Una paese capace di guardare alle generazioni future

Si attribuisce spesso ad Alcide Degasperi una frase che egli riprese dal teologo americano James F. Clarke: “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese”. Un invito, in democrazia, per ogni cittadino.

Alla vigilia dell’importante appuntamento elettorale che coinvolge anche la nostra provincia, molti si chiedono in base a quali parametri poter fare una scelta oculata. Al di là della distinzione forse non del tutto appropriata tra “politico” e “statista”, pensare alle prossime generazioni è certamente un criterio significativo. E non vale certo solo per il voto di domenica, ma per ogni scelta (anche del singolo cittadino) che abbia delle conseguenze.

“Dobbiamo disegnare e iniziare a costruire, in questi prossimi anni, l’Italia del dopo emergenza”, ha detto Sergio Mattarella nel febbraio scorso, all’inizio del suo secondo mandato come Presidente della Repubblica. “È ancora tempo di un impegno comune”, ha continuato, per rendere questo Paese più forte, “ben oltre le difficoltà del momento”. E ha dato alcuni precisi orientamenti.

“Un’Italia più giusta, più moderna, intensamente legata ai popoli amici che ci attorniano. Un Paese che cresca in unità”. Un’Italia “in cui le disuguaglianze – territoriali e sociali – che attraversano le nostre comunità vengano meno”. “Un’Italia che offra ai suoi giovani percorsi di vita nello studio e nel lavoro per garantire la coesione del nostro popolo. Un’Italia che sappia superare il declino demografico a cui l’Europa sembra condannata”.

“Un’Italia che tragga vantaggio dalla valorizzazione delle sue bellezze, offrendo il proprio modello di vita a quanti, nel mondo, guardano ad essa con ammirazione”. “Un’Italia impegnata nella difesa dell’ambiente, della biodiversità, degli ecosistemi, consapevole delle responsabilità nei confronti delle future generazioni”.

“Una Repubblica capace di riannodare il patto costituzionale tra gli italiani e le loro istituzioni libere e democratiche”. “Rafforzare l’Italia significa, anche, metterla in grado di orientare il processo per rilanciare l’Europa, affinché questa divenga più efficiente e giusta; rendendo stabile e strutturale la svolta che è stata compiuta nei giorni più impegnativi della pandemia”.

“L’apporto dell’Italia non può mancare: servono idee, proposte, coerenza negli impegni assunti”. Buon voto e buon impegno a tutti noi.

Autore: Paolo Bill Valente

La grande processione del 1791

L’imperatore Giuseppe II è passato alla storia per aver preso di mira il potere secolare della chiesa cattolica ed aver abolito un terzo dei conventi. Tra le “vittime” ci fu anche il convento santuario dei Servi di Maria a Pietralba, che nel 1787 fu costretto a chiudere. Fu così che la sacra immagine custodita nel convento venne affidata al curato di Laives Johann von Kolb, che la portò nella chiesa parrocchiale. Qualche anno più tardi arrivò l’autorizzazione a spostare l’immagine sull’altare maggiore: e allora a Laives fu festa grande…

Maria Teresa d’Austria morì nel 1780. Entrò nella storia soprattutto per l’istituzione della scuola pubblica obbligatoria. Dei suoi 16 figli, le succedette sul trono Giuseppe II, il quale, ispirato dalle idee illuministe dell’epoca, prese di mira l’enorme potere secolare della chiesa cattolica (e soprattutto i suoi possedimenti), abolendo di punto in bianco un terzo di tutti i conventi e riducendo di due terzi il numero dei religiosi. 

Tra le “vittime” dell’illuminato imperatore anche il convento-santuario dei Servi di Maria di Pietralba, costretto, nel giugno 1787, a chiudere i battenti nonostante il gran numero dei pellegrini che lo visitavano. 

La Sacra Immagine fu affidata al curato di Laives Johann von Kolb che nella notte tra il 12 e il 13 luglio la portò in paese collocandola su un altare laterale della chiesa parrocchiale. Solo nel 1791 arrivò da Trento l’autorizzazione a spostarla sull’altare maggiore e allora a Laives fu festa grande: nei giorni tra il 24 e il 26 giugno 1791 migliaia di persone giunsero da ogni dove per assistere all’evento – peraltro ripetuto anche 100 anni dopo. 

Poiché la fotografia nacque ufficialmente nel 1839, non esistono immagini del paese né di quell’epoca né di quelle anteriori. Il pittore bolzanino Joseph Anton Cuseth fu incaricato di immortalare la grande processione del 26 giugno e il suo dipinto, ancora esposto sotto il pulpito della vecchia chiesa, rappresenta un documento di straordinaria importanza per la storia di Laives.  

