Pietralba, Laives e i miracoli

In questo e nel prossimo numero vi presentiamo – suddiviso in due “puntate” – un singolare racconto del 1847 dello scrittore e giurista tedesco Ludwig Steub (1812-1888), da cui emerge in modo colorito ed efficace la Laives dell’epoca e la vivace vita dei suoi abitanti. La traduzione italiana è dell’autore di questa rubrica, ovvero Reinhard Christanell.

Molto tempo fa, su un vicino monte alto cinquemila piedi, dal quale si gode di una meravigliosa vista, sorse il santuario della nostra amata Signora di Pietralba. Un devoto contadino, ispirato da un segno divino, aveva infatti scavato nel terreno e trovato in un luogo indicatogli dalla stessa Vergine, una immagine di Maria di marmo bianco. Chi l’avesse precedentemente sepolta non è dato a sapere, e pensiamo che non sarà più possibile accertarlo, dato che nel frattempo sono trascorsi più di trecento anni. Il miracolo colpì assai il popolo, nacque una chiesa, la devozione crebbe di giorno in giorno e il santuario assurse a grande notorietà. Le ricche offerte tributate dai pellegrini infine convinsero anche il clero dello straordinario dono elargito dal cielo a questa ventosa altura; gli edifici inizialmente piccoli vennero successivamente ingranditi e finalmente nell’anno 1718 il nuovo, maestoso convento fu consegnato all’ordine dei Serviti.
In tal modo i “Servitori di Maria” vissero diversi decenni in lieta devozione sul loro monte della grazia (…) L’onorata casa progredì viepiù e l’immagine marmorea non smise di produrre i suoi quotidiani e reiterati miracoli fino all’anno 1787, quando l’imperatore Giuseppe sciolse la devota associazione, vendette gli edifici e dislocò la Sacra Immagine nella chiesa di Laives per sostenere una devozione meno sfarzosa. Da quel tempo però ci turba l’incertezza sul luogo esatto dove si trovi l’autentica Immagine Sacra.
I Servitori di Maria, infatti, continuarono segretamente a sostenere di aver consegnato solo una copia dell’immagine e di aver trattenuto il miracoloso idolo a Pietralba, luogo che essa stessa avrebbe eletto quale proprio domicilio. Questa credenza continuò a vivere anche tra il popolo, poco incline a credere alle esternazioni dell’imperatore Giuseppe e propenso a percorrere come sempre la pietrosa via verso il luogo sacro sul monte, tuttavia – per ovvie ragioni di opportunità – continuando a riverire anche l’immagine nella chiesa di Laives. È evidente che i pellegrini non erano poi in grado di specificare a quale delle due immagini fosse da attribuire la grazia ottenuta.
Fu così che per molti anni coesistette questo vivace, doppio culto, finché i Serviti di Innsbruck non tornarono a occuparsi del venerato luogo, un tempo loro orgoglio e gaudio.(dal 1833 i Serviti tornano a Pietralba ndr).
Ora avvenne che all’occhio vigile dei devoti padri non sfuggì che, favoriti dalla radicata tradizione e da un’inammissibile sciatteria, nel santuario di Laives proseguiva la celebrazione di riti sacri, ragion per cui ritennero opportuno convogliare anche questi ultimi verso l’unica vera e autentica immagine di Maria sul monte (…) Era dunque opportuno levare all’immagine di Laives, che nel frattempo continuava non senza successo nella sua riprovevole operosità, la sua potenza miracolosa (…)
Poiché tutti i tentativi in tal senso rimasero infruttuosi, non rimase ai rispettabili padri Serviti che la scelta di ribaltare la tradizione e di riconoscere, a esclusivo vantaggio della Madonna stessa, l’autenticità dell’Immagine di Laives, vera e fedele riproduzione dell’incorporea Vergine celeste, nello stesso tempo però facendole esprimere di tutto cuore il desiderio quasi umano di tornare al più presto lassù, in altura, per godere… della impareggiabile compagnia dei devoti Serviti, cosa del tutto comprensibile poiché nel nostro paese è circondata soprattutto da… gretti zatterieri e facchini.

