Rosticciata del signore con speck

INGREDIENTI

Per 4 persone

300 g patate a pasta soda

400 g noce o filetto di vitello a pezzetti o in striscioline

60 g cipolla tagliata a dadini

5 C olio per arrostire

1 foglia d’alloro

1 c maggiorana tagliata finemente

1 c prezzemolo tagliato finemente

200 ml salsa di vitello o brodo di carne

sale

pepe appena macinato

1 C burro freddo

Anelli di cipolla fritti

1 cipolla grande

farina

olio per friggere

sale

Altro

4 fette di speck

8 foglie d’alloro

PREPARAZIONE

Lavate le patate, lessatele in acqua salata e fatele raffreddare. Pelatele e tagliatele a fette con lo stesso spessore.

Riscaldate 3 cucchiai d’olio per dorare le patate.

Aromatizzate con sale e pepe la carne tagliata di vitello e arrostitela brevemente con la cipolla e poco olio in una seconda padella.

Unite adesso le patate a fette, la foglia d’alloro, la maggiorana, il prezzemolo e la salsa di vitello o il brodo e portate ad ebollizione.

Aromatizzate la rosticciata con sale e pepe e terminate con il burro freddo.

Per gli anelli di cipolla fritti pelate la cipolla, tagliatela a fette non troppo sottili in modo da ottenere dei grandi anelli, cospargeteli di farina eliminando poi quella in eccesso. Dorate gli anelli nell’olio caldo, adagiateli poi su carta da cucina per far assorbire l’unto.

Infine arrostite le fette di speck, disponetele con gli anelli di cipolla sulla rosticciata, guarnite con le foglie d’alloro e servite.

VARIANTI

Rosticciata del contadino: 
al posto della noce di vitello, usate del manzo lesso tagliato a fettine sottili e al posto del fondo di vitello del brodo di carne.
Cottura patate: 45 minuti circa.
Cottura rosticciata: 10 minuti circa.

SUGGERIMENTI

1) Come contorno vi consigliamo dell’insalata di cappuccio.
2) Al posto della carne di vitello potete utilizzare anche della carne di maiale o di pollo.
3) Alla rosticciata potete anche unire dei porcini, dei gallinacci o degli champignons.

La letteratura applicata

QuiIntervista a Sara Notaristefano che insegna Lettere al “Gandhi” e studia Canto moderno e jazz al “Vivaldi”. Collabora con il semestrale di critica letteraria “Incroci” e ha all’attivo diverse premiate pubblicazioni. All’ultima sua opera, il romanzo “I nomi di Melba”, è stata conferita una Segnalazione particolare della giuria nella 47esima edizione del Premio Casentino.

La cosa che più mi piace di me.

La capacità di capire fin troppo bene di che pasta siano fatti gli altri: previene le delusioni.

Il mio principale difetto.

Un eccessivo orgoglio.

Il mio momento più felice.

La nascita di mia figlia e, quasi due anni dopo, quella di mio figlio.

La persona che ammiro di più.

Ogni insegnante degno/a di essere definito/a tale.

Un libro sull’isola deserta.

Un manuale su come sopravvivere su un’isola deserta.

La mia occupazione preferita.

La scrittura.

Il mio piatto preferito.

Pizza e parmigiana di melanzane.

Non sopporto…

Viltà e doppiezza: “qualità” che spesso vanno a braccetto.

Per un giorno vorrei essere. 

…capace di volare.

La mia paura maggiore.

Quella di essere circondata da laureati in Tuttologia Teorica e Applicata presso l’Università di Google.

Se fossi un animale sarei…

Una gatta.

Mi sono sentita orgogliosa…

Quando gli alunni mi hanno detto che sono giusta e onesta.

Il mio motto.

Vivi ogni giorno senza aver bisogno di un motto!

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Andare ad un concerto dei Beatles, ma sono nata troppo tardi.

Il giocattolo che ho amato di più.

Il pallone da calcio.

I miei poeti preferiti.

