Rischio idrogeologico, i lavoro in corso

Nelle ultime settimane è stato realizzato il gigantesco “pettine” sul Rio Vallarsa (Brantebach) nel Comune di Laives. Si tratta di due grandi paratie che hanno lo scopo di impedire la discesa a valle di materiale e quindi far fronte al rischio rischio che forti piogge portino alla esondazione. I lavori, ad opera dell’Ufficio Bacini Montani Sud della Provincia prevedono l’ampliamento del bacino di raccolta esistente fino ad una capacità di circa 38.000 metri cubi. Il costo dei lavori ammonta a circa 1,2 milioni di Euro.
“Questo lavoro si è reso necessario sulla base di nuove rilevazioni relative al Piano delle zone di pericolo, dopo questa briglia ne verrà costruita un’altra nella valle del rio Vallarsa nel Comune di Nova Ponente” aveva comunicato la Provincia prima dell’inizio dei lavori.
In una nota il sindaco di Laives, Christian Bianchi, ha sottolineato l’importanza di tali opere a protezione dal rischio idrogeologico.
“La situazione climatica espone sempre di più i cittadini a pericolose precipitazioni, che abbiamo visto quanti danni possono fare. In accordo con la protezione civile, sono ormai quasi terminati lavori molto costosi e rilevanti, sul nostro territorio, che hanno riguardato vari rii e corsi d’acqua.”
Oltre ai lavori sul Rio Vallarsa, il Sindaco ha ricordato diverse altri interventi in corso. “A Pineta è in corso una profonda pulizia del Rio Lusina, con eliminazione di piante, legname e materiale pericoloso. Sul Montelargo e sul Seit abbiamo fatto interventi di consolidamento dei versanti al fine di impedire la possibile caduta di sassi e materiale. Siamo in fase di analisi e di identificazione degli interventi necessari al mantenimento in sicurezza del versante sopra alla zona sportiva Vallarsa. Come sindaco, responsabile della sicurezza dei cittadini e della protezione civile, non posso che essere soddisfatto e orgoglioso di questo importante”, ha concluso il sindaco, che con l’occasione ha ringraziato l’intervento della Provincia e dei diversi tecnici competenti.

Autrice: Caterina Longo

Dall’Oltradige fino a Kassel

Avere la possibilità di presentare le proprie opere in una grande rassegna internazionale, ad un ampio pubblico, avendo anche la possibilità di farsi notare: questo è il sogno di molti artisti e artiste. Il sistema dell’arte ha però le sue regole e le sue strettoie, e anche pregiudizi e gli artisti vengono scelti da istituzioni e curatori. Attraverso il loro progetto “Win Win Lottery”, Hannes Egger e Thomas hanno cercato di rovesciare giocosamente queste dinamiche. I due artisti altoatesini hanno infatti organizzato una lotteria in cui in palio c’era la possibilità di “vincere” una mostra nello spazio della Kulturbahnof nella città di Kassel in Germania. L’occasione è “ghiotta”, perché, come noto, quest’anno Kassel ospita fino al 25 settembre prossimo “documenta”, una delle rassegne d’arte più importanti a livello mondiale. Tra le persone fortunate ad aver “vinto” la lotteria c’era anche Andrea Varesco, artista originaria di Montagna e che vive a Caldaro. Diplomata all’accademia di Belle Arti di Brera, Varesco si esprime attraverso diversi media, dalla pittura all’incisione, fino ai libri d’artista. A Kassel, dove abbiamo avuto il piacere di salutarla personalmente in occasione dell’inaugurazione della sua mostra “Different realities” il 5 agosto scorso, Varesco ha presentato un ciclo di suggestive ed eleganti tele su acrilico, con caleidoscopici impasti di colore dalla consistenza vetrosa. Fino al 25 settembre.

Autrice: Caterina Longo

Il confine invisibile dell’Unterland

Quando ci spostiamo da un luogo all’altro, notiamo le difformità della lingua parlata. Mutano i vocaboli, cambia la pronuncia. Ciò nonostante, ci troviamo in un contesto linguistico unico, ben riconoscibile. Diverso il caso dei luoghi che fungono da confine linguistico, in tedesco “Sprachgrenze”.Da un idioma si passa improvvisamente a un altro.