(fine prima parte)

Autore: Reinhard Christanell

Storie degeneri

Chroma. Storie degeneri
Autore: Tersite Rossi
(Edizioni Les Falenurs)
187 pagine

A tre anni dall’ultimo eccellente romanzo (Gleba), torna il collettivo di scrittura trentino Tersite Rossi, stavolta con una raccolta di racconti che, come nel più classico stile tersitiano, si dimostrano stimolanti e nella scia di quella narrativa sociale e civile che non perde mai di vista la concretezza: Tersite Rossi ci sprona, se necessario ci fustiga con le sue storie, tiene desta la nostra attenzione, il suo compito ben preciso è di ricordarci sempre una quotidianità che spesso, proprio perché quotidiana, tendiamo a non vedere. Cinque storie ed un prologo, cinque approcci diversi alla narrativa attraverso mistery, giallo, erotico, horror e politico. Talvolta mescolando le carte in tavola. Talvolta raccontando in stile corale (come era accaduto nel romanzo Sinistri e nella succitata ultima opera del duo), talvolta richiamando alla memoria, se non addirittura citando opere precedenti (I signori della cenere).
Chroma si pone sul podio delle cose migliori di Tersite Rossi, con Gleba e il romanzo d’esordio (È già sera, tutto è finito) appassionandoci con storie su un futuro non roseo (Fra 84 anni), su un presente drammatico (La catena, una storia di attualità scottante legata ai fatti di appena un anno fa in Afghanistan). Tersite Rossi non promette finali hollywoodiani, no, ci garantisce piuttosto un’inquietudine mai sopita, così come una prosa mai dozzinale o qualunque. E se volete approfondire c’è il sito tersiterossi.substack.com che vi offrirà ulteriori racconti inediti meritevoli di essere letti.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Siccità: facciamo il punto

Temperature molto alte rispetto alla media stagionale già da maggio e estrema scarsità di precipitazioni. Anche in Alto Adige la siccità si fa sentire. Ne abbiamo parlato con i responsabili nel nostro territorio. Al momento la situazione non è drammatica, ma c’è grande attenzione in prospettiva.

Con l’arrivo dell’estate e le alte temperature che questa porta con sé specie in combinazione con i cambiamenti climatici, ritorna più forte che mai il complicato tema della siccità, sia a livello locale che globale.
Com’è la situazione, oggi, in Alto Adige?
Sebbene altre regioni d’Italia abbiano già dichiarato lo stato d’emergenza, la situazione a livello locale sembra essere migliore, ma non per questo semplice. Sorgono infatti una serie di interrogativi. Tra questi i principali, a ben vedere, sono tre.
A livello locale quali possono essere le dirette conseguenze a breve termine della siccità? Ci sarà un razionamento dell’acqua? L’agricoltura altoatesina potrebbe subire delle limitazioni?
Di tutto ciò ne abbiamo parlato con Flavio Ruffini, Direttore dell’Agenzia provinciale per l’ambiente e la tutela del clima, che ha sciolto alcuni nodi della questione.

Un lago glaciale ridotto quasi a zero

L’INTERVISTA

Sentiamo parlare sempre più spesso di siccità. Ma, di fatto, come può essere descritta la situazione a livello locale? Il tema tocca anche noi da vicino? E se sì, in che modo? 
A livello locale non abbiamo il problema di deflusso dell’Adige o una grave carenza di acqua, come invece il resto del nord est d’Italia. Nel primo caso, ci sono d’aiuto le precipitazioni e, nel secondo, abbiamo lo scioglimento delle nevi che, benché siano terminate quasi tutte a giugno, ci dovrebbero ancora fornire acqua. D’altra parte va però anche considerato che abbiamo avuto un autunno e un inverno con poca neve e pochi temporali, specie nella parte occidentale della Provincia, e quindi quest’anno abbiamo poche riserve di neve e acqua. Ora ci aspetta un’estate con temperature sopra la media e, in prospettiva, il periodo siccitoso che prosegue da mesi può diventare un problema.

E se la situazione dovesse aggravarsi?
Se la siccità si dovesse prolungare, per i territori sotto Trento il problema diventerebbe ancora più grave. Per questo è molto importante controllare il deflusso dell’Adige nelle stazioni di San Lorenzo (TN) e Boara Pisani (PD). Mantenendo infatti i due livelli rispettivamente sopra gli 80m3/s e 140m3/s di acqua si impedisce il ritorno del cuneo salino dal mare e si garantisce al Veneto l’irrigazione dei campi.

Visto il quadro generale, c’è quindi il rischio di dover dichiarare lo stato d’emergenza anche in Alto Adige?
Potrebbe essere, ma qui un ruolo centrale lo gioca l’Autonomia provinciale che, allo stesso tempo, però ci carica anche di senso di responsabilità.

