Patrono d’Italia.
Celebrare queste ricorrenze nei tempi che corrono non è – come qualcuno potrebbe pensare – un’ennesima espressione di “buonismo”. è infatti proprio nei momenti difficili che occorre puntare l’attenzione sulla spinta verso la solidarietà, individuale e non solo, e sul ruolo del volontariato sociale, una pratica diffusissima in Italia e anche nel nostro territorio.
La giornata del dono è stata istituita in Italia non tanto per promuovere le donazioni, quanto per privilegiare il non profit virtuoso, monitorando quotidianamente affinché la pratica del dono si svolga in assoluta trasparenza e concretezza.
Nel contempo San Francesco d’Assisi a quasi 800 anni dalla sua morte resta un esempio di radicalità e un pungolo sotto diversi punti di vista, in primo luogo per la Chiesa stessa. Partendo dal suo status benestante, nella prima fase della sua conversione Francesco accompagnò la preghiera con la scelta di donare tutto quello che possedeva (e anche i beni del padre) ai poveri, mettendosi sul loro piano e chiedendo l’elemosina.
In questo modo indicò allora e indica tuttora alla Chiesa stessa la prospettiva della povertà, come vera via nell’ottica evangelica.
Per quanto riguarda il volontariato, in questo caso il dono riguarda soprattutto la scelta individuale di mettere a disposizione un po’ del proprio tempo per iniziative di tipo sociale, senza per questo ottenere in cambio un compenso in denaro.
Nonostante le varie forme di solidarietà messe in atto dagli enti pubblici e privati nelle loro diverse articolazioni, proprio la scelta personale di donare una fetta della propria vita per aiutare qualcuno, rappresenta a ben vedere un elemento fondamentale del patto sociale che alimenta la nostra forma di società, libera e democratica.
Il volontariato e la spinta al dono disinteressato sono oggi – durante la crisi economica e in presenza dei venti di guerra che si addensano alle nostre porte – una straordinaria risorsa, non solo di coesione sociale ma anche di vero e proprio supporto alle nostre vite individuali.
Le “fondamenta” delle nostre personalità non possono prescindere dalla necessità di scorgere nell’“altro” un potenziale o effettivo destinatario della nostra solidarietà, innescando in questo modo e automaticamente un meccanismo virtuoso.
è solo donando una parte di noi che si può pensare, poi, di poter essere noi stessi aiutati, in caso di bisogno.
Pensiamoci.

Autore: Luca Sticcotti

Zucca #2: la trombetta di Albenga

La varietà di zucca che tratteremo in questa puntata è la zucchina trombetta di Albenga, chiamata zucca trombetta o più semplicemente trombetta e riconosciuta localmente col nome di Sûcca da Reginn-a. Il termine esatto della specie è Cucurbita moschata ed è una delle varietà di zucche provenienti dalle Americhe. Di questa varietà fanno parte la zucca lunga napoletana, la zucca violina, la zucca torta o zucca pepona, la Butternut o zucca gramma. Si tratta di una specie macroterma ovvero che predilige climi caldi e temperati ed è tipica della Liguria di Ponente, ma nel tempo si è adattata perfettamente anche a minori esigenze termiche. In Liguria si trova ovunque, dagli orti familiari ai supermercati, da XXmiglia a Genova, mentre nel resto dello Stivale è pressoché assente, perché rispetto a grandi zucche come la delica o la hokkaido, è molto suscettibile agli urti e agli strofinamenti col rischio di restare invenduta se non perfettamente integra o in parte rovinata esteticamente. La pianta ha ciclo brevissimo e precoce e si può quindi seminare più volte durante la stagione primaverile/estiva. Viene coltivata in pergola, in serra, in verticale o lasciandola “correre” orizzontalmente. Tutto dipende dallo spazio che abbiamo e da quale forma desideriamo dare ai frutti, che sono allungati oppure ritorti in base appunto alla scelta di coltivazione. L’apice del frutto ingrossato e ampolloso (in esso ha sede l’ovario ) ci consente di prelevare, alla fine del ciclo vitale, i semi per coltivarla anche l’anno successivo. Nel BalconORTO è consigliabile seminarla ad aprile/maggio e metterla a dimora dopo le prime 2/3 foglie vere in un vaso molto grande e profondo (50/60 cm). Ha bisogno di spazio, di sole, di compost e di un luogo riparato dal vento. Da anni la coltivo in Alto Adige con ottimi risultati viste anche le mutate condizioni climatologiche. I suoi frutti, di colore verde chiaro, possono essere consumati prematuri oppure essere lasciati sulla pianta a maturare – diverranno color mattone – per poi venire conservati in luoghi freschi e asciutti in previsione delle zuppe invernali.  Di sapore dolce e delizioso, di gran lunga superiore ai tradizioni zucchini ha uso poliedrico in cucina: nel misto al forno alla julienne, semplicemente in casseruola con il pomodoro, oppure solo con la cipolla per condire la pasta, nei risotti, ma è ottima anche consumata da sola con aglio e aceto alla capece, col polpo anche cruda tagliata finemente. La si utilizza inoltre in pietanze come frittate e torte salate. Eccellente per le creme o vellutate. E che dire poi dei fiori di zucca sulla pizza o in pastella?