Curiosamente, questi territori presentano spesso aspetti di entrambe le culture “confinanti” e diventano, per così dire, misti o “contaminati”, ovviamente dal punto di vista della lingua. È questo il caso di Salorno e della Bassa Atesina, che si contraddistingue come zona permeata da elementi culturali eterogenei ma, nel contempo, coesistenti.
È la Sprachgrenze per antonomasia del Tirolo meridionale. “Bis zur Salurner Klaus…” recita anche un noto Heimatlied. Perché? Da quando è così?
Questo confine non esisteva al tempo dei Romani. Arrivati i cosiddetti popoli barbarici, dal V secolo in poi andò lentamente a formarsi la Sprachgrenze come la conosciamo oggi, sovrapponendosi, in qualche misura, a vecchi confini linguistici riconoscibili solo grazie a qualche singola espressione sopravvissuta o al nome di un luogo. Dopo i Goti di Teodorico (Dietrich) arrivarono Longobardi e Baiuvari. I primi penetrarono in Italia dal Friuli, espandendosi in pianura padana. A nord gli arimanni longobardi arrivarono fino in Alto Adige lasciando significative tracce della loro presenza nella lingua e nelle leggi. Il punto di riferimento dei Longobardi era Trento, sede del ducato.
Da qui, con le tipiche curte, amministrarono la Bassa Atesina, ampi territori in val di Fiemme e Val d’Ega, Renon e S. Genesio (di cui faceva parte anche il piccolo villaggio di Bolzano o la parte denominata Villa / Dorf), nonché l’Oltradige fino nel meranese. La lingua latina fu sostituita dal volgare che oggi conosciamo come ladino. Questa lingua rimase in uso nell’Unterland fino al XII secolo, quando fu definitivamente soppiantata dal todesc baiuvaro.
L’avanzata dei Baiuvari si fermò a sud di Bolzano, dove andò a scontrarsi con la presenza dei Longobardi romanizzati.
La dialettica tra questi due popoli determinò, nel corso di quattro o cinque secoli, il formarsi, su un’ipotetica e mai fissa linea di confine politico, anche una invisibile ma marcata linea di confine linguistico. Per assurdo, si trattava di due popoli germanici ma i primi arrivati erano stati fortemente romanizzati mentre i Baiuvari rimasero “puri”.
Se il confine politico si stabilizzò tra Laives e Bronzolo, quello linguistico sembrava fissato nella piana rotaliana a nord di Lavis. È strano che nell’atto con cui l’imperatore Corrado II nel 1027 donò le contee di Bolzano e Trento al principe-vescovo trentino, non venga mai specificato il confine tra i due territori. Certo è che Bolzano, città relativamente nuova, apparteneva al ducato baiuvaro, Trento, città storica, a quello longobardo. In un atto notarile del 1372 si parla di “welscher Wein” con riferimento ai vigneti e vini a sud dell’Efeis / Avisio. Nel XV e XVI secolo era considerato ancora il fiume Efeis la linea di confine culturale tra mondo italico e germanico, dato che, per esempio, i comuni di Nefis (Lavis), Pressan (Pressano), Faid (Faedo), Jaufen (Giovo) e St. Michael (S. Michele) facevano parte della giurisdizione di Königsberg (Monreale) e quindi venivano considerati tedeschi a tutti gli effetti come pure, sull’altro versante, Deutsch- o Kronmetz (Mezzocorona).
Dal XVI secolo la Sprachgrenze iniziò a retrocedere verso nord, e Marx Sittich von Wolkenstein descrive quegli stessi paesi come popolati da “welsches Volk”. Nel 1751 nientemeno che Diderot nella sua Enciclopedia descrisse Salorno come “Un gros bourg aux confins d’Allemagne et Italie, dont il fait la separation”. Insomma, la linea immaginaria era finalmente arrivata all’ombra della Chiusa, dove si trova ancora oggi. Va anche detto, che politicamente entrambi i territori che il confine separava erano di fatto austriaci. Da li in poi tutti gli scrittori, politici e studiosi parlano sempre di “deutscher Boden bis Salurn”.