Prevede la possibilità di veder arrivare un razionamento dell’acqua nell’uso quotidiano?
Dipende cosa si intende per razionamento. Faccio un esempio: se io mi faccio la doccia, l’acqua utilizzata ritornerà nel torrente. Se, invece, la vado ad utilizzare nel settore agricolo, l’acqua viene assorbita, evaporerà e quindi verrà persa.

Parlando proprio di agricoltura: immagina delle possibili limitazioni? Qual è la situazione circa gli invasi presenti sul nostro territorio?
La possibilità che, un domani, a seconda dell’evolversi della problematica venga introdotto un divieto di irrigare durante le ore di sole, è reale. Per questo bisogna anche chiedersi quale tipo di agricoltura ci converrà e quale sia davvero sostenibile in futuro. 
Un tema importante poi è quello dell’irrigazione dei prati: siamo certi sia un’azione necessaria? Una volta non veniva fatta; oggi, certo, aumenta la produzione, ma è da tenere conto anche il consumo dell’acqua.
Gli invasi sono veramente importanti, quelli presenti sono già d’aiuto, ma sicuramente ne dovremo fare altri, ottimizzando – grazie alla tecnologia – il loro utilizzo. Possiamo ancora migliorare molto.

Autore: Andrea Dalla Serra

Piero Messina #1: dai banchi del Carducci agli studi della Numero Uno

Quello di Piero Messina è un nome che chi ha frequentato il mondo delle sette note bolzanino nella seconda metà degli anni sessanta, abbina a ricordi fantastici, citandolo senza esitazione come uno dei nomi leggendari (la definizione è tutt’altro che fuori luogo come avremo modo di scoprire) della sei corde. Messina, oggi docente di chitarra e composizione di stanza a Verona, è stato uno dei cosiddetti bolzanini di transizione, come spesso accadeva a quei tempi, che giunto a Bolzano con la famiglia da teenager vi ha abitato fino al temine degli studi superiori, vale a dire in un’età molto importante dal punto di vista formativo e delle amicizie. Essere un teenager appassionato di musica negli anni sessanta era poi un’esperienza topica.

“Sono stati anni fantastici – ci racconta Messina – in cui ci si trovava ad ascoltare le ultime novità discografiche a casa degli amici che compravano i dischi e si andava ai concerti per rubare ad altri trucchi e segreti su come fare un accordo o come suonare un determinato passaggio. Se si voleva suonare musica leggera, come si diceva allora, bisognava imparare l’arte di arrangiarsi. Avevo comprato un registratore e mi registravo la canzone continuando ad ascoltare e riavvolgere brevemente per trovare la nota e la tonalità esatte senza perdere un passaggio.”
Tra le prime frequentazioni musicali di Piero ci fu Carlo Domeniconi, figlio dell’allora direttore della Biblioteca Civica, poco interessato alle discipline classiche e futuro concertista e compositore in ambito jazz contemporaneo.
“Domeniconi – prosegue Messina nel suo racconto –, abbandonò le superiori appena gli fu possibile e andò a vivere di musica a Berlino. Ma per i mesi che siamo stati in classe insieme, ho avuto modo di suonare con lui e imparare. Tra le amicizie importanti, fu però fondamentale l’incontro con Giancarlo Bertoni: lui frequentava lo scientifico e mi portò nei Sound System, il gruppo in cui suonava. Sempre lui aveva una collezione di dischi incredibile che mi permise di conoscere artisti a me sconosciuti. Quando a Giancarlo fu proposto di sostituire Luciano Casagrande negli We, mi portò con sé: a quell’epoca, il gruppo era composto da Memo Emeri, cantante, da Gilberto Gabrielli al basso, Sergio Nervo alla chitarra d’accompagnamento, Giancarlo e me.”
Gli We, sia con la formazione precedente che con questa sono stati uno dei nomi di punta della Bolzano post beat, proprio grazie all’inarrivabile voce di Memo e alla chitarra di Piero, che ricorda: “Fummo chiamati alla Rai locale per registrare alcuni brani nel loro auditorio: c’erano i tecnici in camice bianco, come dei medici. Io avevo un distorsore, così avvertii un tecnico di tenere presente che ci sarebbe stato un suono particolare ad un certo punto. Per gli standard degli studi Rai di allora era una cosa non contemplata e quando l’ho usato, il tecnico, allarmato, è corso a dirci di stare attenti perché c’era uno strumento che distorceva! Eppure si chiama distorsore…”
Questa formazione degli We durò fino alla maturità, nel 1968, i ragazzi avevano una qualche idea che la loro storia potesse essere giunta al capolinea visto che dopo gli esami ciascuno avrebbe intrapreso strade diverse, ma fu il bassista Gil Gabrielli a prendere la palla al balzo e a comunicarlo sia ai compagni di band che ai loro fan: durante un’esibizione al vecchio cinema Augusteo (dove ora sorge l’Auditorium dell’orchestra Haydn) durante l’esecuzione dell’ultimo brano, Mean Woman Blues nella versione dello Spencer Davis Group, si avvicinò al microfono e disse: «Questo è il nostro ultimo concerto».
A questo punto, mentre a Bolzano gli We continuarono ad esistere in una nuova versione guidata da Memo e dal congedato Casagrande, Piero Messina si unì agli ex Tornados, un gruppo veronese del periodo beat, che stava per essere assoldato dalla Numero Uno, la casa discografica fondata da Lucio Battisti, e aveva avuto il diktat di trovarsi un chitarrista: Messina che aveva seguito il trasferimento della famiglia a Verona al termine delle superiori finì col fare un’audizione con loro venendo arruolato seduta stante nella band che prese il nome di Alpha Centauri.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Edoardo e Martina: in viaggio e sui social