Autore: Donatello Vallotta

I fascismi cent’anni dopo. Come riconoscerne i segni

In questo mese di ottobre 2022 si ricorda il centenario della presa di potere del fascismo in Italia. Nel fare memoria della “marcia su Bolzano” del 2 ottobre 1992, in molti hanno invitato a imparare dalla storia e a evitare gli errori del passato. A fine mese, il 28 ottobre, ricorreranno i cento anni della “marcia su Roma”.

Ma che cosa fu (è) di preciso il fascismo? Umberto Eco, alla fine del secolo scorso, propose una serie di elementi caratteristici per individuarlo. Può essere utile riprendere in mano l’elenco per valutare, oggi che “quel” fascismo è storia, a che cosa stare attenti per non essere rapiti da fenomeni analoghi.
Un primo punto è il culto della tradizione del passato. Una tradizione dalle origini occulte, misteriose, spesso creata a tavolino. Ne segue il rifiuto di ciò che è moderno, combinato, paradossalmente, a un’adorazione irrazionale della tecnologia. Questo irrazionalismo si sostanzia nel culto dell’azione per l’azione e porta a un atteggiamento diffidente verso scienza e cultura. Ne deriva anche il rifiuto della critica e dello spirito critico, perché, facendo domande, si mette in dubbio la falsa unità della tradizione. Il fascismo ha paura di ciò che è diverso e complesso. Il razzismo (anche nella forma dell’antisemitismo) ne è la manifestazione più evidente (come lo sono anche il partito unico, l’omologazione dei mass media). Il fascismo fece leva, storicamente, sulla frustrazione delle classi medie, figlia della depressione postbellica e poi della crisi economica. Da ciò l’uso del populismo come metodo di propaganda. Esso manipola l’idea di popolo (e nazione) come entità monolitica che esprime una volontà comune (totalitaria) e non considera i diritti degli individui. La “volontà del popolo”, oltretutto, ha un unico interprete: il capo. Ne conseguono altre particolarità: la derisione delle regole democratiche; l’elitismo di massa e il disprezzo per i deboli (come le minoranze); l’idea di un eroismo di massa che spinga a immolare se stessi per una causa “comune”; il machismo (che implica l’inferiorità delle donne e la condanna intollerante di abitudini sessuali diverse).
Il fascismo, essendo una casa costruita sulla sabbia, ha l’ossessione per i complotti, ha una percezione esagerata della minaccia di nemici esterni (o comunque diversi), propone l’idea guerra permanente e disprezza il pacifismo. Usa infine una “neolingua”, basata su un lessico povero e una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico. È quello che oggi si chiama “pensiero breve”.
Questi gli elementi che, combinati insieme, dettero vita al fascismo. Molti di essi – facendo la dovuta attenzione – li ritroviamo a vari livelli nel nostro presente. Non necessariamente contrassegnati dall’etichetta “fascismo”.

Autore: Paolo Bill Valente

La snaida di Seit

Quando parliamo dei secoli successivi alla caduta dell’impero romano d’occidente (476) e della Völkerwanderung germanica (invasione barbarica), dobbiamo tenere conto che la documentazione riguardante la nostra regione è davvero scarsissima. 