Risposta di oggi: Giacomo Leopardi, Giovanni Pascoli e Antonia Pozzi.

I miei pittori preferiti.

In ordine alfabetico: Tamara De Lempicka, Klimt, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio e Vincent Van Gogh.

Il dono di natura che vorrei avere 

La leggerezza.

Dico bugie solo… 

A chi le merita più della verità.

Dove mi vedo fra dieci anni 

In una classe, a spiegare Letteratura italiana.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Stamattina. Con una persona maleducata.

Da bambina sognavo…

Di diventare una scrittrice.

Autore: Luca Masiello

L’atelier nel bosco di Elisabeth

Meranese, pittrice assai nota, illustratrice di libri per case editrici nazionali e internazionali, creatrice di libri d’artista e di preziosi oggetti di carta, nel corso degli anni Elisabeth Oberrauch ha scelto di condividere l’esperienza artistica con altri artisti ma anche con dei musicisti. Ha poi inseguito il sogno di creare un atelier nel bosco dove gli artisti e i musicisti potessero soggiornare e lavorare insieme per una settimana intera.

Così a partire dall’estate 2006 Elisabeth Oberrauch è riuscita a realizzare questo suo sogno mettendo al servizio dell’arte la propria residenza di montagna, il giardino e il bosco di proprietà che la circonda. Qui infatti ha tenuto e tiene settimane di lavoro interdisciplinari. Sempre fedele a questo suo sogno condiviso con entusiasmo anche dal marito, “l’atelier nel bosco” ha già ospitato più di 100 artisti e musicisti. Mentre l’idilliaco bosco adiacente è andato arricchendosi delle installazioni che scaturiscono dal dialogo artistico e che spesso nascono dalla sostanza stessa della foresta fatta di alberi, pietre, terra e che con la natura di questo ambiente sono in dialogo. Land art dunque di ampio respiro e di grande spessore.  L’edizione appena conclusasi ha dato vita ad un nuovo percorso nel bosco,visitabile con l’accompagnamento di Elisabeth Oberrauch tutti i giorni nella prima settimana di settembre dalle ore 16 alle 19.30. Nel nuovo percorso sono visibili le opere di Hubert Kostner dal titolo “Pittogramma per alberi privati”. L’artista di Castelrotto ha creato una decorazione in legno a spina di pesce che va a ricoprire l’albero impreziosendo la corteccia e sottolineandone l’altezza. Alois Steger dopo aver realizzato opere di Land art in Corea del Sud ma anche ad Arte Sella ha partecipato a questa interessante rassegna con il suo “Lomit” -prodotto da un enorme numero di quotidiani- con il quale si interroga sulla differenza fra la memoria storica dell’uomo a quella di una pietra che, capace di comunicare solo con chi sa ascoltare, sottolinea come il bosco si contrapponga alla civiltà, riesca a vivere anche senza l’uomo e sia lo spazio di miti e leggende. 

Renate Habinger, artista austriaca della carta e di libri per bambini, propone quindi un’opera delicata, dal titolo “Calici di bosco”, una distesa di fiori a calice che trattengono la luce e giocano con l’ombra. Lo scultore di Lutago Paul Feichtermolto noto nell’abito della Land art per aver esposto in Giappone, Romania, Grermania, Austria, e Arte Sella propone la sua “Kubatura”, uno spazio attorno all’albero, una possibilità di creare uno spazio attorno all’alto fusto fatto di assi mobili che vanno a creare un cubo entro il quale entrare. 

Infine c0è la stessa Elisabeth Oberrauch che, abbandonata per una volta la carta ha realizzato delle ciotole di ceramica invetriata di enorme fascino. Posizionate nel ruscello lo impreziosiscono carpendone qua e là i riflessi e la luce. 