Nelle didascalie sono elencati tutti i partecipanti alla processione ma ciò che ci interessa maggiormente è il “ritratto” inedito del paese alla fine del XVIII secolo.

Premesso che il pittore, per ragioni “scenografiche”, è stato costretto a tralasciare diversi edifici già esistenti, colpisce immediatamente la grazia e l’armonia di un paesino collocato nel mezzo di giardini e vigneti – insomma l’esatto contrario di quanto siamo costretti a vedere oggi. Sullo sfondo si riconoscono le due colline moreniche e la chiesetta del Peterköfele (con la nuova strada per Pietralba ultimata nel 1769) occupate dal “popolo” incaricato di accompagnare le celebrazioni con “cannonate e botti.” Ai suoi piedi la Pfleg, sede amministrativa dei Lichtenstein e poi rinomato Gasthaus; poco distante il Kalchhof. Al centro del dipinto vediamo la chiesa parrocchiale e alla sua sinistra le cosiddette “casette della chiesa” poi abbattute. 

A destra si scorge la stretta “casa del dottore” (poi demolita per fare spazio al nuovo municipio), dimora del medico condotto e, in precedenza, quando a Laives si contavano dai 20 ai 30 scolari, utilizzata anche come scuola. Sulla destra si intravede la canonica, appena sotto la “Turnertorggl” (torchio) e il Turnerhof, poi casa Visintin. A destra, sotto la chiesetta, il maso Stampfl, poi casa di Anton Ebner.

Nella parte anteriore del dipinto si riconosce il Reinischhof (Frasnelli) e il prestigioso Grosshaus/Casagrande, per oltre 130 anni di proprietà della famiglia Franzelin (che poi acquisterà anche il convento di Pietralba). 

Il fienile del Großhaus non era ancora stato ampliato e l’edicola all’angolo è nel frattempo scomparsa. Sull’altro lato della “Reichsstraße” si trova una fontana pubblica eliminata con la realizzazione del capolinea del tram.

 La vecchia Reichsstraße imboccava ancora via Damiano  Chiesa per raggiungere, nel cuore del vecchio paese, il “Kölbl” (poi “Zur Post” a partire dal restauro degli anni ‘80), che qui è ritratto solo in parte. Davanti a questo la grande casa bianca è il “Gassman” della famiglia Tabarelli ma mancano tutte le case tra questo e il Casagrande. Di notevole interesse anche i numerosi muri a secco che circondano case e vigneti: oggi purtroppo quasi del tutto scomparsi o trascurati.

Autore: Reinhard Christanell

Letterature oltre i confini: Anita Pichler

Se la letteratura sudtirolese del Novecento è in gran parte legata alle vicende storiche che hanno segnato un territorio conteso, a una comunità rurale che ha subito traumatiche lacerazioni e a una convivenza forzata, una delle sue voci più originali e controverse ha saputo dare alla propria opera un più ampio respiro e farle pertanto acquisire notorietà anche al di là dei ristretti confini della Heimat. Forse per essere stata il riflesso di un’esistenza errabonda e inquieta, in perenne transizione e intersezione tra due lingue e culture, la multiforme ancorché scarna produzione letteraria della meranese Anita Pichler (1948-1997) si è sempre sottratta a un’immediata collocazione di genere o a etichette di mercato, suscitando nei lettori reazioni del tutto contrastanti. I suoi libri – racconti, saghe rivisitate, romanzi ibridi, collage di impressioni e meditazioni – sono infatti un invito ad addentrarsi nella contraddittorietà dei sentimenti umani, nello spaventoso e affascinante mistero che è l’esistenza. Davanti a una lingua capace di sovvertire le tradizionali tecniche narrative e sempre aperta a una lettura a più piani, anche la critica letteraria si è divisa tra entusiastiche ricezioni e sferzanti, talvolta feroci giudizi, sin dal romanzo d’esordio, oggi finalmente disponibile in versione italiana per i tipi di Edizioni alphabeta Verlag e grazie alla pregevolissima traduzione di Donatella Trevisan. 

Haga Zussa – pubblicato in edizione originale nel 1986 dalle prestigiose edizioni Suhrkamp – ha come protagonista una donna alla ricerca di sé, la cui vita è punteggiata di relazioni evanescenti e di lavoretti saltuari. Distribuendo questionari porta a porta, un giorno si accorge di aver smarrito le chiavi di casa, e così torna in uno dei tanti appartamenti che ha visitato, dove riconosce, nella donna invalida che l’ha già accolta in precedenza, una persona che mai avrebbe voluto rivedere in vita sua. L’ombra che riappare improvvisamente dal passato la costringe a un confronto serrato con situazioni e figure a lungo represse e negate, e la cui riaffiorante memoria, nutrita di presente, genera ulteriore turbamento, ma anche nuovi percorsi da intraprendere, dove però la trappola del caso è sempre pronta a scattare. 