Gli archivi trentini sul periodo precedente l’anno 1000 sono praticamente vuoti e pochissime sono anche le testimonianze dirette, se si esclude quella di Paolo Diacono e della sua Historia Longobardorum basata sui racconti di Secondo di Non. 

Non a caso si parla di un periodo “grigio”.

Eppure, la presenza di Longobardi e Bavari, di Goti e di Franchi ha lasciato segni profondi nella nostra terra: segni che però sono difficili da leggere e da interpretare. 

Il territorio longobardo, compreso in un ducato con sede a Trento (guidato dallo storico dux Evin), ricalcava più o meno quello dell’antico municipium trentino di stampo romano, che a nord aveva il suo confine “naturale” alle porte della località di Bolzano. 

Laives, che si trovava proprio sulla linea di quella frontiera – a volte di qua, a volte di là – in epoca romana dev’essere stata poca cosa se non, come molti altri paesi “retici” devastati nel 15 a.C. da Druso, come avamposto militare a presidio della strada e soprattutto dei vicini confini. 

I Longobardi, saliti fino a Trento e poi a Salorno, da dove tentarono ripetute sortite in tutta la valle dell’Adige fino a Merano, subentrarono a pieno titolo nell’organizzazione territoriale romana, e ciò anche per quel che concerne le strutture militari di confine. 

Ora è evidente che se l’ipotetico confine correva – certo non in modo lineare, perché gli antichi confini erano quanto di più contorto e a volte incoerente si potesse immaginare – tra il Virgolo, San Giacomo (Unterau) e lo stesso paese di Laives sulla sponda sinistra dell’Adige, per poi attraversare la vallata (Kaiserau) in direzione di Castel Firmiano/Formigar, vi devono essere tracce di vecchie postazioni militari di confine risalebtu a quell’epoca. 

Infatti nelle campagne tra San Giacomo e Laives esiste una vecchia torre di guardia sull’antico tracciato della strada pedemontana, la cosiddetta torre nella Dinzelleiten. 

Si tratta a tutta evidenza di una torre appartenente ad un sistema di difesa militare e di presidio del confine. 

E proprio lungo i sentieri che da San Giacomo e il Virgolo conducono al Colle e quindi a Nova (non ancora divisa in Ponente e Levante, ma certamente compresa in territorio longobardo, come dimostra il toponimo Manee che contraddistingue un quartiere del paese) deve essersi trovato il vecchio confine tra ducato di Trento e contea di Bolzano. 

E sopra l’abitato Seit è la toponomastica a indicarci un posto di confine molto importante presso la Schneiderwiese. 

Il nome suona assai singolare, in quanto è evidente che nessun sarto/Schneider si sia mai trovato in quel luogo disperso tra i boschi. 

Sembra invece che esso derivi dal termine longobardo “snaida”, che equivale a “segno di confine nel bosco”. Ciò è abbastanza certo, in quanto nel famoso editto di Rotari (una sorta di codice legislativo), si dice espressamente “signa nova id est ticlatura aut snaida in silva”. Snaida è poi stato tedeschizzato in Schneide e come tale appare in molti toponimi nel vecchio territorio longobardo, mentre è del tutto sconosciuto in quello bavaro. 

D’altronde anche Signato sul Renon deriva da snaida, essendo signaida la forma romanizzata di snaida. 

Lo stesso nome del paese di Seit potrebbe essere una deformazione del termine longobardo Waita, che significa posto di guardia. 

A Laives, in località Reif, all’imbocco della Vallarsa, potrebbe essersi trovato un altro posto di guardia romano-longobardo: infatti il nome “Reif”, nel periodo medievale attribuito soprattutto ai depositi di legname, potrebbe derivare da ripuarius, posto di guardia sulla riva del rio o a presidio di un ponte.

Autore: Reinhard Christanell

Nuova presidente degli editori

Nicolò Degiorgis (Rorhof), Hermann Gummerer (Folio), Ingrid Marmsoler (Athesia), Aldo Mazza (Alpha Beta), Eva Simeaner (Edition Raetia) e Andreas von Mörl (A.Weger) sono i membri del nuovo direttivo degli editori nell’Unione commercio turismo servizi Alto Adige. L’assemblea generale e la prima riunione costitutiva del nuovo direttivo si sono tenute di recente presso la sede centrale dell’Unione a Bolzano. Eva Simeaner è stata eletta alla presidenza, Aldo Mazza è stato invece nominato vicepresidente.