Autore: Reinhard Christanell

Isola di Pasqua

“Abbiamo subito apprezzato la dedica che i vostri fiorai bolzanini hanno fatto alla nostra isola” ha dichiarato Juan Pablo Erlangen Villalobos, portavoce del sindaco dell’Isola di Pasqua. La dedica in questione è riferita ovviamente alle fioriere giganti posizionate da maggio nel centro di Bolzano, oggetto di una viva discussione che ha portato ad un riposizionamento direttamente nell’isola in mezzo al Pacifico. “Per ringraziarvi di queste meravigliose fioriere Moai”, ha aggiunto Villalobos “vogliamo proporre un nuovo gemellaggio Bolzano-Rapa Nui: stiamo già progettando delle fioriere a forma di Ötzi!”

Autore: Roberto Tubaro

Tristi bus…

Sono da sempre un utente del trasporto pubblico urbano, che alterno alla bici e alle gambe – nei miei spostamenti. Ho deciso di scrivere queste righe per manifestare la mia piena solidarietà agli autisti, soprattutto quelli di Sasa, che martedì scorso 12 luglio hanno deciso di scioperare per protestare contro le condizioni lavorative che si trovano a sopportare ormai da anni. A mio avviso è veramente incredibile che solo negli ultimi giorni gli amministratori locali si siano finalmente decisi ad aumentare gli stipendi di questi lavoratori, che per ore e ore si fanno carico di portarci a destinazione, immersi nel traffico spesso congestionato dei nostri centri urbani. Si tratta di un traffico reso molto più faticoso, ultimamente, oltre che da scelte sciagurate nella pianificazione urbana anche dall’assenza pressoché completa di controlli da parte di polizia municipale e forze dell’ordine a fronte di comportamenti sempre meno ligi alle regole da parte di tutte le categorie di utenti della strada: automobilisti, motociclisti, ciclisti, pedoni.
Vi offro una testimonianza personale. Negli ultimi anni viaggiando in autobus nel capoluogo mi è capitato di essere testimone e vittima di ben due situazioni incresciose. Nella prima si è trattato di un incidente – due signore sono rovinate a terra durante una frenata, facendosi male – che ha visto protagonista un autista in evidente stato di ebbrezza. Nella seconda io stesso ho rischiato di rompermi il naso e gli occhiali durante una frenata questa volta causata da un ciclista che ha tagliato la strada al bus. Ero ero seduto nel senso di marcia e sono andato a sbattere contro il pannello in plexiglas che si trova a fianco dell’uscita del mezzo. Un consiglio: sedetevi sempre in direzione opposta al senso di marcia. è l’unico modo per “salvarsi” in occasione di brusche frenate, credetemi.
Insomma: essere utenti dei bus Sasa a Bolzano recentemente è diventato veramente faticoso. A causa della mancanza di autisti spesso le corse saltano e ciò è particolarmente grave specialmente la domenica. Di tali disservizi naturalmente non c’è traccia, specifica, né sui pannelli elettronici alle fermate (dove ci sono) né sulla App “sudtirol mobil”. A ciò si aggiunge il nervoso per la presenza di molti utenti che con ogni evidenza salgono sprovvisti del titolo di viaggio e – ultimamente – della mascherina FFP-2 tutt’ora obbligatoria. I controlli? Già erano molto rari prima della pandemia…, l’ultimo controllore mi pare di averlo visto nel 2019, oramai.
Dulcis in fundo il cruccio del giornalista, ovvero gli annunci vocali che a Bolzano – di frequente – sbagliano (in italiano) le pronunce dei luoghi o dei personaggi a cui sono intitolate le fermate. Voci elettroniche, sì, ma gestite da gestori trascurati che sottovalutano pure questo. Purtroppo.