L’area di San Costantino a circa 900 metri di quota è costituita da numerosi masi e residenze signorili ubicati sui prati tra Fiè e Siusi. Vi vivono 250 abitanti. Il paesaggio boschivo e prativo è caratterizzato da dolci colline che si contrappongono all’aspro sorgere dello Sciliar. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Le “Forme Ibride” di Ismaele Nones

L’Associazione culturale lasecondaluna di Laives presenta “Forme Ibride” dell’artista trentino Ismaele Nones, che, con tocco raffinato e spiazzante, rivisita la tradizione delle icone bizantine. L’inaugurazione si tiene venerdì 7 ottobre alle ore 18 presso la Sala espositiva di via Pietralba 29 a Laives.

“Una finestra aperta sul cielo”, o addirittura “un trattato di teologia a colori”: così vengono definite le icone bizantine, dipinti a tema sacro che rappresentano il Cristo benedicente o la vergine con il bambino, ma anche scene dall’antico e nuovo testamento, angeli e santi.
Le icone sono immediatamente riconoscibili perché da secoli sono “imprigionate” in uno stile fisso, immobile, sempre uguale a sé stesso, legato al loro essere oggetti di culto e preghiera, ponti verso il divino. 
Ma nell’arte contemporanea, come nella poesia, non c’è regola che non possa essere infranta per sperimentare e aprire nuovi orizzonti. Certo per romperle bisogna conoscerle, le regole: è questo il caso dell’artista trentino Ismaele Nones, che nelle sue opere riprende lo stile delle icone bizantine, liberandole però dal contenuto sacro per portarle all’oggi. Nascono così le sue “forme ibride”, di cui abbiamo parlato con Gabriele Salvaterra, curatore della mostra e conservatore al Mart di Rovereto.

Nei suoi dipinti Nones gioca a creare contrasti e cortocircuiti, che tipo di lavoro è il suo?

Ho studiato a lungo il suo lavoro e sono rimasto colpito dalla grande serietà e autenticità del suo approccio. Come è noto, gli iconografi si considerano delle “mani nelle mani del signore” e quindi i loro dipinti non sono “personali”, ma legati ad un canone ben preciso. Nones è partito dalla conoscenza profonda per questo tipo di arte – il padre Fabio è un noto iconografo trentino- per rappresentare però temi che interessano a lui, per sviluppare insomma la sua ricerca personale.

Quanto rimane comunque provocatoria l’operazione di Nones?

Ismaele, in fondo, guarda al mondo che lo circonda e lo affascina nelle forme che ha imparato a osservare e riprodurre sin da piccolo, come diversi altri artisti fanno. Ciò che, se si vuole, è davvero provocatorio, non è poi tanto l’unire mondi così distanti nella forma e nel contenuto quanto, piuttosto, recidere quel “sacro collegamento”, che nella pittura di icone ha da sempre fatto sì che il rettangolo dipinto non si riducesse soltanto a una bella immagine per ornare una parete vuota, ma restasse sempre un sorta di accesso sicuro a Dio, una sua presenza concreta della sua presenza immateriale. 

Le immagini che ne derivano sono particolari e talvolta spiazzanti, a ben guardare.

Si, stridono e sono spontaneamente assurde: ad esempio nei suoi dipinti troviamo rappresentati dei nudi, scene in piscina o un aereo che passa; compaiono cani o addirittura scene alla “Heidi” con le mucche … insomma elementi impensabili nelle classiche icone bizantine. Ma capaci toccare questioni che narrano di imbarazzi, insicurezze ed emarginazione e che, a mio avviso, hanno molto a che fare con la condizione sempre più fluida dell’idea del corpo che abbiamo oggi. 

Una piena rottura con la tradizione, insomma…

In realtà non proprio: come illustrato dal noto studioso di icone Elio Franzini sappiamo che la questione è più complessa, perché nella storia dell’arte l’icona è sempre stata ibrida, aperta anche a media e forme popolari. Nel tempo è stata d’ispirazione per i cartellonisti e i pittori di insegne, ad esempio. Insomma, si tratta di una storia in bilico, in cui la divisione tra sacro e profano non è poi così netta e rigida.