“Viaggiare e ancora viaggiare. Perché viaggiare è vita, ci arricchisce e ci fa conoscere nuove realtà.” È questo l’invito che, Martina Intragnano e Edoardo Maltauro, due ragazzi di Laives di 20 e 21 anni, rivolgono al proprio pubblico, formato – su Instagram – da più di 30 mila persone.

I due ragazzi, condividendo sui social numerose esperienze di viaggio, hanno fatto di una loro passione un loro lavoro. Sembrerà strano ma la decisione di aprire su Instagram un ‘profilo di coppia’ dove condividere paesaggi e posti più o meno famosi, prese vita in piena pandemia, un momento non ottimale per poter viaggiare… “Dopo aver scoperto il nostro amore per l’avventura, durante il periodo Covid abbiamo scelto di caricare sui social alcune foto scattate insieme. Solitamente – raccontano i due viaggiatori – creiamo dei brevi video dove andiamo a spiegare come raggiungere un determinato posto per scattare belle foto e vivere delle esperienze speciali.” La comune passione per la natura ha portato i due giovani non solo a recuperare un contatto con il territorio a loro più vicino – montagne e laghi – ma pure ad esplorare altre regioni d’Italia: “Essendo, noi due, fidanzati, con l’aumentare dell’intensità del nostro rapporto è aumentato anche il desiderio di allargare il nostro ‘raggio d’azione’. Ci piace il viaggio a 360 gradi e crediamo che ogni luogo possieda una propria unicità. Forse, è vero, riusciamo a raccontare meglio la nostra terra, ma siamo entusiasti di poter andare dovunque.”
E sulla possibilità che il mondo dei social diventi il loro unico lavoro a tempo pieno, dicono: “Si potrebbe vivere di questo, se uno lo desidera, con determinazione e l’esperienza acquisita nel tempo, impara a creare contenuti interessanti capendo cosa funziona e cosa no. Il nostro video con più visualizzazioni – ben 1.9 milioni – racchiude parecchi contenuti e, in pochi secondi, mostra 8 panorami dell’Alto Adige assolutamente da ammirare”.

Nonostante la valorizzazione dei luoghi a loro più vicini, che continueranno ad approfondire nei prossimi mesi, Edoardo e Martina hanno avuto alcune occasioni per uscire dall’Italia. “Bucarest, Parigi e Budapest. I contenuti da noi proposti – dicono – variano a seconda del viaggio, dalle inquadrature dei posti più famosi dei tre Stati ai consigli sugli itinerari da fare o da prendere come spunto. Inoltre, a fine agosto, andremo a svolgere il nostro primo viaggio al di fuori dell’Europa: a Bali. Il nostro grande sogno, dopo l’Indonesia, è fare un Safari in Africa, impegnandoci a svolgerlo in modo sostenibile e nel rispetto dell’ambiente.” Un’attenzione, la loro, che mantengono costantemente, evitando eccessivi spostamenti in aereo.
Quelli che, Edoardo e Martina, forniscono attraverso i loro social, però, sono solo consigli e, come tengono a ricordare, non sono paragonabili a un viaggio vissuto in prima persona: “Le emozioni non si vivono attraverso lo schermo di un telefonino. Può sembrare un paradosso, ma la nostra speranza è proprio quella che, guardando i nostri contenuti digitali, le persone spengano il cellulare e si mettano in viaggio.”