Insieme alla sua protagonista, Anita Pichler sembra interrogarsi appunto sulle “coincidenze”, ossia su quegli eventi casuali “senza i quali nessuna sopravvivenza è possibile”, modellando una raffinatissima prosa poetica – quasi un brano musicale – e componendo uno scenario polifonico dove, tra atmosfere perennemente sospese, mondi interiori vengono smembrati e ricombinati per cerchi concentrici. 

Haga Zussa, insieme ai precedenti Le donne di Fanis (2020), Di entrambi gli occhi lo sguardo (2018) e Come i mesi l’anno (2016) – edizioni oggi disponibili anche in unico cofanetto acquistabile online sul sito dell’editore – è il coronamento di un progetto editoriale che vuole offrire al lettore italiano un percorso letterario, quello di Anita Pichler, di straordinaria originalità e ricchezza stilistica.

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La nuova stagione del Teatro Stabile di Bolzano

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Il teatro è l’integratore esistenziale: le nuove stagioni dello Stabile di Bolzano concentrano il meglio del teatro a livello nazionale con il costante impegno nella politica prezzi agevolata.

Per l’anno teatrale 22/23 che segna il ritorno degli abbonamenti, il Teatro Stabile di Bolzano ha disegnato una stagione metropolitana con respiro internazionale. 

Fino al 15 ottobre presso le Casse del Teatro Comunale di Bolzano sono in vendita i nuovi abbonamenti, un’occasione unica per assistere agli spettacoli che hanno per protagoniste/i Claudio Bisio, Bob Wilson, Lucinda Childs, Stefano Accorsi, Sonia Bergamasco, Stefano Massini, Valerio Binasco, Krista Székely, Filippo Dini, Orchestra Haydn, Antonio Latella, Claudio Tolcachir, Eros Pagni, Paolo Pierobon, Franco Branciaroli e Rocco Papaleo. L’abbonamento alla Stagione di Bolzano comprende 12 spettacoli in Sala Grande. I prezzi sono rimasti invariati rispetto alle passate stagioni.

Il nuovo anno di teatro si apre il 20 ottobre con lo spettacolo PPP. Profeta Corsaro che TSB e Fondazione Orchestra Haydn di Bolzano e Trento hanno voluto dedicare a Pier Paolo Pasolini, in occasione del centenario dalla sua nascita. Si tratta di un’inedita coproduzione scritta da Leo Muscato e Laura Perini, un affresco tra parole e musica. Un’opera “sferica”, come la definisce il Maestro Giorgio Battistelli, supervisore della parte musicale del progetto. 

Fuoriclasse duttili e poliedrici, nella scorsa stagione Filippo Dini e Valerio Binasco hanno conquistato il pubblico bolzanino con The Spank di Hanif Kureishi. Binasco si confronta con il romanzo Dulan la sposa, scritto dal Premio Strega Melania Mazzucco, mentre Dini dirige e interpreta Il Crogiuolo di Arthur Miller, uno dei testi più lucidi e impietosi della drammaturgia americana. Riccardo III di William Shakespeare, spettacolo diretto dall’ungherese Krista Székely, fuoriclasse della regia che collabora assiduamente con il National Theater, è interpretato da Paolo Pierobon, protagonista per lo Stabile bolzanino di “Eichmann. Dove inizia la notte” di Stefano Massini. Legato a Bolzano e al suo Teatro Stabile, lo stesso Massini – unico autore italiano ad aver vinto il Drama League Award 2022 e il Tony Award, l’Oscar del Teatro Americano – è il protagonista del nuovo spettacolo intitolato L’interpretazione dei sogni ispirato all’opera di Sigmund Freud.

Due leggende della scena come l’artista Robert Wilson e la coreografa Lucinda Childs tornano a collaborare a 40 anni di distanza per portare in scena lo spettacolo Relative Calm, nuova creazione sulle musiche di John Adams, Jon Gibson e del celebre Pulcinella di Igor Stravinsky. Uno spettacolo dal ritmo ipnotico di movimenti, immagini, suoni e luci. 

Nell’olimpo del teatro internazionale si colloca anche l’argentino Claudio Tolcachir. Drammaturgo, regista e attore argentino, autore di testi surreali e commoventi, che a Bolzano presenta Edificio 3. Storia di un intento assurdo, il suo nuovo spettacolo in lingua italiana.