Le informazioni sulla mostra
Ismaele Nones, Forme Ibride, Sala Espositiva di Via Pietralba 29, Laives. 
Inaugurazione venerdì 7 ottobre, ore 18. La mostra sarà visitabile fino a sabato 29 ottobre nei seguenti orari: da martedì a giovedì: 16 – 19. Venerdì e sabato: 10 – 12 e 16– 19. Ingresso libero.
Per mercoledì 19 ottobre alle ore 18 è in programma una visita guidata alla mostra con il curatore Gabriele Salvaterra. L’ingresso all’evento è libero con prenotazione obbligatoria all’e-mail info@lasecondaluna.eu.

Autrice: Caterina Longo

Alla biblioteca comunale si legge e si vince

Sorride felice Romina Andreolli, vincitrice del concorso “Leggi e vinci” della biblioteca comunale di Vadena. 

Il concorso, attivo già da diverso tempo, continua a riscuotere molto successo e apprezzamento tra i lettori grandi e piccini della comunità. Il principio è semplice: ogni persona che prende in prestito almeno un libro nel corso del mese partecipa all’estrazione di un bellissimo premio. Insomma, più si legge e più si ha la possibilità di vincere.

E a proposito di letture, quello di ottobre sarà un mese tutto dedicato ai libri. Intorno alla Giornata delle Biblioteche, in programma per il 24 ottobre prossimo, la biblioteca di Vadena ha infatti organizzato diversi appuntamenti, a ingresso gratuito. 

Giovedì 13 ottobre alle ore 18 si svolge la presentazione del libro “The letters” di Daniela Nicoletti, con letture di Maria Pia Zanetti. Il romanzo racconta della storia di  Emily e Cassandra, che a fine ottocento, tra Firenze e l’Inghilterra, trovano nella corrispondenza l’unico modo per comunicare tra loro,  vittime di intrighi e di menzogne. Giovedí 20 ottobre alle ore 18 sarà invece protagonista il libro “Bolzano Novule” di Roberto Marino, sempre con letture di Maria Pia Zanetti. Come spiega l’autore, il libro parla di “vicende reali, alcune; ed altre immaginarie, molte… si racconta delle guerre, in varie parti del mondo; di quelle guerre delle quali sembra che l’umanità non possa proprio starne senza. Si parla di natura e di alberismo. Si racconta di nudità; nudità da interpretare prevalentemente come possibilità di mettersi a nudo spiritualmente, con autenticità ed originalità, con la voglia di essere se’ stessi.”

Gli appuntamenti per la Giornata delle Biblioteche continuano lunedì 24 ottobre con letture animate ad alta voce per bambini con “La Seggionia Blu”, dalle ore 9 alle 10 con la scuola primaria e dalle  ore 10.30 alle 11.30 con la scuola dell’infanzia. 

Autrice: Caterina Longo

Il sostegno delle Comunità amiche

La giornata internazionale dell’Alzheimer, svoltasi il 21 settembre scorso, è stata l’occasione per riunire tanti professionisti della cura e della relazione, volontari, familiari di persone con demenza, ma anche direttori di Rsa e amministratori di Comuni che hanno deciso di diventare “Comunità amiche”. Nella sua testimonianza, Roberta Lenzi traccia gli orizzonti e la spinta ideale di questa giornata speciale.