Autore: Andrea Dalla Serra

Un bolzanino in gita a Cinecittà

Un viaggio “rovente” a Roma, all’interno del più importante stabilimento italiano di produzione cinematografica.

Dopo aver visitato Cinecittà, ci si rende conto che c’è un filo rosso che collega tutti i luoghi, i personaggi e gli oggetti che si incontrano durante il tour: il suo nome è ”magia”. Risulta infatti subito magica l’atmosfera che si respira già all’ingresso, quando ci si ritrova nel grande parco alberato a tu per tu con l’imponente “Venusia”, la scultura raffigurante un viso di donna, utilizzata da Fellini per le scene di apertura del film “Il Casanova”. Proseguendo ci si imbatte nella “carrozza della fata dai capelli turchini” e nel “cavallo a dondolo gigante” del “Pinocchio” di Benigni. L’incantesimo continua quando si accede a due grandi set permanenti: il primo riproduce perfettamente il foro romano e il secondo proietta il visitatore all’interno del tempio di Gerusalemme. Impossibile non provare ammirazione per le capacità artistiche dei grandi scenografi e delle 250 maestranze che qui lavorano, artigiani dalle doti sopraffine, capaci di riprodurre qualsiasi scenario utilizzando pochi e semplici materiali: legno, cemento, vetroresina, metalli vari.
E un leggero brivido si prova anche passando davanti al mitico teatro 5, con i suoi 2800 mq il più grande dei 19 teatri di posa di Cinecittà. Non sono le sue imponenti misure a renderlo magico, ma il fatto che il mitico Federico Fellini lo elesse a sua seconda casa, facendo addirittura trasformare parte dei camerini in un miniappartamento in cui si ritirava per poter contemplare il teatro vuoto e trarre così l’ispirazione per immaginare nuovi mondi con cui riempirlo.
Eh già…Fellini. Fellini è praticamente un sinonimo di Cinecittà: senza nulla togliere ai tanti fantastici artisti che qui hanno lavorato (ben raccontati nella mostra permanente offerta ai visitatori) e agli oltre tremila film prodotti dagli anni trenta del ‘900 ad oggi, il vero padrone di Cinecittà è ancor oggi Federico Fellini, tant’è che si ha la sensazione che, con la sua telecamera, si aggiri ancora per gli studios. Del resto quando gli chiesero in quale città avrebbe preferito vivere, Fellini rispose “Cinecittà”, che lui, non a caso, chiamava anche “La fabbrica dei sogni”.

Autore: Massimo Antonino

Polpette di tonno e ricotta

INGREDIENTI

230 g tonno
200 g ricotta
20 g acciughe
20 g capperi
50 g pangrattato
8 g prezzemolo
2 uova
50 g parmigiano
Pepe nero q.b.
Sale q.b.

PREPARAZIONE

Ora procediamo alla preparazione di questo semplicissimo antipasto: unite ricotta, parmigiano, tonno, acciughe, capperi, prezzemolo, pangrattato e alla fine le uova.
Mescolate il tutto finchè il composto non risulta omogeneo e successivamente aggiungete sale e pepe.
Se il composto risultasse troppo compatto vi consigliamo di aggiungere un goccio di latte, invece se dovesse risultare troppo morbido vi consigliamo di aggiungere del parmigiano.
Create poi delle palline di circa 30 g schiacciandole leggermente.
Passatele nel pangrattato.
Posizionatele su una teglia con carta forno, aggiungete sopra alle polpette un filo d’olio e cuocete in forno a 200 gradi per 15 minuti o fino a duratura.

VARIANTE

Nella panatura provate ad aggiungere dei semi di sesamo, daranno un tocco in più al vostro antipasto.

L’amore per il prossimo

Qui Intervista a Ivan Pierotti , personaggio poliedrico che muove i primi passi come Ufficiale dell’esercito passando per molti altri settori, Ivan Pierotti si dedica poi all’attività sanitaria Dopo alcuni anni di servizio in area critica, soccorso aereo internazionale ed altri cinque anni di Università a Bologna, ha aperto Medical Center Merano, una struttura privata con una visione nuova nel contesto sanitario. Ad oggi, tra i vari progetti, si occupa di sostegno umanitario in vari Paesi colpiti dalla guerra.