Stefano Accorsi, per la prima volta a Bolzano, è il protagonista dello spettacolo Azul. Gioia, Furia, Fede y Eterno Amor, basato sul testo sognante e accorato di Daniele Finzi Pasca. Ambientato in una città dove il gioco del pallone è febbre, amore e passione, Azul racconta di quattro amici che fanno i conti con le loro rispettive vite e facendo affiorare ricordi, provano a ricostruire una serenità andata a pezzi. 

Franco Branciaroli è lo straordinario interprete di Shylock nel raffinato e potente allestimento de Il Mercante di Venezia di William Shakespeare portato in scena da Paolo Valerio. 

Un altro gigante della scena come Eros Pagni si confronta con Luigi Pirandello, nello spettacolo Così è (Se vi pare) per la regia di Luca De Fusco.

Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee, monumento della letteratura del Novecento, rivive nello spettacolo interpretato da Sonia Bergamasco e Vinicio Marchioni e diretto da Antonio Latella, regista dallo sguardo affilato, lucido, potente, fuori dagli schemi, e profondamente contemporaneo. 

Rocco Papaleo presenterà una nuova versione di Coast to Coast, spettacolo di Teatro Canzone prodotto dal TSB confermando il suo talento musicale e la sua verve istrionica.

A grande richiesta, torna Claudio Bisio per due serate speciali fuori abbonamento dedicate a La mia vita raccontata male, testo tratto da Francesco Piccolo.

Il Teatro Studio ospita la nuova Stagione Regionale nata dalla collaborazione tra Centro Servizi Culturali Santa Chiara e Coordinamento Teatrale Trentino quest’anno dedicata al Contemporaneo. La rassegna comprende 17 spettacoli: 7 in visione al Comunale di Bolzano, 8 al SanbàPolis di Trento e 2 al Teatro Melotti di Rovereto. Tra i protagonisti troviamo Emma Dante, Romeo Castellucci, Babilonia Teatri, RezzaMastrella, Roberto Castello, Lino Musella, Agrupación Señor Serrano e Teatro La Ribalta – Kunst der Vielfalt.

Da ottobre 2022 a maggio 2023 lo Stabile propone oltre 100 spettacoli in tutta la regione. 

ABBONAMENTI

Vendita nuovi abbonamenti alla Stagione in Sala Grande fino al 15 ottobre.
L’abbonamento annuale alla stagione 2022/2023 prevede 4 turni:
Turno A: giovedì ore 20.30;
Turno B: venerdì ore 19;
Turno C: sabato ore 20.30;
Turno D: domenica ore 16.
Le abbonate e gli abbonati ad una delle nostre stagioni riceveranno compresi nel carnet:
» 4 biglietti gratuiti per la Stagione Regionale Contemporanea e la possibilità di sottoscrivere un abbonamento a 80 euro per tutti gli spettacoli;
» 4 biglietti gratuiti per la stagione di prosa IN SCENA del Teatro Cristallo;
» 2 ingressi a 5,00 € per gli spettacoli di danza programmati a Bolzano al Teatro Comunale in Sala Grande nella Stagione 22/23;
» 2 ingressi a 5,00 € per qualsiasi spettacolo della Stagione di Prosa del Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento;
» 2 ingressi a 5,00 € per i concerti della Stagione Sinfonica dell’Orchestra Haydn a Trento e Bolzano;
» 2 biglietti gratuiti per la rassegna Wordbox- Parole per il teatro;
» 2 ingressi a 5,00 € per qualsiasi spettacolo della stagione di prosa del Teatro Stabile di Bolzano a Merano, Bressanone, Brunico e Vipiteno;
»2 ingressi a 5,00 € per qualsiasi spettacolo per la stagione 22/23 del Teatro Stabile di Bolzano.
Teatro Comunale di Bolzano (da martedì a venerdì 11-14 e 17-19 e sabato 11-14). Infoticket 0471 053800, info@ticket.bz.it
La vendita degli abbonamenti e dei biglietti alla Stagione Regionale Contemporanea si svolge dal 18 ottobre presso la biglietteria del Teatro Comunale di Bolzano e la biglietteria del Teatro Auditorium di Trento.