È appena trascorso il 21 settembre, giornata internazionale dell’Alzheimer e Sente-mente, come ogni anno, ha celebrato questo giorno speciale riunendo un gran numero di professionisti della cura e della relazione, direttori di Rsa, volontari, famigliari di persone con demenza e amministratori di Comuni che scelgono di allargare i loro orizzonti e trasformare la cultura del proprio territorio in direzione dell’accoglienza di chi vive con fragilità ed intraprendere il cammino per diventare una Comunità Amica di chi vive con demenza.
Trecento le persone che nel corso della giornata hanno potuto assaporare un modo diverso di approcciarsi alla demenza, mantenendo il focus sulla persona per non perdere di vista i valori fondamentali che restituiscono dignità e rispetto, al di là della diagnosi.
Eravamo presenti anche noi, pronte a riprendere i nostri passi per rinnovare l’intento di creare nei nostri territori di Vadena e Bronzolo, Comunità realmente Amiche delle persone con demenza. Un percorso già iniziato insieme tre anni orsono, che ha subito degli arresti dovuti alla pandemia ma che ha voglia di riprendere il passo per stare accanto alle famiglie che stanno vivendo questa realtà.
Ma… da dove iniziare?
La comunità amica inizia quando nel cuore di ogni cittadino germoglia il seme che riconosce e onora la persona che vive con demenza.
È dunque responsabilità di ognuno guardare ad un familiare, al vicino di casa, ad un concittadino, per come può ancora diventare grazie all’incontro con noi, oltre la diagnosi di demenza. La diagnosi non deve e non può essere una battuta d’arresto alla vita, che con altri presupposti, continua a pulsare.
Una comunità diventa amica delle persone che vivono con demenza quando, cambiando la narrazione, impara un nuovo linguaggio che valorizza la persona, il suo vissuto, la sua storia, i suoi valori. Quando conosce le persone e come percepiscono la realtà che vivono per entrare in relazione con loro e costruire una comunità inclusiva capace di offrire servizi degni di un paese che sa avere cura.
Ascoltare le persone con demenza, credere nelle loro abilità, credere nei loro sogni e desideri e nutrire la Speranza di portarli a compimento condurrà la comunità ad impastare gli ingredienti che aprono nuove prospettive di cambiamento e sgretolano pregiudizio e stigma che oggi ne costituiscono i principali limiti culturali e d’inclusione sociale.
Noi ci crediamo, ma abbiamo bisogno di tutti voi perché questo si realizzi. Nella foto in alto da sinistra: Letizia Espanoli, founder Sente-mente®Modello, Roberta Lenzi. In basso da sinistra: Giorgia Mongillo, sindaca Bronzolo – Michela Baraldi, Coordinatrice infermieristica Distretto Sanitario Laives-Bronzolo-Vadena, – Margot Pizzini, vice-sindaca Bronzolo.

Autrice: Roberta Lenzi

Sulle tracce del Limes dei Longobardi

La spietata repressione dei popoli delle regioni alpine compiuta da Druso e Tiberio, fu in grado di turbare l’impero. Cassio Dione descrive una valle dell’Adige desertificata da un punto di vista ambientale, economico e, soprattutto, demografico. Gli Isarci della Bassa Atesina e i Venosti sparirono dalla faccia della terra, Tridentini e Anauni sopravvissero grazie alla loro spontanea sottomissione. Ci vollero molti secoli per ricreare l’equilibrio tra territorio e popolazione, ripopolare i villaggi, rivitalizzare agricoltura e commerci. 