La cosa che mi piace di me.
Non sono molto autocelebrativo e difficilmente sono soddisfatto di me.

Il mio principale difetto.
Non sono capace di dimenticare chi fa un torto: a me o agli altri.

Il mio momento più felice.
Quando ho potuto abbracciare mio figlio in Terapia intensiva, sapendo che sarebbe tornato a casa.

La persona che ammiro.
Malvina: perché oltre ad essere tutto quello che si può volere da una moglie è un’ottima professionista e la persona più onesta che conosca.

Un libro da portare sull’isola deserta.
“Hagakure” di Yamamoto Tsunetomo: anche leggendolo mille voltescopriremmo sempre qualcosa di nuovo su noi stessi.

La mia occupazione preferita.
Il lavoro, perché è una continua ricerca, un confronto con se stessi, per superare le difficoltà e trovare soddisfazione nel far stare bene gli altri. 

Il paese in cui vorrei vivere.
Un paese semplice, con persone pacifiche e disposte a vivere per la società prima che per se stessi. Se lo conoscessi ci sarei già.

Non sopporto…
Arroganza, ipocrisia e falsità. Ma forse più di tutto non sopporto la stupidità.

Per un giorno vorrei essere…
Una persona dall’intelligenza superiore, per vedere le cose da prospettive diverse e comprendere quello che oggi non riesco. 

La mia paura maggiore.
Il tempo: che si esaurisca quando ancora non sono soddisfatto di me.

Sono orgoglioso quando…
Ogni volta che metto il bene collettivo davanti al mio.

Il mio motto.
“Le persone forti si fanno valere ma le persone più forti si battono per gli altri”. 

Dove mi vedo fra dieci anni.
In viaggio “on the road” con la famiglia.

L’ultima volta che ho perso la calma.
La perdo ogni volta che vedo la mancanzadi rispetto.

Da bambino sognavo…
Di diventare un pilota. Poi ho capito che non è dal cielo che si possono affrontare i problemi ma con i piedi ben piantati a terra in mezzo alle persone. 

Un compleanno speciale per Lettera 7

Il giorno sette del mese sette alle ore sette: ha scelto di giocare con una data “palindroma” -ovvero leggibile sia da destra a sinistra che viceversa- l’associazione letteraria “Lettera 7” per festeggiare ovviamente… i sette anni di attività! Un momento storico davvero, che non si poteva certo non celebrare a dovere…

La festa per questo speciale annivaersario si è svolta presso la Sala degli Artisti nel bar Naomi di Salorno. Un bel momento ci convivialità tra l’affiatato gruppo di appassionati e appassionate di letteratura, che non si è mai arreso di fronte alle difficoltà di questi anni. Nonostante la chiusura della sede del Cafè letterario di via Marconi a Laives nel 2020, a causa della crisi pandemica, l’associazione ha infatti continuato ad organizzare appuntamenti culturali in diversi comuni della Bassa atesina. Ricordiamo che Lettera 7 è nata come libera associazione nell’agosto del 2015 a Bolzano, in un caffè in piazza Walter, e raccoglie “letterate e letterati intrepidi, conoscitori e ricercatori di prosa e poesia, tenaci difensori dei libri di carta” da tutta la provincia.
La festa per i sette anni coincide anche con la pubblicazione del volume “Bolzano Nuvole” di Roberto Marino, iniziatore e anima dell’associazione. Così descrive l’autore la sua ultima “creatura”. “Un libro particolare, al quale ho dedicato ventisette mesi di lavoro letterario. Uno sforzo mentale per scrivere delle vicende reali, alcune; ed altre immaginarie, molte… Sostanzialmente, un libro che rappresenta della poesia romanzata, cioè dell’arte poetica vista come stile di vita”.
Nel volume le esperienze personali di Marino si intrecciano ad altre storie di diversi personaggi come il signor Mannè, il passero Sebastian, la signora Nill. Ma si racconta anche di una particolare testimonianza di fede religiosa e delle guerre, in varie parti del mondo,”di quelle guerre delle quali sembra che l’umanità non possa proprio starne senza”, continua Marino.