Hermann Gummerer, per lunghi anni presidente della categoria, passa quindi il testimone, ma rimane attivo nel gruppo. Tra le altre cose, può guardare con orgoglio all’apprezzatissima iniziativa “Bazar dei libri”, che la scorsa estate ha festeggiato l’ottava edizione.

Eva Simeaner legge al lavoro, a casa e in ferie. Una grande passione diventata col tempo una professione. Lavora da dieci anni presso la casa editrice Raetia come coordinatrice delle vendite ed è responsabile del segmento di attività legato ai libri di cucina. In precedenza, aveva collaborato con le edizioni Löwenzahn e presso Haymon Verlag a Innsbruck e Bolzano.

In occasione dell’assemblea generale si è discusso dell’importanza della collaborazione tra gli editori locali, perché non sono solo competenti riguardo diversi temi, ma vere esperte ed esperti del mercato editoriale tedesco e italiano. Le case editrici altoatesine pubblicano libri di grande qualità, che non temono il confronto con i libri dei grandi editori italiani o tedeschi. Oltre a ciò, le case editrici altoatesine sono molto unite a livello professionale e, come categoria, godono di un efficace sostegno da parte dell’Unione.

“Come punto di contatto tra Nord e Sud riusciamo a unire entrambi i mondi”, afferma Eva Simeaner. “Un altro importante compito degli editori altoatesini è dare voce agli autori e alle autrici dell’Alto Adige, che hanno spesso poche chance di pubblicazione presso le grandi case editrici tedesche. Noi scegliamo di pubblicarli perché meritano di essere venduti e letti anche in un contesto più grande”, assicura la nuova presidente.

Grandi cambiamenti in vista?

Le recenti elezioni nazionali del 25 settembre hanno visto l’affermazione del centro-destra e in particolare di Fratelli d’Italia. In Alto Adige il voto ha avuto un esito più complesso e articolato, non privo di interessanti possibili sviluppi in vista delle prossime elezioni provinciali del 2023. Ne abbiamo parlato con il politologo Günther Pallaver.

Quali sono le novità più significative del voto del 25 settembre in Alto Adige?

Si è trattato di una campagna elettorale molto piatta, dal punto di vista dei contenuti. Si è parlato delle bollette e dell’energia, ovvero temi nazionali. Ma poco o nulla è stato detto in merito ad argomenti specifici locali. In Alto Adige si è discusso un po’ della scelta da parte della SVP di presentare un proprio candidato nella circoscrizione Bolzano Bassa Atesina per il Senato. Anche se in realtà mi sembra che se ne sia discusso quasi di più nel mondo di lingua tedesca che in quello di lingua italiana. Io l’ho considerato un atto “non amichevole” perché la misura 111 del pacchetto favorisce la possibilità per il gruppo linguistico italiano di essere rappresentato in parlamento. La logica è quella della proporzionale, che da noi vale un po’ dappertutto. La scelta della SVP potrebbe avere delle ripercussioni anche in futuro. Se uno comincia con atti non amichevoli, forse poi anche gli altri possono continuare nella stessa direzione. 

La SVP si è giustificata dicendo che il partito aveva ricevuto una forte richiesta in questo senso dalla sua base in Bassa Atesina… 

Sì, ma resta comunque un atto non amichevole. 

Durante la campagna elettorale si è parlato di autonomia, ma restando molto sulla superficie, mi è parso… 

Sì: che bisogna difendere l’autonomia lo abbiamo sentito in tutte le campagne elettorali, non c’è nulla di nuovo. E quando c’è la possibilità che un partito di destra vada al potere in Italia, naturalmente la SVP si irrigidisce. Il fatto che tra poco in Italia ci sarà un governo di destra-centro naturalmente è una cosa problematica per l’autonomia, ma paradossalmente questo va a favore della Volkspartei, perché in questo modo può ricompattarsi. 

Nei risultati elettorali ci sono altri motivi di interesse. La Lega ha perso consenso, ma Alessandro Urzì per essere sicuro della sua elezione ha dovuto candidarsi a Vicenza. Di per sé in Alto Adige i risultati elettorali hanno avuto caratteristiche molto diverse rispetto al resto d’Italia, con le elezioni dei 5 parlamentari SVP e di Spagnolli per il centrosinistra al Senato.