Teatro Stabile di Bolzano
www.teatro-bolzano.it
Tel. 0471 301566
Whatsapp 366 631 1044

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Franz von Defregger

Verso le pendici del Guncina, a collegare viale Principe di Savoia a via Michael Pacher vi è la via Franz von Defregger. Va ricordato che a Franz von Defregger era dedicata, dal 1906 al 1929, l’attuale via Leonardo da Vinci. Fu nel 1946 che gli fu dedicata la via nel quartiere di Gries. Franz Defregger, figlio di contadini, era nato il 30 aprile 1835 nel maso di famiglia, l’Ederhof, a Stronach, allora parte del comune di Dölsach, nel Tirolo orientale; già da ragazzo mostrò forte inclinazione per l’attività artistica, tanto che, morto il padre, nel 1860 vendette il maso e, dopo alcuni mesi ad Innsbruck, si recò a Monaco di Baviera per frequentarvi l’Accademia di Belle Arti. A Monaco fu allievo del pittore Karl Theodor von Piloty. I quadri di Defregger, con soggetti preferiti tra ritratti, scene di vita quotidiana e quadri di soggetto storico, in particolare sulla resistenza antifrancese in Tirolo nel 1809, ebbero presto successo di pubblico. Dal 1878 al 1910 Franz Defregger fu docente di pittura storica all’Accademia di Belle Arti di Monaco. Nel 1883 per i suoi meriti fu elevato al rango nobiliare, per cui da allora il suo cognome divenne “von Defregger”. Ottenne premi e importanti onorificenze, come nel 1878 quella del Regno di Baviera, la Medaglia dell’Ordine di Massimiliano per le Scienze e le Arti. Oltre ad avere la residenza a Monaco, la Defregger-haus, Defregger ne fece costruire una a Bolzano negli anni 1879-1880 su progetto dell’architetto civico di Bolzano, Sebastian Altmann; è “Villa Defregger”, in via Weggenstein, dove il pittore soggiornava due volte l’anno. I rapporti con Bolzano e l’Alto Adige gli diedero spunto per i suoi quadri, tra ritratti, pitture di genere, composizioni storiche; un esempio, San Giuseppe dipinto sull’altare maggiore della chiesa di Frangarto. Franz von Defregger, il cui catalogo comprende oltre 1100 opere, morì a 85 anni a Monaco di Baviera il 2 gennaio 1921; fu sepolto nel Nordfriedhof di Monaco.

Autore: Leone Sticcotti

Un gradito ritorno: i misteri di Scandalo e Redenzione

Da qualche settimana ha fatto a sua comparsa in rete sotto forma di download gratuito il nuovo disco di un duo particolarmente underground, nato da ben due costole dei famigerati Klakson, band bolzanina dalle molteplici potenzialità e dalla genialità mai sufficientemente decantata, nonostante negli anni novanta abbiano ricevuto apprezzamenti sulla stampa nazionale di serie A, approdando persino sulle pagine di una nota rivista musicale americana.

Due costole, si diceva, visto che Scandalo e Redenzione altro non sono che BG e PS (non necessariamente in quest’ordine). 

Postcards of The Hangin’ – che come tradizione del gruppo madre ruba il titolo al verso di una canzone di Bob Dylan – è un piccolo delizioso affresco di musica acustica composto quasi nella sua totalità di brani firmati da PS nel suo inconfondibile stile ben radicato nelle molteplici forme della musica d’oltreoceano che Scandalo e Redenzione hanno ben masticato, assaporato, deglutito e digerito, tanto che i brani di questo disco potrebbero provenire benissimo da una produzione d’oltreoceano.

“Le varie influenze del genere Americana – ci racconta PS, che abbiamo raggiunto telematicamente nel suo eremo di Notthingham, la poco ridente città britannica in cui risiede da una ventina d’anni – sono ben evidenti in Postcards Of The Hangin’, come d’altronde erano evidenti in molti dei pezzi con i Klakson: bluegrass, outlaw country, tex mex. E quindi tutta la tradizione della frontiera, che ci tiriamo dietro almeno dai tempi in cui abbiamo registrato Cinco de Mayo, a fine anni ottanta.” 

Comunque, a parte la matrice borderline, nel disco non vanno dimenticati pezzi come Day After Day, Head in the Clouds, o When I Am Done With Working, perché non si tratta solo di occasionali omaggi al genere di una volta, addirittura quasi dei primi inizi, ma anche di prospettive diverse a tutto quello che sta loro attorno. Se esistono western swing o Seldom Scene (band bluegrass particolarmente cara al PS, n.d.r.), per dire, è solo perché, in quel momento, erano tasselli di quello che qualcuno, probabilmente uno di noi, ha definito stile Klakson.”