Autore: Luca Sticcotti

La cuscuta

La cuscuta è una pianta erbacea di origine nordamericana, parente del convolvolo e ormai presente in quasi in tutto il globo con oltre 200 specie. Gli antichi Arabi la chiamavano kúshuth e la usavano per le proprietà colagoghe, lassative, diuretiche e di maturazione dei foruncoli; essa era conosciuta dai Romani e dal Medioevo prese il nome di “rete del diavolo” e di “ragno malefico”; in Italia, in relazione ai luoghi, si può riconoscere dagli epiteti comuni quali strozzalino, epitimo, granchiarella e pittima.
Si presenta come un ammasso filiforme di colore giallo paglierino/arancio/rosso, è priva – se non allo stadio primordiale – di clorofilla e si sviluppa da maggio a settembre con l’unico intento di parassitare le altre piante. Predilige i climi caldi e umidi. Il suo seme, interrato o in balia degli agenti atmosferici, resiste anche dieci anni prima di germinare e non appena la cuscuta è in grado, per così dire, di mantenersi a sbafo da sola la piccola radice muore e la pianta abbandona il terreno per iniziare la sua storia di opportunismo. La sua ragnatela filosa è composta da austori, veri e propri organi sensoriali, che si avvinghiano a spirale grazie a chemorecettori, che “annusano” le piante vicine e sanno precisamente dove orientarsi per penetrare tessuti e floemi e succhiare dunque linfa e acqua. La si potrebbe paragonare al vischio, ma la cuscuta è una fuoriclasse. è talmente intelligente, anche senza foglie ricordiamocelo, che dalle vittime percepisce persino le proteine delle fioritura e le sottrae al momento giusto per portare a termine la sua fioritura e produrre i semi che le garantiranno la sopravvivenza.
Ha però un tallone d’Achille pure lei: le piante attaccate comunicano tra loro e possono mettere in atto processi chimici di difesa per contrastarla.
Si trova negli incolti, negli orti, ma non è rara nel BalconORTO, visto che i semi sono trasportati dal vento.
Ha uno sviluppo antiorario e di circa quattro/cinque metri all’anno, ma dipende da quanta clorofilla intercetterà lungo il suo percorso. Attacca tutte le piante senza distinzioni; le uniche indenni sono i gigli.
Eliminarla è difficile, non esistono macerati o alchimie magiche, se non prodotti altamente tossici per la natura e per l’uomo: l’unico rimedio è la rimozione manuale sradicando tutte le piante colpite dalla sue spire e stando molto attenti a non dimenticarne parti sulle piante o adagiati sul terreno, perché la cuscuta si rigenererebbe ricominciando il suo ciclo vitale. Gli scarti poi non dovranno essere conferiti nell’umido o nel compost, bensì nell’indifferenziato.

Autore: Donatello Vallotta

Più donne in politica. Rimuovere gli ostacoli

La Commissione provinciale per le pari opportunità, in collaborazione con l’Eurac, ha realizzato e presentato una guida dal titolo “Più donne in politica… prospettive e soluzioni”. “La partecipazione delle donne in politica – dice la presidente Ulrike Oberhammer – è un presupposto per una democrazia vitale, anche in Alto Adige”.

La presenza femminile in posizione di vertice, in politica come in tanti altri settori, rappresenta a tutt’oggi un’eccezione o comunque un fenomeno minoritario. Tacendo qui di quei contesti in cui le donne sono addirittura escluse in linea di principio.
Questa situazione ha diverse cause. In generale le donne hanno la necessità di conciliare la loro presenza nel mondo del lavoro e nella società con gli impegni legati all’essere madri (quando fanno questa scelta). Ma certamente pesa, a determinare una presenza ridotta delle donne, il fatto che gli uomini non cedono volentieri spazi di potere. E giustificano questa loro pretesa nei modi più vari, fino a quel sessismo che considera – spesso senza dirlo – la donna inadatta a questo o a quell’incarico.
Donne in politica. Ma che cosa è la politica?
Ci possono essere visioni diverse.
C’è chi considera la politica l’arte della costruzione del Bene comune. Chi vi si impegna, si mette al servizio della comunità (tutta e non solo una parte, non solo il proprio elettorato). C’è chi invece vive la politica come l’ambito in cui si lotta per il potere. Un potere, in definitiva, fine a se stesso. Allora diventa un gioco, in cui tutto è lecito e in cui le persone sono solo strumenti. È quella politica che a volte, come vediamo, degenera nella guerra.
Quando prevale la seconda visione le donne (e i gruppi minoritari o più deboli) tendono ad essere escluse.
Quando c’è di mezzo il potere, la situazione non si risolve in modo spontaneo perché il più forte tende a ignorare (o escludere) il più debole.
Per questo sono necessari dei correttivi (come le quote, ma non solo).
Lo prevede già la Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti”.

Autore: Paolo Bill Valente