In Alto Adige c’è un elettorato di lingua italiana sostanzialmente stabile, per quanto riguarda le aree politiche o le coalizioni. In queste elezioni abbiamo visto un riversamento tra partiti di centrodestra, dalla Lega a Fratelli d’Italia. C’è una certa tendenza a saltare sul carro del vincitore e anche qui non c’è nulla di nuovo. In ogni caso la fluttuazione dell’elettorato italiano è talmente grande da impedire ogni continuità. E questo lo abbiamo sempre visto, già dalla fine della prima repubblica.

Fratelli d’Italia si appresta a prendere le redini del nuovo governo italiano. L’Alto Adige cosa si deve aspettare per il prossimo futuro?

Io mi aspetto una certa stagnazione. Se guardiamo al passato, l’autonomia ha avuto progressi in presenza di governi di centro-sinistra. Commissione dei 19, pacchetto e secondo statuto li abbiamo avuti con questo tipo di governi. Con i governi di centro destra dal ’94 in poi e soprattutto con Berlusconi non c’è stato invece quasi nessuno sviluppo. Pochissime le norme di attuazione approvate, e via dicendo. Probabilmente questo accadrà anche con questo nuovo governo.
La seconda cosa pensabile è che possano essere impugnate dopo 60 giorni tramite il governo davanti alla Corte Costituzionale alcune leggi provinciali. In passato in questi è cercata preliminarmente una via d’uscita per leggi delicate come quella sulla toponomastica, ma forse d’ora in poi questo sarà più difficile. La terza cosa che potrebbe capitare è che vengano messi in discussione i cosiddetti “privilegi” delle autonomie speciali, specialmente per quanto riguarda il loro finanziamento. Ben inteso: cambiare le cose dall’oggi al domani unilateralmente è difficile, però ora potranno esserci degli “sgambetti. C’è poi un’altra questione…

Quale?

Ogni giorno sento parlare della sovranità nazionale e della nazione italiana. Giorgia Meloni non parla mai di stato, ma di nazione. Ma sono 100 ormai che con nazione si intende una popolazione con una lingua e cultura omogenea. In Italia però ci sono persone che non appartengono alla nazione, e poi:  come la mettiamo con le minoranze linguistiche? Le parole hanno il loro peso…
Durante la campagna elettorale Urzì si è arrabbiato perché Achammer è andato a trovare il cancelliere austriaco. Ma è dal 1946 che questa cosa viene fatta! Mi stupisco perché nel frattempo – non soltanto tramite l’accordo di Parigi e la quietanza liberatoria – secondo me e numerosi giuristi l’Alto Adige è diventato una sorta di “condominio sui generis” tra Italia e Austria. Dico sui generis perché la sovranità, grazie all’Unione Europea, ormai qui non è più assoluta da tempo. Ma staremo a vedere…

Le parole hanno il loro peso. Ma poi comunque una cosa è quello che si dice e un’altra quello che si fa… 

Certo. E io al momento naturalmente giudico quello che sento. Va in ogni caso considerato il fatto che Fratelli d’Italia è gemellato con il partito nazionalista polacco, con Vox in Spagna e in Germania con Alternative für Deutschland. Si tratta di partiti al 1000% sovranisti e assolutamente di destra. Se Fratelli d’Italia si sente così, allora dovrebbe uscire dal gruppo dei conservatori nel parlamento europeo. 

Cruciali saranno i primi passi del nuovo governo e in particolare della leader Giorgia Meloni. Azioni molto forti in senso sovranista non è escluso possano subito scontentare una parte dell’elettorato che ha premiato Fratelli d’Italia. Le fortune di chi vince in Italia ultimamente sono particolarmente effimere. Alle prossime elezioni provinciali manca un anno e non è dato che in un anno di governo Fratelli d’Italia mantenga il suo attuale forte consenso.  

L’Italia non può permettersi grandi cose: ha degli impegni presi con l’Europa in cambio di importanti sussidi concessi. 