Durante la repressione di Druso e Tiberio gran parte degli uomini erano stati trucidati, le donne e i bambini deportati, i giovani in età di leva arruolati nell’esercito. Qualcuno era riuscito a fuggire sulle montagne per condurvi un’esistenza grama. Pochissimi erano rimasti sul posto per servire i nuovi padroni: l’antico, misterioso mondo dei Reti, che continua a meravigliarci, era uscito sconfitto, umiliato e dissanguato da questa battaglia epocale.
Il territorio della Bassa Atesina svuotato, formalmente aggregato al municipium trentino e alla regio X Venetia et Histria, rimase nella proprietà dello stato – per poi passare ai regnanti longobardi, ai re carolingi e, dall’anno 1027, agli ecclesiastici trentini. Si trasformò in zona militare a presidio del confine e, soprattutto, delle grandi vie di transito verso nord.
La situazione rimase immutata per secoli. Qualche soldato romano o retico congedato si accasò in Bassa Atesina e Oltradige (numerose le “ville” poi diventate masi) ma la vera rinascita di questo territorio non venne mai permessa: prova ne sia il fatto che nessuna città, nessun paese importante furono realizzati e quelli noti sono castra e castella a disposizione delle truppe alpine – da Endidae a Pons Drusi, da Sublavione a Vipitenum e Sebatum.
Detta situazione favorì l’insediamento dei popoli germanici che affluirono da nord e da est nel VI e VII secolo: ed in particolare i Longobardi, entrati in Italia dalla Pannonia con 100000 guerrieri, donne, vecchi e bambini subentrarono completamente nel sistema di organizzazione territoriale e di difesa esistente. Solo Carlo Magno, che sottomise i Longobardi di Desiderio nel 774, diede avvio a profonde riforme che condussero all’ordine tipicamente medievale dei nostri paesi.
Per quanto riguarda i confini tra i due popoli germanici stabiliti in Bassa Atesina, ossia Bavari (o Baiuvari) e Longobardi, va detto che in linea di massima i primi non scesero mai sotto Bolzano (e a volte persero anche questa), concentrata tra piazza Duomo e i Portici, i secondi, con sede ducale a Trento, arrivarono solo sporadicamente oltre Laives e fino a Merano o in Val d’Isarco.
Lo storico confine tra i due popoli imparentati (per origine ma anche per matrimoni) in Bassa Atesina correva dunque dal Virgolo verso Castel Firmiano (più o meno lungo l’attuale percorso dell’autostrada e dell’Isarco) e poi fino ad Appiano. Da Caldaro in giù era Trento, ducato longobardo. Tra Laives, Unter- e Oberau esistevano una serie di postazioni di arimanni (ce lo ricorda anche il nome Manee del Wuerstlhof) al servizio del dux di Trento.
Gli arimanni, liberi contadini armati, cui lo stato concedeva terreni per il periodo del loro servizio, si riunivano in arimannie, villaggi compatti e autonomi da ogni punto di vista, rivolti al loro sostentamento e alla difesa del territorio. Al contrario, i Bavari prediligevano insediamenti disseminati sul territorio chiamati Streusiedlungen.
Da un punto di vista militare, il confine tra Laives e Bolzano era dunque presidiato da un’arimannia con sede a Civitas (poi corrotto in Sibidad o Schibidad nei secoli successivi), vecchio nome di un insediamento ai piedi del Virgolo, cui facevano riferimento il Castellum Formigar (Castel Firmiano), il Castrum Appianum e Castel Weinegg. La linea di confine saliva fino a Seit/Schneiderwiese (snaida) e il Colle per raggiungere la Titschenwarte (Waita), Nova (Novum) e Lavazè che con la Val di Fiemme erano territorio longobardo, la Val d’Isarco bavaro. Insomma, furono due popoli germanici a gettare le basi per una suddivisione del territorio rimasta invariata per molti secoli.

Autore: Reinhard Christanell

Sostenibilità

Qualcuno ha preso alla lettera il fatto che dovrà essere un inverno all’insegna del risparmio energetico e ha così deciso che la grande insegna BOLZANO BOZEN, che a breve svetterà su piazza Walther, sarà illuminata solo a metà.
Quale metà? Non potendo illuminare solo il toponimo tedesco o quello italiano, l’assessore comunale alle luminarie ha optato per una soluzione… profondamente zen.

Autore: Roberto Tubaro

Votate!