Autrice: Caterina Longo

Il saltar guardiano dei campi della Bassa

Chi – ahimè – ha superato il mezzo secolo di vita (o, forse, qualche annetto in più), ricorderà bene una figura tanto caratteristica quanto oscura che un tempo si aggirava nelle campagne della Val d’Adige. Da Termeno a Caldaro, da Ora a Laives (ma anche nel Burgraviato e in parte della Venosta), un uomo appartato e silenzioso, temuto da grandi e piccini, spesso avvolto in strani abiti e in un manto di mistero…

Questo misterioso personaggio gironzolava notte e giorno tra piante da frutto e vigne – ovviamente nei mesi in cui i colorati e profumati frutti pendevano dai rami in attesa di essere raccolti o l’uva matura stava per essere vendemmiata. Il periodo canonico della sua attività andava dal 25 luglio (“Jakobi”) o dal 10 agosto (“Lorenzi”) all’11 novembre (“Martini”), quando concludeva il suo mandato e gli veniva elargita la ricompensa.
Quest’uomo (un tempo doveva essere giovane, robusto e, pure, celibe) non parlava con nessuno, compariva all’improvviso e ti fulminava con lo sguardo: se per caso avevi in mano un piccolo frutto o in bocca un misero chicco d’uva, dovevi subirne, quando andava bene, la severa reprimenda. Sì, perché egli era il guardiano dei frutti, il “saltar” o “Saltner”, come veniva chiamato – in nome e per conto dei proprietari dei frutteti (un tempo la comunità o signorotti vari, poi semplici contadini) che lo ingaggiavano.
Dalla notte dei tempi, per così dire, attraverso tutto il medioevo e fino agli anni sessanta del secolo scorso, questo “spaventa-ladruncoli” vivente vigilava sui raccolti in un determinato territorio chiamato saltaria o, in tedesco, “Hut” (dal verbo hüten, che significa custodire, sorvegliare). Ogni maso della “Hut” deteneva un elemento della sua “divisa” assai suggestiva (ricordava vagamente il costume degli indiani d’America), arricchita da piume di uccelli, pelli di scoiattolo, code di volpe, denti di cinghiale.
Il suo armamento tradizionale consisteva in una roncola, un’alabarda e, in tempi più recenti, in una scacciacani.
Ma chi era, dunque, questo saltar o saltaro? Da che cosa gli derivava la sua autorità? Il nome deriva dalla parola latina volgare “saltarius” e questa da “saltus”, che sta per bosco, pascolo, podere. Questa figura amministrativa era presente soprattutto in Lombardia e in Trentino-Alto Adige e un tempo la sua funzione non era semplicemente quella di guardiano dei raccolti, ma anche di guardaboschi. Anche i pascoli erano sottoposti alla sua vigilanza ed egli riconduceva nel proprio ambito gli animali che avevano sconfinato.
Il fatto curioso è che questa figura a metà strada tra un vigile e una guardia forestale fu introdotta nel nostro territorio e nel nostro ordinamento giuridico dai Longobardi. Presso questo popolo germanico, arrivato in Italia nel VI secolo e stabilitosi anche a Trento e nella Bassa Atesina (il confine, assai elastico, tra il ducato longobardo di Trento e i territori dei Baiuvari tagliava in due la valle dell’Adige tra Bronzolo e Laives ma, come detto, pare che i Longobardi fossero arrivati anche nel meranese), i “saltarii”, nominati nella legge di Liutprando, rappresentavano il livello più basso degli ausiliari del giudice: erano insomma una sorta di guardia che sorvegliava il territorio, acciuffava i ladruncoli e li consegnava agli sculdasci (in longobardo skuldheis, comandante ai debiti, in quanto incassava le multe – da cui il tedesco Schultheiß, sindaco) ai regj e ai gastaldi. Arrestava anche gli assassini e i ladri in generale.
Le pene, per costoro, non erano “leggere” come quelle odierne: al primo furto, il ladro veniva condannato a due o tre anni di carcere sotterraneo; se non poteva pagare l’ammenda veniva consegnato al derubato, che era libero di farne quello che voleva.
Al secondo furto veniva tosato, picchiato e marchiato in fronte, al terzo venduto “fuori provincia”. Forse proprio il ricordo di questa severità ha trasformato i saltari dei tempi passati nell’uomo nero per antonomasia del “Gasinde” (termine longobardo poi diventato il tedesco Gesindel, gentaglia) di ogni epoca.

Autore: Reinhard Christanell