A differenziare un disco come questo dai tanti di genere che circolano sulle due sponde dell’Oceano Atlantico è poi la particolare poetica di PS, assolutamente caratteristica e spesso illuminata da rime genialmente inarrivabili, “You’re eating enchilada, I say niente, You say nada, it’s all about tostada and guacamole, I drive the autostrada while you’re talkin’ yadda yadda, I cry inside and I’m looking for ravioli” cantano i nostri in All the Way To Yucatan, svelando così uno sense of humor degno del miglior Frank Zappa sposato con sapienza alla musica della frontiera.

“Le sortite di Scandalo e Redenzione – prosegue PS – si sono fatte più frequenti, anche se non ci siamo mai esibiti in pubblico con questo nome, da quando Matita, il chitarrista dei Klakson, si è trasferito in Val di Non. Solitamente Scandalo e Redenzione facevano cover e infatti c’è un omaggio inconscio a questa vena nelle tre bonus track poste alla fine del disco, anche se in due casi si tratta di cover dei Klakson. Comunque, dopo la trasformazione del chitarrista Matita in gnomo della Val di Non, Scandalo e Redenzione sono rimasti l’unico sbocco per la creatività sia di Scandalo che di Redenzione, anche se, è giusto dirlo nessuno sa chi, tra me e BG sia Scandalo e chi Redenzione. Io vorrei che, come nella storia di Spartacus, ciascuno dei nostri ascoltatori si alzasse in piedi dichiarando: ‘Io sono Scandalo, io sono Redenzione!’ Perché il linguaggio sarà anche la casa dell’essere, ma il linciaggio (evidente il riferimento al titolo del disco, n.d.r.) è lo sgabuzzino del malessere.”

Nonostante l’uso di qualche aiutino tecnologico, per altro mai invadente o eccessivo, Postcards Of The Hangin’ si fa apprezzare per i suoni acustici cristallini che PS può sviscerare mentre BG lo sostiene con la sua acustica ritmica che suona come una batteria: “Ci sono chitarre e anche un mandolino – spiega PS –. Ho suonato un paio di chitarre economiche, inclusa una affidabilissima Squier Telecaster da circa 100 euro. Ma la mia preferita è stata una Ibanez acustica, anche quella economicissima alla quale poi ho limato molto a caso il ponte.” Il disco è scaricabile all’indirizzo web:
stefanopredelli.wixsite.com/klakson

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Un Grest con i pellerossa di padre Chini

Con una festa andata in scena al teatro Kimm si è conclusa la 25esima edizione del Grest dal titolo “L’avventura di Vestenera; tra conchiglie, frecce e stelle, ne vedremo delle belle”. Il Grest organizzato dal Punto d’incontro per giovani Cilla ha visto coinvolte 110 persone fra bambini, ragazzi ed educatori nell’arco di due settimane presso l’ex Dopolavoro di Sinigo.

La festa è stata aperta dalla rappresentazione teatrale dei giovani “gialloni”, che hanno messo in scena la storia di padre Eusebio Chini e la sua esperienza di vita tra i Pima, una tribù di indiani d’America.

“Vestenera” era il soprannome che i Pima – gli abitanti del deserto del Sonora – allora Messico, ora California e Arizona – gli avevano dato per il suo “strano” abbigliamento. 

Padre Chini, “Vestenera”

Segno, un paesino della Val di Non, ha dato i natali nel lontano 1645 a padre Eusebio Chini, sacerdote gesuita, astronomo, cartografo, uomo di fede e di scienza.  Questo  personaggio a noi sconosciuto ma famosissimo in California, partì in quel lontano 1681 alla volta del  Messico ad annunciare il vangelo agli indiani Pima del deserto del Sonora, ad insegnare a coltivare la terra, e a difenderli  dai soprusi degli spagnoli “conquistadores” che volevano schiavizzare le popolazioni locali per i loro interessi economici. 

Padre Chini (in America padre Kino) ancora oggi  è considerato il padre fondatore dell’Arizona  e una sua imponente  statua campeggia all’interno del Campidoglio a Washington. Se oggi andiamo in California troviamo il vino Kino, l’acqua minerale Kino, la carne in scatola Kino e tutte le grandi città portano il nome che Padre Kino aveva dato allora alle 24 missioni fondate  in 24 anni di permanenza con i suoi indiani. 

Così l’ambientazione del Grest è stata improntata sul popolo degli indiani, la loro spiritualità, il loro stupore e rispetto per il creato e l’amicizia e stima che si erano sviluppate tra loro e il “Vestenera”. I bambini del Grest – divisi in 4 tribù: i “pellerossa”, i “Cherokee”, i “Concas Blu” e “La tribù del sole” – hanno dato vita a un vero accampamento indiano con tende, canti e giochi tutti a tema. 