Le elezioni del 25 settembre in Alto Adige in realtà hanno dato un’altra serie di segnali interessanti su quello che potrebbe succedere fra 12 mesi, quando andremo a rinnovare il consiglio e la giunta provinciale.

Partiamo dal presupposto che Kompatscher si ricandidi. Più lui aspetta nel dare il suo assenso e maggiore sarà la difficoltà per la Volkspartei di trovare un’alternativa. Sappiamo che Kompatscher tuttora ha un consenso superiore a quello del suo partito e ha già detto che secondo lui la prossima legislatura dovrà essere all’insegna della sostenibilità. Questa cosa non potrà farla con i partiti di destra, anche perché con ogni probabilità fra un anno la Lega non avrà più quattro candidati eletti (in realtà uno se n’è già andato da tempo). I consiglieri della Lega saranno almeno dimezzati e la SVP senz’altro non farà una coalizione con Fratelli d’Italia. Con chi allearsi, allora? Sarà difficile che il PD possa fare più di un consigliere. Ed è risaputa la simpatia di Kompatscher per il mondo liberal e dei Verdi. Dunque la Volkspartei cercherà un accordo con i Verdi – che probabilmente saranno il secondo partito – sempre che loro riescano ad eleggere abbastanza italiani. In prospettiva nazionale in questo modo la SVP resterebbe anche blockfrei, perché i Verdi di fatto sono un partito locale. In ogni caso non credo che ci sarà una coalizione a tre, perché l’accordo tra due partiti è molto più facile da gestire. In realtà in un anno possono succedere molte cose, ma al momento io la vedo così. 

Sarebbe un cambiamento davvero epocale.

Certo. D’altronde però in Tirolo ÖVP e Verdi hanno governato insieme per 10 anni e non è caduto il mondo. E Verdi in Alto Adige non sono più da tempo il partito langeriano. 

L’astensionismo in Alto Adige ha manifestato caratteristiche sue peculiari?

Mah, non più di tanto. Forse qualcuno nelle varie circoscrizioni ha pensato che in candidati SVP avevano già vinto in partenza. Ma per il resto il trend di una crescita dell’astensionismo è nazionale ed anzi europeo, com’è noto. 

Autore: Luca Sticcotti

La via dedicata a Reginaldo Giuliani

Via Reginaldo Giuliani, è una delle due vie minori colleganti Piazza IV Novembre con Corso Libertà. Chi era e cosa fece? Nato a Torino con il nome di Andrea il 28 agosto 1887, il 25 settembre 1904 entrò nel noviziato domenicano di Chieri, si laureò in teologia e fu ordinato sacerdote il 27 settembre 1911; fra’ Reginaldo, tale il suo nuovo nome, come predicatore domenicano fu attivo dal 1915 a Trino Vercellese. Nel 1916, assegnato come cappellano al 55° Reggimento fanteria “Marche”, partecipò alle battaglie dell’Isonzo, meritandosi la prima medaglia di bronzo. Sempre come cappellano, nel 1917 passò ai reparti di assalto, noti come “Arditi”, della III Armata, guadagnandosi altre medaglie. Ma fu cappellano anche dei Legionari fiumani, partecipando all’occupazione di Fiume, apprezzato per la profonda fede e l’indomito coraggio dallo stesso Gabriele d’Annunzio. Ripresa la vita religiosa, assegnato al convento di S. Domenico di Torino, si occupò della formazione della gioventù. Oltre ad essere predicatore in varie zone d’Italia, fu fecondo scrittore. Nel 1922 partecipò alla Marcia su Roma. Dal 1924 fu cappellano della Regia Accademia di Artiglieria e del Genio di Torino. Nel 1927, oltre ad essere “predicatore generale”, fu docente all’Università Statale di Torino. Tornato in Italia dopo tre anni (1927-1930) di apostolato in America, diede vita a diverse iniziative per la formazione dei giovani. Nell’aprile 1935 padre Reginaldo partì per la guerra d’Etiopia, come centurione cappellano del Primo Gruppo Battaglione Camicie nere d’Eritrea. Anche nelle dure condizioni di vita in Africa orientale padre Reginaldo dimostrò la forte tempra di uomo di Dio. Nel gennaio 1936, mentre infuriava la battaglia del Trembien, a Mai Beles padre Reginaldo, pur già ferito da arma da fuoco, continuava a confortare e assistere feriti e moribondi. Stava dando i conforti religiosi a un giovane soldato, morente per le gravi ferite, quando fu attaccato e trucidato con la scimitarra da un abissino; era il 21 gennaio 1936.