Vi invito a leggere a pag. 11 il commento scritto da Paolo Valente per la rubrica “Senza Confini”.
In esso si trovano diversi spunti per dare un senso al voto che ci apprestiamo a dare, domenica 25 settembre, nell’appuntamento elettorale che consentirà di eleggere il nuovo parlamento italiano.
Fa bene Valente a ribadire che ogni voto dovrebbe essere rivolto al futuro, nell’ottica di dell’apporto che ognuno di noi è tenuto a dare in termini di idee, proposte e coerenza negli impegni assunti. Con’è noto nella democrazia rappresentativa, la nostra democrazia, questo compito viene affidato attraverso il voto ai partiti e ai politici che faranno parte del nuovo parlamento, ridotto nei numeri grazie ad una recente riforma. Spetta dunque a loro costruire un consenso elettorale in grado di guardare lontano, senza accontentarsi di lanciare esche e slogan.
A suo tempo più volte abbiamo cercato di ricordare l’importanza stessa del voto, a fronte della crescita esponenziale dell’astensionismo. E in queste elezioni tale fattore sembra acquistare ancora più importanza e risvolti paradossali. I risultati dei sondaggi sulle intenzioni di voto che fino a qualche giorno fa ci hanno martellato, hanno difatti insistito su due aspetti divergenti. Da una parte l’ineluttabilità del risultato, vista la dichiarata intenzione da parte degli intervistati di privilegiare in maniera netta una parte politica. Dall’altra un’incertezza di fondo, legata ad un’altra percentuale davvero significativa e addirittura sorprendente, ovvero proprio quella relativa ai “non voterò oppure non so”.
A mio avviso questo paradosso è figlio del nostro ormai acclarato disorientamento in qualità di elettori. Uno smarrimento amplificato dai fatti recenti: le turbolenze e contraddizioni nella passata legislatura, la rielezione del presidente Mattarella come extrema ratio, i successi ma allo stesso tempo la bocciatura del governo Draghi. D’altronde le scorse elezioni erano state vinte dall’antipolitica. Quale migliore viatico per i turbamenti e le incertezze? Negli ultimi giorni abbiamo sentito parlare di seggi paracadutati e blindati. Nella nostra realtà locale per fortuna siamo rimasti pressoché immuni da queste conseguenze nefaste dell’attuale legge elettorale e questo è un bene. Meno positivo però è il fatto che la medesima legge elettorale ha reso ancora più complessa la rappresentanza delle varie anime politiche del nostro territorio in parlamento.
Una cosa comunque è certa: anche questa volta e forse ancor di più è inutile passare il tempo a lamentarsi, se decidiamo di non esercitare il nostro diritto di scelta. è proprio quando l’incertezza è massima che occorre avere il coraggio di decidere. Non occorre nemmeno metterci la faccia. Basta una scheda votata posta nell’urna.

Autore: Luca Sticcotti

Computer che generano immagini mai viste

Immaginate di essere un pubblicista che, per una consegna importante, debba realizzare una fotografia di un astronauta a cavallo sulla luna. Invece di organizzare un complesso set fotografico, apre il proprio computer, digita “immagine fotografica di un astronauta a cavallo sulla luna”, aspetta 90 secondi, e ottiene alcune fotografie che mostrano la scena richiesta, sceglie quella che gli piace di più, e la integra nel manifesto pubblicitario da consegnare. In realtà non stiamo parlando di un futuro recondito, ma del presente, in particolare di un sistema di intelligenza artificiale chiamato DALL-E, sigla con significato tecnico ma anche pensata per rimandare, non a caso, a Dalì. DALL-E è in grado di produrre immagini plausibili mai viste a partire da una descrizione testuale. La versione attuale di DALL-E, chiamata DALL-E 2, non è direttamente accessibile al grande pubblico: può essere provata iscrivendosi a una lista di attesa, essendo attualmente in fase di test. Si può comunque curiosare su come funziona questo prodigio della tecnica visitando il sito https://openai.com/dall-e-2/ (dove troverete proprio l’esempio dell’astronauta), oppure provare liberamente un fratello minore (in effetti meno sofisticato) di DALL-E, chiamato DALL-E mini, accessibile al sito https://www.craiyon.com.
DALL-E in realtà ha molteplici capacità. Ad esempio: genera immagini secondo stili diversi in base alle indicazioni date, quindi al posto di “immagine fotografica” si può specificare “disegno a pastelli” o ancora “nello stile di Andy Warhol”. O ancora, può ricevere due immagini diverse per crearne una nuova che in qualche modo “combina” il contenuto delle due, ma anche variazioni stilistiche della stessa immagine. Vi lasciamo, per oggi, con la curiosità di approfondire un po’ questo tema, che cercheremo poi di analizzare più in profondità e di demistificare, per capire dove sta la meraviglia, ma anche dove stanno i limiti profondi, di questa tecnologia.

Autore: Marco Montali