In gita al lago e a Segno

Si sono inoltre svolte due gite: la prima a Molveno con una passeggiata attorno al lago, pranzo al sacco e sfide pomeridiani allo “Scalpo”; la seconda a Segno con visita guidata dal signor Alberto Chini (presidente dell’associazione P. Eusebio Francesco Chini) che ha illustrato la casa natale di padre Chini e  il museo rinnovato e ampliato a lui dedicato, ricco di reperti e documenti della sua intensa attività fra gli indiani d’America. 

La redazione giornalistica del Grest  ha realizzato anche un giornale,  “El Saguaro”, che in un numero unico ha visto cimentarsi,  piccoli e adolescenti, in qualità di aspiranti giornalisti.

Schiavon, un vulcano di energia gentile

Giancarlo Schiavon è un vulcano di energie: maresciallo dei Carabinieri in pensione, presidente del Centro Don Bosco di Laives, è impegnato senza sosta in mille attività di volontariato con giovani e meno giovani. Ovvero quelli che lui non chiama mai anziani, ma “le mie ragazze e i miei ragazzi” e che sa coinvolgere con un entusiasmo irresistibile, al ritmo di musica, come insegnante di ballo liscio, balli di gruppo e disco fox.

Lo incontriamo per un caffè al volo tra un impegno e l’altro. Nonostante l’energia – e ne ha da vendere- Schiavon è una di quelle poche persone ancora capaci di fermarsi e guardare negli occhi l’interlocutore, capaci insomma di capire  al volo chi hanno davanti.

Da dove viene tutta questa energia?

Dalle persone con cui mi trovo a collaborare, dal fare le cose insieme e dal condividere le emozioni: quando vedi un sorriso, la gioia per un momento inaspettato, una battuta… tutti abbiamo energia ma a volte ce ne dimentichiamo. È vero che sul divano ci riposiamo, ma le batterie si ricaricano alzandoci, muovendosi…

Insomma, una passione per gli altri, per le persone…

Il volontariato non ti stanca mai ed è mosso dalla stessa spinta verso l’aiutare gli altri che avevo nella mia professione come carabiniere.

Certo nonostante la pensione lei è giovanissimo.

Pochi anni fa ho scoperto quasi per caso che potevo andare in pensione perché ho iniziato a lavorare che non avevo ancora 14 anni. Alla fine delle scuole medie volevo iniziare a studiare da geometra, ma una sera mia madre mi ha detto che la famiglia aveva bisogno… e quindi ho lavorato in una falegnameria e nel frattempo mi sono iscritto alla scuola serale per geometri.

Ma la pensione non significa certo riposo per lei!

No, avevo un sacco di progetti in mente e ho iniziato offrendomi volontario al Don Bosco per dare lezioni di ballo agli anziani. Facevo parte del direttivo quando purtroppo è venuto a mancare il Presidente Giovannini nel marzo scorso e quando mi è stato chiesto di mettermi ulteriormente in gioco non mi sono tirato indietro.

E come va al Centro Don Bosco ?

Viene dagli anni non facili dalla pandemia: il centro vive di attività e se non si possono fare soffre… è un po’ come togliere la corrente ad un negozio che vende lampadari.

Cosa si aspetta per il futuro, per il Don Bosco?

Aprirci il più possibile, anche alle altre associazioni, ad esempio mettendo a disposizione i nostri spazi a chi fa attività sociali, in linea con lo statuto. Ad esempio stiamo aiutando una compagnia teatrale a cui stanno ristrutturando la palestra in cui provava; a breve ripartiamo con un corso di taglio e cucito, e altro ancora.

Ma è attivo nel volontariato anche  oltre Laives…

Si, oltre al Don Bosco e al circolo di Pineta di Laives, quest’estate ho portato musica e balli anche al parco Mignone a Bolzano. La prima volta eravamo una ventina di persone, poi appena partiva la musica si avvicinava altra gente, anche bambini, e siamo arrivati ad essere una cinquantina. Uscire, ballare insieme aiuta a sentirsi parte di qualcosa e toglierci dall’isolamento forzato e comodo di questi anni.

Lei lavora anche a contatto con i giovani, come li trova? 

Non sono poi tanto diversi dai ragazzi di ieri, hanno solo un mezzo più veloce per comunicare tra di loro eppure perdono il valore della comunicazione. Hanno a disposizione delle potenzialità incredibili, ma ne sfruttano pochissime. Noi dovremmo fermarci di più ad ascoltarli ma senza imporci né giudicare, aspettare che siano loro ad avvicinarsi. E lasciamoli sbagliare, non dico non andarli a ripescare se sono sull’orlo del burrone, ma qualche semplice caduta a terra…  non fa male

Lei sembra molto accogliente, ma c’è qualcosa che la fa spazientire? 