Autore: Leone Sticcotti

Due fratelli di nuovo in cucina negli States

Luigi e Paolo Cavallaro, due fratelli e una grande passione in comune: la cucina. Un amore che – partito dai banchi dell’istituto Cesare Ritz degli anni Ottanta – è stato nuovamente celebrato Oltreoceano, negli Stati Uniti, dove Luigi si è trasferito oltre trent’anni fa e dove oggi è titolare di una trattoria. è a Tampa, in Florida, che sono andate in scena le “Big Night fratelli Cavallaro”, quattro serate di gourmet “meranese”, al sapore di… famiglia.

// Di Luca Masiello

L’ultima volta che avevano cucinato insieme era 33 anni fa, quando Luigi e Paolo Cavallaro lavoravano in un ristorante sul lago di Garda. Entrambi avevano frequentato la scuola Cesare Ritz di Merano tra gli anni 1978 e 1984, e tutti e due successivamente hanno lavorato stagionalmente in alberghi Italiani, di Merano, della val  Gardena, della riviera romagnola e poi in Francia e Germania. Tornati in Italia Luigi ed il suo amico Andrea hanno aperto un ristorante a Malcesine, ma nel 1990 dopo una vacanza negli Stati Uniti Luigi decise che lì sarebbe stato il suo futuro; e così si trasferì a Denver, in Colorado, e Paolo prese il suo posto in cucina.  

Divisi dal “sogno americano”

Col passare degli anni Luigi ha prima lavorato in ristoranti a Denver; poi si è trasferito in Florida ed ha fondato la “Luigi’s Catering”, lavorando per centinaia di eventi di tutti i tipi. 
Paolo invece, una volta tornato dalla Germania, è rimasto a Bolzano, dove tutt’oggi vive e lavora per le scuole della Provincia e per un’agenzia di catering. Entrambi sono membri della Federazione Italiana Cuochi da diversi anni, ed entrambi hanno conseguito il “Collegium Cocorum”: Paolo nel 2017 e Luigi nel 2019.

“Da pasquale” in onore di papà

Luigi nel 2012 decide di aprire un locale, lo trova e lo chiama “Trattoria Pasquale”, un po’ perché in zona c’era già un “ristorante Luigi”, ma soprattutto perché Pasquale è il nome del papà dei due fratelli. L’esercizio ha preso subito piede, tanto che il 7 marzo scorso la “Trattoria Pasquale” è stata votata per la seconda volta di fila come miglior ristorante Italiano nella Tampa Bay.
In Florida Luigi non ha portato solo la gioia e il piacere di mangiare bene, ma anche quella capacità (tutta italiana) di far sentire sempre il cliente un ospite gradito. Non è raro vederlo fra i tavoli con la chitarra in mano, fermandosi anche solo per un saluto, due chiacchiere  o per bere un bicchiere di vino con gli ospiti. 

La reunion tricolore

Cosa manca a questo idillio?
Il fratello.
Così, durante l’estate appena trascorsa, Paolo e sua figlia Sonia (che ha raccolto il talento di famiglia, lavora come receptionist ed è anche un ottimo commis di cucina) hanno lasciato Bolzano e preso un aereo, raggiungendo Luigi all’ombra delle palme della Florida. Insieme hanno programmato un evento, chiamato “Big Night fratelli Cavallaro”, e preparando per quattro serate un menu di ben otto portate. 

Un progetto per il futuro

Quelle quattro serate sono state un grande successo, applaudite dai tanti clienti, che hanno fatto la fila per poter partecipare, ma soprattutto sono state condite dal migliore degli aromi: l’amore, per il proprio mestiere e per la famiglia. La vacanza americana si è poi conclusa, Paolo e Sonia sono tornati a Bolzano, e questa esperienza ha portato loro a prendere una decisione importante: il prossimo anno l’evento verrà bissato. Chissà che la “Big night” non possa diventare una tradizione, e che possa magari riportare Luigi a Merano per un’iniziativa simile.

Autore: Luca Masiello