La mancanza di rispetto! Verso gli altri, ma anche verso se stessi. Non riesco a voler bene a chi non si vuole bene; vorrei che ogni persona tenesse a mente quanto vale:  tu ci sei, sei questa terra e ti devi voler bene.

Autrice: Caterina Longo

Lettera 7 visita il bosco incantato

È un’esperienza magica tra arte e natura il “Giardino delle sculture” creato dall’artista Sieglinde Tatz Borgogno a Pochi, frazione del Comune di Salorno.
Qui oltre 500 opere d’arte tra sculture in bronzo, marmo e ceramica, ed alcune installazioni, abitano il bosco. In questa atmosfera da fiaba, l’associazione letteraria “Lettera 7” propone una serie di letture libere, concepite come incontro ed omaggio all’artista Sieglinde Tatz Borgogno.
L’appuntamento, la cui partecipazione è gratuita, è in programma per sabato 24 settembre alle ore 15. Il giardino si trova a pochi minuti a piedi dal centro di Pochi ed è un vero e proprio museo a cielo aperto, che unisce la libertà con l’arte, l’armonia e la natura. Attraversandolo, vedremo mani enormi sbucare dal terreno o singole figure in bronzo o in coppia nel bosco e tavole che ricordano la parità tra uomo, donna e bambino. Tra i temi ricorrenti e frequenti nella ricca e prolifica produzione scultorea dell’artista c’è la figura femminile, sia arcaica che contemporanea, talvolta capace di librarsi in forme snelle e sottili verso la libertà – in altre opere raffigurata invece seduta, legata alla Madre terra.
Un’esperienza veramente particolare, in cui l’incidenza della luce e l’ora del giorno creano suggestioni molto diverse. Lungo il sentiero, che porta attraverso il piccolo tratto di bosco, alcune panchine invitano a soffermarsi; l’esperienza è completata da una bella vista panoramica sulla Valle dell’Adige.
Il giardino delle sculture di Pochi (Skulpturengarten Buchholz) è una collaborazione tra il comune di Salorno e la talentuosa artista, che mette a disposizione le sculture, mentre il comune si occupa della manutenzione del giardino e della segnaletica. Infine, questo è un anno speciale per l’artista, che ha compiuto 80 anni ed è stata omaggiata nel febbraio scorso con una mostra personale presso il Südtiroler Künstlerbund a Bolzano.

Autrice: Caterina Longo

Un salornese premiato a Venezia

C’era anche un po’ di “Bassa” all’ultimo Festival del Cinema di Venezia. Si perché alla kermesse internazionale, che richiama divi e dive da tutto il mondo al Lido della città Lagunare, è stato premiato il regista Massimo Nardin, nativo di Salorno e insignito del premio “Bulli ed Eroi. Festival internazionale del Fim per ragazzi.”
Il Festival del film per ragazzi della Val di Chiana senese, giunto alla quinta edizione, è approdato infatti al Lido per la Mostra d’arte cinematografica ed è stato presentato in un evento all’Hotel Excelsior.
La manifestazione si svolgerà poi in Val di Chiana dal 28 settembre al 2 ottobre. Il Festival internazionale del Film dei ragazzi è stato ideato da Paola Dei, che in una nota ne ha spiegato gli intenti. “Il fenomeno del bullismo – spiega – purtroppo evidenzia una crescita esponenziale di episodi violenti e aggressivi. Il festival è nato di proposito con l’intento di offrire percorsi di formazione sociale, filosofica, educativa, per stimolare i ragazzi a cogliere la bellezza intorno a sé, diventando sia spettatori sia produttori e attori di opere cinematografiche, fotografiche, artistiche”.
Tornando a Massimo Nardin, ricordiamo la sua brillante carriera: docente universitario alla LUMSA e Roma 3, giornalista pubblicista e critico cinematografico, Nardin è cresciuto a Salorno, dove ha frequentato le scuole elementari e medie, per proseguire gli studi liceali a Trento e quindi a Roma, dove nel 2005 ha conseguito il dottorato di ricerca in scienze della comunicazione. È noto al pubblico anche per i suoi interventi nelle trasmissioni televisive condotte da Marzullo.
Oltre a Nardin sono stati assegnati dei premi anche ad altre due critiche di fama internazionale, Cristiana Paternò, presidente del Sindacato nazionale critici cinematografici italiani, e Beatrice Fiorentino, critico e delegata nazionale della Settimana della critica veneziana.

Autrice: Caterina Longo